Insegnanti/zombie

Io insegnante, una zombie. Mi autodenuncio.

Ho in serbo un diario di scuola che raccoglie frammenti scritti nell’arco di circa vent’anni della mia esperienza di insegnante di istruzione secondaria superiore e prima o poi, quando sarò vicina al mio congedo, credo lo tirerò fuori per un’eventuale pubblicazione al solo scopo di levarmi un po’ di sassolini dalle scarpe. Ritengo – umilmente – che gli insegnanti siano responsabili di mancanza di indignazione quando si passa il limite, cosa che sta accadendo.

Sì, perché fa male svolgere una professione come la mia che dovrebbe essere tra quelle ritenute più importanti, visto che ci occupiamo di formare le classi dirigenti e quelle lavoratrici – la scuola funziona su questa distinzione molto più che in passato, ve n’eravate accorti? – di oggi e domani ed essere trattati come cavie e, peggio, praticamente nullafacenti, sempre in modo generalizzato.

Partiamo dalla cronaca recente: qualcuno ha visto che il nuovo governo, ad esempio, cambia la denominazione del Ministero e lo chiama Ministero dell’Istruzione e del Merito e, come per incanto, ecco che nel giro di qualche giorno compare la notizia della modella, influencer nel virtuale e asociale nel reale, che diventa medico a soli 23 anni che fa partire la discussione sul merito?

A parte che ho un fratello che negli anni ’70 si è laureato a Pisa in Giurisprudenza a meno di 22 anni perché era bravo, a parte che la scuola si fonda sul merito, visto che diamo i voti, come mai, mi chiedo e vi chiedo, le notizie che poi rimbombano sui social sono sempre in qualche modo legate alla visione politica del momento? Al tema che si vuol far passare come necessario?

Ecco che a raffica arriva la narrazione della scuola, procede a ondate con notizie quali il professore che ci prova con la studentessa o quello che molla un pugno a uno studente, sempre ripresi con tanto di video che diventano virali. Studenti che ormai registrano gli insegnanti e genitori che consegnano le registrazioni ai dirigenti:  una cosa che sarebbe illegale e che pure sta diventando pratica frequente. Fuori contesto qualsiasi cosa può apparire il contrario di quella che potrebbe essere.

“Ai miei tempi” (oh sì lo so, è terrificante questa espressione, me ne assumo tutte le responsabilità) mio padre mi avrebbe rimandato a scuola con un calcio nel sedere per molto, molto meno. Oggi no: siamo alla berlina. Non è un giudizio, è un’osservazione.

La narrazione sulla scuola un giorno sì un giorno ci parla di  docenti “inadeguati”, dunque il dibattito è aperto, ma attenzione, non nelle sedi preposte, lo è sui canali social e in tv: bisogna avere docenti selezionati, formati, occorre differenziare gli stipendi e distinguere i meritevoli, occorre ridefinire il contratto di lavoro non su base nazionale ma per favorire l’autonomia scolastica. Quindi avere una scuola di serie a e una serie b e legittimare le disuguaglianze: questo ormai è il disegno e non da oggi.  

Il sistema scolastico è di una tale complessità che è davvero difficile far capire cosa sta accadendo a chi non la vive ogni giorno, sono decenni che ogni ministro che passa deve lasciare la sua inutile impronta senza investire un euro significativo e oggi quello che stanno davvero cercando di fare è legare i finanziamenti alle scuole che si dimostrano meritevoli attraverso un sistema di rilevazione chiamato INVALSI sul quale esiste una letteratura vastissima a proposito della sua arbitrarietà che qui sarebbe lungo spiegare.

Ministri che hanno distrutto pezzo per pezzo la scuola pubblica e adesso  invece di investire sulla formazione (vera, non quella che ci vogliono imporre con annesso business), sulla dotazione di mezzi e sulla professionalità, attaccano ogni giorno docenti di ogni ordine e grado evidenziando le loro presunte mancanze e inadeguatezze.

Ci si stanca a spiegare, a parlare, a raccontare quello che siamo diventati davvero: si cerca di campare con lo stipendio,  di farsi tre mesi di vacanza (la quantificazione delle effettive ore di lavoro? Neanche a parlarne) di prendersi quelle soddisfazioni quotidiane che ti vengono dalle attestazioni di alunni e genitori. E poi ti tieni la merda che ti gettano addosso, il “bastone e carota”, come disse qualche anno fa il Ministro Profumo, o il riconoscimento dello stato di “missionari” come fece il Ministro Moratti o la devozione del mestiere, più di recente il Ministro Bianchi in preda a una visione mistica.

La realtà è che siamo un branco di zombie senza alcun potere di incidere: per noi ci sono sempre i vari Galimberti, Recalcati, Gramellini & C. a parlare.

Per chiudere questa parziale e rapida riflessione mi avvalgo di una frase di uno scrittore (che è anche insegnante), che contiene il “senso” vero dell’insegnamento (per me, chiaro):

“La parola scuola etimologicamente vuol dire vacanza, riposo. È, quindi, un periodo di ozio (dal lavoro e dalle sue fatiche) in cui il tempo a disposizione deve essere impiegato per forgiare quegli strumenti che danno accesso alla lingua, al pensiero e, perché no, alla bellezza. (Marco Balzano)

In fondo se esplori come si deve la “bellezza” del pensiero nella sua interezza, qualsiasi cosa (perfino la lotta al bullismo, per fare un esempio, senza ammorbarsi di progetti) avrà le sue ricadute sui comportamenti etici e nei processi di conoscenza e convivenza.

In fondo, una cosa semplice. A patto che ci lascino fare il nostro lavoro.

Ah! e magari ci rinnovino il contratto, scaduto da anni: bisogna pur parlare del vile denaro ogni tanto visto che si inventano la qualsiasi per non farlo.

Innamorata

Non sono una critica, non sono una blogger, sono piuttosto una che ha bisogno di innamorarsi continuamente: vivo così.

In questa fase della vita mi è congeniale innamorarmi dei libri, degli autori, delle storie: quelle capaci di aprire una breccia nel mondo vivo dei sentimenti, delle emozioni, nelle pieghe della pelle.

Oggi scrivo di tre romanzi della stessa casa editrice: ciascuno mi ha fatto innamorare a modo suo e ne scrivo in libertà, aiutandomi con le immagini e le citazioni. E’ un invito a innamorarvi, a rivoluzionare il modo di leggere e interpretare il mondo e la propria esistenza, senza un tempo o una dimensione: come spalancare una finestra e lasciare entrare quello che c’è là fuori: profumi di lillà o puzzi di merda è vita, comunque.

BINARI è una sfida, dovrete trovare il vostro personale equilibrio nell’affrontare questa storia, sarete in bilico e avrete timore di cadere, potreste restare a terra frastornati o rialzarvi fieri. L’autrice non è indulgente: i binari per natura scorrono paralleli e spesso seguono un eterno percorso di inabilità a divergere. Dove sta Marcel? Dove sta Ale? Scorrono insieme, ma ogni sussulto della pelle, dello sguardo, ogni impercettibile movimento e muta la direzione, la maniera di essere con se stessi e con l’altro. E’ un pozzo o la superficie piatta e ingannatrice di un lago. Ogni parola è stata vissuta da me in modo diverso dal modo in cui sarà vissuta da un altro: le visioni, le interpretazioni sono e saranno divergenti. Ognuno è un mondo a sé.
Tutti abbiamo abitato una casa e molte case: la prima è quella che ci ha disegnato. La geometria degli spazi, delle stanze, delle linee che si intersecano, dei rapporti che vi scorrono, delle persone che hanno vissuto quegli spazi è ciò che ci definisce. I conflitti, le dipendenze affettive, le diversità, gli scontri aspri e gli amori travolgenti: i nonni, le madri, i padri, i figli e poi i nipoti. Le figure forti che hanno calpestato e fatto trattenere il respiro e quelle fragili che ci hanno insegnato a fermarci, ad avere dubbi e paure. Poi c’è un gatto, fuori dalla geometria di quei rapporti, non sappiamo cosa sia e se prenderlo e se qualcuno l’abbia preso, ferito, ammazzato. Due gemelli, uno malato e uno in salute, una madre e un padre diversi come pianeti paralleli, molte parentesi, perché mai saremo precisi nel ricordare, nel narrare, nel fluire dei nostri pensieri e delle nostre emozioni.
C’è Francesco, che chiama le stanze con un nome, quelle stanze che ci guardano esistere inermi. Francesco che vorreste prendere tra le braccia come fareste con voi stessi, Francesco che vuole comporre la sua Creatura, la sua musica, una cosa che sia lui, e può essere una e una soltanto. Tutto avviene in una stessa casa, dove fuma hashish per dissociarsi dalla dimensione reale: il lavoro, Monica che ama e non ama, Fatima che desidera, Dario che lo abbandona alla sua vita. La Creatura è la sua scommessa, ma sono i muri delle stanze che lo osservano costruire e mandare tutto in frantumi, un attimo prima e un attimo dopo. Gli spazi sono vuoti, dentro ci viviamo noi.

Questi tre meravigliosi romanzi che mi hanno fatto innamorare sono editi da Terrarossa Edizioni.

Una nota a margine: le copertine, bellissime, “sono” la storia che leggerete. Quando le finirete vi scoprirete a fissarle, e comprenderle.

Amare

Voglio un gran bene a questo libro, non mi aspettavo così tanta attenzione, dunque: ne sono felice

Estratti da recensioni

“Le mani in tasca”

Le mani in tasca

Convenzionali

di Gabriele Ottaviani

Il tempo scava, muta il corpo e la mente, definisce la nostra sostanza e ci segna…

Daniela Grandinetti, Le mani in tasca, Augh! Edizioni. Dario è timido e vive in un mondo tutto suo: solo sulle tavole del palcoscenico si sente a casa. Per Oriana, invece, quelle stesse tavole sono, come ogni suo gesto, ogni suo comportamento, ogni suo pensiero, nell’effervescente Bologna universitaria degli anni Settanta del Novecento, suo approdo dalla provincia, un atto densamente politico: le loro due solitudini si incontrano, e… Intenso, avvincente, appassionante, vibrante: impeccabile e imperdibile.

View original post

La serva e il padrone

Si soffre quando si descrive il male? Sì si soffre, ho sofferto. Cosma, la protagonista della prima parte de La Malasorte ha un destino che a quei tempi era scritto: la serva appartiene al padrone.

Questa è la pagina in cui Cosma, giovane e innamorata, conosce invece la furia animale del suo padrone, che ne causerà la morte.

Nel romanzo siamo negli anni ’20. Oggi siamo nel 2020

“Cosma si voltò, per vedere se dietro di lei ci fosse qualcun altro, ma non c’era nessuno. Erano soli, lei e don Natale. La serva e il padrone.

Don Natale si mosse, le disse che non doveva temere niente, che le doveva parlare, ma in segreto, che lui le voleva bene, che l’avrebbe protetta. Cosma ascoltava in silenzio, immobile come una statua di sale. La voce di don Natale era come un serpente che stava strisciando, si allungava lentamente verso la preda, pronto a colpirla.

La preda era lei e quella voce era un veleno che le stava bloccando le gambe. Dalle finestre chiuse, alte, entravano strisce di sole, dritte come spade, dentro ci ballava un pulviscolo denso. C’era puzza di vino, di olio rancido misto a polvere. Fatta eccezione per la porta alle sue spalle, non c’era altra via di fuga. Don Natale parlava, Cosma però non riusciva a sentirlo, ormai le era davanti, a un palmo dal naso, pareva un’onda del mare che si stava gonfiando, e per lei non c’era modo di mettersi in salvo. La furia dell’uomo colpì Cosma come una mareggiata. La braccò, la spinse dentro, chiuse la porta a chiave.

Don Natale era forte, la strinse senza darle il tempo di ingoiare il sussulto che l’aveva scossa. Cosma provò a divincolarsi, non voleva essere di quell’uomo, pure se lui era il padrone e lei la serva. Don Natale cominciò a palparla ovunque, sollevandole la gonna. Lei sentiva le mani sulla carne e ne provava ribrezzo. Poi, ansimando, lui le strappò il corsetto e le frugò tra i seni, emettendo suoni di animale e parole che Cosma non riusciva a comprendere. Le mani di don Natale erano fredde, rugose, le dita sudate sembravano insetti viscidi sulla sua pelle bianca, premevano fino a farle male.

Don Natale, senza smettere di toccarla, cercava la bocca di Cosma, ma lei si dimenava per non dargliela. Allora lui la spinse a terra, con violenza, e prima di esserle addosso la guardò con sfida, come si guardano gli animali braccati, con l’espressione del potere becero di chi fa suo ciò che suo non è. Cosma era dolorante, le gambe scoperte, i seni grandi e liberi, la bocca rossa che rantolava e non riusciva a gridare. Cercava con tutte le sue forze di rialzarsi, ma lui continuava a spingerla. Poi don Natale allentò la cintura, sfilò febbrilmente i bottoni dall’occhiello, sollevò la gonna di Cosma fino a scoprirla, azioni che durarono soltanto pochi secondi.

Infine, come un lampo le fu sopra e la prese. Cosma resisteva ancora,  allontanava la testa di don Natale, voltava continuamente la faccia da una parte all’altra, come impazzita. Lei era la serva e quello che le stava sopra il suo padrone. Le faceva male tutto, ma serrava le gambe con le ultime energie rimaste, mentre don Natale spingeva per farsi spazio. Lei allora lo graffiò e lo morse, come una gatta ribelle, con forza, con disprezzo. Gli occhi erano rimasti i soli a poter dire tutto il suo odio per quell’animale. La faccia di don Natale si oscurò, diventò dura e cattiva:

«Puttana maledetta» gridò toccandosi la faccia nel punto in cui Cosma lo aveva graffiato. Poi la colpì con un pugno in piena faccia. Cosma sentì un liquido caldo colarle sulle labbra e scivolare dentro la bocca, fin nella gola. Le lacrime si impastarono al sangue. Intanto don Natale le aveva afferrato i polsi e li aveva serrati a terra. Lei sentì che le forze la stavano definitivamente abbandonando, si lasciò andare, senza più opporre resistenza. La serva e il padrone: lei un sacco vuoto alla mercé del mercante, il padrone, che sa che dentro quel sacco c’è la sua, di merce.

Il membro di don Natale penetrò Cosma come una spada, squarciò la sua carne molle, intatta. Cosma gridò, un grido di dolore, lui le coprì la bocca con una mano per non sentirla e spinse più forte dentro di lei, sempre più rapido e incurante, fino a che dalla sua bocca non uscì un suono simile a un grugnito. Dopodiché si accasciò, liberando Cosma dalla morsa delle sue mani. Lei non gridava più, se ne stava zitta e immobile, le lacrime continuavano a scendere, sentiva il sapore acre del suo sangue in bocca che non la lasciava respirare. Aveva gli occhi sbarrati che non chiedevano pietà, erano piuttosto due pietre dure e immobili. Due tombe, due cadaveri dei quali nessuno avrebbe pianto la morte. Cosma in quell’istante provò a non respirare, a morire. Intanto don Natale senza dire una parola si era messo in ginocchio, si era tirato su i calzoni e aveva richiuso i bottoni con un gesto flemmatico, poi aveva riallacciato la cintura. Si alzò in piedi e si spolverò con cura i calzoni impolverati.

«C’è una fontana dietro, va’, lavati. E bada che nessuno lo deve sapere. Ricordati che tu e la famiglia tua mangiate il pane che vi do io. Per la botta che tieni, dici che sei caduta, qua, mentre pulivi, che hai sbattuto la faccia. E la prossima volta cerca di essere più docile, che alle pecorelle niente ci succede. Se lo farai io sarò buono con te. Capiscisti?».

Cosma non rispose.

«Capiscisti Cosma? Cu tia parru» rimarcò don Natale, la faccia di nuovo rabbiosa.

Cosma annuì debolmente, gli occhi chiusi, coperti da una mano. Il naso le faceva male.

«Mo’ izati e sbrigati, rimettiti a posto che tra poco Michele torna a prenderti. Arricordati quello che ti ho detto».

Don Natale se ne andò, con passo fermo, mentre con il fazzoletto si asciugava il sudore dalla faccia.

Cosma si voltò su un fianco e, rannicchiata su se stessa, desiderò di morire, ma non riusciva a smettere di respirare, non sapeva come si faceva. Tra le gambe sentiva una cosa liquida che stava scendendo, non voleva guardare, non voleva sapere cos’era. E non voleva nemmeno lavarsela via, quella sarebbe stata la sua vergogna e là doveva rimanere. Così devono sentirsi certe bestie dopo essere state marchiate, ma se per le bestie il marchio è destino, per Cosma fino a quella mattina c’era il futuro che stava aspettando. Se l’era immaginato come una dama bianca che da lontano le stava venendo incontro, ed era ogni giorno più vicina. Aveva un fascio di fiori tra le braccia, lei li avrebbe presi, li avrebbe odorati e messi nell’acqua. Adesso la dama bianca non c’era più. Erano rimasti lei e il suo sangue.”

Cosma diventerà un fantasma condannato a correre per i vicoli del suo paese.

L’ho visto volare

Sul balcone, a fumare una sigaretta, cerco qualche stella nel cielo di una città notturna. All’improvviso, non so come, mi viene in mente una canzone …. ho visto Nina volare… la canticchio in testa, credo perchè i balconi dei piani alti mi fanno quest’effetto: guardo di sotto e penso sempre che si potrebbe provare a volare.

Poi ho pensato che io qualcuno l’ho visto volare: Agostino, cioè, quando l’ho visto volare non conoscevo il suo nome. E’ stato qualche anno fa, una mattina, mentre stavo rientrando a casa. Era una giornata di sole di settembre, limpida, camminavo spedita e non so perché a un certo punto ho alzato lo sguardo proprio nell’esatto momento in cui dall’attico del palazzo ho notato venir giù qualcosa. Non ho capito cosa fosse, sembrava un fantoccio avvolto di abiti gonfi di aria e in quei pochi secondi mi sono chiesta: chi getta da lassù un pupazzo di dimensioni umane? poi però ho realizzato che non era un pupazzo, era un essere umano. Così dalla curiosità sono passata al panico perchè nel frattempo ero proprio lì, nel punto esatto del tonfo. Un rumore secco, forte, disperante.

Mi sono infilata nel bar, concitata, sono riuscita a dire: qualcuno dev’essersi buttato, non avevo il coraggio di guardare. Dal bar invece si sono precipitati fuori e il suo nome a quel punto l’ho sentito urlare.

“Agostino, ma è Agostino!”

Ho saputo poi che Agostino era un dolce ragazzo che aveva perso tutti, che viveva da solo, lì, nelle vicinanze, che stava spesso seduto davanti ai negozi del quartiere, che campava con qualche lavoretto e con ciò che buone anime gli regalavano, cibo o vestiti.

Mi sono chiesta perché. Perchè. Per giorni e giorni quell’immagine di Agostino che veniva giù dal cielo mi ha paralizzato il cervello. Davvero l’aveva voluto fare? O voleva soltanto provare a volare? Magari si sarà detto: metto un piede fuori, poi un altro, vediamo cosa succede.

Cosa avrà pensato Agostino in quei pochi secondi di volo? Era felice? Libero? Atterrito? Pentito? Aveva gridato aiuto? O forse soltanto davvero si sentiva un pupazzo con abiti gonfi di vento? Rideva? Piangeva? Chiamava qualcuno? Pregava? Malediceva se stesso e quell’attimo in cui aveva sbilanciato il suo corpo nel vuoto?

Agostino. Io non l’avevo mai visto. Era sull’asfalto quando ho conosciuto il suo nome. Se fosse un pupazzo rotto o intero non so.

Spengo la sigaretta, e mi sovviente un’altra canzone.

Oggi ho imparato a volare, e non me ne voglio più dimenticare.

Ad Agostino, stasera.

Nell’album

67559755_943477599328236_356313458993528832_n

MOTIVAZIONE DEL RICONOSCIMENTO

Daniela Grandinetti: una penna tutta da scoprire

Daniela Grandinetti, scrittrice e attivista lametina, esce con la sua seconda pubblicazione La Malasorte in cui racconta le vicende di una terra oggi abbandonata e del suo popolo sofferente e speranzoso in una vita migliore. L’autrice stessa ha deciso di tornare alle proprie origini e di lasciare la Toscana, dopo anni di lavoro, per riappropriarsi della terra città natale, Lamezia terme.

Questa sera la ringraziamo perché con le sue parole ed in particolare con la storia di Cosma, protagonista de La malasorte, ci proietta in un mondo lontano e reale, rendendoci parte di una società di cui siamo testimoni.

Nei suoi scritti affronta tematiche di carattere sociale altamente formativo in cui i lettori sono protagonisti di un ideale che rispetti la dignità umana e personale.

Le storie di Daniela fanno sognare grazie alla penna delicata ed incantata della scrittrice che rende la semplicità di un gesto vera e propria poesia

 

Grazie, davvero

Daniela

 

(La targa, realizzata dal Maestro Maurizio Carnevali, è per me. I fiori sono per Cosma)

“… fino a quella mattina c’era il futuro che stava aspettando. Se l’era immaginato come una dama bianca che da lontano le stava venendo incontro, ed era ogni giorno più vicina. Aveva un fascio di fiori tra le braccia, lei li avrebbe presi, odorati e li avrebbe messi nell’acqua.”

67371080_397334417558988_7056354654254268416_n

Abbiamo ancora paura di Virginia Woolf? Scrittori, scrittrici e la letteratura calabrese (ma anche non)

animus-e-anima-1000x480

Premessa: ieri su un post che segnalava un evento prossimo a Girifalco al quale parteciperanno alcuni scrittori calabresi, qualcuno ha scritto un commento sul fatto che sembra che in Calabria scrivano solo gli uomini, visto che a quasi tutti gli eventi passati e presenti sembra sono invitati soltanto gli scrittori, lamentando l’assenza delle scrittrici.
Apriti cielo: quel commento ha scatenato una seriedi polemiche e battute tra serietà e sarcasmo con un diluvio di parole appropriate e non, di buon gusto e cattivo gusto.
Questo è il mondo di facebook che non sono abituata come molti a criticare sempre e comunque: fb è un social e come tale è lo specchio di ciò che siamo. Di sicuro è uno strumento di cui molti non possono fare più a meno, che serve per comunicare, ma non certo per sviluppare discussioni. Purtroppo c’è sempre quello/a che si inserisce con il commento che scatena la diatriba di pancia con ciò che ne consegue, la tastiera è una mala consigliera. E questo è un fatto.
Poiché tuttavia l’argomento mi sta a cuore vorrei provare a fare una riflessione.
Facebook (almeno per me) è una sorta di finestra che apro per vedere chi passa in strada e ascoltare cosa dice. Se mi interessa mi fermo altrimenti vado oltre. In questo modo è diventato prevalentemente lo strumento che utilizzo – vista la mia predilezione per la letteratura- per seguire scrittori di varia provenienza e raccogliere gli stimoli che ne possono venire (oltre ovviamente il cazzeggio, che è forse la prima ragione per cui mi piace seguire alcuni profili, perché ridere fa sempre bene e l’ironia è l’unica arma che apprezzo).
Il fatto dunque che alcuni scrittori, alcuni di fama ormai nazionale, altri più legati al territorio, si mettano insieme per discutere di “letteratura calabrese” è un fatto di per sé non solo lodevole, ma necessario.
Il riscatto di una terra non passa soltanto attraverso le necessarie azioni politiche, ma laddove abbiamo l’aggravante di una criminalità organizzata che incombe sul territorio, inevitabilmente passa anche dalla cultura e dalla conoscenza, le due cose sono imprescindibili.
Faccio un esempio veloce: quest’anno a scuola ho avuto una quinta, sono tornata a vivere in Calabria da tre anni e da insegnante mi sono posta il problema che nessuno dei ragazzi (in un programma vasto come quello del quinto anno) una volta fuori avrebbe conosciuto un solo autore che della loro terra ha scritto. Poiché noi siamo per atavica abitudine sempre pronti a ricevere di buon grado ciò che viene da fuori, non sappiamo niente di ciò che ci circonda, soffriamo di complessi di subalternità, così quest’anno ho sviluppato un piccolo modulo sui Racconti Calabresi di Nicola Misasi, perché il Verismo lo abbiamo avuto anche qui, anche se sui libri non c’è. Un ragazzo ci ha fatto una tesina legata al brigantaggio e ha fatto davvero un bel lavoro.

E qui arrivo a una parola importante: consapevolezza, ovvero quella cosa che ti dà un senso di appartenenza e dunque di difesa dei valori di quella appartenenza. Questo è un aspetto essenziale in un processo di emancipazione sociale e culturale. La maggior parte dei calabresi conosce Firenze Venezia Roma Parigi Barcellona, ma non sa cosa c’è dietro l’angolo di casa sua, quindi se dietro quell’angolo ci sta una delle sette meraviglie del mondo, anche se ne fanno macelli a lui/lei non importa perché la sua ignavia lo rende immune da qualsiasi responsabilità.
Ecco perché quello che stanno facendo quel gruppo di cui sopra di scrittori calabresi è necessario e positivo, perché è un passo per riappropriarsi della propria storia, della propria lingua, della propria dignità e della propria appartenenza e nel contempo avere quell’apertura sul mondo con un occhio aperto, non con quel complesso di inferiorità di cui – diciamolo – abbiamo sempre sofferto.
Qui il discorso si farebbe lungo ma poiché vorrei arrivare al punto contestato nel post di cui sopra, sorvolo.
La parola di partenza è la stessa: consapevolezza. Vale per le donne che scrivono che sono arrivate più tardi alla scrittura (come del resto a tutto ciò che fosse fuori dalle mura di casa) e potrei dire che così come nei libri di testo – a parte un rapido accenno a Corrado Alvaro –  manca la letteratura calabrese, le grandi assenti sono certamente le donne, che nei programmi ministeriali proprio non ci stanno.

Faccio un salto. Una considerazione: dalla finestra dalla quale mi affaccio per ascoltare chi passa (sono un’inguaribile curiosa) osservo molto e devo annotare che molto spesso gli uomini che scrivono (al nord come al sud) dialogano molto, si incontrano, mangiano insieme, cazzeggiano, bevono e concepiscono idee e progetti, sostenendosi a vicenda e promuovendosi anche a vicenda.
Le donne invece sembrano spesso pianeti solitari che vagano ognuna per sé. La solidarietà è sempre stata femminile, soprattutto negli ultimi decenni, visto che c’è stato bisogno di tante battaglie per conquistare indipendenza e autonomia, ma adesso mi pare che le cose si stiano ribaltando.
Ho provato a interrogarmi su questo e ho difficoltà a dare una risposta: però devo ammettere che spesso percepisco invidia, prevenzione, pregiudizio, e non capisco.
Altro piccolo esempio: sette anni fa ho pubblicato il mio primo romanzo, storie di donne. Ne sono state stampate trecento copie, vendute tutte sul passaparola. Poi il libro è morto lì per vicende legate alla casa editrice. In quel periodo ho ricevuto valanghe di messaggi di donne che in quelle storie si erano identificate, riconosciute etc.; ne è stato tratto uno spettacolo teatrale e la sera del debutto mi sentivo morire, ero sicura sarebbe stato un fallimento. Invece abbiamo dovuto rimandare via le persone e fare una replica. Soltanto a pensarci adesso, a quel testo, mi chiedo come sia successo.
A sette anni di distanza ho pubblicato il mio secondo romanzo, ancora una volta le protagoniste sono donne, anche se è molto diverso dal primo. Ambientato in Calabria è incentrato sul tema della violenza e dell’abbandono, non soltanto sulle persone ma sui luoghi.
Ebbene, sta succedendo esattamente il contrario: i messaggi che ricevo sono di lettori, molto meno di lettrici, come se avessero il bisogno di comunicare, di liberarsi dal senso di vergogna che appartiene al loro sesso o comunque scrivere delle emozioni provate nella lettura.
Che sta succedendo dunque?
È vero, gli scrittori di cui sopra non si sono posti il problema: invitiamo le scrittrici, ma le scrittrici dove sono?
Nel 2018 può essere considerata infondata o oziosa la domanda: scrittori o scrittrici non fa differenza, ma poiché lì non si tratta di una discussione nel merito di ciò che è buono e ciò che non lo è, ma di una riappropriazione della propria sacrosanta identità, la domanda ha una sua fondatezza.
Io mi sono limitata a riportare alcune osservazioni. Di strada ne abbiamo fatta, ma ne rimane da fare, abbiamo però – come donne – perso qualcosa nel percorso. Se devo darmi una risposta, ahimè, è anche questa.

Da ultimo, una provocazione: una cosa che da sempre mi piacerebbe realizzare, le statistiche dicono che le donne leggono di più e questo è un fatto. Ma un sondaggino tra maschietti su quanti hanno letto davvero Virginia Woolf, ecco, quello sì mi piacerebbe farlo.

Blog su WordPress.com.

Su ↑