L’ho visto volare

Sul balcone, a fumare una sigaretta, cerco qualche stella nel cielo di una città notturna. All’improvviso, non so come, mi viene in mente una canzone …. ho visto Nina volare… la canticchio in testa, credo perchè i balconi dei piani alti mi fanno quest’effetto: guardo di sotto e penso sempre che si potrebbe provare a volare.

Poi ho pensato che io qualcuno l’ho visto volare: Agostino, cioè, quando l’ho visto volare non conoscevo il suo nome. E’ stato qualche anno fa, una mattina, mentre stavo rientrando a casa. Era una giornata di sole di settembre, limpida, camminavo spedita e non so perché a un certo punto ho alzato lo sguardo proprio nell’esatto momento in cui dall’attico del palazzo ho notato venir giù qualcosa. Non ho capito cosa fosse, sembrava un fantoccio avvolto di abiti gonfi di aria e in quei pochi secondi mi sono chiesta: chi getta da lassù un pupazzo di dimensioni umane? poi però ho realizzato che non era un pupazzo, era un essere umano. Così dalla curiosità sono passata al panico perchè nel frattempo ero proprio lì, nel punto esatto del tonfo. Un rumore secco, forte, disperante.

Mi sono infilata nel bar, concitata, sono riuscita a dire: qualcuno dev’essersi buttato, non avevo il coraggio di guardare. Dal bar invece si sono precipitati fuori e il suo nome a quel punto l’ho sentito urlare.

“Agostino, ma è Agostino!”

Ho saputo poi che Agostino era un dolce ragazzo che aveva perso tutti, che viveva da solo, lì, nelle vicinanze, che stava spesso seduto davanti ai negozi del quartiere, che campava con qualche lavoretto e con ciò che buone anime gli regalavano, cibo o vestiti.

Mi sono chiesta perché. Perchè. Per giorni e giorni quell’immagine di Agostino che veniva giù dal cielo mi ha paralizzato il cervello. Davvero l’aveva voluto fare? O voleva soltanto provare a volare? Magari si sarà detto: metto un piede fuori, poi un altro, vediamo cosa succede.

Cosa avrà pensato Agostino in quei pochi secondi di volo? Era felice? Libero? Atterrito? Pentito? Aveva gridato aiuto? O forse soltanto davvero si sentiva un pupazzo con abiti gonfi di vento? Rideva? Piangeva? Chiamava qualcuno? Pregava? Malediceva se stesso e quell’attimo in cui aveva sbilanciato il suo corpo nel vuoto?

Agostino. Io non l’avevo mai visto. Era sull’asfalto quando ho conosciuto il suo nome. Se fosse un pupazzo rotto o intero non so.

Spengo la sigaretta, e mi sovviente un’altra canzone.

Oggi ho imparato a volare, e non me ne voglio più dimenticare.

Ad Agostino, stasera.

Nell’album

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MOTIVAZIONE DEL RICONOSCIMENTO

Daniela Grandinetti: una penna tutta da scoprire

Daniela Grandinetti, scrittrice e attivista lametina, esce con la sua seconda pubblicazione La Malasorte in cui racconta le vicende di una terra oggi abbandonata e del suo popolo sofferente e speranzoso in una vita migliore. L’autrice stessa ha deciso di tornare alle proprie origini e di lasciare la Toscana, dopo anni di lavoro, per riappropriarsi della terra città natale, Lamezia terme.

Questa sera la ringraziamo perché con le sue parole ed in particolare con la storia di Cosma, protagonista de La malasorte, ci proietta in un mondo lontano e reale, rendendoci parte di una società di cui siamo testimoni.

Nei suoi scritti affronta tematiche di carattere sociale altamente formativo in cui i lettori sono protagonisti di un ideale che rispetti la dignità umana e personale.

Le storie di Daniela fanno sognare grazie alla penna delicata ed incantata della scrittrice che rende la semplicità di un gesto vera e propria poesia

 

Grazie, davvero

Daniela

 

(La targa, realizzata dal Maestro Maurizio Carnevali, è per me. I fiori sono per Cosma)

“… fino a quella mattina c’era il futuro che stava aspettando. Se l’era immaginato come una dama bianca che da lontano le stava venendo incontro, ed era ogni giorno più vicina. Aveva un fascio di fiori tra le braccia, lei li avrebbe presi, odorati e li avrebbe messi nell’acqua.”

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Abbiamo ancora paura di Virginia Woolf? Scrittori, scrittrici e la letteratura calabrese (ma anche non)

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Premessa: ieri su un post che segnalava un evento prossimo a Girifalco al quale parteciperanno alcuni scrittori calabresi, qualcuno ha scritto un commento sul fatto che sembra che in Calabria scrivano solo gli uomini, visto che a quasi tutti gli eventi passati e presenti sembra sono invitati soltanto gli scrittori, lamentando l’assenza delle scrittrici.
Apriti cielo: quel commento ha scatenato una seriedi polemiche e battute tra serietà e sarcasmo con un diluvio di parole appropriate e non, di buon gusto e cattivo gusto.
Questo è il mondo di facebook che non sono abituata come molti a criticare sempre e comunque: fb è un social e come tale è lo specchio di ciò che siamo. Di sicuro è uno strumento di cui molti non possono fare più a meno, che serve per comunicare, ma non certo per sviluppare discussioni. Purtroppo c’è sempre quello/a che si inserisce con il commento che scatena la diatriba di pancia con ciò che ne consegue, la tastiera è una mala consigliera. E questo è un fatto.
Poiché tuttavia l’argomento mi sta a cuore vorrei provare a fare una riflessione.
Facebook (almeno per me) è una sorta di finestra che apro per vedere chi passa in strada e ascoltare cosa dice. Se mi interessa mi fermo altrimenti vado oltre. In questo modo è diventato prevalentemente lo strumento che utilizzo – vista la mia predilezione per la letteratura- per seguire scrittori di varia provenienza e raccogliere gli stimoli che ne possono venire (oltre ovviamente il cazzeggio, che è forse la prima ragione per cui mi piace seguire alcuni profili, perché ridere fa sempre bene e l’ironia è l’unica arma che apprezzo).
Il fatto dunque che alcuni scrittori, alcuni di fama ormai nazionale, altri più legati al territorio, si mettano insieme per discutere di “letteratura calabrese” è un fatto di per sé non solo lodevole, ma necessario.
Il riscatto di una terra non passa soltanto attraverso le necessarie azioni politiche, ma laddove abbiamo l’aggravante di una criminalità organizzata che incombe sul territorio, inevitabilmente passa anche dalla cultura e dalla conoscenza, le due cose sono imprescindibili.
Faccio un esempio veloce: quest’anno a scuola ho avuto una quinta, sono tornata a vivere in Calabria da tre anni e da insegnante mi sono posta il problema che nessuno dei ragazzi (in un programma vasto come quello del quinto anno) una volta fuori avrebbe conosciuto un solo autore che della loro terra ha scritto. Poiché noi siamo per atavica abitudine sempre pronti a ricevere di buon grado ciò che viene da fuori, non sappiamo niente di ciò che ci circonda, soffriamo di complessi di subalternità, così quest’anno ho sviluppato un piccolo modulo sui Racconti Calabresi di Nicola Misasi, perché il Verismo lo abbiamo avuto anche qui, anche se sui libri non c’è. Un ragazzo ci ha fatto una tesina legata al brigantaggio e ha fatto davvero un bel lavoro.

E qui arrivo a una parola importante: consapevolezza, ovvero quella cosa che ti dà un senso di appartenenza e dunque di difesa dei valori di quella appartenenza. Questo è un aspetto essenziale in un processo di emancipazione sociale e culturale. La maggior parte dei calabresi conosce Firenze Venezia Roma Parigi Barcellona, ma non sa cosa c’è dietro l’angolo di casa sua, quindi se dietro quell’angolo ci sta una delle sette meraviglie del mondo, anche se ne fanno macelli a lui/lei non importa perché la sua ignavia lo rende immune da qualsiasi responsabilità.
Ecco perché quello che stanno facendo quel gruppo di cui sopra di scrittori calabresi è necessario e positivo, perché è un passo per riappropriarsi della propria storia, della propria lingua, della propria dignità e della propria appartenenza e nel contempo avere quell’apertura sul mondo con un occhio aperto, non con quel complesso di inferiorità di cui – diciamolo – abbiamo sempre sofferto.
Qui il discorso si farebbe lungo ma poiché vorrei arrivare al punto contestato nel post di cui sopra, sorvolo.
La parola di partenza è la stessa: consapevolezza. Vale per le donne che scrivono che sono arrivate più tardi alla scrittura (come del resto a tutto ciò che fosse fuori dalle mura di casa) e potrei dire che così come nei libri di testo – a parte un rapido accenno a Corrado Alvaro –  manca la letteratura calabrese, le grandi assenti sono certamente le donne, che nei programmi ministeriali proprio non ci stanno.

Faccio un salto. Una considerazione: dalla finestra dalla quale mi affaccio per ascoltare chi passa (sono un’inguaribile curiosa) osservo molto e devo annotare che molto spesso gli uomini che scrivono (al nord come al sud) dialogano molto, si incontrano, mangiano insieme, cazzeggiano, bevono e concepiscono idee e progetti, sostenendosi a vicenda e promuovendosi anche a vicenda.
Le donne invece sembrano spesso pianeti solitari che vagano ognuna per sé. La solidarietà è sempre stata femminile, soprattutto negli ultimi decenni, visto che c’è stato bisogno di tante battaglie per conquistare indipendenza e autonomia, ma adesso mi pare che le cose si stiano ribaltando.
Ho provato a interrogarmi su questo e ho difficoltà a dare una risposta: però devo ammettere che spesso percepisco invidia, prevenzione, pregiudizio, e non capisco.
Altro piccolo esempio: sette anni fa ho pubblicato il mio primo romanzo, storie di donne. Ne sono state stampate trecento copie, vendute tutte sul passaparola. Poi il libro è morto lì per vicende legate alla casa editrice. In quel periodo ho ricevuto valanghe di messaggi di donne che in quelle storie si erano identificate, riconosciute etc.; ne è stato tratto uno spettacolo teatrale e la sera del debutto mi sentivo morire, ero sicura sarebbe stato un fallimento. Invece abbiamo dovuto rimandare via le persone e fare una replica. Soltanto a pensarci adesso, a quel testo, mi chiedo come sia successo.
A sette anni di distanza ho pubblicato il mio secondo romanzo, ancora una volta le protagoniste sono donne, anche se è molto diverso dal primo. Ambientato in Calabria è incentrato sul tema della violenza e dell’abbandono, non soltanto sulle persone ma sui luoghi.
Ebbene, sta succedendo esattamente il contrario: i messaggi che ricevo sono di lettori, molto meno di lettrici, come se avessero il bisogno di comunicare, di liberarsi dal senso di vergogna che appartiene al loro sesso o comunque scrivere delle emozioni provate nella lettura.
Che sta succedendo dunque?
È vero, gli scrittori di cui sopra non si sono posti il problema: invitiamo le scrittrici, ma le scrittrici dove sono?
Nel 2018 può essere considerata infondata o oziosa la domanda: scrittori o scrittrici non fa differenza, ma poiché lì non si tratta di una discussione nel merito di ciò che è buono e ciò che non lo è, ma di una riappropriazione della propria sacrosanta identità, la domanda ha una sua fondatezza.
Io mi sono limitata a riportare alcune osservazioni. Di strada ne abbiamo fatta, ma ne rimane da fare, abbiamo però – come donne – perso qualcosa nel percorso. Se devo darmi una risposta, ahimè, è anche questa.

Da ultimo, una provocazione: una cosa che da sempre mi piacerebbe realizzare, le statistiche dicono che le donne leggono di più e questo è un fatto. Ma un sondaggino tra maschietti su quanti hanno letto davvero Virginia Woolf, ecco, quello sì mi piacerebbe farlo.

Lettera alla Ministra Fedeli

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Cara Ministra,

so che questa mia non le giungerà mai. Non diventerà un post virale che le arriverà a solleticare il dubbio che a volte voi ministri dell’istruzione altro non fate che sparare stupidaggini, una sorta di gara a chi la dice più grossa per arrivare agli organi di informazione come novelli salvatori della scuola pubblica.

Dunque lei ha detto “Il 15 settembre partirà un gruppo di lavoro con le migliori e i migliori esperti del Paese per rivedere le indicazioni nazionali e intervenire su cosa le nostre studentesse e i nostri studenti studiano a scuola”.

A questo verrà affiancato un gruppo che servirà a chiarire l’utilizzo di smartphone e tablet degli studenti in classe, intervenendo sulle attuali circolari, risalenti a un periodo troppo lontano da oggi. “E promuovendo – aggiunge – un uso consapevole e in linea con le esigenze didattiche. Questo gruppo avrà 45 giorni per pubblicare delle linee guida chiare ed efficaci per le scuole”

Intanto vorrei chiederle su quali basi lei sceglierà le migliori e i migliori esperti del Paese, perché – mi consenta (come diceva un inquilino di palazzo) – quando utilizzate la parola esperto a noi insegnanti sale la febbre a 40. Per non parlare della locuzione linee guida. A me fa venire in mente il ragazzino del film Il Grande Cocomero affetto da una patologia per cui  il mondo circostante era fatto di linee e demarcazioni entro le quali muoversi, lo vedevi saltare ipotetiche corde, terrorizzato dal romperne qualcuna.

È buona norma, prassi consolidata, che gli esperti che mettono mano alle riforme, alle circolari, alle innovazioni (presunte) didattiche, nella scuola non c’hanno mai messo un alluce, non sanno niente degli adolescenti (se non quello che leggono sui trattati sociologici scontati come le minestre) e soprattutto non conoscono il lavoro che svolgiamo quotidianamente, del quale non avete mai né considerazione né rispetto.

Che lei mi venga a suggerire “l’uso consapevole” degli smartphone è presuntuoso (e questo in viale Trastevere è atteggiamento ostinato) e irrispettoso. Le dico francamente che è una sparata che come sempre reputa gli insegnanti un gregge che agisce secondo le direttive.

Io, ad esempio,  crede davvero stessi qui ad aspettare lei e la sua circolare? Ci prende per scemi? E’ da un pezzo che quest’uso consapevole tento (tentiamo, non solo la sola) di promuoverlo nelle classi, perché “il buon senso” mi ha portato a non demonizzare uno strumento che oramai i ragazzi usano con una tale regolarità che separarli è praticamente impossibile.

Tuttavia i risultati di questi tentativi, sappia anche questo, nella maggior parte dei casi, falliscono. Perché? Per farglielo capire le racconto un aneddoto.

Qualche anno fa mi trovavo all’aeroporto Vespucci di Firenze. In attesa dell’aereo vado a sedermi. Accanto a me c’era una giovanissima coppia di stranieri beatamente immersi nella lettura di un libro, ciascuno il prorpio. Dopo qualche minuto arrivano sei baldi adolescenti, tre coppiette (tre ragazzi e tre ragazzi). Si fanno notare per la caciara, per l’abbigliamento griffato e succinto, poi si separano e si siedono. Le tre ragazze alla nostra destra, i ragazzi alla nostra sinistra. Tempo dieci secondi, tutti e sei avevano in mano il cellulare, cominciano a spippolare come dei pazzi, ognuno per conto proprio. Insieme, ma separati: dal cellulare.

Ecco, non ho potuto fare a meno di notare la tristezza di quell’immagine, con quei ragazzi stranieri al centro con un libro in mano, e gli altri sei con lo sguardo piantato su un minuscolo monitor, persi chissà dove. Sei adolescenti che stavano andando in vacanza.

Se questo non le basta come esempio dei modelli culturali che NOI e il MERCATO stiamo fornendo loro, la invito a venire in una classe, a sollecitare un allievo che sta usando impropriamente il cellulare  (con il quale giocano, sono in costante comunicazione su instagram e whatsapp) a consegnarle il cellulare. Scoprirà che la scena avrà del paradossale, vedrà il panico sulla faccia dell’allievo, vedrà il cellulare sparire nella sua tasca dove lei non può mettere le mani, vedrà l’ansia da separazione quasi stia chiedendo di darle un pezzo della sua mano, della sua testa, del suo cuore.

Nella stragrande maggioranza dei casi sarà lui a vincere, a meno che lei non sia di quelli che si piazzano lì, poi lo prendano da un braccio, lo portino dalla dirigente e minaccino provvedimenti disciplinari. Il che presupporrebbe trascorrere gran parte delle lezioni in questo genere di attività.

Moltissime scuole non sono provviste di adeguate reti, per cui se lei proverà a chiedere ai ragazzi: cercate su google questo testo poetico, si sentirà rispondere che non ha giga sufficienti. Gli stessi alla fine della lezione, quando si abbassa la guardia per cinque minuti, correranno da lei per farle vedere qualche stupidissimo video su you tube per farla sorridere.

Cosa otterrà questa circolare? Siamo pratici:  ancora una volta perderemo credibilità, ci sentiremo rispondere: siamo autorizzati. Ormai li autorizziamo a far tutto.

E sia chiaro, non parla un’insegnante che demonizza la tecnologia, retrograda o che non sa usarla, la uso eccome, però – come ho detto una volta in classe – la differenza tra “me” e loro è che io so usare i loro strumenti, loro – di questo passo – non impareranno mai i miei, quelli che stanno nella testa, i meccanismi del cervello, quelli indotti dalla manualità della scrittura, quelli del pensiero critico di cui li stiamo privando a forza di crocette e di competenze.

Come vede non sono una bastian contraria. È solo che non se ne può davvero più.

Qualche giorno fa ho letto un interessante articolo di un insegnante, Franco Nembrini, per decenni professore di italiano e fondatore della scuola media libera “La Traccia” di Calcinate (provincia di Bergamo), il quale ha scritto:

“LA TECNOLOGIA. I giovani di oggi sono sottoposti ad una pressione sociale molto forte dovuta alla pubblicità e a nuovi modelli comportamentali, per questo il compito di guidarli verso l’età adulta spetta a «maestri più decisi e attrezzati di un tempo».

Nembrini è scettico sulle speranze risposte nei nuovi strumenti tecnologici, secondo lui sopravvalutati, utilizzati a scuola nel tentativo di catturare l’attenzione degli alunni. «Non funzionerà perché la vita dei ragazzi è già piena di tecnologia. Il suo uso esasperato li ha confinati alla solitudine. La sfida dell’insegnante sta nel proporre un’esperienza reale e diretta, che li spinga a mettere volontariamente da parte i cellulari o tablet e li appassioni ad un’avventura conoscitiva».

MEMORIA ESTERNA. Il pieno accesso al sapere tramite Internet, osserva Nembrini, ha portato i ragazzi a memorizzare meno informazioni. «Chiedi a un ragazzo chi è stato il primo presidente italiano dopo la Seconda Guerra Mondiale e lui trova la risposta con un click. Ma se gli ripeti la domanda la sera stessa, se ne è già dimenticato». Il rischio di una “memoria esterna” è estremamente insidiosa e assolutamente da non sottovalutare: «La perdita della memoria è una tragedia incalcolabile perché senza di essa, senza la storia, non si è uomini. Si diventa burattini facilmente controllabili dall’esterno».
Lei lo chiamerà questo insegnante tra i suoi “migliori esperti”?

Mi perdonerà se ne dubito.

Siamo stanchi ministra. Stanchi di direttive che ci trattano come idioti che non sanno quando fare o non fare una cosa, stanchi di esperti che ci raccontano come dev’essere la scuola e cosa dobbiamo e non dobbiamo fare.

Ci dia reti funzionanti, scuole attrezzate, sicure. Ci dia meno classi pollai. Ci dia risorse. Ci restituisca la credibilità sociale che meritiamo in funzione della gravosa responsabilità che rivestiamo come educatori. E si tenga le sue stupidaggini nel cassetto. Giusto per non levarci quel minimo di entusiasmo che ancora ci è rimasto quando entriamo in classe e abbiamo davanti universi sbandati, ai quali noi dovremmo indicare una direzione.

La saluto.

Prof. Daniela Grandinetti

PS   ho davvero molte cose da fare. Se ho perso tempo per me prezioso nello scrivere questa mia, mi creda, è perché non se ne può davvero, ma davvero, più.

Chi Cammina

Camminatori e camminanti

 di Alessandro Banda

Ci sono molti libri che parlano di chi cammina. Ma generalmente le rappresentazioni che tali libri danno del camminatore sono ingannevoli. O speciose.

Il camminatore vi è descritto in luoghi insoliti.

Egli procede, in quelle pagine, solitario per le sabbie dei deserti. Oppure attraversa abbaglianti distese di ghiaccio o si addentra nel cuore intricato di foreste vergini; a volte costeggia, dall’alto di precipizi vertiginosi, mari aperti, incontaminati, che scintillano nella luce dilagante.

Fotografie incantevoli accompagnano i testi e forniscono la prova che il camminatore è stato là, proprio là, a posare i suoi passi in quei posti meravigliosi o inconsueti.

A ben guardare, tutta questa letteratura illustrata sul camminare, certamente non priva di fascino, tratta però il camminatore come se questi fosse un’automobile.

Ossia: lo rappresenta allo stesso modo che la pubblicità rappresenta le automobili: perennemente isolate in mezzo a una natura selvaggia.

 

Ph Steve McCurry.

Ma nessuna automobile, se non in rarissime circostanze, si trova effettivamente in situazioni simili.

Le auto non sfrecciano contro fondali di cieli blu e marine turchesi. Anzi, non sfrecciano proprio. Sono assai più spesso ferme, immobili nel pieno degli ingorghi a far gemere e sospirare i motori imballati. Altrimenti procedono mestamente, a velocità ridotta, più lente di carrozze a cavalli, per anonime periferie cittadine, per centri storici decadenti; oppure languiscono le suddette auto, chiuse giorni e giorni in parcheggi mortificanti, ammassate le une accanto alle altre come tanti insetti morti.

Io non ho intenzione di occuparmi di camminate e camminatori in luoghi paradisiaci. No, per niente.

A rigore non mi occuperò nemmeno di camminatori. È del camminante che parlerò.

E chi è mai il camminante?

So bene che i “Camminanti” o “Caminanti” sono un gruppo nomade siciliano, piccoli venditori ambulanti della provincia di Siracusa.

Ma io intendo il camminante come uno che cammina in situazioni reali. Consuete. Quotidiane. Cittadine.

Machiavelli avrebbe detto che il camminante è il camminatore effettuale, cioè colui il quale cammina come camminano tutti effettivamente, in situazioni date, concrete e non immaginarie. Che cammina davvero come camminano tutti quelli che camminano davvero, che non sono molti.

Il camminante è un superstite. Il camminante si aggira sempre per le stesse strade della sua città o del suo quartiere. Perché questa è la realtà che gli è toccata in sorte. Gli piacerebbe scrivere, al camminante, che è andato da Porto Deseado a San Juliàn o da Porvenir a Punta Arenas. E invece deve dire che va da via Grabmayr a via Petrarca o da via Roma a via Cavour. Vorrebbe praticare il nordic-walking o il fit-walking o, anche, il pole-walking, se non il trekking e l’hiking o un altro degli esercizi dai bei nomi tanto amati dagli innumerevoli esterofili nostrani. E invece usa solo le gambe, al massimo con l’ausilio di un paio di scarpe belle comode.

La sua città è Merano. Non la può cambiare. Come Kavafis potrebbe ripetere: sciupando la tua vita in quest’angolo discreto l’hai sciupata su tutta la terra. Come Pessoa (o il suo alter ego Bernardo Soares) potrebbe bisbigliare: penso che non uscirò mai da questa Rua dos Douradores.

Benché Merano non sia né Alessandria d’Egitto né la Baixa di Lisbona, egli, il camminante, vi si aggira come uno sfinito zingaro, chiuso nel giro d’un moto ossessivo e pendolare.

 

Articolo da DoppioZero

http://www.doppiozero.com/materiali/camminatori-e-camminanti

Scena da un matrimonio

(Parole e pensieri)

“Leonida, amore, puoi spegnere la luce?”

“Aiuto! Quando mi chiami Leonida sei arrabbiata…”

“Ma è tardi Leo, non riesco a dormire con quella luce accesa” (Ma come ho fatto a sposare uno che si chiama Leonida?)

“Sia dia il caso che anch’io, mia cara, non riesco a dormire e ho bisogno di leggere” (Ma come ho fatto a sposare una che legge solo Vanity Fair?)

“Cacchio Leo, ma è l’una e mezza! Domani devo alzarmi prestissimo. Ho bisogno di dormire io!”

“Cucciola, è una lucina, che fastidio ti dà? Ho comprato questa piccola a pinza apposta. Non sei mica la sola ad alzarti presto. Non sarà piuttosto che anche tu non riesci a dormire?” (Mi schiaffo un sogno erotico a notte per colpa tua, mica lo sapevo prima di sposarti che nell’altra vita o eri un bradipo o eri un ghiro!)

“Beh, senza questa luce forse dormirei” (Ma gliel’ha detto qualcuno che a letto si possono fare altre cose? Accidenti a quei maledetti libri, qui non si batte chiodo!)

“È un bellissimo libro quello che sto leggendo…. “ (Figuriamoci! Capisce un torsolo lei!)

“Non ci provare Leo, ho il cervello nella nebbia, non ti ascolto”  (Figuriamoci se all’una e mezza di notte ho voglia di ascoltare lui e le sue cazzate)

“Rilassati allora, pensa a qualcosa di bello, vedrai che ti addormenti” (Di sicuro penserà al lavoro del tappezziere per la poltrona di sua nonna)

“Ho capito… stanotte non si dorme”  (Un amante, bisogna mi faccia un amante, allora sì che avrei qualche bel pensiero!)

“Sai cosa cucciola? Mi sa che prendo una coperta e me ne vado a dormire sul divano, così puoi dormire tranquilla”. (Ecchecavolo c’è un limite alla pazienza, oltretutto russa pure!)

“Oh sì, amore! Così tu potrai leggere quanto vuoi e io finalmente potrò dormire” (Che meraviglia, una notte senza essere svegliata dai suoi calci negli stinchi)

“Buonanotte cucciola, a domani, dormi bene!” (Facnculo, pure sul divano mi tocca dormire?)

“Buonanotte amore, anche tu!” (Fanculo, restaci su quel maledetto divano, come se non ci stesse abbastanza!)

 

11 marzo

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Scuola e quotidiani combattimenti

Oggi oscillazioni umorali dal basso al bassissimo all’alto, andata e ritorno. Ci sono giornate lunghe e faticose costellate dalle solite frustrazioni e straordinari incitamenti.
Durante la lezione in terza ho chiesto ai ragazzi di fare una relazione sulla visita in un’azienda del luogo svolta il giorno prima. Alla fine del lavoro le abbiamo corrette insieme.
Il dato che mi ha colpito e fatto riflettere è il seguente: i toni entusiastici con i quali hanno descritto questa attività, a cominciare dalla disponibilità dei due colleghi che li hanno condotti sul posto con le loro auto, alla disponibilità dimostrata dai titolari e dai dipendenti dell’azienda che hanno mostrato loro macchinari in funzionamento e slides illustrative dei procedimenti, al brodo di giuggiole per il piccolo buffet di dolci, salati e succhi di frutta che hanno offerto loro alla fine della visita, senza tralasciare l’omaggio di una borsa con dentro penne e block-notes che si sono prodigati anche a mostrarmi.
Dalle loro parole e dai loro sguardi ho capito soprattutto che è stata la considerazione che li ha resi attenti, partecipi e contenti di aver fatto questa esperienza.
La considerazione è in effetti spesso la chiave del successo nella relazione tra docente e allievo. I ragazzi sono abilissimi a distinguere i docenti ai quali di loro in fondo importa relativamente da quelli che hanno a cuore il loro personale destino. E’ inutile girarci intorno, questo mestiere senza empatia non si può fare, è inutile bluffare, quella è una qualità che non si inventa o c’è o non c’è. E quando non c’è fa danni tangibili.
Considerazione ed empatia appunto.
Nell’intervallo incontro la collega incaricata di funzione strumentale (non finirò mai di stupirmi per queste qualifiche da macchietta) la quale mi dice che ha avuto l’incontro con la dirigente per l’organizzazione di un incontro tra le quinte e uno scrittore. Un libro importante, un autore prestigioso, un’occasione notevole e soprattutto gratuita.
Problemi: la pratica deve seguire l’iter, va fatto un progetto da presentare all’attenzione del dirigente.
Obiezione: abbiamo tempi brevi.
Risposta: non so che dire, l’iter è lungo e il dubbio è: i docenti leggeranno il libro per guidare gli allievi?
Che faccio, rido? Rido o piango?
Mi sale una rabbia infinita. E improperi a iosa. Sono forse i ragazzi la parte offesa? Sì, in primis, ma anche noi, noi docenti. Costretti e misurarci con cotanti inutili pericolosi frustranti meccanismi di un nuovo potere.
Nessuna capacità di giudizio, pur nella buona volontà e nella gratuità dell’azione, è riconosciuta ad insegnanti che vogliano rendere la scuola un luogo di promozione culturale e di crescita. Considerazione appunto. Vien voglia di mandare tutto a quel paese. E se vi capita di incontrare un insegnante che ha questo atteggiamento, sappiate che ne ha ben donde.

Poi alla quinta ora l’episodio spiacevole: i carabinieri a scuola. Anche a Borgo, in Toscana, i carabinieri a scuola li ho visti varie volte e sempre per lo stesso motivo: droga o furti. In questo caso si trattava di un furto ai danni di uno studente lavoratore di un’altra classe, una cifra considerevole, la sua paga a nero di un mese.
Spiacevole è stato vedere i ragazzi infilarsi in un’aula vuota per essere perquisiti, spiacevole è sentirsi impotenti.
Tutto stride in questo luogo sempre più fottuto.
Esci da scuola delusa.
Così sono certi giorni.
Sembra di combattere contro i mulini  a vento.
Un fallimento.
Con rima.

Lettera a mia madre

Daniela Grandinetti

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LETTERA A MIA MADRE

Cara mamma,
per me le parole non sono mai state facili: sono chiusa, un’ostrica con le valve serrate. La gente  pensa io sia egoista, viziata, come lo sono tutte le figlie uniche. È stata dura vivere con questa me stessa. Tu sai però che non sono così, o almeno non più da quando c’è Maria Sole. Mentre scrivo lei è lì, placida, beata nella sua culla, sta facendo un sonnellino. Spero anche un sogno meraviglioso. Ne approfitto per scrivere una lettera che non ti darò mai. O forse sì. Chissà. Mentre guardavo mia figlia, quella parte di me che altro non desidera che svestirsi dai luoghi comuni dei giudizi altrui vorrebbe gridare. E ho deciso di scrivere quello che vorrei gridare. In fondo è una sola parola: GRAZIE.
Grazie perché so quello che non voglio per Maria Sole.
Grazie perché so che sarò una buona madre.
Grazie…

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