Innamorata

Non sono una critica, non sono una blogger, sono piuttosto una che ha bisogno di innamorarsi continuamente: vivo così.

In questa fase della vita mi è congeniale innamorarmi dei libri, degli autori, delle storie: quelle capaci di aprire una breccia nel mondo vivo dei sentimenti, delle emozioni, nelle pieghe della pelle.

Oggi scrivo di tre romanzi della stessa casa editrice: ciascuno mi ha fatto innamorare a modo suo e ne scrivo in libertà, aiutandomi con le immagini e le citazioni. E’ un invito a innamorarvi, a rivoluzionare il modo di leggere e interpretare il mondo e la propria esistenza, senza un tempo o una dimensione: come spalancare una finestra e lasciare entrare quello che c’è là fuori: profumi di lillà o puzzi di merda è vita, comunque.

BINARI è una sfida, dovrete trovare il vostro personale equilibrio nell’affrontare questa storia, sarete in bilico e avrete timore di cadere, potreste restare a terra frastornati o rialzarvi fieri. L’autrice non è indulgente: i binari per natura scorrono paralleli e spesso seguono un eterno percorso di inabilità a divergere. Dove sta Marcel? Dove sta Ale? Scorrono insieme, ma ogni sussulto della pelle, dello sguardo, ogni impercettibile movimento e muta la direzione, la maniera di essere con se stessi e con l’altro. E’ un pozzo o la superficie piatta e ingannatrice di un lago. Ogni parola è stata vissuta da me in modo diverso dal modo in cui sarà vissuta da un altro: le visioni, le interpretazioni sono e saranno divergenti. Ognuno è un mondo a sé.
Tutti abbiamo abitato una casa e molte case: la prima è quella che ci ha disegnato. La geometria degli spazi, delle stanze, delle linee che si intersecano, dei rapporti che vi scorrono, delle persone che hanno vissuto quegli spazi è ciò che ci definisce. I conflitti, le dipendenze affettive, le diversità, gli scontri aspri e gli amori travolgenti: i nonni, le madri, i padri, i figli e poi i nipoti. Le figure forti che hanno calpestato e fatto trattenere il respiro e quelle fragili che ci hanno insegnato a fermarci, ad avere dubbi e paure. Poi c’è un gatto, fuori dalla geometria di quei rapporti, non sappiamo cosa sia e se prenderlo e se qualcuno l’abbia preso, ferito, ammazzato. Due gemelli, uno malato e uno in salute, una madre e un padre diversi come pianeti paralleli, molte parentesi, perché mai saremo precisi nel ricordare, nel narrare, nel fluire dei nostri pensieri e delle nostre emozioni.
C’è Francesco, che chiama le stanze con un nome, quelle stanze che ci guardano esistere inermi. Francesco che vorreste prendere tra le braccia come fareste con voi stessi, Francesco che vuole comporre la sua Creatura, la sua musica, una cosa che sia lui, e può essere una e una soltanto. Tutto avviene in una stessa casa, dove fuma hashish per dissociarsi dalla dimensione reale: il lavoro, Monica che ama e non ama, Fatima che desidera, Dario che lo abbandona alla sua vita. La Creatura è la sua scommessa, ma sono i muri delle stanze che lo osservano costruire e mandare tutto in frantumi, un attimo prima e un attimo dopo. Gli spazi sono vuoti, dentro ci viviamo noi.

Questi tre meravigliosi romanzi che mi hanno fatto innamorare sono editi da Terrarossa Edizioni.

Una nota a margine: le copertine, bellissime, “sono” la storia che leggerete. Quando le finirete vi scoprirete a fissarle, e comprenderle.

Amare

Voglio un gran bene a questo libro, non mi aspettavo così tanta attenzione, dunque: ne sono felice

Estratti da recensioni

“Le mani in tasca”

Le mani in tasca

Convenzionali

di Gabriele Ottaviani

Il tempo scava, muta il corpo e la mente, definisce la nostra sostanza e ci segna…

Daniela Grandinetti, Le mani in tasca, Augh! Edizioni. Dario è timido e vive in un mondo tutto suo: solo sulle tavole del palcoscenico si sente a casa. Per Oriana, invece, quelle stesse tavole sono, come ogni suo gesto, ogni suo comportamento, ogni suo pensiero, nell’effervescente Bologna universitaria degli anni Settanta del Novecento, suo approdo dalla provincia, un atto densamente politico: le loro due solitudini si incontrano, e… Intenso, avvincente, appassionante, vibrante: impeccabile e imperdibile.

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La serva e il padrone

Si soffre quando si descrive il male? Sì si soffre, ho sofferto. Cosma, la protagonista della prima parte de La Malasorte ha un destino che a quei tempi era scritto: la serva appartiene al padrone.

Questa è la pagina in cui Cosma, giovane e innamorata, conosce invece la furia animale del suo padrone, che ne causerà la morte.

Nel romanzo siamo negli anni ’20. Oggi siamo nel 2020

“Cosma si voltò, per vedere se dietro di lei ci fosse qualcun altro, ma non c’era nessuno. Erano soli, lei e don Natale. La serva e il padrone.

Don Natale si mosse, le disse che non doveva temere niente, che le doveva parlare, ma in segreto, che lui le voleva bene, che l’avrebbe protetta. Cosma ascoltava in silenzio, immobile come una statua di sale. La voce di don Natale era come un serpente che stava strisciando, si allungava lentamente verso la preda, pronto a colpirla.

La preda era lei e quella voce era un veleno che le stava bloccando le gambe. Dalle finestre chiuse, alte, entravano strisce di sole, dritte come spade, dentro ci ballava un pulviscolo denso. C’era puzza di vino, di olio rancido misto a polvere. Fatta eccezione per la porta alle sue spalle, non c’era altra via di fuga. Don Natale parlava, Cosma però non riusciva a sentirlo, ormai le era davanti, a un palmo dal naso, pareva un’onda del mare che si stava gonfiando, e per lei non c’era modo di mettersi in salvo. La furia dell’uomo colpì Cosma come una mareggiata. La braccò, la spinse dentro, chiuse la porta a chiave.

Don Natale era forte, la strinse senza darle il tempo di ingoiare il sussulto che l’aveva scossa. Cosma provò a divincolarsi, non voleva essere di quell’uomo, pure se lui era il padrone e lei la serva. Don Natale cominciò a palparla ovunque, sollevandole la gonna. Lei sentiva le mani sulla carne e ne provava ribrezzo. Poi, ansimando, lui le strappò il corsetto e le frugò tra i seni, emettendo suoni di animale e parole che Cosma non riusciva a comprendere. Le mani di don Natale erano fredde, rugose, le dita sudate sembravano insetti viscidi sulla sua pelle bianca, premevano fino a farle male.

Don Natale, senza smettere di toccarla, cercava la bocca di Cosma, ma lei si dimenava per non dargliela. Allora lui la spinse a terra, con violenza, e prima di esserle addosso la guardò con sfida, come si guardano gli animali braccati, con l’espressione del potere becero di chi fa suo ciò che suo non è. Cosma era dolorante, le gambe scoperte, i seni grandi e liberi, la bocca rossa che rantolava e non riusciva a gridare. Cercava con tutte le sue forze di rialzarsi, ma lui continuava a spingerla. Poi don Natale allentò la cintura, sfilò febbrilmente i bottoni dall’occhiello, sollevò la gonna di Cosma fino a scoprirla, azioni che durarono soltanto pochi secondi.

Infine, come un lampo le fu sopra e la prese. Cosma resisteva ancora,  allontanava la testa di don Natale, voltava continuamente la faccia da una parte all’altra, come impazzita. Lei era la serva e quello che le stava sopra il suo padrone. Le faceva male tutto, ma serrava le gambe con le ultime energie rimaste, mentre don Natale spingeva per farsi spazio. Lei allora lo graffiò e lo morse, come una gatta ribelle, con forza, con disprezzo. Gli occhi erano rimasti i soli a poter dire tutto il suo odio per quell’animale. La faccia di don Natale si oscurò, diventò dura e cattiva:

«Puttana maledetta» gridò toccandosi la faccia nel punto in cui Cosma lo aveva graffiato. Poi la colpì con un pugno in piena faccia. Cosma sentì un liquido caldo colarle sulle labbra e scivolare dentro la bocca, fin nella gola. Le lacrime si impastarono al sangue. Intanto don Natale le aveva afferrato i polsi e li aveva serrati a terra. Lei sentì che le forze la stavano definitivamente abbandonando, si lasciò andare, senza più opporre resistenza. La serva e il padrone: lei un sacco vuoto alla mercé del mercante, il padrone, che sa che dentro quel sacco c’è la sua, di merce.

Il membro di don Natale penetrò Cosma come una spada, squarciò la sua carne molle, intatta. Cosma gridò, un grido di dolore, lui le coprì la bocca con una mano per non sentirla e spinse più forte dentro di lei, sempre più rapido e incurante, fino a che dalla sua bocca non uscì un suono simile a un grugnito. Dopodiché si accasciò, liberando Cosma dalla morsa delle sue mani. Lei non gridava più, se ne stava zitta e immobile, le lacrime continuavano a scendere, sentiva il sapore acre del suo sangue in bocca che non la lasciava respirare. Aveva gli occhi sbarrati che non chiedevano pietà, erano piuttosto due pietre dure e immobili. Due tombe, due cadaveri dei quali nessuno avrebbe pianto la morte. Cosma in quell’istante provò a non respirare, a morire. Intanto don Natale senza dire una parola si era messo in ginocchio, si era tirato su i calzoni e aveva richiuso i bottoni con un gesto flemmatico, poi aveva riallacciato la cintura. Si alzò in piedi e si spolverò con cura i calzoni impolverati.

«C’è una fontana dietro, va’, lavati. E bada che nessuno lo deve sapere. Ricordati che tu e la famiglia tua mangiate il pane che vi do io. Per la botta che tieni, dici che sei caduta, qua, mentre pulivi, che hai sbattuto la faccia. E la prossima volta cerca di essere più docile, che alle pecorelle niente ci succede. Se lo farai io sarò buono con te. Capiscisti?».

Cosma non rispose.

«Capiscisti Cosma? Cu tia parru» rimarcò don Natale, la faccia di nuovo rabbiosa.

Cosma annuì debolmente, gli occhi chiusi, coperti da una mano. Il naso le faceva male.

«Mo’ izati e sbrigati, rimettiti a posto che tra poco Michele torna a prenderti. Arricordati quello che ti ho detto».

Don Natale se ne andò, con passo fermo, mentre con il fazzoletto si asciugava il sudore dalla faccia.

Cosma si voltò su un fianco e, rannicchiata su se stessa, desiderò di morire, ma non riusciva a smettere di respirare, non sapeva come si faceva. Tra le gambe sentiva una cosa liquida che stava scendendo, non voleva guardare, non voleva sapere cos’era. E non voleva nemmeno lavarsela via, quella sarebbe stata la sua vergogna e là doveva rimanere. Così devono sentirsi certe bestie dopo essere state marchiate, ma se per le bestie il marchio è destino, per Cosma fino a quella mattina c’era il futuro che stava aspettando. Se l’era immaginato come una dama bianca che da lontano le stava venendo incontro, ed era ogni giorno più vicina. Aveva un fascio di fiori tra le braccia, lei li avrebbe presi, li avrebbe odorati e messi nell’acqua. Adesso la dama bianca non c’era più. Erano rimasti lei e il suo sangue.”

Cosma diventerà un fantasma condannato a correre per i vicoli del suo paese.

L’ho visto volare

Sul balcone, a fumare una sigaretta, cerco qualche stella nel cielo di una città notturna. All’improvviso, non so come, mi viene in mente una canzone …. ho visto Nina volare… la canticchio in testa, credo perchè i balconi dei piani alti mi fanno quest’effetto: guardo di sotto e penso sempre che si potrebbe provare a volare.

Poi ho pensato che io qualcuno l’ho visto volare: Agostino, cioè, quando l’ho visto volare non conoscevo il suo nome. E’ stato qualche anno fa, una mattina, mentre stavo rientrando a casa. Era una giornata di sole di settembre, limpida, camminavo spedita e non so perché a un certo punto ho alzato lo sguardo proprio nell’esatto momento in cui dall’attico del palazzo ho notato venir giù qualcosa. Non ho capito cosa fosse, sembrava un fantoccio avvolto di abiti gonfi di aria e in quei pochi secondi mi sono chiesta: chi getta da lassù un pupazzo di dimensioni umane? poi però ho realizzato che non era un pupazzo, era un essere umano. Così dalla curiosità sono passata al panico perchè nel frattempo ero proprio lì, nel punto esatto del tonfo. Un rumore secco, forte, disperante.

Mi sono infilata nel bar, concitata, sono riuscita a dire: qualcuno dev’essersi buttato, non avevo il coraggio di guardare. Dal bar invece si sono precipitati fuori e il suo nome a quel punto l’ho sentito urlare.

“Agostino, ma è Agostino!”

Ho saputo poi che Agostino era un dolce ragazzo che aveva perso tutti, che viveva da solo, lì, nelle vicinanze, che stava spesso seduto davanti ai negozi del quartiere, che campava con qualche lavoretto e con ciò che buone anime gli regalavano, cibo o vestiti.

Mi sono chiesta perché. Perchè. Per giorni e giorni quell’immagine di Agostino che veniva giù dal cielo mi ha paralizzato il cervello. Davvero l’aveva voluto fare? O voleva soltanto provare a volare? Magari si sarà detto: metto un piede fuori, poi un altro, vediamo cosa succede.

Cosa avrà pensato Agostino in quei pochi secondi di volo? Era felice? Libero? Atterrito? Pentito? Aveva gridato aiuto? O forse soltanto davvero si sentiva un pupazzo con abiti gonfi di vento? Rideva? Piangeva? Chiamava qualcuno? Pregava? Malediceva se stesso e quell’attimo in cui aveva sbilanciato il suo corpo nel vuoto?

Agostino. Io non l’avevo mai visto. Era sull’asfalto quando ho conosciuto il suo nome. Se fosse un pupazzo rotto o intero non so.

Spengo la sigaretta, e mi sovviente un’altra canzone.

Oggi ho imparato a volare, e non me ne voglio più dimenticare.

Ad Agostino, stasera.

Nell’album

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MOTIVAZIONE DEL RICONOSCIMENTO

Daniela Grandinetti: una penna tutta da scoprire

Daniela Grandinetti, scrittrice e attivista lametina, esce con la sua seconda pubblicazione La Malasorte in cui racconta le vicende di una terra oggi abbandonata e del suo popolo sofferente e speranzoso in una vita migliore. L’autrice stessa ha deciso di tornare alle proprie origini e di lasciare la Toscana, dopo anni di lavoro, per riappropriarsi della terra città natale, Lamezia terme.

Questa sera la ringraziamo perché con le sue parole ed in particolare con la storia di Cosma, protagonista de La malasorte, ci proietta in un mondo lontano e reale, rendendoci parte di una società di cui siamo testimoni.

Nei suoi scritti affronta tematiche di carattere sociale altamente formativo in cui i lettori sono protagonisti di un ideale che rispetti la dignità umana e personale.

Le storie di Daniela fanno sognare grazie alla penna delicata ed incantata della scrittrice che rende la semplicità di un gesto vera e propria poesia

 

Grazie, davvero

Daniela

 

(La targa, realizzata dal Maestro Maurizio Carnevali, è per me. I fiori sono per Cosma)

“… fino a quella mattina c’era il futuro che stava aspettando. Se l’era immaginato come una dama bianca che da lontano le stava venendo incontro, ed era ogni giorno più vicina. Aveva un fascio di fiori tra le braccia, lei li avrebbe presi, odorati e li avrebbe messi nell’acqua.”

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Abbiamo ancora paura di Virginia Woolf? Scrittori, scrittrici e la letteratura calabrese (ma anche non)

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Premessa: ieri su un post che segnalava un evento prossimo a Girifalco al quale parteciperanno alcuni scrittori calabresi, qualcuno ha scritto un commento sul fatto che sembra che in Calabria scrivano solo gli uomini, visto che a quasi tutti gli eventi passati e presenti sembra sono invitati soltanto gli scrittori, lamentando l’assenza delle scrittrici.
Apriti cielo: quel commento ha scatenato una seriedi polemiche e battute tra serietà e sarcasmo con un diluvio di parole appropriate e non, di buon gusto e cattivo gusto.
Questo è il mondo di facebook che non sono abituata come molti a criticare sempre e comunque: fb è un social e come tale è lo specchio di ciò che siamo. Di sicuro è uno strumento di cui molti non possono fare più a meno, che serve per comunicare, ma non certo per sviluppare discussioni. Purtroppo c’è sempre quello/a che si inserisce con il commento che scatena la diatriba di pancia con ciò che ne consegue, la tastiera è una mala consigliera. E questo è un fatto.
Poiché tuttavia l’argomento mi sta a cuore vorrei provare a fare una riflessione.
Facebook (almeno per me) è una sorta di finestra che apro per vedere chi passa in strada e ascoltare cosa dice. Se mi interessa mi fermo altrimenti vado oltre. In questo modo è diventato prevalentemente lo strumento che utilizzo – vista la mia predilezione per la letteratura- per seguire scrittori di varia provenienza e raccogliere gli stimoli che ne possono venire (oltre ovviamente il cazzeggio, che è forse la prima ragione per cui mi piace seguire alcuni profili, perché ridere fa sempre bene e l’ironia è l’unica arma che apprezzo).
Il fatto dunque che alcuni scrittori, alcuni di fama ormai nazionale, altri più legati al territorio, si mettano insieme per discutere di “letteratura calabrese” è un fatto di per sé non solo lodevole, ma necessario.
Il riscatto di una terra non passa soltanto attraverso le necessarie azioni politiche, ma laddove abbiamo l’aggravante di una criminalità organizzata che incombe sul territorio, inevitabilmente passa anche dalla cultura e dalla conoscenza, le due cose sono imprescindibili.
Faccio un esempio veloce: quest’anno a scuola ho avuto una quinta, sono tornata a vivere in Calabria da tre anni e da insegnante mi sono posta il problema che nessuno dei ragazzi (in un programma vasto come quello del quinto anno) una volta fuori avrebbe conosciuto un solo autore che della loro terra ha scritto. Poiché noi siamo per atavica abitudine sempre pronti a ricevere di buon grado ciò che viene da fuori, non sappiamo niente di ciò che ci circonda, soffriamo di complessi di subalternità, così quest’anno ho sviluppato un piccolo modulo sui Racconti Calabresi di Nicola Misasi, perché il Verismo lo abbiamo avuto anche qui, anche se sui libri non c’è. Un ragazzo ci ha fatto una tesina legata al brigantaggio e ha fatto davvero un bel lavoro.

E qui arrivo a una parola importante: consapevolezza, ovvero quella cosa che ti dà un senso di appartenenza e dunque di difesa dei valori di quella appartenenza. Questo è un aspetto essenziale in un processo di emancipazione sociale e culturale. La maggior parte dei calabresi conosce Firenze Venezia Roma Parigi Barcellona, ma non sa cosa c’è dietro l’angolo di casa sua, quindi se dietro quell’angolo ci sta una delle sette meraviglie del mondo, anche se ne fanno macelli a lui/lei non importa perché la sua ignavia lo rende immune da qualsiasi responsabilità.
Ecco perché quello che stanno facendo quel gruppo di cui sopra di scrittori calabresi è necessario e positivo, perché è un passo per riappropriarsi della propria storia, della propria lingua, della propria dignità e della propria appartenenza e nel contempo avere quell’apertura sul mondo con un occhio aperto, non con quel complesso di inferiorità di cui – diciamolo – abbiamo sempre sofferto.
Qui il discorso si farebbe lungo ma poiché vorrei arrivare al punto contestato nel post di cui sopra, sorvolo.
La parola di partenza è la stessa: consapevolezza. Vale per le donne che scrivono che sono arrivate più tardi alla scrittura (come del resto a tutto ciò che fosse fuori dalle mura di casa) e potrei dire che così come nei libri di testo – a parte un rapido accenno a Corrado Alvaro –  manca la letteratura calabrese, le grandi assenti sono certamente le donne, che nei programmi ministeriali proprio non ci stanno.

Faccio un salto. Una considerazione: dalla finestra dalla quale mi affaccio per ascoltare chi passa (sono un’inguaribile curiosa) osservo molto e devo annotare che molto spesso gli uomini che scrivono (al nord come al sud) dialogano molto, si incontrano, mangiano insieme, cazzeggiano, bevono e concepiscono idee e progetti, sostenendosi a vicenda e promuovendosi anche a vicenda.
Le donne invece sembrano spesso pianeti solitari che vagano ognuna per sé. La solidarietà è sempre stata femminile, soprattutto negli ultimi decenni, visto che c’è stato bisogno di tante battaglie per conquistare indipendenza e autonomia, ma adesso mi pare che le cose si stiano ribaltando.
Ho provato a interrogarmi su questo e ho difficoltà a dare una risposta: però devo ammettere che spesso percepisco invidia, prevenzione, pregiudizio, e non capisco.
Altro piccolo esempio: sette anni fa ho pubblicato il mio primo romanzo, storie di donne. Ne sono state stampate trecento copie, vendute tutte sul passaparola. Poi il libro è morto lì per vicende legate alla casa editrice. In quel periodo ho ricevuto valanghe di messaggi di donne che in quelle storie si erano identificate, riconosciute etc.; ne è stato tratto uno spettacolo teatrale e la sera del debutto mi sentivo morire, ero sicura sarebbe stato un fallimento. Invece abbiamo dovuto rimandare via le persone e fare una replica. Soltanto a pensarci adesso, a quel testo, mi chiedo come sia successo.
A sette anni di distanza ho pubblicato il mio secondo romanzo, ancora una volta le protagoniste sono donne, anche se è molto diverso dal primo. Ambientato in Calabria è incentrato sul tema della violenza e dell’abbandono, non soltanto sulle persone ma sui luoghi.
Ebbene, sta succedendo esattamente il contrario: i messaggi che ricevo sono di lettori, molto meno di lettrici, come se avessero il bisogno di comunicare, di liberarsi dal senso di vergogna che appartiene al loro sesso o comunque scrivere delle emozioni provate nella lettura.
Che sta succedendo dunque?
È vero, gli scrittori di cui sopra non si sono posti il problema: invitiamo le scrittrici, ma le scrittrici dove sono?
Nel 2018 può essere considerata infondata o oziosa la domanda: scrittori o scrittrici non fa differenza, ma poiché lì non si tratta di una discussione nel merito di ciò che è buono e ciò che non lo è, ma di una riappropriazione della propria sacrosanta identità, la domanda ha una sua fondatezza.
Io mi sono limitata a riportare alcune osservazioni. Di strada ne abbiamo fatta, ma ne rimane da fare, abbiamo però – come donne – perso qualcosa nel percorso. Se devo darmi una risposta, ahimè, è anche questa.

Da ultimo, una provocazione: una cosa che da sempre mi piacerebbe realizzare, le statistiche dicono che le donne leggono di più e questo è un fatto. Ma un sondaggino tra maschietti su quanti hanno letto davvero Virginia Woolf, ecco, quello sì mi piacerebbe farlo.

Lettera alla Ministra Fedeli

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Cara Ministra,

so che questa mia non le giungerà mai. Non diventerà un post virale che le arriverà a solleticare il dubbio che a volte voi ministri dell’istruzione altro non fate che sparare stupidaggini, una sorta di gara a chi la dice più grossa per arrivare agli organi di informazione come novelli salvatori della scuola pubblica.

Dunque lei ha detto “Il 15 settembre partirà un gruppo di lavoro con le migliori e i migliori esperti del Paese per rivedere le indicazioni nazionali e intervenire su cosa le nostre studentesse e i nostri studenti studiano a scuola”.

A questo verrà affiancato un gruppo che servirà a chiarire l’utilizzo di smartphone e tablet degli studenti in classe, intervenendo sulle attuali circolari, risalenti a un periodo troppo lontano da oggi. “E promuovendo – aggiunge – un uso consapevole e in linea con le esigenze didattiche. Questo gruppo avrà 45 giorni per pubblicare delle linee guida chiare ed efficaci per le scuole”

Intanto vorrei chiederle su quali basi lei sceglierà le migliori e i migliori esperti del Paese, perché – mi consenta (come diceva un inquilino di palazzo) – quando utilizzate la parola esperto a noi insegnanti sale la febbre a 40. Per non parlare della locuzione linee guida. A me fa venire in mente il ragazzino del film Il Grande Cocomero affetto da una patologia per cui  il mondo circostante era fatto di linee e demarcazioni entro le quali muoversi, lo vedevi saltare ipotetiche corde, terrorizzato dal romperne qualcuna.

È buona norma, prassi consolidata, che gli esperti che mettono mano alle riforme, alle circolari, alle innovazioni (presunte) didattiche, nella scuola non c’hanno mai messo un alluce, non sanno niente degli adolescenti (se non quello che leggono sui trattati sociologici scontati come le minestre) e soprattutto non conoscono il lavoro che svolgiamo quotidianamente, del quale non avete mai né considerazione né rispetto.

Che lei mi venga a suggerire “l’uso consapevole” degli smartphone è presuntuoso (e questo in viale Trastevere è atteggiamento ostinato) e irrispettoso. Le dico francamente che è una sparata che come sempre reputa gli insegnanti un gregge che agisce secondo le direttive.

Io, ad esempio,  crede davvero stessi qui ad aspettare lei e la sua circolare? Ci prende per scemi? E’ da un pezzo che quest’uso consapevole tento (tentiamo, non solo la sola) di promuoverlo nelle classi, perché “il buon senso” mi ha portato a non demonizzare uno strumento che oramai i ragazzi usano con una tale regolarità che separarli è praticamente impossibile.

Tuttavia i risultati di questi tentativi, sappia anche questo, nella maggior parte dei casi, falliscono. Perché? Per farglielo capire le racconto un aneddoto.

Qualche anno fa mi trovavo all’aeroporto Vespucci di Firenze. In attesa dell’aereo vado a sedermi. Accanto a me c’era una giovanissima coppia di stranieri beatamente immersi nella lettura di un libro, ciascuno il prorpio. Dopo qualche minuto arrivano sei baldi adolescenti, tre coppiette (tre ragazzi e tre ragazzi). Si fanno notare per la caciara, per l’abbigliamento griffato e succinto, poi si separano e si siedono. Le tre ragazze alla nostra destra, i ragazzi alla nostra sinistra. Tempo dieci secondi, tutti e sei avevano in mano il cellulare, cominciano a spippolare come dei pazzi, ognuno per conto proprio. Insieme, ma separati: dal cellulare.

Ecco, non ho potuto fare a meno di notare la tristezza di quell’immagine, con quei ragazzi stranieri al centro con un libro in mano, e gli altri sei con lo sguardo piantato su un minuscolo monitor, persi chissà dove. Sei adolescenti che stavano andando in vacanza.

Se questo non le basta come esempio dei modelli culturali che NOI e il MERCATO stiamo fornendo loro, la invito a venire in una classe, a sollecitare un allievo che sta usando impropriamente il cellulare  (con il quale giocano, sono in costante comunicazione su instagram e whatsapp) a consegnarle il cellulare. Scoprirà che la scena avrà del paradossale, vedrà il panico sulla faccia dell’allievo, vedrà il cellulare sparire nella sua tasca dove lei non può mettere le mani, vedrà l’ansia da separazione quasi stia chiedendo di darle un pezzo della sua mano, della sua testa, del suo cuore.

Nella stragrande maggioranza dei casi sarà lui a vincere, a meno che lei non sia di quelli che si piazzano lì, poi lo prendano da un braccio, lo portino dalla dirigente e minaccino provvedimenti disciplinari. Il che presupporrebbe trascorrere gran parte delle lezioni in questo genere di attività.

Moltissime scuole non sono provviste di adeguate reti, per cui se lei proverà a chiedere ai ragazzi: cercate su google questo testo poetico, si sentirà rispondere che non ha giga sufficienti. Gli stessi alla fine della lezione, quando si abbassa la guardia per cinque minuti, correranno da lei per farle vedere qualche stupidissimo video su you tube per farla sorridere.

Cosa otterrà questa circolare? Siamo pratici:  ancora una volta perderemo credibilità, ci sentiremo rispondere: siamo autorizzati. Ormai li autorizziamo a far tutto.

E sia chiaro, non parla un’insegnante che demonizza la tecnologia, retrograda o che non sa usarla, la uso eccome, però – come ho detto una volta in classe – la differenza tra “me” e loro è che io so usare i loro strumenti, loro – di questo passo – non impareranno mai i miei, quelli che stanno nella testa, i meccanismi del cervello, quelli indotti dalla manualità della scrittura, quelli del pensiero critico di cui li stiamo privando a forza di crocette e di competenze.

Come vede non sono una bastian contraria. È solo che non se ne può davvero più.

Qualche giorno fa ho letto un interessante articolo di un insegnante, Franco Nembrini, per decenni professore di italiano e fondatore della scuola media libera “La Traccia” di Calcinate (provincia di Bergamo), il quale ha scritto:

“LA TECNOLOGIA. I giovani di oggi sono sottoposti ad una pressione sociale molto forte dovuta alla pubblicità e a nuovi modelli comportamentali, per questo il compito di guidarli verso l’età adulta spetta a «maestri più decisi e attrezzati di un tempo».

Nembrini è scettico sulle speranze risposte nei nuovi strumenti tecnologici, secondo lui sopravvalutati, utilizzati a scuola nel tentativo di catturare l’attenzione degli alunni. «Non funzionerà perché la vita dei ragazzi è già piena di tecnologia. Il suo uso esasperato li ha confinati alla solitudine. La sfida dell’insegnante sta nel proporre un’esperienza reale e diretta, che li spinga a mettere volontariamente da parte i cellulari o tablet e li appassioni ad un’avventura conoscitiva».

MEMORIA ESTERNA. Il pieno accesso al sapere tramite Internet, osserva Nembrini, ha portato i ragazzi a memorizzare meno informazioni. «Chiedi a un ragazzo chi è stato il primo presidente italiano dopo la Seconda Guerra Mondiale e lui trova la risposta con un click. Ma se gli ripeti la domanda la sera stessa, se ne è già dimenticato». Il rischio di una “memoria esterna” è estremamente insidiosa e assolutamente da non sottovalutare: «La perdita della memoria è una tragedia incalcolabile perché senza di essa, senza la storia, non si è uomini. Si diventa burattini facilmente controllabili dall’esterno».
Lei lo chiamerà questo insegnante tra i suoi “migliori esperti”?

Mi perdonerà se ne dubito.

Siamo stanchi ministra. Stanchi di direttive che ci trattano come idioti che non sanno quando fare o non fare una cosa, stanchi di esperti che ci raccontano come dev’essere la scuola e cosa dobbiamo e non dobbiamo fare.

Ci dia reti funzionanti, scuole attrezzate, sicure. Ci dia meno classi pollai. Ci dia risorse. Ci restituisca la credibilità sociale che meritiamo in funzione della gravosa responsabilità che rivestiamo come educatori. E si tenga le sue stupidaggini nel cassetto. Giusto per non levarci quel minimo di entusiasmo che ancora ci è rimasto quando entriamo in classe e abbiamo davanti universi sbandati, ai quali noi dovremmo indicare una direzione.

La saluto.

Prof. Daniela Grandinetti

PS   ho davvero molte cose da fare. Se ho perso tempo per me prezioso nello scrivere questa mia, mi creda, è perché non se ne può davvero, ma davvero, più.

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