Il mistero della casa del vento

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Il mio primo romanzo, pubblicato nel 2010 nella Collana Lab (Giulio Perrone Editore)

Incipit

E’ iniziata un pomeriggio di una bella giornata di sole, mentre camminavo su un sentiero che si inerpicava su per la collina. A me piace camminare, con scarpe solide.

Ho notato a un certo punto una casa che sembrava disabitata, nascosta dalla vegetazione incolta. A prima vista sembrava una casa come tante, un edificio squadrato con il tetto a spiovente, i muri gialli, gli infissi bianchi,  l’intonaco leggermente scrostato. Le finestre simmetriche, grigie, chiuse. Tutte. Sul lato destro c’era un porticato, delle sedie di vimini in disordine, alcune rovesciate, scrostate dall’umidità e dal sole. La casa era in stato di abbandono, ma non dava l’idea di non essere più abitata: sembrava ci vivesse qualcuno che non aveva cura del degrado. Il giardino era un ammasso di erba alta lasciata libera di aggrovigliarsi e arrampicarsi ovunque.

“Che peccato”. Pensai spiando dal cancello.

La casa

(..) ci sono degli attimi nella vita che spalancano vuoti di sotto che danno un senso inebriante di vertigine.
Quando senti che puoi cadere. Quando senti che puoi rialzarti. Quando senti che sta iniziando un capitolo nuovo. Quando afferri la bacchetta e sai che se solo compi quel mezzo maledetto giro, alle tue spalle c’è un’orchestra che a un tuo gesto comincerà a suonare. E tu la senti la musica che vuoi suonare. Il più delle volte lasciamo cadere quella bacchetta dalle mani, non ci curiamo nemmeno dove vada a cadere. La lasciamo andar giù e oscuriamo quell’attimo dorato che magari ci potrebbe cambiare la vita, aprire una finestra nuova, guardare le cose da una prospettiva diversa. Sbarriamo gli occhi dell’anima che cerca sogni nuovi.
Ma in quell’attimo, pochi secondi, decisi che volevo farlo quel mezzo giro su me stessa. Tirai un respiro ben assestato, l’orchestra al completo stava rumorosamente accordando gli strumenti. Mi voltai. Una folata di vento mi colpì in pieno volto.
Per la prima volta in tutta la mia vita improvvisamente compresi che il vento ha una sua lingua. Il vento ti prende come un amante, e se ti lasci andare, puoi danzarci dentro, e insieme. E allora potrai sentire le parole. Le parole del silenzio. Sentire il corpo muoversi, o scuotersi, tra armonie e dissonanze.
Ascoltai quel vento: aveva la voce di un violino che suonava piano, in lontananza, come un richiamo timido. Ascoltai aggiungersi un pianoforte, dapprima discreto, per poi agganciare le stesse note del violino. E un violoncello, con il suo timbro umano caldo, sensuale, morbido. E poi ancora percussioni leggere, pulsanti.
Chiusi gli occhi, il vento girava intorno e strumenti si aggiungevano ad altri strumenti. Ciascuno aveva una voce. E tutti insieme erano musica. La musica del vento.
Quella finalmente era davvero la mia orchestra. Tutti i toni e le note insieme. Addosso e dentro.
Non devo dimenticarmi d’essere stata felice, mi dissi. E aprii gli occhi.
Il vento che mi aveva danzato intorno, soffiato delicatamente sulle orecchie e sul collo, improvvisamente era cessato.
La casa era lì. Guardai prima le finestre, poi il porticato. E fui certa.
Il vento mi aveva invitata a entrare.

Inizia il viaggio di Anna

In macchina, guidando nel traffico, guardavo le mille facce anonime intorno, ai semafori, mentre ero ferma davanti alle strisce. Due ragazze che uscivano ridendo da un negozio, un bambino che raccoglieva sassi in un catino davanti a una panchina, un vecchio che guardava la vetrina del negozio di accessori per motociclisti, una donna che parlava al cellulare gesticolando vistosamente.
Le storie degli altri. Se ascoltassimo le storie degli altri e i molti venti che portano, forse saremmo eterni, infiniti. Mi dissi che da quel momento in poi era esattamente quel che avrei dovuto fare: raccogliere i fili, distenderli e poi intrecciarli.
Misi in moto e partii.

Dal diario di Caterina

22 gennaio, pomeriggio.
Oggi sono tredici giorni. Tredici giorni di vita negati. Mangio poco, dormo male. Accarezzo i pensieri, spesso. Li dispongo uno a uno sul mio grembo e li guardo passare. Mentre passano chiudo gli occhi, smaterializzo il mio essere e tento di entrarvi pienamente dentro. Spesso ho reazioni violente: di pianto, eccitazione, paura, dolore. E allora cerco di allontanarmi. Di varcare il cancello qui fuori. Di uscire. Passeggiare.
Oggi è una giornata di vento. Qui quando soffia si sente. La casa sembra avvolta in una spirale grigia. La sento muoversi, quasi ruotare, come una barca nella tempesta. È insopportabile.

23 gennaio, pomeriggio.
Il vento continua a soffiare impietoso. Lo sento incunearsi dentro ogni pertugio, abbattersi sui rami, violare le finestre e le porte serrate come un animale disperato che chiede ricovero.
Chiudo gli occhi e di nuovo immagino di uscire. Di offrire il mio corpo nudo alla sua furia come se potesse placarsi con esso. Lo sento avvolgermi i fianchi, le gambe, le spalle. Vorrei andargli incontro come fosse un amante.

27 gennaio, pomeriggio.
Vorrei tanto poter annotare l’ora, l’istante preciso in cui queste righe cominciano ad avere un senso. Ma non so, se non con buona approssimazione, che ora sia. So che Adelaide segna i tre momenti della giornata in cui riconosco con una certa esattezza l’ora del giorno. La mattina alle otto, alle dodici e mezzo e la sera alle sette. La notte è una sequenza infinita di tempo, di sonno interrotto e affannoso.
So che Ashad è partito, se è vero quanto mi ha detto Ernesto con tono sarcastico – pensando di farmi un torto – ed ho buone ragioni di credere che sia la verità.
In questo momento avrà trovato nuova dimora in un’altra città. Non provo nulla, se non una certa nostalgia del suo sorriso. Non ho mai pensato ci dovessimo niente. Ashad è stato il mezzo della mia scoperta, non certo il fine. Lo abbiamo sempre saputo entrambi. Non l’ho mai amato. Né lui ha amato me. Al di là di ciò che abbiamo condiviso, pur nella sua bellezza. Non saprei neanche definire ciò che ci ha unito. Un viaggio, forse. Ecco, sì. Un viaggio. Ashad è stata la ma guida. Tutto ciò che ho visto, sentito, provato, odorato, è stata per me una scoperta. La scoperta di un mondo ignoto, lontano, eppure vicinissimo. Non ho dovuto attraversare strade, ponti, paesi o continenti. Ho dovuto solo guardarmi in uno specchio.


 

7 risposte a "Il mistero della casa del vento"

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  1. Ho letto i primi due capitoli a voce alta ma non ho potuto continuare dall’emozione. La tua anima è con me nella mia grande casa solitaria..

    Libro finito! Coinvolgente, ti fa trattenere il respiro, ti commuove, ti fa respirare la poesia delle parole.. Eppure una volta sono stata felice.
    Grazie per avermi dato tante emozioni

    Ida

  2. Anna non ricorda la sua prima nascita. L’ha subita. La sua seconda, con tutte le lacerazioni intime che comporta, è stata decisa da tempo. Le sofferenze fisiche che la devono accompagnare nel suo esistere in un’altra dimensione, sono ben evidenti nello sforzo di passare sotto la rete per
    entrare in quel giardino incolto e cosi’ raggiungere finalmente la CASA.
    Scalcia, striscia, spinge, si sporca di terra umida , ma riesce nel suo scopo. La sua nuova vita è davanti a lei. Nell’epilogo, Anna, sorridente, di nuovo felice, volteggia a seni nudi tra gli scogli della terra della sua prima nascita ormai libera da quell’involucro pesante che la rendeva grigia e triste. Anna ha ritrovato il suo vento che non le scompigliava piu’ da tempo i lunghi capelli.
    Ida

  3. E’ incredibile come si possa leggere un libro… ci sono mille modi e ognuno ha il proprio… Ida è entrata nelle pieghe sottili e a sua volta ne ha scritto un pezzo… bella l’immagine della ri-nascita nella terra umida..

  4. L’ho letto e mi piace: mi piace la musica del vento ed il vento che invita ad entrare; mi piacciono tutti i riferimenti a parole, luoghi e tradizioni della nostra terra se non addirittura a persone ed episodi più o meno conosciuti. Mi piace il cerchio che si chiude, come si chiude. Mi piace aver visto le storie non attraverso i miei occhi ma con quelli di chi le ha immaginate: occhi di una persona, bella, amica e cara. Complimenti ed Auguri di tutto
    Sergio

  5. il tuo libro mi ha preso, tanto che la seconda parte l’ho letta senza fermarmi. Mi è piaciuto molto, tanto, e in ogni storia ho trovato un pezzo della storia di molte donne.
    Ci sono descrizioni molto delicate, e una che è molto forte.
    c’è dentro tanta sofferenza, soprattutto sofferenza di donne non capite, non amate…di donne possedute dal vento e non trasportate dal vento; di donne molto egoisticamente amate e di donne che hanno amato, ma non amate e corrisposte…
    del dolore e dell’amore della donna mamma non si può parlare, perchè quello è indiscusso e assoluto ed è descritto in maniera emozionante!
    c’è tanto della vita , dei sogni, delle verità nascoste e negate…per questo il vento… leggero, pesante, impetuoso, che trasporta…a volte fastidioso, fortemente intrigante….a volte piacevole…
    a quando il prossimo? io t’invito a scrivere…lo fai benissimo…convinci e nello stesso affascini!

    Lilia

  6. cinque minuti fa ho finito di leggere il tuo bellissimo libro. Come ti dicevo, io non sono in grado di dare giudizi letterari, ma l’impressione che ne ho avuto è stata di un lavoro originalissimo nella sua articolazione e molto, molto avvincente. Mi ha affascinato soprattutto la tua capacità di scrutare e descrivere le sensazioni più intime, interiori del vari personaggi.
    Se questo è il tuo primo libro, chissà cosa sarai capace di fare in seguito!!
    Tanti, tantissimi complimenti per questa tua opera e infiniti auguri per quelle che verranno!
    Piero

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