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VOGLIO RACCONTARVI UNA STORIA

Così inizia….

Perché comprare un libro come questo? Alla domanda si può rispondere soltanto dopo averlo avuto  tra le mani.

Molto tempo fa, erano gli anni ’80, un amico si trasferì come tanti dalla Calabria a Firenze per studiare architettura. C’era tra di noi una fitta corrispondenza e ricordo che i primi tempi mi raccontava che quando si sentiva solo, o perso, o a disagio, si infilava nella Libreria Feltrinelli e si aggirava tra gli scaffali. La cosa lo faceva stare meglio e dunque la proporzione del malessere era misurata dalle frequenze di quelle visite.

Questo episodio, che attiene al rapporto con i libri, è riaffiorato quando ho aperto questo piccolo volume: non è tanto, o solo, quello che vi si legge, quanto la sua bellezza.

Naviga tra le tue stelle è già un meraviglioso titolo: il libro  ed  è il discorso  che Jesmyn Ward ha tenuto alla cerimonia d’inaugurazione dell’anno accademico alla Tulane University, in Mississipi, dove insegna Letteratura creativa e narra l’esperienza di una donna afroamericana del Sud che si confronta con un mondo razzista e sessista.

È davvero un piccolo gioiello di parole e immagini (e farei un torto al libro se ve ne mostrassi qualcuna) in una pregiata edizione per chi i libri li ama a prescindere come luogo di ispirazione, di fuga, di gioia: un volumetto blu con dettagli dorati, con le bellissime illustrazioni di Gina Triplett, che arricchiscono il racconto breve di una vita di sacrifici, di lavoro, di perseveranza.

Se la vita è dura per tutti, bisogna sempre ricordarsi che per alcuni è più dura che per altri: per la nonna di Jesmyn, ad esempio, intento della vita è stato garantire un’istruzione che consentisse ai suoi figli ed ai suoi nipoti una vita senza le crudeltà che era stata costretta a vivere come afroamericana dell’America del Sud negli anni Quaranta, anni di povertà.

Un inno alla perseveranza che di questi tempi fa bene al cuore e alla mente.

Non posso dire altro, le parole non servono a molto, i piccoli gioielli di carta non si possono raccontare se non con aggettivi retorici. Si devono possedere, nel senso buono.

Come il mio amico che si sentiva meno perso nella Feltrinelli di Firenze, provate a navigare tra le stelle. Io, insieme all’autrice, “vi auguro ogni bene




Jesmyn Ward, Naviga le tue stelle, Ed. NN (Traduzione di Alessio Forgione)

Partitura per cinque minuti

Cinque minuti.

La chiave era in tasca. Apre la porta ed entra. La finestra del soggiorno è aperta, le tende sembrano fantasmi danzanti. Lascia che l’aria entri e le tende volino. C’è un cono di luce tra le imposte e il pavimento: dentro brilla un pulviscolo iridescente.

Sorride.

Quattro minuti.

Attraversa l’appartamento a piedi scalzi. Si guarda intorno alla ricerca del particolare che avrebbe rivelato l’assenza.

Sorride.

È il disordine.

Comincia a vagare tra una poltrona e una sedia e si accorge che la borsa è lì, appesa, proprio dove l’ha lasciata.

Sorride.

Scivola sul pavimento tiepido. La finestra lascia entrare i riverberi di una bella giornata di primavera. Si abbraccia accarezzandosi le spalle mentre i suoi piedi si muovono rapidi.

Quanto le piaceva alzarsi al mattino e spalancare quella finestra nella bella stagione.

Sorride.

Danza.

Tre minuti.

Va in camera da letto. Il letto è sfatto, il cuscino adagiato sul suo lato del letto, senza neanche una piega. È rimasto ad aspettare il sonno di una notte.

Sorride.

Danza.

Uno due tre.

Più lento.

Uno. Due. Tre.

Poi rapidamente, un passo avanti e uno indietro. I fianchi disegnano un movimento rotondo, mentre i piedi segnano il passo. Uno avanti e uno indietro.

Ha mai ballato così? Non lo ricorda. Adesso è tutto più naturale.

Sorride.

Danza.

Due minuti.

La cucina. Vuol vedere la cucina. Danza intorno al tavolo. Una. Due. Tre volte. Sul ripiano è abbandonata una gran quantità di oggetti: bollette tazze vuote di caffè con fondi scuri un cucchiaio abbandonato una rivista aperta un calendario fermo al mese precedente un libro chiuso foto in bianco e nero sparse ovunque fogli bianchi con appunti illeggibili una piuma d’uccello un fiore secco una pigna d’abete avanzi di cibo in un piatto un bicchiere una bottiglia di plastica vuota della sua acqua due cioccolatini una lattina un santino l’agenda aperta due penne una nera e una rossa un pennarello nero gomme da masticare.

Danza intorno al tavolo. Sempre più rapida. E ancora. E ancora. Sempre più leggera. Accarezza gli oggetti.

Bollette, tazze vuote di caffè con i fondi scuri un cucchiaio abbandonato, una rivista aperta, un calendario fermo al mese precedente, un libro chiuso, foto in bianco e nero sparse ovunque, fogli bianchi con appunti illeggibili, una piuma d’uccello, un fiore secco, una pigna d’abete, avanzi di cibo in un piatto, un bicchiere, una bottiglia di plastica vuota della sua acqua, due cioccolatini, una lattina, un santino, l’agenda aperta, due penne, una nera e una rossa, un pennarello nero, gomme da masticare.

Sorride.

Danza.

Che meraviglia quel disordine! È così che vive adesso?

Un minuto.

Accarezza con i palmi gli scaffali, apre i cassetti, uno dopo l’altro. Apre. Chiude. Apre. Chiude. Cosa manca? Cosa manca? È tutto in ordine? Cosa manca?

Sorride.danza.

Cinquanta secondi.

Torna nel soggiorno, si avvolge nella tenda e ci volteggia dentro facendosene un drappo. Il sole la colpisce in pieno petto. Peccato non poter esplodere.

Trenta secondi.

Posa un bacio sulla foto in cui erano insieme a guardare un orizzonte sparito.

Sorride.

Danza.

Venti secondi.

Danza ancora.

Volteggia nell’ingresso. I piedi scalzi. Non porta scarpe.

Guarda la mensola.

Sorride.

Dieci secondi.

Posa la sua chiave nel piatto d’argento, proprio dove era solita lasciarla sempre.

Sorride.

L’avrebbe notata?

Smise di danzare.

Cinque secondi.

Riapre la porta. Si volta un’ultima volta indietro.

La luce. La luce.

Ricordati la luce.

“Vivi”.  

Chiude la porta.

Sorrise.

Un secondo.

E sparì.

Le mani in tasca letto in Litweb

Le mani in tasca letto in Litweb:

Le mani in tasca: La storia siamo noi. Noi uomini per sopravvivere rimuoviamo tutto e pensiamo che solo il presente sia difficile mentre il passato ci appare migliore e pacificato. Quel periodo di cui si racconta era orribile. Lo leggiamo e lo viviamo dal di dentro, dal carcere.

L’autrice è riuscita a creare personaggi credibili e ha dato a noi lettori una vicinanza affettiva alle vicende. Alla fine mi sono trovata accanto ad Oriana, a Michele.

Le mani in tasca ci riporta al periodo precedente la bomba esplosa alla Stazione di Bologna, il boato dell’esplosione rimbomba nel libro deflagrando sui personaggi e unendo destini che mai avrebbero avuto occasione di incontrarsi ma incontrarsi servirà a far vivere ancora una volta nel ricordo storie personali.

“Le mani in tasca” come “La città sommersa” di Marta Barone, come “Padrenostro” il film presentato a Venezia dove il regista racconta nelle prime sequenze l’attentato a suo padre, ci riportano gli anni settanta, una idea di cosa furono quegli anni.

Un libro da leggere perché è la nostra storia

Ippolita Luzzo

Libri che piacciono un sacco

Mi piacciono un sacco (ho pensato di usare “adoro” ma ho desistito perché ho anche pensato che adorare è un verbo da snob) i romanzi che fanno ridere e sorridere e nel contempo ti raccontano storie di amara umanità, per cui sono felice di aver incrociato questo libro di Benedetto Ferrara, La ballata di Sant’Orsola.

Mi ha riportato alla Firenze dei miei vent’anni, quella che ho amato: la Firenze dei vicoli, dei toscanacci, degli odori di vita vissuta per strada e nei circoli dove si beveva cuba libre a due lire.

Il “circolino” è il luogo dove Francesco, il protagonista, dopo le mattinate al Liceo corre perché gestisce bar e blatte del caffè, dove incontra la politica, come si faceva negli anni Settanta, dove conosce adulti strambi con vite ai margini, di cosa non si sa bene, ma sempre ai margini di qualcosa. È il luogo del passato e delle storie incredibili, mentre il presente è Francesco, uno “splendido cinquantenne” con il frigo vuoto, pochi soldi in tasca, la Playstation, un vicino di casa che gli suona il campanello a orari improbabili, in realtà un bambino con una storia tragica che lui chiama Karma.

La sua esistenza, come la Firenze che abita, finisce per perdere la linea retta che si fa sghemba, contempla una serie di fallimenti amorosi e mancate occasioni in nome di un’indipendenza malinconica che gli piace riempire di improbabili avventure con personaggi surreali, originali, creando situazioni di autentica  comicità alternati a momenti di tristezza da toni poetici: Il Campione (perché è stato campione di boccette), il poeta Nencini (poeta perché in gioventù così lo appellò una fidanzata) incazzato con i cinesi che con le loro botteghe invadono i quartieri, Faliero alcolizzato che per “curarsi con le erbe”, come la sua donna gli suggerisce, finisce intossicato di Amaro Montenegro, che come è noto è a base di erbe. A questi si aggiunge un misterioso somalo dall’improbabile nome Pierabdul.

Accade ad esempio che Francesco sia convocato dalla strana banda dei tre amici in via Pietrapiana a notte fonda, di fronte alle poste, dove c’era la Standa, poi diventata Billa, poi diventata Conad (io lì facevo la spesa ndr):

Questi bambini della notte ormai vivono in un mondo parallelo e il fatto che mi ci trovi a passare anch’io dalle loro strade imprevedibili e spesso inspiegabili, non mi fa stare tranquillo.

“Ragazzi, io torno a casa.”

E la cosa turba il poeta Nencini, che mi guarda storto: “Il mondo crolla e tu vai a casa? La gente si fa domande profonde e tu la guardi con disprezzo? Ma non eri nostro amico? Tu che sei un giornalista spiegaci perché la Standa ha abitato qui per una vita, poi sono arrivati i tedeschi e hanno cambiato un’altra volta l’insegna e a tutti sembra una cosa normale?”

… io non è che abbia da fare chissà cosa ma una discussione in mezzo di strada sull’evoluzione urbana della grande distribuzione alimentare e sull’invasione cinese, non mi sembra un buon motivo per far tardi con tre alterati psichici.”

Si respira vita vera in questo romanzo che mi ha fatto rivivere il mio amore per una città dove ho vissuto per lunghi anni e che mi ha restituito alla disillusione del momento in cui ho deciso di lasciarla, visto che non era più il luogo dove avevo respirato quella vita.

“Pedalo contromano verso Porta San Frediano per attraversarla. Questo punto della mia città mi tocca sempre il cuore, perché è un luogo osmotico dove la storia e un futuro mai arrivato si incrociano. La città vecchia e la città nuova che si incontravano in via Pisana: un bacio, una carezza, contatto carnale urbanistico, se vogliamo chiamarlo così. Poi, come spesso accade, la città vecchia è rimasta affascinante come sempre, mentre il nuovo è invecchiato subito e male, trasformando un’illusione di futuro in qualcosa di indefinito, di vago, di impersonale.”

E poi c’è la musica (come potrei non amare un romanzo dove c’è così tanta musica?), il cinema Universale (dove Francesco ha visto Woodstock) le Cascine (il suo Hyde Park) e i concerti di Joe Cocker, Lou Reed, Peter Gabriel, il Tenax e su tutti: Neil Young, Harvest, no, dico, Neil Young, HARVEST:

un fratello, un amico. Penso che alla fine mi basti poco. Io, Neil e la notte”

Grazie a Benedetto Ferrara per aver scritto questa storia, ricordando quel complesso di Sant’Orsola che custodisce i suoi segreti dolorosi, un edificio abbandonato sempre sul punto di diventare qualcosa, ma non si sa mai bene cosa. Un po’ come tutti. Forse.

Benedetto Ferrara, La ballata di Sant’Orsola, Edizioni Clichy, 2019

Benedetto Ferrara, giornalista, firma di «La Repubblica», ha seguito il Motomondiale, le Olimpiadi di Londra, i mondiali in Sudafrica e le avventure della Fiorentina, la squadra della sua città. Come documentarista e autore ha realizzato documentari a sfondo sociale in Burkina Faso, Perù, India, Brasile e Siria. Come autore e protagonista ha portato in teatro Violapop e Tutta mia la città. Nel 2019 pubblica con Clichy La ballata di Sant’Orsola.

PANE E FERRO

No, di questo libro non voglio parlare, non voglio scriverne. E nemmeno fare la mia intervista in tre domande all’autore su Pangea.

È un romanzo storico, uscito nel 2019: Manzoni, che quel genere l’ha inventato, diceva  il vero come oggetto, l’interessante come mezzo, l’utile come scopo…ma non è soltanto quello, ed io non voglio parlarne, no, non voglio.

È stata una lettura lenta, cosa per me insolita: quando sentivo che l’attenzione non era alta abbastanza per godermi le pagine, smettevo perché durasse, così da non poter perdere neanche una virgola o un passaggio.

Sembra sempre che il romanzo più bello sia l’ultimo che leggiamo (quando lo apprezziamo), ma qui non si tratta di questo, qui si tratta invece del limite delle parole a descrivere cosa ha smosso la lettura di Pane e Ferro, libro letto con occhiali e lapis, sottolineando righe su righe, sprofondandoci dentro. Più leggi e più vuoi leggerne.

Cosa ne sapevo io del nordest? Niente, quello che ci viene in mente quando diciamo nordest fuori da qualsiasi contesto: la parte ricca e produttiva d’Italia.

Sbagliato, non avete letto Pane e Ferro. E io non voglio parlarne.

Non voglio darvi il privilegio (o la noia) di leggervi una recensioncina buona come una garbata lezione, con auto compiacenza “come sono stata brava a parlarvi di questo libro”: sono anni che lo faccio, ma in questo caso no, non voglio. L’ho detto e lo ripeto.

Delle cose che amiamo profondamente si è un po’ gelosi, perché arriva quella cosa (in questo caso un libro) che ti dice: è cosa tua, è un regalo che è arrivato fino a te, perché mai dovresti sbandierare ai quattro venti quanto è bello? Quanto è utile? Quanto è interessante? Lo meritano davvero, di là?

Fate anche voi un po’ lo sforzo di guardare oltre le classifiche o le operazioni di marketing editoriale, arrivateci voi a un romanzo come questo. Me lo sono conquistato tutto e non lo mollo così, non lo liquido in due parole scritte per benino.

Piuttosto scaglio una pietra contro il vostro starvene seduti, quieti,  a guardare il nordest al TG o nelle riviste. Anzi, vi scaglio contro direttamente il libro.

L’autore mi disse quando ho avuto il romanzo: buona camminata a Paesenovo, che poi sta tra il Veneto e il Friuli, nel nordest appunto, una cosa che non sapevo e ora so.

Per una che cammina comunque era un invito allettante. Ecco, ho camminato per Paesenovo e il novecento lì da loro, io terrona, da qui.

E non avete idea della bellezza che ho visto.

Piuttosto: come mai a questo romanzo nessuno ha dato un riconoscimento, un premio, un Nobel, un oscar, qualsiasi cosa urli al mondo intero che qualcuno, Massimiliano Santarossa, ha scritto PANE E FERRO?

Alla fine resta soltanto una domanda. Perché?

Una lettura

Oltre la recensione.

Quando una storia ti conquista, da subito, dalle prime pagine e capisci che aspettavi questa storia, che in fondo è arrivata al momento giusto, perché le storie, quelle vere, quelle giuste, quelle belle, arrivano sempre al momento giusto.

Quando il racconto ti prende e non lo lasci, perché non ti lascia, perché i fili si intrecciano e diventano un filo solo, sempre più grosso, che ti gira intorno, ti avvolge, sempre più stretto, sempre più stretto. Quando arrivi all’ultima pagina e ti dispiace, perché ci sei arrivato troppo presto, perché volevi una storia più lunga, perché ti tocca lasciare un compagno di viaggio, del tuo viaggio.

Quando maledici la scrittrice perché alla fine rimani solo, con una storia bellissima, ma solo.

Quando benedici la scrittrice perché non sei stato solo.

Quando senti che quello sei tu, non puoi essere che tu, nudo, di fronte a te stesso.

Quando pensi che la fine sia solo l’inizio, di un viaggio più lungo.

Quando ti innamori di un personaggio che è sulla carta.

Quando leggi ma sei altrove, nel mondo di ieri che è anche il mondo di oggi, diverso da come volevi, diverso da te che pure fai parte di questo mondo.

Quando il libro non lo senti nelle mani, mentre lo sfogli, perché ti porta altrove.

Quando non sono gli occhi che leggono, ma la mente, il cuore, l’anima.

Quando Dario… ti appartiene. Mi appartiene.

“Le mani in tasca”, di Daniela Grandinetti.

Prof. Corrado Plastino

Amare

Voglio un gran bene a questo libro, non mi aspettavo così tanta attenzione, dunque: ne sono felice

Estratti da recensioni

ERBACCE

Angelo Russo è un bambino nato a Fondo Gesù, il quartiere più degradato della città di Pitagora, Crotone, dove i segni della Magna Grecia sembrano essere scomparsi.

Angelo è una creatura delicata, ama i fiori selvatici e le erbacce, tenaci e strafottenti, forse perché assomigliano al suo unico amico, Mario Amerigo, che quando parla “usa il tono di un adulto e si atteggia a uomo di mondo”, lui, che invece fa parte di una gang di teppistelli destinati alla delinquenza.

Qualche settimana fa ho avuto il piacere immenso di dialogare con Maurizio Fiorino, autore di questa storia e di romanzi (l’ultimo, Ora che sono nato, ed. e/o), che on line ha interagito con centinaia di studenti della mia scuola in un modo tale da farli innamorare: con semplicità, un fondo di timidezza negli occhi, una capacità di comunicare la sua storia e le sue storie che li ha tenuti inchiodati a seguire (e questo lo so perché ne constatato le reazioni e i commenti)

Molti anni fa quando scrivevo sul sito Youbookers mi capitò di incrociare un libro, Fondo Gesù. La casa editrice mi fornì il pdf perché ne scrivessi, cosa che ho fatto non perché obbligata (come a volte succede in queste situazioni) ma perché FOLGORATA dalla bellezza della storia, tanto che oggi io possiedo la copia cartacea di quel romanzo, che ho comprato perchè avevo bisogno di toccarlo, vederlo e conservarlo.

Qualche settimana fa Crotone è stata flagellata da un’alluvione e Maurizio Fiorino non ha esitato: ha fatto la prima cosa che in poco tempo avrebbe potuto fare per la sua città. Ha rispolverato il prequel di quel romanzo (che era stato pubblicato nel 2016 in lingua inglese sulla rivista internazionale Dust e lo ha pubblicato in e-book perché il ricavato andasse a favore di coloro che da quell’evento sono stati colpiti. E’ nato così Erbacce, in ebook, da e/o. Io ho appena finito di leggerlo.

Maurizio, va detto, è una persona speciale, prima di essere un autore dall’indubbio talento.

L’e-book è in vendita a una cifra simbolica di € 2,99 su tutte le piattaforme digitali. Da Ibs ad Amazon.https://www.edizionieo.it/book/9788833573106/erbacceInutile aggiungerlo: il ricavato sarà interamente devoluto per aiutare Crotone.

E dopo fatevi un regalo: leggete il romanzo, Fondo Gesù.

“Le mani in tasca”

Le mani in tasca

Convenzionali

di Gabriele Ottaviani

Il tempo scava, muta il corpo e la mente, definisce la nostra sostanza e ci segna…

Daniela Grandinetti, Le mani in tasca, Augh! Edizioni. Dario è timido e vive in un mondo tutto suo: solo sulle tavole del palcoscenico si sente a casa. Per Oriana, invece, quelle stesse tavole sono, come ogni suo gesto, ogni suo comportamento, ogni suo pensiero, nell’effervescente Bologna universitaria degli anni Settanta del Novecento, suo approdo dalla provincia, un atto densamente politico: le loro due solitudini si incontrano, e… Intenso, avvincente, appassionante, vibrante: impeccabile e imperdibile.

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La serva e il padrone

Si soffre quando si descrive il male? Sì si soffre, ho sofferto. Cosma, la protagonista della prima parte de La Malasorte ha un destino che a quei tempi era scritto: la serva appartiene al padrone.

Questa è la pagina in cui Cosma, giovane e innamorata, conosce invece la furia animale del suo padrone, che ne causerà la morte.

Nel romanzo siamo negli anni ’20. Oggi siamo nel 2020

“Cosma si voltò, per vedere se dietro di lei ci fosse qualcun altro, ma non c’era nessuno. Erano soli, lei e don Natale. La serva e il padrone.

Don Natale si mosse, le disse che non doveva temere niente, che le doveva parlare, ma in segreto, che lui le voleva bene, che l’avrebbe protetta. Cosma ascoltava in silenzio, immobile come una statua di sale. La voce di don Natale era come un serpente che stava strisciando, si allungava lentamente verso la preda, pronto a colpirla.

La preda era lei e quella voce era un veleno che le stava bloccando le gambe. Dalle finestre chiuse, alte, entravano strisce di sole, dritte come spade, dentro ci ballava un pulviscolo denso. C’era puzza di vino, di olio rancido misto a polvere. Fatta eccezione per la porta alle sue spalle, non c’era altra via di fuga. Don Natale parlava, Cosma però non riusciva a sentirlo, ormai le era davanti, a un palmo dal naso, pareva un’onda del mare che si stava gonfiando, e per lei non c’era modo di mettersi in salvo. La furia dell’uomo colpì Cosma come una mareggiata. La braccò, la spinse dentro, chiuse la porta a chiave.

Don Natale era forte, la strinse senza darle il tempo di ingoiare il sussulto che l’aveva scossa. Cosma provò a divincolarsi, non voleva essere di quell’uomo, pure se lui era il padrone e lei la serva. Don Natale cominciò a palparla ovunque, sollevandole la gonna. Lei sentiva le mani sulla carne e ne provava ribrezzo. Poi, ansimando, lui le strappò il corsetto e le frugò tra i seni, emettendo suoni di animale e parole che Cosma non riusciva a comprendere. Le mani di don Natale erano fredde, rugose, le dita sudate sembravano insetti viscidi sulla sua pelle bianca, premevano fino a farle male.

Don Natale, senza smettere di toccarla, cercava la bocca di Cosma, ma lei si dimenava per non dargliela. Allora lui la spinse a terra, con violenza, e prima di esserle addosso la guardò con sfida, come si guardano gli animali braccati, con l’espressione del potere becero di chi fa suo ciò che suo non è. Cosma era dolorante, le gambe scoperte, i seni grandi e liberi, la bocca rossa che rantolava e non riusciva a gridare. Cercava con tutte le sue forze di rialzarsi, ma lui continuava a spingerla. Poi don Natale allentò la cintura, sfilò febbrilmente i bottoni dall’occhiello, sollevò la gonna di Cosma fino a scoprirla, azioni che durarono soltanto pochi secondi.

Infine, come un lampo le fu sopra e la prese. Cosma resisteva ancora,  allontanava la testa di don Natale, voltava continuamente la faccia da una parte all’altra, come impazzita. Lei era la serva e quello che le stava sopra il suo padrone. Le faceva male tutto, ma serrava le gambe con le ultime energie rimaste, mentre don Natale spingeva per farsi spazio. Lei allora lo graffiò e lo morse, come una gatta ribelle, con forza, con disprezzo. Gli occhi erano rimasti i soli a poter dire tutto il suo odio per quell’animale. La faccia di don Natale si oscurò, diventò dura e cattiva:

«Puttana maledetta» gridò toccandosi la faccia nel punto in cui Cosma lo aveva graffiato. Poi la colpì con un pugno in piena faccia. Cosma sentì un liquido caldo colarle sulle labbra e scivolare dentro la bocca, fin nella gola. Le lacrime si impastarono al sangue. Intanto don Natale le aveva afferrato i polsi e li aveva serrati a terra. Lei sentì che le forze la stavano definitivamente abbandonando, si lasciò andare, senza più opporre resistenza. La serva e il padrone: lei un sacco vuoto alla mercé del mercante, il padrone, che sa che dentro quel sacco c’è la sua, di merce.

Il membro di don Natale penetrò Cosma come una spada, squarciò la sua carne molle, intatta. Cosma gridò, un grido di dolore, lui le coprì la bocca con una mano per non sentirla e spinse più forte dentro di lei, sempre più rapido e incurante, fino a che dalla sua bocca non uscì un suono simile a un grugnito. Dopodiché si accasciò, liberando Cosma dalla morsa delle sue mani. Lei non gridava più, se ne stava zitta e immobile, le lacrime continuavano a scendere, sentiva il sapore acre del suo sangue in bocca che non la lasciava respirare. Aveva gli occhi sbarrati che non chiedevano pietà, erano piuttosto due pietre dure e immobili. Due tombe, due cadaveri dei quali nessuno avrebbe pianto la morte. Cosma in quell’istante provò a non respirare, a morire. Intanto don Natale senza dire una parola si era messo in ginocchio, si era tirato su i calzoni e aveva richiuso i bottoni con un gesto flemmatico, poi aveva riallacciato la cintura. Si alzò in piedi e si spolverò con cura i calzoni impolverati.

«C’è una fontana dietro, va’, lavati. E bada che nessuno lo deve sapere. Ricordati che tu e la famiglia tua mangiate il pane che vi do io. Per la botta che tieni, dici che sei caduta, qua, mentre pulivi, che hai sbattuto la faccia. E la prossima volta cerca di essere più docile, che alle pecorelle niente ci succede. Se lo farai io sarò buono con te. Capiscisti?».

Cosma non rispose.

«Capiscisti Cosma? Cu tia parru» rimarcò don Natale, la faccia di nuovo rabbiosa.

Cosma annuì debolmente, gli occhi chiusi, coperti da una mano. Il naso le faceva male.

«Mo’ izati e sbrigati, rimettiti a posto che tra poco Michele torna a prenderti. Arricordati quello che ti ho detto».

Don Natale se ne andò, con passo fermo, mentre con il fazzoletto si asciugava il sudore dalla faccia.

Cosma si voltò su un fianco e, rannicchiata su se stessa, desiderò di morire, ma non riusciva a smettere di respirare, non sapeva come si faceva. Tra le gambe sentiva una cosa liquida che stava scendendo, non voleva guardare, non voleva sapere cos’era. E non voleva nemmeno lavarsela via, quella sarebbe stata la sua vergogna e là doveva rimanere. Così devono sentirsi certe bestie dopo essere state marchiate, ma se per le bestie il marchio è destino, per Cosma fino a quella mattina c’era il futuro che stava aspettando. Se l’era immaginato come una dama bianca che da lontano le stava venendo incontro, ed era ogni giorno più vicina. Aveva un fascio di fiori tra le braccia, lei li avrebbe presi, li avrebbe odorati e messi nell’acqua. Adesso la dama bianca non c’era più. Erano rimasti lei e il suo sangue.”

Cosma diventerà un fantasma condannato a correre per i vicoli del suo paese.

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