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La tigna, o dell’ostinazione

Roberto Contu La tigna, Castelvecchi

L’occhio che fa capolino tra i capelli corvini sul volto dell’adolescente in copertina è rimasto a fissarmi per diverse settimane dal lato sinistro della scrivania nella casa vicino al bosco, il mio luogo dell’anima e dell’altrove.

Quell’occhio rimandava a una richiesta muta: fissare nero su bianco le impressioni sul romanzo La tigna, di Roberto Contu.

È una storia che ho “sofferto” di quel particolare tipo di sofferenza che non è affatto negativa, piuttosto risponde alla condizione per cui con la lettura molto spesso ci si proietta al di là di noi stessi, in una forma partecipe, autentica e viva.

Roberto Contu con questa storia ha il grande pregio di raccontare in maniera semplice quel congegno (molto) complicato che è la vita, o meglio, quel che noi pensiamo sia la vita se la restringiamo alla circonferenza della nostra esistenza con noi al centro esatto. E questo accomuna adolescenti e adulti in una sorte condivisa.

La storia (che come sempre non racconterò) si svolge a Perugia, nel 1989, un liceo e un quasi oggi che ci mostra adolescenti senza il filtro dagli standard fotografati da Instagram in cui appaiono sotto mentite spoglie: sono ingannati, falsi, confusi.

Protagonista è Benedetta Ferri all’ultimo fatidico anno di liceo, la quale scopre di essere incinta di un suo coetaneo: l’aborto sembra essere la soluzione più semplice per ovviare a questo “incidente”. Benedetta si confida con il suo migliore amico, Luca, che tuttavia non saprà mantenere il segreto e sarà l’inconsapevole tramite di una soluzione a epilogo della vicenda.

Poi c’è “lui”, il professore di italiano, Renato Contro (nomen omen) scontroso e a tratti aggressivo, che in quello stesso liceo ha chiesto di essere trasferito.

Dunque il quindici settembre millenovecentottantanove inizia l’anno scolastico che coincide con la narrazione del primo capitolo: tutti i protagonisti sono all’inizio di un percorso e alle sette di mattina ciascuno di loro si mette in moto con il proprio vissuto e i propri conti in sospeso, ignari l’uno dell’altro. Oltre a quelli già citati c’è la preside Valentini (preside, non dirigente) che è anche madre di Luca e Don Andrea Clementi, insegnante di religione che dopo la messa al convento a cavallo della sua vespa raggiunge la scuola.

Il quindici settembre millenovecentottantanove, alle otto e un quarto iniziava la scuola. Il viale era intasato di traffico, di ragazzi e ragazze, di mani che mischiavano isteriche l’aria, di profumo di diari appena usciti dalle cartolerie e puzza di Marlboro light nascoste tra i pugni. Si chiudevano finalmente gli sportelli sulle prediche non finite dei genitori, iniziava un altro anno, iniziava come da sempre nel chiasso, nella percezione che, come radiazione invisibile, la vita si appiccicava a tutti quei visi.

Perché, nonostante l’inerzia che da sempre spinge gli umani verso il basso fino al giorno in cui  vengono strappati dalla terra, quello resta l’avamposto estremo dell’almeno adesso si vola.”

Ve le lascio qui queste parole: quello resta l’avamposto estremo dell’almeno adesso si vola.

Insegnanti, alunni, scuola, un mondo a parte nel quale convergono non soltanto i presupposti connaturati alla scuola come istituzione, ma le vite di centinaia di uomini, donne e adolescenti che lì dentro hanno un proprio quotidiano campo di battaglia di scontri e incontri, con desideri, ambizioni, dolori, insofferenze, dove passato e futuro si incontrano come in nessun altro luogo.

E proprio in questo luogo, il professor Renato Contro, senza troppi giri di parole fa quello che deve fare, ovvero parlare di Petrarca, Fenoglio, Leopardi, e il primo giorno si presenta così:

“Mi chiamo Renato Contro, ho quarantaquattro anni, sono di Roma ma vivo in Umbria dai tempi dell’università. Mi alzo alle sei, rivedo in un’ora la lezione che ho preparato il giorno prima in altre due ore, in genere dalle tre alle cinque del pomeriggio. Sommato alle sei ore di scuola più una appena alzato significa che per voi lavoro il giusto e siccome non mi piace lavorare gratis voi farete altrettanto. Questo significa pure che non ci saranno problemi di disciplina, se io lavoro, voi lavorate, se io mi riposo, solo tra un’ora e l’altra e per cinque minuti, voi vi riposate.”

Poi butta fuori dalla classe un alunno reo di aver tacitamente ironizzato e prosegue, distribuendo fotocopie con un testo di Fenoglio, Il gorgo, perché inizia così: “Nostro padre si decise per il gorgo e in tutta la nostra famiglia soltanto io lo capii, che avevo nove anni, ed ero l’ultimo.” Un testo corto e bello, annuncia.

Il professore: anche lui nasconde un segreto terribile, un dolore indicibile, ma non arretra di un passo dall’espletare il suo ruolo nel modo in cui ritiene sia giusto e doveroso.

Su tutto c’è poi la tigna, quel sostantivo che a pronunciarlo fa paura, un’infezione che colpisce la pelle di uomini e animali a causa di un parassita. Una parola che spaventa, ma che qui è usata nel suo significato figurato di ostinazione.

Forse non lo siamo abbastanza ostinati, nessuno in realtà ha mai le risposte per gli altri, inutili i giudizi moralisti o peggio le certezze da elargire a buon mercato, può esserci però la convinzione che così come può attecchire il parassita del male, altrettanto può accadere con quello del bene ma  ciò richiede testardaggine, puntigliosità, tutti sinonimi di: ostinazione.

Ciò che fa dire a Renato Contro, l’ultimo giorno di scuola, a vicende ormai narrate, in un dialogo con la preside (preside, non dirigente):

… andare oltre quel caos, questo è il vero oltraggio.” E, qualche riga dopo: “.. o la letteratura ha il coraggio di osare oltre quelle colonne d’Ercole, e con lei la vita, la sua vita, la mia vita o allora sì che diventa irrilevante, allora sì che davvero si muore: ma non si muore preside, no che non si muore, la domanda più importante che dovrebbe assillarci non è perché si muore, ma perché si vive.”

Lascio qui anche queste, di parole: la domanda più importante che dovrebbe assillarci non è perché si muore, ma perché si vive.

Allora le vite, ogni vita, possono essere belle.

Tutto questo, e molto molto altro, è La tigna, e forse avrete capito perché ho lasciato quell’occhio in copertina  a scrutarmi, perché è un romanzo davvero bello quello che ha scritto Roberto Contu, romanzo che quest’anno ho deciso di leggere con una classe terza perché anch’io ho i miei segreti inconfessabili come altri, paturnie che mi accompagneranno nel viaggio di un anno scolastico, ma mi ritrovo comunque tutti i giorni a dover mostrare un po’ di luce oltre quel caos che la oscura e la confonde, nel tentativo di ricostruire una possibile armonia.

Un po’ come il professor Contro, per dirla con una frase abusata di de andriana memoria, ma sempre efficace: in direzione ostinata e contraria.

Roberto Contu

Insegnante, si occupa e scrive di letteratura italiana, didattica della letteratura, mondo della scuola. Ha pubblicato con Aguaplano Anni di piombo, penne di latta (1963-1980. Gli scrittori dentro gli anni complicati) nel 2015 e Insegnanti. Il più e il meglio nel 2019, con Castelvecchi il romanzo Il Vangelo secondo il ragazzo nel 2017. Nel 2021, sempre per Castelvecchi, è uscito il suo ultimo romanzo, La tigna.

di lui ho scritto anche qui https://danielagrandinetti.blog/2020/07/08/intervista-in-3d-a-roberto-contu-su-pangea-news/

ROMANZI IN EVIDENZA

Ci sono libri che leggo e subito vengono eliminati dalla pila sul comodino per essere riposti negli scaffali, di solito quelli che non lasciano traccia. Ce ne sono invece altri che rimangono accanto a me, sulla scrivania e vicino al pc, a ricordarmi che vale la pena riprenderli in mano, sfogliarne qualche pagina, scriverne.

Tra questi c’è Il bosco di Marx, di Marco Quarin, letto qualche mese fa. Un romanzo bello e complesso che mi ha colpito molto, innanzi tutto per la scrittura lineare e pulita (curatissima, superlativo d’obbligo perché quando ce vò ce vò) poi per la storia, che definire un giallo è riduttivo, anche se narra un’indagine finalizzata a svelare un mistero.

Del resto, quanti sono i misteri nella storia di questo paese? Il romanzo di Marco Quarin si riferisce indirettamente anche a questi.

La storia, dicevo, è complessa: una mattina il giudice Cassan riceve una telefonata che lo informa che Vittorio Marchi è deceduto: “provo a riformulare mentalmente le frasi del maresciallo: zio Vittorio cadavere a Modena sotto un mucchio di stracci come un barbone. Zio Vittorio a Modena, un senzatetto

Vittorio Marchi, zio di Federico Cassan, viene dunque trovato morto con in tasca due biglietti: uno per il nipote “scavare una buca sotto il cippo di pietra del bosco..” e l’altro per una tal Laura Terenzi. Un rebus incomprensibile.

Cassan anni prima aveva allontanato da sé la storia di Zio Vittorio, sparito nel nulla dopo la morte della moglie e la caduta del muro di Berlino, due lutti, uno familiare, l’altro politico (zio Vittorio era un convinto comunista)  e dopo due anni aveva rinunciato a cercarlo.

La telefonata lo riporta indietro e ne è  turbato non solo per la notizia della morte, ma soprattutto nell’apprendere che lo zio era finito a vivere come un barbone. Ed è così che si mette alla ricerca della verità: ha bisogno di capire, non come succede a noi, che spesso ingoiamo e metabolizziamo verità confezionate o supposizioni svendute per certezze. Lui, Federico Cassan, uomo di legge e di giustizia (due cose che non sempre coincidono) vuole capire, sciogliere i dubbi.

Vittorio Marchi in vita era stato un comunista tutto d’un pezzo, di quelli nati nei primi del Novecento, e alla caduta del muro e del comunismo sovietico per lui cade un mondo e si apre uno scorcio che ammanta di oscurità gli ideali di una vita. Difficile da accettare. Sceglie così di sparire, di abbandonare il campo, di non essere più Vittorio Marchi, e diventare un uomo senza identità, (perché, noi storicamente abbiamo un’identità? o piuttosto siamo il frutto di anni di menzogne non c’hanno resi asfittici?). Diventa un senzatetto. Ormai non ha una casa.

Federico Cassan, il vero protagonista del romanzo, combatte invece un’altra guerra, in un’altra terra: quella alla mafia in una procura siciliana.

E Marx? È Karl? No, Marx era il cane di Marchi, non poteva chiamarsi diversamente, ed è sepolto nel bosco insieme ai segreti che l’uomo si è portato con sé andando via dal suo paese.

Nel dipanare il mistero della morte e della scomparsa dello zio, il giovane procuratore ne ripercorre la storia, il passato e i ricordi, anche quelli personali.

“Mi sforzavo di immedesimarmi in zio Vittorio.

Ne scandagliavo i pensieri per isolare quelli che l’avevano portato alla fuga.

Una fuga insensata, un  mistero dai contorni quasi gialli, una buona trama per un romanzo, come mi aveva suggerito sorridendo Alfio. Tre disgrazie una dietro l’altra: Marx morto sotto le macerie di un muro; la caduta di un altro muro, il Muro per antonomasia, la cicatrice che separava l’Est dall’Ovest, il mondo del progresso dal mondo del regresso, secondo zio Vittorio; zia Marta stroncata in pochi mesi dal cancro.

Non dubitavo che zio Vittorio  si sentisse per lo meno smarrito. Me lo figuravo ricurvo, i tratti del volto prosciugati, un brillio d’odio nelle pupille contro il mondo afflitto dalla pestilenza edonistica. Fantasticavo di vederlo nel bosco ora immobile a contemplare orizzonti di cenere ora a vagare berciando le sue fissazioni.

Immaginavo i suoi pensieri disillusi dall’evento berlinese. Non aveva avvertito l’erosione interna della grande utopia tramutatasi di punto in bianco in grande inganno.

La civiltà nemica lo stringeva nelle sue spire e lui aveva scelto di ritirarsi tra i muri della sua casa e nel perimetro del suo bosco.”

Dunque la caduta del muro di Berlino che rappresenta la fine di un’epoca, il segno tangibile di uno spartiacque, la fine di un ideale inseguito da molti;  e poi la mafia, ieri come oggi, a definire due generazioni in trincea: la vecchia rappresentata da Vittorio Marchi, il vecchio comunista che svanisce nel nulla, e la nuova, incarnata dal protagonista Federico Cassan, giovane giudice sbarcato in Sicilia dal Friuli: vecchie e nuove battaglie unite dall’inganno della giustizia, dalla ricerca di nuovi e diversi equilibri.

Una storia densa, scritta con grande maestria, che ci porta di fronte alla verità che domina il secolo scorso: l’Italia del Novecento, dei misteri irrisolti, della democrazia incrinata, delle verità mancate, degli intrecci mai svelati.

Un tema che mi sta a cuore, motivo per cui ho amato due volte di più Il bosco di Marx, il cane seppellito in un bosco, dove i muri non ci sono e gli alberi crescono, nonostante noi.

Marco Quarin, Il bosco di Marx, Prospero Editore

Uccido chi voglio

Ho finito di leggere questo libro la notte scorsa in sospeso tra la voglia di arrivare all’ultima pagina e il desiderio che non finisse.

Non conoscevo l’autore e mi riprometto di recuperare gli altri perché questo romanzo mi ha letteralmente rapita: un giallo per lettori, attenzione, non per lettori di gialli e affini, proprio per chi ama leggere.

Eh sì, perché Vince Corso, il protagonista, di mestiere cura la gente consigliando libri e si trova suo malgrado ad essere al centro di una curiosa vicenda, intrecciata in modo pregevole, ovvero essere presente sul luogo del delitto di una Roma nella quale vaga come un estraneo, smarrito tra quartieri e vicoli; e se al primo omicidio potrebbe sembrare una coincidenza, nei successivi evidentemente non lo è, tanto da ritrovarsi a essere il principale sospettato, se non fosse che qualcuno viola la sua abitazione mettendola a soqquadro e avvelenando Django, il suo cane.

Sulle scene dei crimini, Vince nota sempre la presenza di un cieco e diventa così nel contempo detective involontario, indiziato e vittima nel mirino di un intricato piano criminoso nel quale cecità e lettura sono intrecciati.

Non è tuttavia soltanto la trama ad avermi colpito, anche se alquanto originale: senza svelare niente del mistero che sottende alla tessitura narrativa a essere incriminati e nel contempo salvati, qui sono i lettori:

“.. se porta alle estreme conseguenze la tesi che la lettura è una forma dell’esperienza, le apparirà evidente che ogni lettore è anche l’esecutore materiale di tutto quello che legge, di ogni singola violenza inferta o subita, e anche di ogni omicidio. E’ questo il suo desiderio più istintivo: usurpare il posto di chi scrive.”

Come dire: leggere non ci rende innocenti, o migliori, ci rende complici e Vince Corso proprio ricostruendo gli indizi grazie alle pagine di romanzi riuscirà a scoprire la verità sugli omicidi che lo perseguitano: e la pagine di quei romanzi lo salveranno.

“Quante volte si era chiesto che faccia avrebbero avuto Anna Karenina o Mima Pedrell se di loro fossero esistite delle riproduzioni digitali o analogiche, una semplice fototessera o uno scatto rubato a una festa. Ora sapeva la risposta. Se fosse esistita anche soltanto una fotografia di un personaggio d romanzo avrebbe avuto la faccia di quella fioraia perché sarebbe stata l’immagine di una cieca che ha al collo la fotografia di sé stessa con al collo un’altra foto, all’infinito. Una foto scattata da un confine: da un lato la realtà nella quale si vive, dall’altro un pozzo dove ci si può calare, ma da cui si resterà comunque esclusi. Nessuna fotografia avrebbe mai potuto dire cosa vedeva quella donna. Quella scritta era l’emblema o il simbolo del massimo che sappiamo di noi stessi e dell’universo.. (…) Di sé avrebbe potuto dire soltanto “Uomo che legge” e forse davvero, dalla notte dei tempi, ogni racconto tramandato dagli uomini non era che la diceria di un cieco.”

Avete capito? Un professore che cura con i libri, una congrega di ciechi e dei morti ammazzati.

A voi l’enigma.

Nei gialli come negli individui, siano in carne e ossa o frutto dell’immaginazione, a ciascuno il proprio (enigma).

Fabio Stassi, Uccido chi voglio, Sellerio

“Dante: Appunti su tematiche teologiche” di Angelo Grandinetti

3 maggio 2021 per il progetto “Comunicare Dante.” Uniter Lamezia Terme

Anche se la Commedia era destinata a essere un’opera letteraria e non teologica, essa prefigura il modo in cui è concepito l’aldilà e preannuncia i destini ultimi dell’umanità e del singolo individuo. Questi aspetti escatologici hanno generato nei secoli un enorme interesse, pertanto seguiamo il contributo di approfondimento scritto dell’avvocato Angelo Grandinetti dal titolo “Dante: Appunti su tematiche teologiche”

Mi è stato richiesto di trattare aspetti teologici presenti nelle opere di Dante, con riguardo particolare al tema dell’escatologia. Mi limiterò solo a due. Ho il dovere di avvertire che non ho molto dimestichezza con le tematiche più propriamente letterarie e in proposito ho tutte le reminiscenze che porto nel mio bagaglio di conoscenza. Nella trattazione di questo scritto, sono stato aiutato in particolare da un testo stenografico di una conversazione tenuta dalla professoressa Lina Bolzoni (docente di letteratura italiana e preside alla Scuola Normale e all’università di Pisa che conosco dai tempi dell’Università) all’associazione “Guido Sacchi” e da articoli apparsi su Repubblica a firma di Massimo Cacciari. Dopo questo necessario preambolo, in premessa mi preme ricordare come nella Epistola XIII è Dante stesso che si preoccupa di definire la Divina Commedia come allegoria teologica più che poetica in quanto sono veri sia la narrazione (verba) sia i significati spirituali (res) in essa contenuta. In questo contributo mi occuperò di alcuni delimitati temi, con l’avvertenza che mi sono stati di grande aiuto gli scritti (oltre a quelli già citati) di alcuni autori, uno dei quali (p. Ernesto Balducci) ha attraversato tutto il dopoguerra attestandosi, tra i teologi italiani, per il senso profetico delle sue opere. Nel suo trattato “Storia del pensiero umano” al vol. I° nella parte dedicata al tramonto del medio evo delinea due temi fondamentali che fanno di Dante un precursore della modernità.

Il primo investe il tema della laicità della politica, che Dante tratta già nel Convivio e successivamente nel trattato La Monarchia. In tale opere si pone sulla scia di Tommaso d’Aquino secondo il quale l’uomo è chiamato alla felicità temporale e a quella eterna, che, per realizzarsi hanno bisogno di due guide: il Sommo pontefice che, secondo la verità rilevata, conduce gli uomini alla vita eterna e l’imperatore, che secondo gli insegnamenti dei filosofi, indirizza il genere umano alla felicità in questa vita. In questo schema duale (verità rilevata e quindi eterna / insegnamento dei filosofi e quindi relativa perché interna al tempo), Tommaso stabilisce la subordinazione del temporale allo spirituale.

Dante rifiuta tale impostazione: l’autorità del monarca temporale discende in lui, senza alcun intermediario, dal “Fonte dell’autorità universale”. Poiché il destino dell’uomo ha un senso unitario, che si realizza nella pace, spetta all’imperatore, in quanto autorità politica, realizzare sulla terra le aspirazioni degli uomini. La Chiesa, al contrario, non ha e non può avere potere politico.

Per comprendere tale visione sono sufficienti due soli riferimenti: 1) le invettive contro la donazione di Costantino, che fu determinante nel legame tra ricchezza e potere politico e, di fatto, fu causa ed effetto della mutazione della natura stessa della chiesa ed del papato; 2) l’esaltazione della povertà di Francesco d’Assisi, “come qualità che doveva essere della Chiesa, sposa di Cristo”. Oggi tale prospettazione sembra ovvia (anche se non del tutto scontata): ma quanti secoli ci sono voluti?

Ma la modernità della teologia di Dante si manifesta in maniera ancor più evidente nella profezia dei tempi nuovi, che disegna la escatologia cristiana come viaggio della coscienza verso una redenzione definitiva. In lui vi è l’esaltazione dell’uomo che, nella sua singolarità, è responsabile del destino di tutti, attraverso un “nesso tra il privato e il pubblico, tra salvezza dell’anima e salvezza del mondo, tra giustizia morale e giustizia politica” .

Tutti noi abbiamo ben presente l’inizio del viaggio (“mi ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita”). E’ un verso ripetuto a memoria, anche nelle situazioni e nelle occasioni più strane, senza pensare che traccia il cammino della coscienza universale verso il bene supremo. Tale viaggio inizia con un’affermazione: “Io non Enea, io non Paulo sono” (Inferno II.32). A cosa allude? Per Enea la risposta è facile e immediata: dalla sua progenia deriva la fondazione della città e dell’impero. Più difficile è il riferimento a Paolo. Per comprenderlo occorre rifarsi a due testi. Nella seconda lettera ai Corinti, Paolo allude ad un viaggio ultramondano: “Conosco un uomo in Cristo che quattordici anni fa (se fu con il corpo non so, se fu senza il corpo non so, Dio lo sa), fu rapito fino al terzo cielo. So che quell’uomo (se fu con il corpo o senza il corpo non so, Dio lo sa) fu rapito in paradiso, e udì parole ineffabili che non è lecito all’uomo di pronunciare.” (2 Cor. 12, 2-4). Questo testo è stato ripreso e sviluppato nell’opera apocrifa L’Apocalisse di Paolo o La visione di Paolo redatta in greco fra il II e III secolo ed ebbe grande successo nell’alto medioevo . Dante la conosce e ne segue lo schema che possiamo riassumere come segue.

L’inferno ha un itinerario curvilineo tortuoso con andamento verso sinistra; il purgatorio ha invece un andamento rettilineo con spostamenti a destra; nel paradiso si procede verso oriente. Tutto ciò, nel linguaggio dei segni, ha un preciso riferimento in Agostino secondo il quale il lato mancino rimanda al negativo mentre quello destro al positivo. Il Paradiso è l’arrivo (ad oriente) e si manifesta, con l’accompagnamento di Beatrice, all’elevazione totale.

Lungo questo itinerario compaiono e si radicano personaggi ognuno dei quali è la rappresentazione di un vizio o di una virtù. Sono persone e storie di uomini e donne, trascese in ogni caso dalla sublimità della poesia (v. per tutti Paolo e Francesca), ma nello stesso contengono, “in res”, un percorso di edificazione e di conversione, per come è evidente nel canto XVII, Paradiso, vv. 136-142) nel quale Dante fa dire a Cangrande: Però ti son mostrate in queste rote,nel monte e ne la valle dolorosapur l’anime che son di fama note,che l’animo di quel ch’ode, non posané ferma fede per essempro ch’aiala sua radice incognita e ascosa,né per altro argomento che non paia.

E dunque le persone che incontra, attraverso le loro storie, diventano la rappresentazione di una coscienza etica, che disvela l’animo umano e nel contempo ne traccia il cammino nella storia quotidiana e nel tempo, tra presente e futuro, il cui punto d’arrivo è l’eternità, punto d’incontro tra amore (agape ) e fedeltà della coscienza etica in una visione che è trascendente ed immanente nello stesso tempo.

E qui ci troviamo di fronte al tema dell’escatologia, la cui definizione significa (escaton + logos): ciò che riguarda il destino finale dell’uomo e/o dell’universo. Tradizionalmente le definizioni inferno, purgatorio e paradiso sono state sempre viste come ciò che compete ad ogni singolo, sulla scorta del suo vissuto: in fondo una giustizia retributiva che distingue buoni e cattivi, santi e peccatori, che deriva dall’affermazione di fede che Gesù “verrà per giudicare i vivi e i morti” e soprattutto nella certezza della resurrezione dei morti e della vita eterna. In realtà il cammino di comprensione del mistero (attenzione, non nel senso di qualcosa di oscuro, ma nella sua accezione dalla traduzione dal greco di “disvelamento”) è stato lungo e complesso e spesso contraddittorio.

La prima comunità cristiana, dopo l’evento della resurrezione, visse nell’attesa (parusia) che Gesù sarebbe ritornato di lì a poco: maranatha era la formula della preghiera più comune. Tale credenza ci è attestata negli Atti degli apostoli ma anche nelle prime lettere di Paolo (1 Tessalonicesi e Filippesi). Con il passare degli anni e con la morte della prima generazione ed in particolare dei testimoni diretti, il convincimento viene, poco alla volta, a modificarsi e si comprende che al contrario dell’escatologia giudaica (orientata verso il futuro) l’escaton è già cominciato. E così Marco (1,15) scrive “il tempo è compiuto” e Paolo, a più riprese, in Galati 4,4: “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il Figlio suo, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge” e, nella prima lettera ai Corinti (10,11) ammonisce “queste cose furono scritte come ammonimento per noi per i quali è sopraggiunta la fine dei tempi”.

Come si vede compare la dimensione del tempo e qui occorre precisare che il tempo è compiuto significa che il Regno di Dio è presente oggi nella storia degli uomini e non è evento trans storico. Uno dei più importanti teologi del novecento, scomparso di recente, Raimon Panikkar , ha coniato il termine “tempieternità” che significa l’appartenenza contemporanea dell’uomo sia al tempo che alla vita di Dio. Il tempo è espresso in due concezioni: il tempo lineare nel quale il passato condiziona il presente che a sua volta progetta il futuro che però è spezzato, nel suo concatenamento, dalla morte; e il tempo circolare, nel quale l’umanità non cerca la progressione nel futuro, ma vive il presente nel quale il tempo e l’eternità consentono a tutti di realizzarsi senza l’angoscia della morte. La Buona Novella è che qualsiasi uomo, in qualsiasi condizione, può sperimentare l’amore di Dio ed il suo progetto di una umanità riscattata e che nell’essere “fratelli tutti” vive nell’oggi la dimensione dell’eternità .Dante, pur nel contesto storico, culturale e teologico di riferimento, contrassegnato, in particolare, dal pensiero di Gioacchino da Fiore, Agostino e soprattutto Tommaso d’Aquino, si attesta con una sua peculiare originalità. Egli, infatti, pur conservando la consapevolezza di Agostino che la storia è ambivalente e che il bene e il male hanno necessità di rimedi vincolanti, esprime l’utopia di una redenzione che si può realizzare nel presente.

E così nel Paradiso, nel canto XXXIII, per ben due volte, si esprime:(vv.61-63): quasi tutta cessamia visïone, e ancor mi distilla nel core il dolce che nacque da essa. e, nei vv.91-93: La forma universal di questo nodo Credo ch’i’ vidi, perché più di largo, dicendo questo, mi sento ch’io godo.

Dante è nella sua realtà corporea e l’estasi, il dolce e il godimento sono l’espressione di un cammino, che pur nella sua complessità, possono essere vissuti e raggiunti nella realtà presente.

Ipnosi collettiva

Sono quasi le otto, entro in una scuola semideserta, fa uno strano effetto aggirarsi per corridoi senza incontrare nessuno. Qualche sparuto collega, facciamo perfino fatica a riconoscerci talvolta, con questi volti semicoperti, basta un diverso taglio di capelli per chiedersi “scusa chi sei?”.

Oggi è giorno di DDI, ovvero metà presenza metà DAD, queste sigle ormai identificano il nostro agire quotidiano nella schizofrenia delle settimane e dei giorni alternati, delle chiusure e riaperture a singhiozzo, un gioco di stop and go tale che al mattino apri agli occhi e ti chiedi nell’ordine: che giorno é, settimana dispari o pari? in presenza o in dad? esco o sto a casa? Senza contare quelli che hanno richiesto la DAD e a scuola non vengono comunque.

Entro in classe, studenti e studentesse sembrano piccole lumache languide che strisciano sulla foglia verde d’insalata: si muovono piano, prendono posto a piccoli gruppi, distanziati ma almeno più vicini, le porte rimangono aperte, le finestre, se la temperatura lo consente, lo stesso. Un’atmosfera rarefatta, pesante, come muoversi in un ambiente che non si (ri)conosce.

Saluti quei cinque o sei, quasi mai arrivano a dieci, seduti in fondo all’aula, i primi banchi rimangono vuoti, ed è proprio il senso di vuoto che prevale su tutto, la dimensione irreale di questa scuola “in presenza”.

Sfili dallo zaino il “tuo” tablet e ti connetti, apri la classe virtuale e il registro on line: è l’ora dell’appello; ti sposti da una schermata all’altra chiedendo silenzio ai pochi presenti in classe (che hanno giustamente voglia di chiacchierare) perché hai difficoltà a sentire quelli che sono a casa; quando sei in un’aula semivuota quei francobolli sullo schermo ti sembrano ancora più piccoli, sfuggenti, difficili da controllare. Ed è così durante tutta la lezione, non puoi usare strumenti altri nel gestire i due gruppi. Alle volte qualcuno di là dello schermo ti chiama, vuol rispondere o fare una domanda e tu non lo senti, e quello deve insistere “prof, prof… prooof” magari solo per dirti mi sono connesso in ritardo, ma sono “presente”, finché non rispondi. Esigi il silenzio per comunicare decentemente.

Dobbiamo adattarci, va bene. Va tutto bene. Va tutto bene ragazzi, dobbiamo resistere e resisteremo: fai fatica a dirlo a te stessa ma a loro devi dirlo convintamente, altrimenti è la fine.

Cambio d’ora, cambi aula, ricominci. I ragazzi non possono uscire se non a intervalli, non hanno pausa d’intervallo e i capannelli che al mattino ci sono fuori dalla scuola qui si disperdono e diventano come tanti soldatini dritti alle postazioni.

Reclamano la vita sociale, quelli che stanno fuori da qui, piangono per gli adolescenti che non ce l’hanno, continuano a imporci inchieste e sondaggi: ma la vita sociale a scuola è lo sciamare vivo nei corridoi, tra le classi, uscire all’aria nell’intervallo, nel “posso dare un morso al tuo panino?” nell’incontrare quel ragazzo o quella ragazza che fa tremare le palpebre e il cuore, nel parlare con i compagni attorno a un banco, nel darsi le pacche perché la squadra del cuore ha vinto, nello spiare il quaderno del vicino di banco, nel timido attaccato al termosifone che osserva i compagni: tutte cose che a scuola adesso non si possono fare più

La retorica dell’informazione: l’adolescente intervistato al tg di spalle che afferma che gli manca la scuola, i compagni, la presenza. Cose vere, perché mancano, come si farebbe a dire il contrario, ma che a dirla tutta a scuola non possono ritrovare e, siccome non siamo in lockdown, non ne sono del tutto privi, perché escono, si incontrano, frequentano locali.

Ma a scuola: a scuola adesso la vita sociale semplicemente non c’è. La verità è che ad andarci è un grande contenitore spento, semivuoto, una tv fulminata: troppo silenzio, troppa immobilità, la sala insegnanti vuota, il timore di avvicinarsi troppo, l’ansia di controllare tutto, le macchinette di bibite e snack piene, i disinfettanti ovunque.

E perfino io, che lo scorso anno ho avversato l’idea che la DAD fosse “scuola” con tutta me stessa, contro la pletora di interventi dal tono “si apre il mondo nuovo nell’istruzione, la dad è il futuro“, confesso che adesso preferisco una buona dad a questa soluzione di compromesso in cui la maggior parte ha comunque scelto di stare a casa e la frustrazione collettiva se mai accresce.

Io nel frattempo, come molti altri, la DAD ho imparato a usarla, a metterla a punto, so interagire, so condividere, so integrare lezioni con video, racconti e quant’altro, so come coinvolgerli, come farli lavorare e poi mostrare a tutti i risultati di un’attività svolta, tecnicamente va molto meglio, ci “siamo(NOI) attrezzati, noi, senza aspettare che dall’alto ci aiutassero a farlo. Adesso so come dialogare con lo studente più fragile, come correggere individualmente un lavoro e farlo ragionare. Certo è più faticoso, richiede più tempo, più energia, usiamo contemporaneamente strumenti e chat che invadono le nostre giornate e tutto l’arco delle ore è tempo di lavoro, ma è come scegliere fra una pastasciutta al dente e una pastasciutta scotta: la scuola in DDI, almeno per me lo è: incolore, insapore, ho difficoltà a mettere a frutto il tempo-scuola-in-presenza-dad.

Abbiamo fatto il callo a tutti coloro che parlano di scuola senza sapere di cosa si tratti realmente, alle campagne mediatiche guidate con complicità dei giornalisti che cavalcano l’onda perché quella cosa che si chiama senso critico o farsi due domande non esiste più.

Viviamo in una sorta di manto sottoposti a ipnosi collettiva e se adesso leggiamo la notizia “Riapertura scuole, Draghi non vuole tornare indietro. Ipotesi lezioni in musei e spazi all’area aperta” (peraltro ventilata anche lo scorso anno) o uno dei ministri che afferma “Draghi era convintissimo sul ritorno in aula, il più convinto di tutti. Su questo sono certo che non tornerà indietro, vuole i ragazzi in classe. La scuola prima di tutto, ha detto mentre decidevamo delle riaperture, ricordandoci come l’istruzione sia rimasta drammaticamente indietro in questo anno di pandemia“. La parola d’ordine resta ‘ripartire in presenza’, noi ci crediamo: che bello Presidente, finalmente! LA SCUOLA PRIMA DI TUTTO!

Vorrei dirlo alla mamma di quel mio ex alunno che qualche giorno fa mi diceva aver preferito la dad: “professoressa, dovrebbe alzarsi alle 6 per prendere l’autobus e poi stare in giro due ore prima di entrare a scuola, e cosa vuole che facciano? si assembrano da qualche parte. Io ho paura” Ecco signora, Dragonik e il suo governo ha pensato anche a lei!!

Si lavora al potenziamento dei mezzi pubblici – vero tallone d’Achille del sistema scuola, soprattutto alle superiori – ai tracciamenti, agli ingressi scaglionati per evitare assembramenti……. ma che meraviglia Presidente! E’ dall’anno scorso che ne sentiamo parlare, ci voleva lei, il banchiere Dragonik e il suo problem solving prima di tutto, lo dicono che lei è uomo dei miracoli, competente e preparato, è vero!

Oggi, 20 aprile, a scuola ormai finita, senza una parola verso coloro che da un anno e mezzo lavorano con lo stop and go e tutto il marasma che questo comporta in ogni scuola (che non è un ristorante o un bar o una palestra, la scuola: centinaia di persone ogni giorno tra autobus e aule) loro “LAVORANO“… E noi non possiamo che esserne felici.

Dragonik, dallo sguardo assassino, come si dice, ce la sa eccome!!

Liberi tutti: e se i numeri suggeriscono cautela e in alcuni casi perfino pericolo, che importa. Bisogna tornare a essere normali.

Lo dicono loro.

Risolvono tutto per la prossima settimana, garantito da Dragonik.

LA GIOVANE CALABRESE CHE SCELSE LA LOTTA ARMATA

‘Le Mani in tasca”

Recensione del bel romanzo di Daniela Grandinetti

ARTICOLO DI FRANCA FORTUNATO PUBBLICATO SUL QUOTIDIANO DEL SUD IL 12-11-2020

LA GIOVANE CALABRESE CHE SCELSE LA LOTTA ARMATA

ORIANA, giovane calabrese che negli anni ’70 del secolo scorso decide, contro il parere del padre, di iscriversi all’università di Bologna perché lì “sembra di essere a un passo dalla rivoluzione”, come le aveva scritto un suo “amico del liceo”, è la protagonista dell’ultimo romanzo della scrittrice calabrese Daniela Grandinetti dal titolo “Le mani in tasca” ed. Frecce. Oriana, come tante donne della sua e mia generazione, è alla ricerca di se stessa, del suo posto nel mondo, della sua indipendenza, spinta da un profondo bisogno di esistenza sociale libera. Sognava libertà e giustizia “fin dai banchi delle scuole elementari” quando difese una sua compagna da un’ingiusta punizione. Vuole dare un senso alla sua vita, sentirsi protagonista della storia, cambiare il mondo, ma va nel posto sbagliato che l’allontana da se stessa e dal suo corpo, entra nella storia dell’altro nello stesso momento in cui altre donne nei gruppi di autocoscienza pensavano se stesse in autonomia dagli uomini e costruivano, per sé e per le altre, la loro soggettività e libertà, dando inizio alla rivoluzione femminista, l’unica riuscita, senza violenza né spargimento di sangue. Oriana, come tante, non incontrò quella rivoluzione né si unì al movimento delle donne che lottava per la conquista dei diritti, ma fece proprie le idee, le azioni, gli obiettivi, la politica e l’organizzazione degli uomini, scelse con convinzione e “fede quasi maniacale” la strada della lotta armata, delle Brigate Rosse, della clandestinità che la porterà in carcere con una condanna di più di 30 anni. Lei che amava fare teatro – aveva cominciato a recitare, era brava e credeva di aver trovato la sua strada – si lasciò trascinare dal “vento della rivolta” e dalla “guerra per una causa giusta” che la faceva sentire non “una criminale” ma una “partigiana”. La storia degli uomini è lastricata di guerre per cause giuste e le guerre si sa “richiedono vittime”. L’autrice segue la sua protagonista senza giudicare né giustificare ma cercando di capire e fare capire. Pagine toccanti dedica alla brutalità e alla vita degradante del carcere “dove non esiste futuro né redenzione. Le mani in tasca e il tempo per scontare la condanna”. In quel tempo di guerra accade la strage, di matrice fascista, alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, a cui l’autrice paradossalmente affida la “rinascita” di Oriana, la cui vita si intreccia con quell’evento terroristico per via di Dario, il ragazzo che sognava di diventare regista, che amava il teatro sulle cui scene aveva conosciuto Oriana e se n’era innamorato, ma lei allora cercava qualcosa di più “grande” dell’amore di e per un uomo. È lui, tramite sua madre, e la sorella Evelina “che aveva affrontato da sola il dolore di due genitori, la loro vergogna, la loro morte”, che, dopo 23 anni di carcere, le offriranno l’opportunità di rinascere, aprirsi a nuova vita e ritrovare la sua umanità, distrutta dalla guerra che aveva combattuto e perso e che le aveva chiesto “l’abbandono delle passioni, degli affetti famigliari e personali”. Non rinnega il suo passato ma riconosce ed ammette di aver sprecato la sua vita. “Lo scopo che mi ero data e per il quale in un certo senso ho sacrificato la vita non è stata un’idea geniale”. Un romanzo intenso, bello, appassionato e appassionante, che fa riflettere e sulla strage di Bologna lascia a chi legge domande senza risposta che sembrano aver resa “vana” oltre che “barbara” la morte delle ottanta vittime, i cui nomi sono incisi su una lapide di marmo della stazione. Vittime “ingannate dalla vita e dalla morte”?

Davvero ottimo

Ho finito ora di leggere ” Le Mani in Tasca” di Daniela Grandinetti edito da Augh! Editore

Invece della solita foto sul tavolinetto, questa volta ne ho scattate due. La prima è sui tetti, perché entrambi i giovani protagonisti del romanzo sono pronti a spiccare il volo, anzi lo meritano per il tratto di strada romantico, brillante e al contempo malinconico che percorrono insieme. Nell’altra il libro è dietro le sbarre perché Oriana, la protagonista femminile, dietro i cancelli di una prigione c’è stata davvero per 23 anni a scontare una condanna per banda armata.

Il romanzo ci riporta agli anni 70 del secolo scorso, quelli duri e assassini. Parlare di quel periodo non è facile, ci vuole coraggio, i rischi nell’affrontare il tema degli “anni di piombo” sono tanti. Alcuni autori, pur con encomiabile sforzo di terzietà, e anzi proprio per questo, finiscono col mettere in fila asetticamente gli avvenimenti riducendoli a semplice elenco, una sorta di lista del terrore. Altri, schierandosi apertamente, scadono in commenti didascalici e giudizi moralistici, prigionieri della retorica dell’ovvietà, ovvero quella della vittoria del bene sul male. È allora inevitabile la banalizzazione di un periodo che fu invece complesso, di grande fermento culturale e ideologico, un impasto di razionalizzazioni estreme come estreme furono le conseguenze, e di profonde e tormentate riflessioni. Tutto si merita quel periodo, anche d’essere legittimamente definito infame, tranne che d’essere banalizzato. Ma Daniela Grandinetti è una scrittrice vera e non ci casca. Come i bravi attori interpretano i personaggi rubando loro l’anima, così Daniela, capitolo dopo capitolo, alternativamente prende le sembianze di Oriana e Dario. Non giudica, non emette sentenze morali, entra nei corpi e nelle anime dei protagonisti, nelle loro passioni, nei loro dolori. È un’operazione che le riesce perfettamente anche grazie alla scelta senz’altro felice della scrittura in prima persona. Una modalità che, a parer mio, favorisce non solo il processo di identificazione del lettore con il personaggio, ma produce quell’amalgama tra chi scrive e il soggetto di cui si scrive, che fornisce di credibilità e verosimiglianza ogni passaggio, ogni sussulto dell’anima. Nel romanzo non è descritta neppure un’azione terroristica cui Oriana certamente ha preso parte. L’ autrice si sofferma sugli stati d’animo dei protagonisti, racconta delle loro vite prima così vicine e poi drasticamente lontane e profondamente diverse. Scandaglia nel profondo, indaga il percorso politico e intellettuale, si sofferma sulle lacerazioni conseguenti.

Così Oriana sarà assolutamente consapevole allorquando sceglierà la clandestinità per entrare a far parte organicamente di un cellula terroristica, come lo sarà delle colpe che non nasconde né minimizza. Nella lunga detenzione non chiede né perdono, né compassione. Riflette, scava dentro di sé, si sforza di sopravvivere giorno per giorno. Neppure sogna la libertà. “Là dentro non esiste il passato ma soltanto la colpa commessa al di là di ogni ragionevole giudizio, non esiste futuro né redenzione. Le mani in tasca e il tempo per scontare la condanna. La pelle che si squama e lo sporco in ogni angolo depositato dalle colpe che hanno preceduto quella di ciascun condannato”.

Dario è un ragazzo timido perduto in un mondo tutto suo. Amante del teatro, innamorato della sfuggente e poi perduta Oriana, sensibile e tormentato. “Per tanto tempo avevo combattuto un’accozzaglia di sentimenti accatastati alla rinfusa. Il dolore per sua natura è un’entità invisibile che porta guerra, una guerra tattica che necessita di tempo prima che si possa conoscere il nemico, anticipare le sue mosse e magari sconfiggerlo. Il dolore è un guerriero addestrato e quasi sempre ci coglie impreparati.”

Con una scrittura fluida, avvincente, suggestiva, Daniela Grandinetti ci porta per mano accompagnandoci, tra le nebbie di quegli anni oscuri, prima sulle tavole di un palcoscenico e poi nella nudità di una cella di Rebibbia.

Davvero ottimo

Ottavio Mirra, scrittore

Ricamare, o del dolore di un bambino

La cosa bella del vagare nella letteratura cosiddetta indipendente è che puoi scoprire piccoli gioielli e farli tuoi, come nel caso di questo romanzo di un autore francese, tradotto e pubblicato in Italia da Vague Edizioni.

L’autore è un compositore e cantante famoso in Francia, nome d’arte Cali e Solo i bambini sanno amare è il suo secondo romanzo.

Prendete una mano delicata, datele un filo bianco sottile e un uncinetto dalla punta molto piccola, facciamo che quella mano sappia muoversi abilmente nell’intrecciare quel filo e costruire catenelle, punti alti, punti bassi: ne avrete una trama preziosa, fine e leggera, frutto di un lavoro paziente e meticoloso.

Questo è il romanzo in questione:

Non mi è permesso di essere con loro. Hanno detto che ero troppo giovane per affrontare la morte. Non abbastanza grande per stare al tuo fianco, per camminare con loro dietro di te. Laggiù ci sono anche persone che conosco. So come ti ricopriranno di terra e ti rinchiuderanno nella notte. Solo che il “piccolo” non deve sentire il rumore della cassa giù nella buca, quel rumore sordo e profondo quando toccherai il fondo della tua ultima capanna.

Così pensa Bruno, sei anni, che perde sua madre: lui non può vivere il dolore, il dolore non deve appartenere ai bambini, a lui è concesso soltanto spiarlo da dietro le persiane.

Ma com’è davvero vivere la morte della propria madre a soli sei anni?

Cali, un tema così tragico, ce lo racconta in circa 150 pagine in modo delicato ma inesorabile e preciso, reazione dopo reazione, pensiero dopo pensiero, lacrima dopo lacrima, facendoci dimenticare il tema della morte e restituendoci invece l’innocenza, la spietatezza, la capacità di penetrazione che solo i bambini sanno avere, ovvero quella parte di noi stessi che un giorno o l’altro sarà orfana della vita che l’ha generata.

Stiamo nella testa di Bruno, diventiamo bambini, abbiamo con lui pensieri che gli adulti ritengono improbabili a quell’età:

Carlo Bobè mi guarda! Non l’ho mai detto a nessuno, la amo. Oh, non come te. Tu sei un’altra cosa. Un giorno, se ne avrò il coraggio, non esiterò a dirglielo in faccia. Appena si avvicina, la mia pelle comincia a bruciare. Ma tengo duro… Quella specie di dolore invade così in fretta il corpo da far venire quasi voglia di piangere. Un po’ lo so il perché: questo fuoco ha una sua dolcezza, una sorta di sciroppo della felicità. Si diventa forti mandandolo giù. In quei momenti la mia vita, come posso dire, la mia vita s’inspessisce. Si moltiplica, come se fossi, al tempo stesso, me e diecimila volte me.

Si entra così facilmente nella testa di Bruno, abitiamo quel trauma e la sua storia nei giorni che si dipanano mentre è costretto a fare i conti con l’assenza.

Un romanzo che si adagia addosso, sulla pelle, con una prosa semplice e diretta, costruita come un merletto, come una musica, nessuna retorica del dolore, nessuna pietà per un bambino: noi siamo lui, e lui è la vita, e benché destinato a essere un perdente, noi saremo sempre dalla sua parte.

Cali, Solo i bambini sanno amare, Vague Edizioni, Collana Atlantique

Addio Lawrence Ferlinghetti

Ci sono canzoni alle quali siamo legati, ci sono poesie che ci riportano a momenti vissuti: la Beat Generation é stata parte della mia formazione di adolescente. Poi, questa poesia, per motivi strettamente personali.

Strada…
Lunga strada
strada del mondo
piena fino in fondo
delle voci del mondo
e a rifletterci, in fondo
anche le voci
di tempi andati: felici
infelici, di vergini di amanti
ingegneri, commercianti
lattai, banchieri, possidenti
massaie pimpanti
pubblicitari e studenti
che parlano parlano e avanti
parlando vanno avanti
sempre avanzanti, e fra i tanti
c’è chi davanti a una finestra si blocca
e scocca sguardi sul mondo
cerca di vedere a fondo
che cosa mai, così in tondo
anzi in un gran girotondo
succede, se succede qualcosa a questo mondo.
Ecco la lunga strada
ch’è la più lunga del mondo
ma non così lunga, in fondo
come pensi… dove pensi che vada?
Va per tutti i paesi e le città
i viali e i boulevards; va
con luce verde o rossa
passa per continenti e villaggi
piogge scroscianti e tramonti
Hong Kong, langhe affamate, paesaggi
di Oakland e dei suoi ponti
Roma fatata, Berlino dei miraggi,
Dublino che non c’è mai stata:
ecco la lunga strada andare
girare intorno al mondo
un treno enorme
informe, gonfio, di fatti
passeggeri bambini
cestini per il pic nic, gatti
e cani e tutti pensano (sic)
chi guida nella prima vettura
che cosa sta succedendo
che c’è nella vettura del comando
e c’è chi addirittura
si affaccia spenzolando
cercando di vedere
ad una curva, il guidatore, che faccia potrà avere
che occhi: ma tant’è…
Nessuno, nessun viaggiatore lo può vedere
anche se si ha netta l’illusione
di una rapida visione
in qualche curva più stretta.
Ecco che la strada si inerpica, rampica
Il treno coi vetri tutti alzati,
serrati, ora, i vetri gli atri
le porte degli abitati
i viali morti del mondo
finestre, palestre, strade
ecco, strade, questa sera del mondo
lampade in tutte le contrade, fanali
luci smorzate
su folle radunate in carnevali,
guizzi, flashes dai finestrini
circhi, soglie disabitate
cantine fontane casini
sfocati lumini per figurine
allacciate danzanti
e ancora mondi, trenini
che stantuffano e sbuffano avanti.
Poi, sì, eccoci, entriamo
nel vicolo fondo, in cui, sappiamo,
svaria la strada, la parte solitaria
della strada e del mondo.
Qui non è permesso
cambiare treno, non possiamo
passare sull’Orient-Express
No, dobbiamo
andare semplicemente fino in fondo
perché questa è la parte di strada di mondo
che non consente
niente, solo che si vada.
ma bada…..da nessuna parte.
Ecco si parte
e non c’è più nessuno
in treno con te, sei uno
non hai nemmeno un vecchio specchio che
faccia due te, non la minima presenza
senza un’anima, o meglio, solo la tua
ma cos’è…….è già la stazione
sei già a destinazione
sei già in porto, spenti
i motori li senti
su andiamo, fuori
sei esanime
muori, quindi coraggio fuori.
Che hai, che ti prende
Sì, sei morto
Non te ne sei accorto?
.
Alt! Signori si scende..

LAWRENCE FERLINGHETTI      

(traduzione di Vittorio Gassman)

Nel profondo della storia

Turbamento, familiarità, delicatezza, passione, corpo

Queste le prime parole che mi sorgono a caldo dopo aver chiuso il libro “Le mani in tasca” di Daniela Grandinetti.

Turbamento per la storia di due miei coetanei così simile alla mia, alle tante vite tumultose di allora, quando bastava un nulla per varcare il sottile confine tra la ribellione, la polica attiva, il movimento studentesco e la clandestinità.

La familiarità direi per gli stessi motivi, e poi c’è Bologna, i suoi portici le stradine del ghetto, il teatro che immagino piccolo incastonato in un vicolo.

Familiarità il teatro, familiarità la cascina terapeutica nella campagna toscana.

La delicatezza con cui Daniela sta accanto ai suoi personaggi, senza giudizio, dipingendo le sfumature dei loro sentimenti tra la notte e il giorno. Il buio della prima passeggiata insieme e la finestrella accesa, il buio del teatro, la luce e l’aria limpida di certe mattine nelle strade di Bologna. Il buio della clandestinità e della cella, e la luce del verde che Oriana incontra il primo giorno di libertà. La delicatezza con cui sospinge il lettore a penetrare con lentezza la sua scrittura fino a che ci sei completamente immerso, dalla testa ai piedi, senza sapere come sia potuto accadere.

Passioni differenti uniscono e dividono Oriana e Dario. La passione di Oriana per la giustizia, celata nel fondo. Un segreto. La passione di Dario per Oriana sublimata nei silenzi, nella scrittura, nella messa in scena di “Lasciami un ultimo valzer”.   

Corpi quello di Oriana latteo e luminoso nella cucina sempre nottuna della sua casa. Luminoso, carnale, espressivo sulla scena. Allora il teatro era povero così povero da possedere soltanto il corpo degli attori. Oriana quasi non bada al suo corpo proteggendolo così dalle pulsioni. Pulsioni che saranno poi incanalate nella lotta armata dove il corpo altro non  è che un strumento da tenere in buona forma e allentato per le azioni da compiere (stranamente è così anche per gli attori e i danzatori). Un corpo da proteggere e dimenticare in cella, così come dimenticare il fuori, il proprio passato, il futuro per non impazzire. Un corpo libero, forte, felice solo nel sogno.

Corpo  timido quello di Dario tutto trattenuto nello sforzo di frenare l’amore per Oriana. Il desiderio imbrigliato, nella paura di perderla, di un abbraccio, lo sfiorarle i capelli, cullarla come una bambina.

Corpo dilaniato dalla bomba della stazione e, in un sobbalzo, ho pensato a Sergio Seci al suo sax, alla sua laurea 110conlode in musicologia al Dams che quel 2 agosto voleva prendere il treno per tornare a casa in Abruzzo. Quel treno non lo ha mai preso.

“…e noi siamo diventati polvere mischiata a pezzi di intonaco e ferro. Finiti in un soffio che chissà dove è andato in quella maledetta stazione”. 

Renata Giannini

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