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Malavuci soffiate nel vento da una cantastorie

Molto tempo fa nel secolo decimonono, Honoré de Balzac diede alle stampe “La signorina Cormon”, titolo originale “La vieille fille” che letteralmente significa “La zitella”.

Storia  esilarante di  Rose-Marie-Victorie Cormon, attempata quarantenne, corpulenta e ingenua, discendente di una ricca famiglia borghese che cerca marito. Inutile dire che i pretendenti mirano al suo patrimonio, più che alla povera Rose-Marie. Il romanzo, crudele e grottesco, nel quale sono frequenti doppi sensi a sfondo erotico,  forte per quei tempi, è considerato un capolavoro del romanzo moderno, anche se non è molto conosciuto.

Con Malavuci di Antonella Perrotta, La signorina Cormon non ha molto a che fare per trama o stile, ma nel leggere l’opera di Antonella ho ripensato a questo romanzo di Balzac che lessi molto tempo fa, e questo credo dica già molto.

L’abilità narrativa, il tenere insieme la storie e le storie, il creare personaggi a tutto tondo pur nei rapidi tratteggi, il restituire l’atmosfera di un piccolo paese pettegolo, San Zefiro, dove le chiacchiere viaggiano con il vento e soffiano malamente sulle vite di uomini e donne, mi ha ridato il piacere di una lettura che non provavo da tempo, un po’ come sedersi accanto a un ruscello che scorre e trovare il piacere della frescura lontano dall’afa, sotto l’ombra di fronde mosse dal vento.

In un panormara letterario che ci offre eccellenze, ma spesso anche storie pretestuose, pseudo-intellettuali, che talvolta nascondono l’incapacità di costruire degnamente una storia, una trama, dei luoghi, Malavuci, nei suoi toni che virano sapientemente dall’ironico al drammatico, possiede quella narrazione che crea un affresco, geografico, fisico e umano, come avviene nei “grandi” romanzi.

Pagine ironiche, talvolta comiche, altre volte tristi da far velare gli occhi: le reazioni di chi legge si snodano su un solido filo narrativo che suscita empatia e antipatia, ma sempre coinvolgimento.

Ambientato a San Zefiro, un piccolo borgo calabrese immaginario, siamo nel 1919 e dopo la guerra arriva ad ammazzare pure la Spagnola , che alcuni credono si mandi via con gli scongiuri perché causata da qualche magara. La magara è una ragazza, Lela, colpevole di essere forestera: è lei  la strega della quale liberarsi (ah! i pregiudizi!)

Poi c’è Sasà, figlio di Antonio e Caterina Bellosguardo, famiglia di carriamorti (ovvero proprietari dall’agenzia di pompe funebri, Il Trapasso) che sulle labbra dei paesani diventa  la fimminella di cui sparlare, con grande rabbia della madre che farà di tutto per sfatare questa malavuce (ah! i pregiudizi!)

Un intreccio di vite che l’autrice ci racconta in veste di “cantastorie” e che in un momento di pausa dalla lettura ho preso in mano perché la sera prima di dormire devo comunque guidare la mia insonnia con qualche pagina al letargo della mente e del corpo, ma che invece mi ha catturato completamente, tenendomi sveglia, e mi ha fatto scoprire una narratrice di stoffa! (devo recuperare Giuè, il primo romanzo, che pure ho)

Non ultimo vorrei segnalare la grande cura grafica ed estetica di questo romanzo e voglio dirlo, visto che mi sta capitando di leggere romanzi di accreditate case editrici con refusi e impaginazioni penose. Ecco, l’ho detto.

Antonella Perrotta, Malavuci, Ferrari Editore

Antonella Perrotta nasce in Calabria, dove vive e lavora. Laureata in giurisprudenza, appassionata da sempre di storia, scrittura e letteratura. Suoi racconti sono presenti in volumi collettanei. Collabora, inoltre, con riviste e blog culturali. “Malavuci” è il suo secondo romanzo, dopo “Giuè.

Il tempo: qualche ora o qualche anno d’attesa è lo stesso, quando si è perduta l’illusione di essere eterno…

… scriveva Jean Paul Sartre ne Il muro: il tempo è protagonista del nuovo romanzo di Simone Innocenti, nel quale un gruppo di amici si ritrova per Capodanno nella villa sul mare di Giulio e Francesca, in Toscana, dove il naturale ritmo delle onde sembra essere lontano e a tratti irraggiungibile, pur essendo semplicemente “davanti”, e la montagna incombe “dietro” con la sua oscurità e gli antri segreti che a non conoscerli possono rivelarsi trappole fatali.

Ricchezza, eleganza, ipocrisia, traumi, segreti: ogni capitolo narra in terza persona la storia dei personaggi (tra gli altri un notaio, una modella, un commercialista disonesto, un insegnante di tennis, un’assicuratrice, un poliziotto, un rappresentante di lampadine, una donna in carriera) ognuno alle prese con il proprio demone: c’è chi ha appena saputo di avere un cancro, chi ha il vizio del gioco, chi è animato dal desiderio di rivalsa, chi ha aspirazioni omicide, chi si consuma d’invidia per la ricchezza degli altri, chi tradisce il proprio partner, chi spia, chi ricatta.

Nessuno di loro sembra essere mosso da umana comprensione: si sono trovati insieme sulle spiagge della Versilia quando erano adolescenti e insieme hanno percorso un pezzo di esistenza senza mai avvicinarsi davvero l’uno all’altro.

Il tempo domina la narrazione: una mano invisibile e fredda che decreta le azioni, il loro scorrere e il loro divenire durante un Capodanno che non sai mai se è l’inizio del nuovo o la fine del vecchio, che è realtà e finzione nello stesso tempo, quando siamo tutti a recitare sullo stesso palcoscenico, che è passato e futuro senza essere presente, che è il mare che non puoi prendere e il buio della montagna che invece può prenderti.

È la clessidra palindroma, perfettamente simmetrica nel suo andare e tornare, nei granelli che scorrono da una cavità trasparente all’altra e sono sempre gli stessi, inesorabilmente di ugual numero.

Capodanno è la “festa” della malinconia del passato, della lotta tra vecchio e nuovo, che in questo romanzo diventa una resa dei conti incastonata da una narrazione che procede per quadri intersecati con un ritmo pulito, asettico, drammatico, come il tempo che ci abbandona ad ogni secondo di attesa sprecato.

Simone Innocenti, dopo il felice esordio con l’originalità jazzistica dei sui racconti A puntazza (L’Erudita) che ho amato molto, il mare che mai penseresti possa esserci a Firenze (Firenze Mare, Giulio Perrone) e soprattutto Vani d’ombra, Voland,  ci regala un romanzo stilisticamente perfetto come un film di Luchino Visconti con la stessa ossessiva e appassionata ricerca di perfezionismo; disegna una ricca e media borghesia senza identità, alle prese con i suoi tormenti decadenti, tanto da essere, ciascuno nella propria esibizione, il riverbero dell’altro, in un affresco dipinto da un occhio esterno che a tratti svela la crudeltà di uomini e donne capaci di insospettabili azioni violente, con corpi voluttuosi che esprimono una sessualità morbosa e prepotente, rapporti lacerati da odio malcelato e invidia.

Un affresco dell’individualismo imperante in una storia impeccabile ed elegante.

Ho sempre pensato che il talento di uno scrittore si manifesta laddove costui è capace di sperimentare nuovi registri, nuovi percorsi narrativi e stili diversi: in un panorama letterario nel quale spesso accade che di un autore letto un romanzo equivale ad averli letti tutti, Simone Innocenti mantiene il suo occhio critico capace di guardare da punti di vista molto diversi ed essere nuovo e diverso ogni volta. In una parola: sorprendente.

Il romanzo di un cavallo di razza insomma: non lo dico io, da lettrice quale sono, ma il fiume di recensioni e attenzioni rivolte a questo romanzo.

La clessidra, ma come non averci pensato prima? È un oggetto palindromo perfetto, vive di vita propria, poco importa se tu la giri o meno; solo in quel momento – con quel gesto – la clessidra diventa una clessidra. E a rigirarla – cioè a farla tornare clessidra – quella fa sempre il solito percorso. È esattamente andata e ritorno al tempo stesso, la vita che non si ferma e che torna indietro.


Simone Innocenti, L’anno capovolto, Blu Atlantide

Simone Innocenti 

è nato  a Montelupo Fiorentino nel 1974, ha scritto Vani d’ombra (Voland), la guida letteraria Firenze Mare (Perrone), dopo aver esordito con Puntazza (Erudita). Suoi racconti sono apparsi in varie antologie. Si occupa di cronaca nera e giudiziaria e ha scritto per Il Corriere, La Nazione, Il Giornale della Toscana, Avvenire, L’Espresso e Sette. Attualmente lavora al Corriere Fiorentino, dorso regionale del Corriere della Sera e collabora con La Lettura.

Fadia: un romanzo d’amore e di viaggi

Com’è una storia d’amore che non ti aspetti? È quella che racconta Sandro Gioffré nel suo ultimo romanzo Fadia tra un “mulo” e una novizia.

I “muli” sono i figli di una terra, la Calabria, che per fare strada devono scalciare, masticare polvere, erba e veleno, ma in quanto muli sono testardi e mirano al riscatto, tirano dritto senza contare le volte che hanno dovuto battere la testa, piangere di dolore e di rabbia. Figli non riconosciuti dai padri e non desiderati da madri costrette. Sono coloro che si imbattono nelle regole del tu vieni dopo, per ultimo, perché non sei nessuno e devono ingoiare fiele per fare quello che desiderano, nel caso del protagonista, il “mulo di questa storia, il medico.

Con un sapiente espediente letterario il romanzo inizia da una fine, perché è quando stiamo per perdere tutto che lottiamo ostinatamente per tenerci la vita, i sogni, i desideri, le illusioni, tutto ciò che è rimasto insoluto e inappagato. E forse solo così la vita torna.

Il “mulo” è Andrea Bisi il quale anche grazie a un insegnante dall’esistenza complessa che, come un marchio, gli lascia in eredità la storia di una passione (quella tra la principessa Spinelli e il compositore Giavanbattista Pergolesi) diventa medico nonostante il baronato.

Andrea trova la sua principessa, bellissima e inafferrabile: Fadia. Se ne innamora, lei è promessa a Dio, è una novizia cattolica in terra siriana. La perde.

Nel perderla Andrea perde anche il mondo che intimamente cerca, le voci della grotta dov’è cresciuto lo raggiungono anche quando sono lontane nel tempo e nello spazio, quando avrebbe dovuto e potuto dimenticarle. Ma non si cambia la sostanza di cui siamo fatti.

Andrea cercherà Fadia, tornerà in Siria (che l’autore conosce bene per esserci stato) ricca di bellezze, di monumenti e fascino religioso, là dove ha conosciuto Boulos Yazigi, arcivescovo di Aleppo: la ritroverà martoriata e succube di una guerra feroce, le cui atrocità non risparmiano nessuno.

Riuscirà a trovare Fadia?

Ho letto il romanzo di Santo Gioffrè rapita non solo dalla storia, ma anche dalle descrizioni di luoghi e situazioni che mi sono resa conto conosco molto poco. Sono partita in viaggio con Andrea Bisi, il protagonista.

Su tutto (la storia di riscatto, di ricerca, l’amore vero, quello autentico e passionale come la vita, come le scelte che ci conducono alle nostre “voci”, alla nostra sostanza) c’è anche la mancata storia d’amore tra un Oriente dalla storia millenaria in preda agli scenari di guerra dei quali si tace, a scapito di altre guerre che ci sembrano più “nobili” perché c’è in ballo il nostro Occidente: un filo spezzato tra due mondi che corrono distanti verso l’autodistruzione e non conoscono la comprensione, la storia, ciò che lega un uomo e una donna e un mondo all’altro mondo.

“In quella grotta, la sua grotta, trascorreva le notti di tempesta: le pecore, come in un’immagine sacra, gli fornivano il tepore necessario. Fantasticava su tutti gli incomprensibili segni incisi su quelle pareti. Quando era stanco, trovava conforto nel passare il dito indice su quelli che nella sua ingenuità chiamava semplicemente disegni (..) pensò perfino che un altro bambino, prima di lui, avesse abitato in quella grotta disegnandone le pareti. (..) quando entrava in quella grotta, ed era triste, il suo umore cambiava. C’era una sorta di protezione benevola, la sensazione di una pace antica voluta da esseri di altri mondi”

Un romanzo denso, intriso di spiritualità mai retorica, scritto con una prosa altrettanto densa e appassionata, che ho letto vivendo e viaggiando:

“Ora, nel momento dell’abbandono, sento le cicale cantare tra gli alberi d’ulivo, dove mi raccontavi che sta la sacra grotta. Sento i loro friniti e le vibrazioni delle ali, il canto che esprime la rinascita tra un ciclo naturale che si rinnova sempre, mentre io mi annullo. Come me, anche loro hanno vissuto una sola stagione, nell’estate più torrida. Loro si accoppiano e danno vita, morendo. Io nemmeno quella sono riuscita a dare.”

Fuori, mentre chiudevo le pagine di questa storia così bella e intensa, c’era il silenzio della notte, ma ugualmente ho ascoltato frinire le ciccale in questa strana estate che sembra non arrivare mai, anche se se ne sta lì, fuori dalla finestra.

Oltre il fragore della guerra, della malattia, delle vite spezzate, alla ricerca di quella intersezione con l’unico punto che ci può darci la sostanza di umani che amano e si toccano.

SANTO GIOFFRE’, FADIA, CASTELVECCHI EDITORI, 2022

SANTO GIOFFRÈ

Medico e scrittore calabrese, è stato consigliere nel suo comune di origine, Seminara, e assessore alla Cultura della provincia di Reggio Calabria. Nel 2015 è commissario straordinario dell’Asp reggina. È autore, tra gli altri, di Artemisia Sanchez (Mondadori, 2008) da cui la Rai ha tratto una fiction televisiva di grande successo. Castelvecchi ha pubblicato il romanzo L’opera degli ulivi (2018) e il saggio Ho visto. La grande truffa nella sanità calabrese (2020). Nel 2020 ha vinto il Premio CRONIN, mentre nel 2021 è stato proclamato Medico Scrittore dell’Anno e ha vinto il Premio Internazionale “Tulliola-Filippelli” per la letteratura.

Scarnificare

La persona di questo romanzo è la seconda singolare: tu.

Il verbo prevalente il condizionale: potresti.

Tu potresti: l’eventualità, la possibilità, l’opportunità.

Caso mai accadessero o esistessero eventualità, possibilità, opportunità, cosa che appare improbabile per il protagonista di questo romanzo dolente che ha perso la cosa che aveva di più caro e, di conseguenza, sé stesso.

È una storia in cui si parte e si torna, si va e si viene, si riempie una valigia come se si dovesse partire per sempre salvo poi tornare a casa dopo poco.

Come nel gioco dell’oca: quando ti ritrovi nella casella dell’oca nera che ti rimanda a quella di partenza e devi ricominciare.

Andare nel luogo dove sei stato insieme a lei, poi tornare e ripartire per un altro luogo che era il “nostro” luogo preferito: provare a vedere che effetto che fa, andarci da soli, dopo, e ricordare, in un loop che assomiglia al nastro scorrevole degli aeroporti, tu stai lì a fissarlo aspettando il bagaglio mentre gira. Gira. Arriverà e sarà un caso, il tuo bagaglio tra quello degli altri.

Roberto Saporito nel consegnarci questa storia autobiografica non ha usato alcuna indulgenza, né verso sé stesso né verso i lettori : la sofferenza viene evocata da ogni singola parola che alita sulla pelle. Tu quell’alito lo senti e comprendi intimamente che le parole alla fine non servono, o servono a poco, e per questo l’autore scarnifica al massimo l‘uso di quelle parole che al contrario siamo abituati a sprecare, salvo poi perderle quando perdiamo noi stessi o l’altro fuori da noi che rendeva tangibile il nostro esistere, nei gesti, nei luoghi, nei cibi, nei calici di vino condivisi.

L’assenza è un non luogo, è non esserci, è la meccanicità dei gesti in cui cerchi di trovare il senso per stare ancora al mondo, magari è nella ripetizione che potrebbe esserci una sorta di salvezza o qualcosa che le assomigli. Potrebbe: condizionale. A condizione che.

Ma qual è la condizione? Esiste? Può esistere?

Non c’è una risposta e non trovo parole migliori da quelle usate da Kafka per “riferire” quel che io, lettrice, ho avvertito attraverso quel sussurrare continuo sulla pelle che ha accompagnato le lettura di questo romanzo doloroso e bellissimo.

“Ma è bene se la coscienza riceve larghe ferite perché in tal modo diventa più sensibile a ogni morso. Bisognerebbe leggere, credo, soltanto libri che mordono e pungono. Se il libro che stiamo leggendo non ci sveglia come un pugno che ci martella sul cranio, perché dunque lo leggiamo? Buon Dio, saremmo felici anche se non avessimo dei libri, e quei libri che ci rendono felici potremmo, a rigore, scriverli da noi. Ma ciò di cui abbiamo bisogno sono quei libri che ci piombano addosso come la sfortuna, che ci perturbano profondamente come la morte di qualcuno che amiamo più di noi stessi, come un suicidio. Un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi. (Da una lettera a Oskar Pollak (Novembre 1903)

Grazie a Roberto Saporito per queste pagine intense, per il pugno sul cranio. Ci sono romanzi che raccontano “storie” e altri impregnati di vita e di morte, di assenza e solitudine, da far vibrare quell’essere fragile che vive in ognuno di noi. Nella perdita e nel timore della perdita. Nell’esperienza di sopravvissuti e nella transitorietà di ciò che siamo o supponiamo di essere.

Niente, in questo momento è la tua parola preferita

Il tuo nuovo passo lento da viaggiatore del tempo perduto

ROBERTO SAPORITO

E’ nato ad Alba (CN) nel 1962. Ha studiato giornalismo. Ha diretto una galleria d’arte per trent’anni. Ha pubblicato raccolte di racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo Harley-Davidson (1996), Generazione di perplessi (2011), Il rumore della terra che gira (2010), Il caso editoriale dell’anno (2013), Come un film francese (2015), Respira (2017), Jazz, Rock, Venezia (2018) e Come una barca sul cemento (2019). Suoi racconti sono stati pubblicati su alcune antologie e su innumerevoli Riviste Letterarie. Ha collaborato con la Rivista Letteraria di Milano “Satisfiction” con una personale rubrica.

Qui la recensione di Nicola Vacca

https://www.gliamantideilibri.it/in-nessun-luogo-roberto-saporito/

Piove, molto, moltissimo

Oggi piove, temporale di quelli seri, tuoni, lampi, la corrente che salta in continuazione. Dunque quale momento migliore per scrivere due parole che da tempo avrei voluto dedicare a questo meraviglioso romanzo?

Parafrasando Sciascia con una famosa citazione de Il giorno della civetta, ci sono gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà e leggendo questo libro viene da pensare che la stessa cosa vale per gli scrittori e in generale per tutti coloro che scrivono.

Intanto l’autore, Nicola Pugliese, che nasce a Milano ma vive a Napoli, professione giornalista, nel 1977 Calvino lo scopre e viene pubblicato il romanzo: un successo, il romanzo si esaurì in poco tempo ma poi sparì e sparì, di fatto, anche il suo autore, un Salinger nostrano insomma. Negli anni seguenti si racconta “di ricerche di appassionati tra i librai del centro storico di Napoli, di fotocopie vendute a caro prezzo, di offerte economiche molto elevate per acquistarne una singola copia. Anni di silenzio, fino alla morte di Pugliese (2012).” (Fonte: minima&moralia)

Il romanzo per nostra fortuna è stato pubblicato nuovamente di recente da Bompiani, per me la lettura è stata fortuita perché un giorno mentre scorrevo la home di facebook, mi è comparso il contenuto sponsorizzato con la copertina del romanzo, che mi ha subito attratto, per cui l’ho preso nel giro di due giorni. Praticamente un richiamo. Nei giorni seguenti per l’appunto mi sono invece capitate a tiro una serie di recensioni su blog che seguo, che tuttavia non ho voluto leggere, non so bene perché: volevo prima leggere il libro, questo libro nero, il cui sottotitolo recita: Malacqua. Quattro giorni di pioggia nella città di Napoli in attesa che si verifichi un accadimento straordinario e la sinossi: “Dopo una notte di pioggia torrenziale, all’alba grigia e funerea del 23 ottobre, arriva una telefonata ad Annunziata Osvaldo, centralinista della Questura di Napoli. Una strada è crollata. E poi un palazzo in via Tasso. La città sembra liquefarsi mentre l’acqua scorre, penetra, danneggia. Andreoli Carlo, giornalista che si occupa dei misteriosi accadimenti, si fa testimone degli effetti di una diabolica pioggia che sembra non finire mai. E intanto voci inquietanti risuonano dal Maschio Angioino, l’enigma di tre bambole assilla le autorità, sale l’acqua del mare e le monetine da cinque lire cominciano d’un tratto a suonare canzoni. Un romanzo cupo e raffinato sulla bellezza e l’enigma che da sempre ammantano la città di Napoli, un’opera diventata con il tempo un clamoroso caso letterario del secondo Novecento. La sua scomparsa dalle librerie coincise con quella dell’autore dalla città e dal giornalismo, facendo di Nicola Pugliese un “Salinger napoletano”. Trascorse con ostinato riserbo gli ultimi anni nel paesino di Avella in Bassa Irpinia, dove si era trasferito in un isolamento volontario. Mentre la critica si ricordava di Malacqua consacrandolo come un capolavoro, i lettori più fortunati si passavano in fotocopia quel testo ormai introvabile”

Romanzo meraviglioso, con l’acqua che scende e trascina a mulinello dentro le vite e le storie concentriche come le pozze nelle quali cadono le gocce d’acqua, incastrandosi l’una all’altra, scivolando sulla narrazione bagnata, passando da una strada all’altra. Una narrazione ruvida, scontrosa, fuggevole, contralto della regolarità con cui cade la pioggia incessante.

L’uscita di Malacqua è segnata da un fiorire di recensioni (chissà cosa ne penserebbe l’autore), se avete voglia cercatele, ma il libro, leggetelo.

«L’acqua scendeva scendeva fuggiva lontano, e da qualche parte si sarebbe pure fermata, con ogni probabilità, ma la cosa non riguardava tutti, no: riguardava soltanto quelli che si sarebbero trovati nel punto dove l’acqua si sarebbe fermata: ma in definitiva: si sarebbe mai fermata per davvero quest’acqua che veniva e veniva?»

Io in questa giornata di pioggia incessante torno a parafrasare Sciascia, ironicamente ma non poi tanto: ci sono i libri, quelli che scrivono e tu li leggi, io li leggo, anche volentieri.

Poi ci sono i grandi romanzi e i grandi scrittori.

“E fermi questi occhi come occhi di bambola con l’impressione della profondità. Come qualcosa andasse in lontananza, fuggire, fuggire.”

N. PUGLIESE, MALACQUA, BOMPIANI, 2022

17 anni, secondo liceo classico, un tema che mi segue

Ho alle spalle una vita randagia, fatta di spostamenti, traslochi, cambiamenti. Nel corso di questi salti, un’esistenza come il gioco “si loca” che facevamo sulla strada, per chi lo ricorda, ho perso molte cose, molte le ho gettate via di proposito, altre mi seguono. Questo che riporto l’ho ritrovato qualche giorni fa per l’ennesima volta, ripiegato in un quaderno.

La brutta copia di un tema, a ricordarmi che se i pastorelli a Fatima ebbero la Madonna in visione (detto senza intento di dissacrazione) io ho avuto il Living Theatre a segnare una pietra miliare sulla mia strada, un incontro che mi ha cambiato la vita che ricordo come fosse adesso, in un teatro sconvolto che non si aspettava quella piéce, uno spettacolo nello spettacolo.

Impressionante come a distanza di più di quarant’anni siamo di nuovo là, anzi siamo sempre là.

Adesso con le griglie di correzione questo sarebbe forse “fuori argomento”, ma sorrido a quella ragazzina forte e idealista che sono stata e, forse in parte, rimasta. Per questo ho deciso che era giunta l’ora di archiviarlo qui. Anche se non ricordo che voto ho preso.

Tema

I lager, le torture della Cambogia, l’esodo dei vietnamiti ed altri simili episodi, testimoniano che il nazismo non fu solo un movimento particolare di un’epoca storica, ma un atteggiamento ricorrente con una frequenza maggiore di quanto non si creda e verso il quale gli uomini dovrebbero mostrare più viva e decisa opposizione

Svolgimento

Il sipario si apre, l’azione sul palcoscenico è lenta, esasperante. Gli attori hanno facce bianche, di pietra. Hanno sguardi potenti, fissano i burattini che in platea si muovono a disagio, inquieti, al limite dell’imbarazzo, forse perfino spinti della voglia di andarsene. Poi il suono di una sirena coglia tutti impreparati, si alza la tensione. I volti sono fermi, continuano a fissare quelli del pubblico in preda alle reazioni più disparate.

Improvvisamente appare lui: il suo volto è orrendo, la sua maschera terrificante: incute timore e ribrezzo ma nel contempo fascino. Tra le rughe del suo viso bianco, plastificato, scorrono rigagnoli di sangue vivo, lucido. Dentro si leggono chiare le immagini di fucili che sparano, di schiene che si piegano. Disperazione e morte.

E proprio quando la morte domina la scena appare lei: piccola, minuta, fragile nel corpo, ma nello sguardo ha una luce intensa, viva. La sua voce si impone sulla scena e distoglie l’attenzione dai disagi.

Lei è Antigone, come nel 400 a.c. viva ancora oggi a replicare una tragedia insieme al padre, Creonte, che eternamente si ripete. Un bisogno di rivolta anima suoi i gesti, per dimostrare che contro il tiranno e la ragion di stato si può e si deve combattere.

Quanti morti, quanta distruzione hanno causato queste tragedie, non c’è evoluzione dei costumi, progresso tecnologico che possa frenare l’impulso distruttivo che è parte universale dell’individuo. Senza dubbio oltre a questo ci sono motivi politici, economici, ideologici che sfociano nelle dittature più crudeli, assurde, perché assurda e inconcepibile è la volontà di supremazia di un uomo sulla massa, assurda è l’oppressione e la repressione dei diritti naturali dell’uomo. Fascismo e nazismo sono esempi chiave quando si parla di dittature, ma oggi assistiamo al Vietnam, al Cile, all’imperialismo russo e quello egemone americano che fanno scorrere sangue in tutto il mondo. Senza dimenticare episodi misconosciuti come lo sterminio dei pellerossa e dei neri d’America.

Ciò che colpisce in maniera sconvolgente è il cinismo con il quale si portano avanti azioni di guerra ancora oggi: non solo gli scrontri frontali e le nuove armi, ma le torture come pratica diffusa, perfino la diffusione di droghe pesanti che incidono su popolazioni inermi.

La sete di potere, il bisono di dominio, tutto maschile, è una componente irrazionale che ha cause profonde “da ricercare in quel capitolo della storia occupata da una menzogna e censurato: il capitolo dell’inconscio” (Lacan).

Il problema si mostra di nuovo in dimensioni mondiali, sempre più drammatico, proprio in un periodo di crisi, tutti serrano i denti in nome dei propri schifosi interessi. L’impotenza nella quale ci veniamo a trovare è causa del nostro perderci in un mondo che non sentiamo nostro e per il quale non crediamo valga la pena di lottare e reagire. Ogni discorso su questa apatia, dovuta al tenore di vita che conduciamo in questa società consumistica, è scontato e retorico: siamo vittime di un sistema che si è impadronito del nostro pensiero, dei nostro corpi, niente è più espressione pura e sincera, ma tutto fa parte di un gioco nel quale noi siamo le pedine che si muovono su una scacchiera perfettamente squadrata per noi.

In questo contesto è fuori luogo il discorso di coloro che definiscono alienati quelli che rifiutano il sistema, una vita programmata, un percorso obbligato, che scelgono ad esempio la droga non come rifugio, ma come modo di essere e comunicare, spesso non importa neanche più se è la morte che con essa si avvicina, perché in mancanza di ideali, valori e un mondo che si sta disfacendo, dove regna la psicosi della bomba nucleare “qualche ora o qualche anche d’attesa è assolutamente la stessa cosa, una volta che si è perduta l’illusione di essere eterni” (J.P. Sartre)

Tuttavia per quanto difficile possa essere, è vitale riuscire a trovare in noi il coraggio per uscire da questo malessere che ci lega mani e piedi, non ci si deve lasciar andare, non si può essere passivi: un passo falso e siamo al baratro.

Forse sarò stupida a pensare che nonostante tutto valga ancora la pena di parlare d’amore, perché da esso scaturiscono vita e dalla mancanza di esso oppressione. Finché si vive è necessario crederci, credere nella rivoluzione, nel cambiamento.

Creonte è vivo da secoli e sempre lo sarà, ma lo sarà anche Antigone, la voglia di alzarsi e dire no, l’amore al posto del raziocinio senza senso.

L’amore come forza totale che sconvolge e smuove i meccanismi più profondi. Niente può fermare Antigone, questa forza cosmologica che ci trae nel flusso delle cose, nel gioco di atomi che si attraggono e si respingono, la rivoluzione  possibile di un cambiamento.

Prenderò il dolore tra le braccia

“In piedi, entra la corte”

“Imputato Calabrò si alzi, prima di iniziare a leggere il capo d’accusa, si dichiara colpevole o innocente?”

“Innocente, Vostro Onore”

“Bene, lei è imputato con l’accusa di aver scomodato nel suo romanzo un gigante intoccabile della letteratura italiana. Era consapevole dei rischi ai quali andava incontro? Lei sa bene che in questa particolare fase storica per finire sotto processo basta un niente? Una parola detta inconsapevolmente, un gesto compiuto per sbaglio, un link errato, un like a un post inopportuno tac, si finisce dritti dritti sul banco degli imputati. E dunque lei, ben conscio di questo clima infuocato, che fa? È andato a scomodare nientepocodimeno che Dante? La Divina Commedia? Il viaggio ultraterreno per eccellenza? La guida del bene e del male di secoli di cultura universale? Un monumento pubblico? Ma lei sa che in altri periodi l’avrebbero messa alla pubblica gogna? Come ha osato?”

“Vostro onore, se posso intervenire, in qualità di avvocata della difesa…

“Prego, ne ha facoltà, anche se non avevo finito…”

“Grazie Vostro Onore, e mi perdoni, ma abbiamo compreso il concetto e le motivazioni dell’accusa. Ebbene sì, molti storceranno il naso nel sapere che il mio cliente qui, Antonio Calabrò, ha usato il Sommo Poeta come fonte di ispirazione, ma a lui va ascritto il grande merito (con buona pace dei benpensanti che guai a toccare i grandi!) di aver sì raccontato un viaggio ultraterreno alla stregua di Dante nei mondi che ci attendono a seconda se in vita abbiamo compiuto il bene o il male, ma  lo ha fatto affidandosi a una guida simbolo dei nostri tempi, icona dell’unico linguaggio capace più di altri di elevare gli spiriti di noi poveri mortali, ovvero quello della musica. Siamo in presenza quindi non solo di un viaggio che il nostro autore/protagonista compie nell’aldilà, ma di un viaggio nella musica la cui guida è, udite udite, John Lennon. Vede vostro onore, mentre nella Divina Commedia per capire chi sono i dannati e i beati abbiamo bisogno delle note sul libro o dell’insegnante che ci spieghi chi è e perché si trovi lì, qui riconosciamo benissimo i personaggi, sono nostri contemporanei: Hitler, Mussolini, Stalin , ad esempio. John non risparmia al “chitarrista” (così appella l’autore/protagonista) alcuna terribile visione delle pene inflitte a chi ha compiuto misfatti che noi ben sappiamo, così come lo guida nella periferia della Città dei morti e lo delizia con la vista di un luogo che la stessa guida aveva descritto in Lucy in the sky. Ha idea della meraviglia che quest’uomo è riuscito a creare con la sua fervida immaginazione? Dio, è la misura del nostro dolore, sono queste le parole che l’autore fa dire a John Lennon: “ogni tragedia, ogni dramma della nostra vita è un mattoncino che attende solo di essere replicato a polarità invertita..

“Mi scusi, avvocata, Grandinetti vero? Cosa intende con polarità invertita?”

“Bravo, Vostro Onore, è la stessa domanda che il chitarrista rivolge a John: entra dolore, esce amore. Fusione negli altri. Vivere ad armi abbassate, sempre. Non basterebbe soltanto questo, solo questa semplice, piccola frase per indurre chiunque a leggere questo libro? Non è forse questo un periodo così buio in cui davvero avremmo  bisogno di ritrovare il senso, ma non uno qualsiasi, il senso più alto della nostra esistenza. È un sogno, il suo, quello di ricercare il modo di essere compenetrato dal mistero della vita, dell’arte, della musica, del disegno di un sommo architetto, Dio o chi per lui, che ci ha voluto qui e adesso? Il guado della comprensione, vostro onore, quel guado attraversato da Dante e sì, a opera conclusa possiamo dire attraversato a buon diritto da Antonio Calabrò, che ci conduce nell’oltretomba e ci fa vedere il buio e la luce, i mondi possibili della colpa e del vivere giusti, accompagnati sempre dalla musica, dalle canzoni che ci appartengono? In fondo vostro onore, non dovete giudicare l’imputato perché ha osato ispirarsi a un modello ritenuto intoccabile, ma dovreste farlo dopo aver letto e magari scoperto che parla anche del vostro dolore, della vostra gioia, della vostra misera vita che magari vorreste cambiare e non sapete come. Ecco, Antonio Calabrò, temerario e astuto, l’ha fatto scrivendo quest’opera e facendone dono a noi, piccoli lettori del nulla molto spesso. Forse anche a voi si apriranno visioni diverse e ci sarà anche per voi uno strawberries field forever.

Perché la vita, vostro onore, è  sempre qualcosa di cui non abbiamo il controllo, ma è pur vero che abbiamo sempre il controllo delle nostre azioni, del nostro vivere nel mondo. Questo processo dunque non esiste e se mi permette… sa cosa le dico? Fanculo ai benpensanti. Viva chi osa.”

“Dunque lei, oltre a oltraggiare la corte con un linguaggio inappropriato, a difesa dell’imputato disconosce anche il valore di questo tribunale e della mia persona dicendo che non dovrei essere qui?”

L’avvocata si volta, dà un’occhiata al suo cliente, il quale annuisce. Lei restituisce un occhiolino di intesa.

“Certo, vostro onore, fanculo ai tribunali del mondo e del perbenismo sempre pronto nell’angolo, che processano coloro che osano sfidare in nome del bene, in nome dell’arte, in nome della sperimentazione, in nome della musica.  E sa che le dico? Fanculo pure Dante, che ora non è più l’unico ad avere raccontato l’aldilà… anzi no, aspetti, cosa dico? Io credo che Dante invece stia ridendo a crepapelle lassù, perché è felice, sì, certo, che scema, non c’avevo pensato. È felice Vostro Onore che qualcuno abbia ripercorso le sue orme per descrivere un viaggio mostrandoci i peccatori e i beati dei nostri tempi. Quindi la saluto vostro onore, legga di più e giudichi di meno e con tutto il rispetto: fanculo anche  a lei.”

Detto questo, di fronte a un giudice interdetto e incapace di rispondere, avvocata e autore se ne escono dall’aula sventolando ciascuno una copia di Prenderò il dolore tra le braccia, di Antonio Calabrò.

Ovviamente assolto.

PS: e anche se ho scherzato e giocato (ma neanche poi tanto) scrivendo di questo libro, voglio ringraziare l’eclettico autore perché proprio in un periodo nero come questo la lettura del suo romanzo mi ha consolato non poco. Ho trovato il mio strawberry field forever.

E già che ci siamo: fanculo anche alle guerre.

Antonio Calabrò, Prenderò il dolore tra le braccia, Laruffa Editore

Antonio Calabrò è nato nel 1964 ha un’età indefinita tra i 12 e i 75 anni, la passione per i libri di Melville, i dischi dei Rolling Stones e i film di Tarantino, ed è bel ragazzo oltre che un lettore assatanato. Ha pubblicato L’inferno innamorato, Johnny Rolling, Un libro ci salverà, Reggio è un blues, Chiudi e vai, Carneade. È collaboratore del giornale Zoomsud dal 2010. Ha scritto e diretto oltre trenta spettacoli teatrali, tra i quali le riduzioni da l’Odissea, Le avventure di Re Artù, Canto di Natale e gli originali Piazza Fontana, Mi sento una favole e molti altri. Organizzatore di eventi, DJ nostalgico, speaker radiofonico adora i tramonti sullo stretto, le serie TV, il buon cibo, la musica e la solitudine, ma solo quando è solo.

Alright, compa’. Tutto a posto

Non è un bel periodo, dentro di me e fuori di me: la stanchezza e l’incertezza incombono come macigni. Le parole confondono, se ne stanno appese nella testa con mollette di plastica a un filo che sembra non avere fine.

Giornate faticose, spesso insignificanti. Non le vorresti perché vorresti vivere, respirare, riflettere, amare, scrivere e camminare senza essere incalzata da ombre che ti ostacolano il passaggio e tolgono valore al tempo. Che manca, mi manca.

Freddo. Fa freddo. Giornate troppo fredde per queste latitudini, scruto i giorni del calendario per vedere quanto manca allo sbocciare del primo esemplare, uno qualsiasi che ti dica: l’inverno ha ceduto il passo.

Poi arriva la sera, finalmente tutto si ferma e la zavorra che ti inchioda se ne può anche andare a quel paese. Sotto il caldo di una coperta prendi dalla pila il libro che stai leggendo: lo apri alla pagina dove hai lasciato il segnalibro e, finalmente, te ne vai.

In quest’ultima settimana c’è stato lui ad aspettarmi ed è stato un compagno perfetto: un momento rotondo, magico, un incontro fortunato e benedetto.

Compa’, si chiama, perché l’autore a quest’io narrante non ha dato un nome, altro che un appellativo, compa’, come si chiamano qui in Calabria i compari, a volte gli amici. E sì, pensatelo, compari, Calabria, luoghi molto comuni, ma non è quello!

L’autore si fa beffa di voi che leggendo il titolo Alright compa’ vi fate un’idea: quell’idea. Quella sbagliata.

Lo fa lentamente, con malinconia e sagacia, snodando i fili di una storia “piccola”, di una trama sottile, smentendo qualsiasi idea preconcetta vi potreste esser fatti dal titolo, come spesso accade alle cose che accadono a noi, nati in questa terra, magari vissuti altrove.

Compa’ è stato con me in queste serate e mi ha consolato molto, moltissimo: come vederlo, seduto in un angolo ad attendermi, dinoccolato, pigro, incerto e così pieno di pensieri belli. Lui raccontava, io ascoltavo.

Con lui ho qualcosa in comune: la stessa città, Firenze, la stessa esperienza dell’afa e delle notti insonni, gli amici a Piazza Santo Spirito, a ridere, le stesse attese.

“Sudo. Soffoco. Cammino a fatica. Poi mi fermo, a cercare una macchia d’ombra. Chiudo gli occhi. Li riapro, uno alla volta, la mano curva sulla fronte. Quintali di cielo sopra di me.”

Il senso del vagare, il chiedersi a cosa si appartenga davvero, gli appartamenti condivisi, la precarietà. Il cielo uguale ovunque. La bellezza diversa. La vita com’è e come sarà quando cammini con le mani in tasca e non hai una destinazione precisa.

“Osservo e scruto ridendo le loro occhiate rapide; i piccoli movimenti delle labbra, delle dita. Ogni cinque minuti leviamo i calici in nostro onore, alla nostra felicità. Ma fossi da solo, lontano dallo sguardo di tutti, al posto di questo sorriso insano e sconcludente, avrei labbra serrrate a ghigno, a piangere con la faccia sul tavolo.”

Compa’ aspetta la sua chiamata di supplente annuale, calabrese insegnante precario a Firenze, ma se ne va: Londra, Manchester e poi chissà.

Chissà se torna.

Va a trovare un amico che ha un ristorante a Manchester, uno ormai sedimentato nella sua vita stagliata su cieli inglesi spesso cupi in compagnia del suo cane, Nero, che gli ripete: alright, tutto a posto, compa’. Tutto a posto.

Tutto a posto?

“Firenze sarebbe fantastica, se avessi la testa o fossi ancora all’università. Qui mi sento meglio, oppure no, forse non starei bene da nessuna parte, neppure a Cosenza, o a Manchester”.

Per un po’ di giorni sono andata a letto con questo romanzo, al caldo, via dalla pazza folla, a lasciarmi coccolare dalle parole giuste, sempre quelle giuste (come avrà fatto l’autore, Rino Garro, a trovarle con così tanta cura?) come se i mondi paralleli, quelli del giorno e della notte, fossero giunti a un punto tale di rottura da essere inconciliabili. Mi sono addormentata con Compa’ tra le braccia, tanto da centellinare le ultime pagine perché non volevo se ne andasse, come accade quando stai bene in compagnia di qualcuno che sta per partire.

Andarsene. Qui o altrove.

La cosa che mi è venuta in mente, sorridendo al pensiero, è che Compa’ è quel Massimo Troisi di Ricomincio da tre, quello al quale Mirabella dà un passaggio mentre fa l’autostop:

Venite da lontano?

Da Napoli

Emigrante?

Nnno, io c’avevo pure un lavoro a Napoli, una cosa normale, come tutti quanti… no, so’ partito così, pe’ viaggià, per conoscere un poco…

Conoscere.

Ecco, io ringrazio Rino Garro per il tempo che mi ha regalato, come grata sarò in eterno a Massimo Troisi.

Rino Garro, Alright, compa’, Rubbettino Editore

RINO GARRO
È nato a Rovito, in provincia di Cosenza. Vive a Firenze, dove insegna. Suoi racconti e contributi sono apparsi in Repubblica.it, Nazione Indiana, FlanerìL’immaginazione; e in antologie come Dei Mali (Avagliano, a cura di Idolina Landolfi), Sotto La Lente (Perrone Lab, a cura di Gabriele Ametrano), Libera Tutti (Zona, a cura di Federico Batini), La fortuna del racconto in Europa (Carocci, a cura di Milly Curcio).

Se volete leggere due bellissime recensioni (vere) qui i link

MARTINO CIANO su Gli amanti dei libri

http://www.gliamantideilibri.it/alright-compa-rino-garro/?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=facebook&utm_source=socialnetwork&fbclid=IwAR1pILtRYA0cm2lSmuRNB7apRiVj2e0s6ZwPH7AVQaG66uw2NA4tsiIJ9GU

GIANFRANCO CEFALI’ su Borderline

https://borderliber.wordpress.com/2022/01/18/rino-garro-alright-compa-rubbettino-editore/?fbclid=IwAR34PWt7wM2hW_rRzMrR1GzxizECMT8y0RYJnIacEtGUfN4Cievhr1hckHo

Per Franco, ora come due anni fa

Grazie ai miei ex colleghi per avermi dato l’opportunità di ricordare un collega che ha un posto speciale nel cuore e nella mente.

Francesco Paone,  per chi come me crede che la fine della vita terrena sia un passaggio e nessuno va via davvero fino  che vive nei ricordi, nella mente e nei pensieri di chi resta, oggi è qui con noi.

Ringrazio i colleghi e la Dirigente del Polo Tecnologico per avermi dato quello che io con sincerità (e chi mi conosce sa che non sono capace di fingere, né amo compiacere) considero un privilegio.

Questa non è una commemorazione di Franco, cioè una ricorrenza o una cerimonia: oggi Franco prende ufficialmente posto in quella che è stata la sua seconda casa e qui rimarrà non come un nome su una targa, ma come colui che insieme ad altri colleghi ha scritto la storia di questa scuola, vivendone e influenzandone le scelte e la crescita, sempre dalla parte degli studenti.

Io non posso definirmi in senso stretto un’amica di Franco, l’ho conosciuto e frequentato come collega per qualche anno, ma lui era una di quelle persone speciali che aveva il dono di mettere chiunque a proprio agio, esattamente come con un vecchio amico gli davi subito fiducia. Era una presenza rassicurante, a dimostrazione del fatto che spesso non occorre essere conoscenti di lunga data e sapere tutto l’uno dell’altro per entrare in sintonia. Basta essere sinceri, aperti, leali, sensibili, in poche parole: una bella persona. E sappiamo che Franco era tutte queste cose e diciamolo pure, cose difficili da trovare tutte insieme in un essere umano. Si può possedere una di queste doti, più raro è possederle tutte.

Quando se n’è andato nessuno voleva e poteva crederci, per giorni il pensiero andava là: a quella fila di sedili all’ingresso della scuola dove stava ogni mattina prima che suonasse la campanella, sorridente, scherzoso, con la battuta sempre pronta.

Non avete idea che dono siano le persone come lui, quelle che all’inizio della giornata ti mettono di buon umore, ti danno una spinta, ti strappano una risata. Viviamo in un modo che corre e scorre e anche la scuola, ahimè, è un ambiente sempre più schizofrenico e competitivo, più che sorrisi vediamo grugni. Invece le persone come Franco stoppano la palla e la fermano e le tensioni (come succedeva a volte in consigli di classe un po’ accesi) si stemperano.

Lui con il suo sorriso (era una delle poche persone che conosco che sorrideva anche con gli occhi) era lì a dirci la sua canonica frase: “e che problema c’è”?

Con il tempo sono le persone come lui che mancano alla scuola, quella saggezza e quella leggerezza e lui manca eccome, persone che sanno distinguere ciò che è importante da ciò che non lo è, fattore decisivo per chi oltre a insegnante si assume la responsabilità di essere anche educatore.

I ragazzi sanno sempre (molto più di quanto non siamo propensi a credere) di chi fidarsi: scelgono. E che Franco fosse tra questi lo hanno dimostrato le parole di decine e decine di studenti nei loro ringraziamenti, nelle testimonianze, nella commozione e nel dolore che tutti abbiamo avuto di leggere: eravamo in dad e in lockdown. Lo abbiamo vissuto a distanza ma nettamente, in quei giorni terribili.

Ho in testa lo smarrimento di noi tutti al rientro in presenza a scuola con il pensiero a quella sedia vuota che nessuno voleva accettare tale rimanesse perché non era pensabile che così andasse, non era neanche nelle più remote possibilità.

Ho in testa lo sguardo  e il silenzio del Prof. Renda, Ciccio per tutti, uno al quale la parola non manca di certo, che chiacchiera sempre: ma non in quei giorni, il suo sguardo perso e muto insieme agli altri. La comunità scolastica in quel momento faticava a trovare le parole.

In conclusione di questi appunti scritti di getto e a mano riporto una frase di Honoré de Balzac: “il ricordo è una memoria che ha goduto”. Qui sta il senso di ciò che vorrei dire: si può vivere senza lasciare traccia o memoria di sé e si può vivere lasciando negli altri quella piccola felicità di pensare “io l’ho conosciuto”, con una punta d’orgoglio, con la consapevolezza che le persone belle come Franco non se ne vanno mai veramente.

Ci sono esseri umani che hanno il dono di essere “intimamente” il mondo intero: un minuto, un’ora, un giorno o un anno trascorso con loro non fa differenza, vale un tempo infinto, denso e prezioso. Quello è il tempo che non potremo mai misurare perché batte dentro di noi. Lì anche l’assenza si trasforma in presenza.

Una frase un po’ scontata  ma efficace dice proprio questo: “io non so dove vanno le persone quando scompaiono, ma sono dove restano”.

Qui dove siamo e finché ci saremo.

Grazie Franco.

19 gennaio 2022

Il nostro meglio

Oggi i nostri appartamenti profumano di olezzi di deodoranti e vaporizzatori: sono vietati gli odori sgradevoli, come ad esempio quello del fritto.

Ricordo invece quando la domenica spesso rientravamo in casa ed era proprio l’odore del fritto che ci guidava in cucina a rubare le polpette o le patate: era giornata di pasta al forno e pollo, mia madre ci scacciava con “finitela che poi non mi bastano”, noi figli e nipoti allungavamo le mani come potevamo per agguantarne più possibile, calde e fumanti, patate o polpette che fossero.

Inizio da qui: dalle case com’erano e come sono.

Dai detersivi che oggi liquidano gli odori.

Quando ho iniziato a leggere Il nostro meglio da lettrice dei romanzi precedenti di Alessio Forgione avevo aspettative alte, è un autore che ho amato molto. Eppure ho fatto fatica: le prime pagine non mi “prendevano”, la storia del piccolo Amoresano a Bagnoli, il rapporto con la nonna e le vicende quotidiane di una famiglia come tante, una nonna che gli dice sempre che dopo pranzo bisogna mettersi sul letto per riposare un po’ gli occhi, confesso,è stato difficile entrarci.

Così l’ho lasciato per un po’, lì sul comodino, e ho letto un altro romanzo, sconclusionato, con una bella scrittura, rapida e ardita fino ai limiti dello spericolato.

Amoresano però era lì a guardarmi: io non penso mai che un libro non mi piaccia se ho avuto un inizio difficile, penso che deve arrivare il momento.

Infatti, quando è arrivato, beh, avevo torto io e le 260 pagine del romanzo le ho lette in cinque giorni.

Un libro dal quale lasciarsi portare, come ascoltare il gorgoglio di un ruscello montano senza fare altro una qualsiasi domenica di luglio quando vi siete lasciati l’afa alle spalle, una storia di ritmi equilibrati nella quale il respiro si adatta con una naturalezza sorprendente al respiro della narrazione, piano, in silenzio, lasciando  che le immagini della casa, dei luoghi, ci riempiano gli occhi, accogliendo nella nostra testa i pensieri, le parole eleganti e piccole del protagonista, uno che crescendo mal si adatta alla vita che cambia.

Bisogna essere un po’ il fanciullino di Pascoli, ho pensato leggendo, o avere la poesia delle piccole cose, lo stupore con cui si guarda ai legami che sono la cosa assoluta, la vita prima di ogni altra cosa, e poi la morte quando ci lascia un abbraccio.

È stato qui, soprattutto, che ho anche pianto: ho vissuto quell’abbraccio dipinto come un quadro in quello stesso modo, con quella forza, quella disperazione, quella speranza, quel groviglio di lacrime e braccia.

È un romanzo molto bello, l’ultimo di Alessio Forgione, questa è la semplice verità da dire.

Ho letto un’intervista all’autore nella quale raccontava la difficoltà di trovare un titolo, quello convincente e definitivo, quando è arrivato, come tutti i lampi che ti colpiscono tra capo e collo e illuminano per un secondo il buio delle cose e delle parole, ha capito che non poteva essere altro che quello: il nostro meglio (la trovate qui https://www.illibraio.it/news/dautore/alessio-forgione-il-nostro-meglio-1407728/)

La cucina di mia madre, le polpette e le patate, il giorno in cui è morta mentre noi ridevamo tutti insieme,  ho vissuto questo romanzo, più che letto, ritrovando  anche il mio meglio: se crescere è fatto naturale, salvare il meglio di ciò che ci accompagna in quel percorso è invece un fatto mentale, non si tratta di ricordi, ma molto di più: di consapevolezze che una volta scavato il solco dentro, non ci abbandoneranno mai, e abbasso i detersivi che rendono asettiche le nostre case e cancellano odori e umori indispensabili.

“Nonnì….
“Dimmi Chiccù…..
“Me la racconti quella storia….
“Mo’ riposa gli occhi Chiccù, dormi…..

Alessio Forgione, Il nostro meglio, La Nave di Teseo

Alessio Forgione è nato a Napoli nel 1986. Il suo romanzo d’esordio, Napoli mon amour (NN), ha vinto il premio Berto 2019 e il premio Intersezioni Italia-Russia; è stato tradotto in Francia e Russia. Il suo secondo romanzo, Giovanissimi (2020, NN), ha vinto il premio Comisso giovani 2020 ed è stato selezionato nella dozzina del premio Strega.

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