Insegnanti/zombie

Io insegnante, una zombie. Mi autodenuncio.

Ho in serbo un diario di scuola che raccoglie frammenti scritti nell’arco di circa vent’anni della mia esperienza di insegnante di istruzione secondaria superiore e prima o poi, quando sarò vicina al mio congedo, credo lo tirerò fuori per un’eventuale pubblicazione al solo scopo di levarmi un po’ di sassolini dalle scarpe. Ritengo – umilmente – che gli insegnanti siano responsabili di mancanza di indignazione quando si passa il limite, cosa che sta accadendo.

Sì, perché fa male svolgere una professione come la mia che dovrebbe essere tra quelle ritenute più importanti, visto che ci occupiamo di formare le classi dirigenti e quelle lavoratrici – la scuola funziona su questa distinzione molto più che in passato, ve n’eravate accorti? – di oggi e domani ed essere trattati come cavie e, peggio, praticamente nullafacenti, sempre in modo generalizzato.

Partiamo dalla cronaca recente: qualcuno ha visto che il nuovo governo, ad esempio, cambia la denominazione del Ministero e lo chiama Ministero dell’Istruzione e del Merito e, come per incanto, ecco che nel giro di qualche giorno compare la notizia della modella, influencer nel virtuale e asociale nel reale, che diventa medico a soli 23 anni che fa partire la discussione sul merito?

A parte che ho un fratello che negli anni ’70 si è laureato a Pisa in Giurisprudenza a meno di 22 anni perché era bravo, a parte che la scuola si fonda sul merito, visto che diamo i voti, come mai, mi chiedo e vi chiedo, le notizie che poi rimbombano sui social sono sempre in qualche modo legate alla visione politica del momento? Al tema che si vuol far passare come necessario?

Ecco che a raffica arriva la narrazione della scuola, procede a ondate con notizie quali il professore che ci prova con la studentessa o quello che molla un pugno a uno studente, sempre ripresi con tanto di video che diventano virali. Studenti che ormai registrano gli insegnanti e genitori che consegnano le registrazioni ai dirigenti:  una cosa che sarebbe illegale e che pure sta diventando pratica frequente. Fuori contesto qualsiasi cosa può apparire il contrario di quella che potrebbe essere.

“Ai miei tempi” (oh sì lo so, è terrificante questa espressione, me ne assumo tutte le responsabilità) mio padre mi avrebbe rimandato a scuola con un calcio nel sedere per molto, molto meno. Oggi no: siamo alla berlina. Non è un giudizio, è un’osservazione.

La narrazione sulla scuola un giorno sì un giorno ci parla di  docenti “inadeguati”, dunque il dibattito è aperto, ma attenzione, non nelle sedi preposte, lo è sui canali social e in tv: bisogna avere docenti selezionati, formati, occorre differenziare gli stipendi e distinguere i meritevoli, occorre ridefinire il contratto di lavoro non su base nazionale ma per favorire l’autonomia scolastica. Quindi avere una scuola di serie a e una serie b e legittimare le disuguaglianze: questo ormai è il disegno e non da oggi.  

Il sistema scolastico è di una tale complessità che è davvero difficile far capire cosa sta accadendo a chi non la vive ogni giorno, sono decenni che ogni ministro che passa deve lasciare la sua inutile impronta senza investire un euro significativo e oggi quello che stanno davvero cercando di fare è legare i finanziamenti alle scuole che si dimostrano meritevoli attraverso un sistema di rilevazione chiamato INVALSI sul quale esiste una letteratura vastissima a proposito della sua arbitrarietà che qui sarebbe lungo spiegare.

Ministri che hanno distrutto pezzo per pezzo la scuola pubblica e adesso  invece di investire sulla formazione (vera, non quella che ci vogliono imporre con annesso business), sulla dotazione di mezzi e sulla professionalità, attaccano ogni giorno docenti di ogni ordine e grado evidenziando le loro presunte mancanze e inadeguatezze.

Ci si stanca a spiegare, a parlare, a raccontare quello che siamo diventati davvero: si cerca di campare con lo stipendio,  di farsi tre mesi di vacanza (la quantificazione delle effettive ore di lavoro? Neanche a parlarne) di prendersi quelle soddisfazioni quotidiane che ti vengono dalle attestazioni di alunni e genitori. E poi ti tieni la merda che ti gettano addosso, il “bastone e carota”, come disse qualche anno fa il Ministro Profumo, o il riconoscimento dello stato di “missionari” come fece il Ministro Moratti o la devozione del mestiere, più di recente il Ministro Bianchi in preda a una visione mistica.

La realtà è che siamo un branco di zombie senza alcun potere di incidere: per noi ci sono sempre i vari Galimberti, Recalcati, Gramellini & C. a parlare.

Per chiudere questa parziale e rapida riflessione mi avvalgo di una frase di uno scrittore (che è anche insegnante), che contiene il “senso” vero dell’insegnamento (per me, chiaro):

“La parola scuola etimologicamente vuol dire vacanza, riposo. È, quindi, un periodo di ozio (dal lavoro e dalle sue fatiche) in cui il tempo a disposizione deve essere impiegato per forgiare quegli strumenti che danno accesso alla lingua, al pensiero e, perché no, alla bellezza. (Marco Balzano)

In fondo se esplori come si deve la “bellezza” del pensiero nella sua interezza, qualsiasi cosa (perfino la lotta al bullismo, per fare un esempio, senza ammorbarsi di progetti) avrà le sue ricadute sui comportamenti etici e nei processi di conoscenza e convivenza.

In fondo, una cosa semplice. A patto che ci lascino fare il nostro lavoro.

Ah! e magari ci rinnovino il contratto, scaduto da anni: bisogna pur parlare del vile denaro ogni tanto visto che si inventano la qualsiasi per non farlo.

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