Partitura per cinque minuti

Cinque minuti.

La chiave era in tasca. Apre la porta ed entra. La finestra del soggiorno è aperta, le tende sembrano fantasmi danzanti. Lascia che l’aria entri e le tende volino. C’è un cono di luce tra le imposte e il pavimento: dentro brilla un pulviscolo iridescente.

Sorride.

Quattro minuti.

Attraversa l’appartamento a piedi scalzi. Si guarda intorno alla ricerca del particolare che avrebbe rivelato l’assenza.

Sorride.

È il disordine.

Comincia a vagare tra una poltrona e una sedia e si accorge che la borsa è lì, appesa, proprio dove l’ha lasciata.

Sorride.

Scivola sul pavimento tiepido. La finestra lascia entrare i riverberi di una bella giornata di primavera. Si abbraccia accarezzandosi le spalle mentre i suoi piedi si muovono rapidi.

Quanto le piaceva alzarsi al mattino e spalancare quella finestra nella bella stagione.

Sorride.

Danza.

Tre minuti.

Va in camera da letto. Il letto è sfatto, il cuscino adagiato sul suo lato del letto, senza neanche una piega. È rimasto ad aspettare il sonno di una notte.

Sorride.

Danza.

Uno due tre.

Più lento.

Uno. Due. Tre.

Poi rapidamente, un passo avanti e uno indietro. I fianchi disegnano un movimento rotondo, mentre i piedi segnano il passo. Uno avanti e uno indietro.

Ha mai ballato così? Non lo ricorda. Adesso è tutto più naturale.

Sorride.

Danza.

Due minuti.

La cucina. Vuol vedere la cucina. Danza intorno al tavolo. Una. Due. Tre volte. Sul ripiano è abbandonata una gran quantità di oggetti: bollette tazze vuote di caffè con fondi scuri un cucchiaio abbandonato una rivista aperta un calendario fermo al mese precedente un libro chiuso foto in bianco e nero sparse ovunque fogli bianchi con appunti illeggibili una piuma d’uccello un fiore secco una pigna d’abete avanzi di cibo in un piatto un bicchiere una bottiglia di plastica vuota della sua acqua due cioccolatini una lattina un santino l’agenda aperta due penne una nera e una rossa un pennarello nero gomme da masticare.

Danza intorno al tavolo. Sempre più rapida. E ancora. E ancora. Sempre più leggera. Accarezza gli oggetti.

Bollette, tazze vuote di caffè con i fondi scuri un cucchiaio abbandonato, una rivista aperta, un calendario fermo al mese precedente, un libro chiuso, foto in bianco e nero sparse ovunque, fogli bianchi con appunti illeggibili, una piuma d’uccello, un fiore secco, una pigna d’abete, avanzi di cibo in un piatto, un bicchiere, una bottiglia di plastica vuota della sua acqua, due cioccolatini, una lattina, un santino, l’agenda aperta, due penne, una nera e una rossa, un pennarello nero, gomme da masticare.

Sorride.

Danza.

Che meraviglia quel disordine! È così che vive adesso?

Un minuto.

Accarezza con i palmi gli scaffali, apre i cassetti, uno dopo l’altro. Apre. Chiude. Apre. Chiude. Cosa manca? Cosa manca? È tutto in ordine? Cosa manca?

Sorride.danza.

Cinquanta secondi.

Torna nel soggiorno, si avvolge nella tenda e ci volteggia dentro facendosene un drappo. Il sole la colpisce in pieno petto. Peccato non poter esplodere.

Trenta secondi.

Posa un bacio sulla foto in cui erano insieme a guardare un orizzonte sparito.

Sorride.

Danza.

Venti secondi.

Danza ancora.

Volteggia nell’ingresso. I piedi scalzi. Non porta scarpe.

Guarda la mensola.

Sorride.

Dieci secondi.

Posa la sua chiave nel piatto d’argento, proprio dove era solita lasciarla sempre.

Sorride.

L’avrebbe notata?

Smise di danzare.

Cinque secondi.

Riapre la porta. Si volta un’ultima volta indietro.

La luce. La luce.

Ricordati la luce.

“Vivi”.  

Chiude la porta.

Sorrise.

Un secondo.

E sparì.

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