Vien voglia di stare in silenzio

Torna in libreria L’assedio, di Rocco Carbone per merito dell’Editore calabrese Rubbettino. Il romanzo era stato pubblicato nel 1998, l’autore (nato a Reggio Calabria e morto a Roma) è scomparso prematuramente, lasciando una produzione riscoperta grazie e Emanuele Trevi che ne ha raccontato la biografia in Due vite (Premio Strega 2021)

Dopo aver letto L’assedio vien voglia di dire: zitti tutti, posate penne, tastiere, idee, convulsioni e aspirazioni di fama e leggete.

Il silenzio: è ciò che a me ha suggerito la lettura di queste pagine perfette nelle quali si racconta che all’improvviso sulla città di R. comincia a cadere una polvere bianca dal cielo, uno strano fenomeno meteorologico, che nessuno sa spiegarsi. E mentre la città si ricopre di polvere e gli abitanti sono costretti a riparare nelle case, assediati dalla sabbia, i soccorsi non arrivano e l’isolamento della città è totale, fino alla lotta per la sopravvivenza.

La città di R., incastonata tra montagna e mare, forse è una città che conosciamo e che magari conosceva anche l’autore: una città difficile, lontana, dove si è lasciati alla sorte senza che nessuno manifesti uno straccio di volontà vera di una spiegazione qualsiasi di ciò che sta accadendo, o di un aiuto.

Ma la città di R. è anche una condizione, la nostra: “l’esterno” sempre meno raggiungibile se non a costo di rischiare la vita, quella luce gialla che avvolge ogni cosa, lo strato di sabbia che giorno dopo giorno si alza fino a ergere barriere impraticabili, nessuno può sottrarsi all’inevitabile.

Per certi versi profetico: venticinque anni fa Rocco Carbone ha descritto la nostra natura braccata, quella che oggi – tra guerra, crisi energetica, crisi climatica – stiamo vivendo sulla nostra pelle. Siamo esseri umani ormai disorientati, con sempre meno appigli, ricoperti da un senso di impotenza, come la polvere gialla che ricopre quell’imprecisato luogo geografico.

E poi l’umanità descritta nei personaggi: alcuni che nel bene hanno sempre agito e continueranno ad agire fino allo stremo, coloro che scelgono l’umanità, personaggi di fronte ai quali ci si commuove. Altri che approfitteranno per mettere in atto, armi alla mano, strategie criminali di sottomissione e seguiranno la via del cinismo.

Non sai di cosa sono capaci le persone, quando si tratta di sopravvivere”.

Scrive Emanuele Trevi nella Prefazione: «una splendida occasione di riscoperta di un autore tra i più originali e coinvolgenti nel panorama narrativo italiano fra tardo Novecento e inizi del nuovo millennio»

Sono rimasta “esterrefatta” dallo scorrere naturale delle parole, messe una dopo l’altra per permettere a chi legge di entrare nelle pieghe della narrazione senza sforzo, come solo la grande narrativa sa fare:

Alla fine del terzo giorno della fitta pioggia di sabbia, poco prima dell’alba, si levò dal mare un vento fortissimo, che batté per molte ore la città in ogni suo quartiere. La polvere bianca che si era accumulata per terra, nelle strade ormai impraticabili, a ridosso delle pareti degli edifici e che era già arrivata, in molte parti, a più di un metro e mezzo d’altezza, fu sollevata da un soffio inarrestabile che la trascinò via nel suo percorso verso ovest, in direzione delle colline. (…) Poco dopo mezzogiorno la bufera diminuì d’intensità, e in breve abbandonò quel luogo, lasciandolo in una pace innaturale.

Per certi aspetti questo romanzo me ne ha ricordato un altro letto di recente (così come il suo autore, Nicola Pugliese, anche lui prematuramente scomparso) altrettanto potente e con una storia simile: Malacqua, nel quale è la pioggia incessante su Napoli a determinare gli eventi.

A volte si ironizza sui romanzi indispensabili o necessari: talvolta però accade di incontrarne uno.

Il romanzo

L’assedio (Prefazione di Emanuele Trevi)

Sulla città di R., stretta fra le montagne e il mare di una geografia imprecisata, si abbatte un’inspiegabile e insistente pioggia di sabbia. La popolazione, impreparata a tale evento, si ritrova assediata dalla coltre terrosa che cade incessantemente. Le autorità non riescono a prestare soccorso e dopo pochi giorni i contatti con l’esterno si interrompono, l’isolamento è totale, nessuno può più allontanarsi o accedere allo spazio urbano. Tra chi rimane serpeggia l’esasperazione e lo sconforto, ed è già lotta per la sopravvivenza. «Ma cosa bisogna fare per resistere dentro quel muto teatro di sabbia e continuare a essere uomini: obbedire alla propria missione, religiosa o laica che sia, come padre Retez e il medico Damiano? Oppure saltare il fosso del cinismo come il giovane Demetrio? O ancora, come Saverio, cercare una via “umana” alla battaglia contro il male, esponendosi così al dubbio, all’ambivalenza delle emozioni, ai tracolli della ragione?». Con la riproposta di questo romanzo, premonitore e lancinante come pochi, torna finalmente ai lettori Rocco Carbone, tra i più umbratili e affilati autori della narrativa contemporanea, «interprete così acuto e spassionato della condizione umana».

L’autore

ROCCO CARBONE

(Reggio Calabria, 1962 – Roma, 2008), dopo gli studi a Roma e a Parigi, ha esordito nel 1993 con Agosto, cui hanno fatto seguito Il comando (1996), L’assedio (1998), L’apparizione (2002), Libera i miei nemici (2005). Sono usciti postumi Per il tuo bene (2009) e Il padre americano (2011). Ha pubblicato numerosi saggi e interventi su riviste come «Nuovi Argomenti», «Linea d’ombra», «L’indice», «Paragone», e collaborato con vari quotidiani tra cui «la Repubblica», «l’Unità» e «Il Messaggero»

Alright, compa’. Tutto a posto

Non è un bel periodo, dentro di me e fuori di me: la stanchezza e l’incertezza incombono come macigni. Le parole confondono, se ne stanno appese nella testa con mollette di plastica a un filo che sembra non avere fine.

Giornate faticose, spesso insignificanti. Non le vorresti perché vorresti vivere, respirare, riflettere, amare, scrivere e camminare senza essere incalzata da ombre che ti ostacolano il passaggio e tolgono valore al tempo. Che manca, mi manca.

Freddo. Fa freddo. Giornate troppo fredde per queste latitudini, scruto i giorni del calendario per vedere quanto manca allo sbocciare del primo esemplare, uno qualsiasi che ti dica: l’inverno ha ceduto il passo.

Poi arriva la sera, finalmente tutto si ferma e la zavorra che ti inchioda se ne può anche andare a quel paese. Sotto il caldo di una coperta prendi dalla pila il libro che stai leggendo: lo apri alla pagina dove hai lasciato il segnalibro e, finalmente, te ne vai.

In quest’ultima settimana c’è stato lui ad aspettarmi ed è stato un compagno perfetto: un momento rotondo, magico, un incontro fortunato e benedetto.

Compa’, si chiama, perché l’autore a quest’io narrante non ha dato un nome, altro che un appellativo, compa’, come si chiamano qui in Calabria i compari, a volte gli amici. E sì, pensatelo, compari, Calabria, luoghi molto comuni, ma non è quello!

L’autore si fa beffa di voi che leggendo il titolo Alright compa’ vi fate un’idea: quell’idea. Quella sbagliata.

Lo fa lentamente, con malinconia e sagacia, snodando i fili di una storia “piccola”, di una trama sottile, smentendo qualsiasi idea preconcetta vi potreste esser fatti dal titolo, come spesso accade alle cose che accadono a noi, nati in questa terra, magari vissuti altrove.

Compa’ è stato con me in queste serate e mi ha consolato molto, moltissimo: come vederlo, seduto in un angolo ad attendermi, dinoccolato, pigro, incerto e così pieno di pensieri belli. Lui raccontava, io ascoltavo.

Con lui ho qualcosa in comune: la stessa città, Firenze, la stessa esperienza dell’afa e delle notti insonni, gli amici a Piazza Santo Spirito, a ridere, le stesse attese.

“Sudo. Soffoco. Cammino a fatica. Poi mi fermo, a cercare una macchia d’ombra. Chiudo gli occhi. Li riapro, uno alla volta, la mano curva sulla fronte. Quintali di cielo sopra di me.”

Il senso del vagare, il chiedersi a cosa si appartenga davvero, gli appartamenti condivisi, la precarietà. Il cielo uguale ovunque. La bellezza diversa. La vita com’è e come sarà quando cammini con le mani in tasca e non hai una destinazione precisa.

“Osservo e scruto ridendo le loro occhiate rapide; i piccoli movimenti delle labbra, delle dita. Ogni cinque minuti leviamo i calici in nostro onore, alla nostra felicità. Ma fossi da solo, lontano dallo sguardo di tutti, al posto di questo sorriso insano e sconcludente, avrei labbra serrrate a ghigno, a piangere con la faccia sul tavolo.”

Compa’ aspetta la sua chiamata di supplente annuale, calabrese insegnante precario a Firenze, ma se ne va: Londra, Manchester e poi chissà.

Chissà se torna.

Va a trovare un amico che ha un ristorante a Manchester, uno ormai sedimentato nella sua vita stagliata su cieli inglesi spesso cupi in compagnia del suo cane, Nero, che gli ripete: alright, tutto a posto, compa’. Tutto a posto.

Tutto a posto?

“Firenze sarebbe fantastica, se avessi la testa o fossi ancora all’università. Qui mi sento meglio, oppure no, forse non starei bene da nessuna parte, neppure a Cosenza, o a Manchester”.

Per un po’ di giorni sono andata a letto con questo romanzo, al caldo, via dalla pazza folla, a lasciarmi coccolare dalle parole giuste, sempre quelle giuste (come avrà fatto l’autore, Rino Garro, a trovarle con così tanta cura?) come se i mondi paralleli, quelli del giorno e della notte, fossero giunti a un punto tale di rottura da essere inconciliabili. Mi sono addormentata con Compa’ tra le braccia, tanto da centellinare le ultime pagine perché non volevo se ne andasse, come accade quando stai bene in compagnia di qualcuno che sta per partire.

Andarsene. Qui o altrove.

La cosa che mi è venuta in mente, sorridendo al pensiero, è che Compa’ è quel Massimo Troisi di Ricomincio da tre, quello al quale Mirabella dà un passaggio mentre fa l’autostop:

Venite da lontano?

Da Napoli

Emigrante?

Nnno, io c’avevo pure un lavoro a Napoli, una cosa normale, come tutti quanti… no, so’ partito così, pe’ viaggià, per conoscere un poco…

Conoscere.

Ecco, io ringrazio Rino Garro per il tempo che mi ha regalato, come grata sarò in eterno a Massimo Troisi.

Rino Garro, Alright, compa’, Rubbettino Editore

RINO GARRO
È nato a Rovito, in provincia di Cosenza. Vive a Firenze, dove insegna. Suoi racconti e contributi sono apparsi in Repubblica.it, Nazione Indiana, FlanerìL’immaginazione; e in antologie come Dei Mali (Avagliano, a cura di Idolina Landolfi), Sotto La Lente (Perrone Lab, a cura di Gabriele Ametrano), Libera Tutti (Zona, a cura di Federico Batini), La fortuna del racconto in Europa (Carocci, a cura di Milly Curcio).

Se volete leggere due bellissime recensioni (vere) qui i link

MARTINO CIANO su Gli amanti dei libri

http://www.gliamantideilibri.it/alright-compa-rino-garro/?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=facebook&utm_source=socialnetwork&fbclid=IwAR1pILtRYA0cm2lSmuRNB7apRiVj2e0s6ZwPH7AVQaG66uw2NA4tsiIJ9GU

GIANFRANCO CEFALI’ su Borderline

https://borderliber.wordpress.com/2022/01/18/rino-garro-alright-compa-rubbettino-editore/?fbclid=IwAR34PWt7wM2hW_rRzMrR1GzxizECMT8y0RYJnIacEtGUfN4Cievhr1hckHo

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