Metafore e fregature

E. Hopper, Camera di albergo (1931)

Un quadro, una storia

Fai il letto. Disfa il letto, avanti così tutti i giorni. Mi chiedo perché si debba rifare un letto al mattino (e così tutte le mattine) se poi lo dobbiamo disfare alla sera (e così tutte le sere).

Fai il letto. Disfa il letto. Ricomponiamo l’ordine delle cose, rassettiamo le bugie, accatastiamo i sentimenti di troppo , formiamo piramidi lineari di senso.

Una volta però un artista mi ha fregato.
Posso dipingere la vostra camera da letto?” Mi chiese.
Non so bene cosa avesse visto di curioso in quella stanza. Comunque era un amico e acconsentii.
Con Dennis ci trasferimmo per qualche giorno nella camera degli ospiti.
Gli artisti sono strani. Per descrivere la realtà usano gli artifici. Adesso posso dirlo: quella camera da letto odorava di gatto morto di chiuso e di scarpe sparse. I vestiti abbandonati sulla sponda del letto ti costringevano a ricerche nevrotiche, spesso vane. Il comò era quello di una donna invecchiata dove niente è più al suo posto tanto che differenza fa.
E il letto. Il letto era perennemente sfatto. Un groviglio di notti senza il respiro del sonno. Il campo di battaglie aspre e concluse per sfinimento.
Queste sono le camere da letto dei matrimoni finiti. L’immagine di un fallimento. Si diventa cattivi in barba a tutte le buone promesse.

Ma lui, l’artista, cosa ti va a dipingere?
Una camera linda, un ordine asettico, preciso, soffocante. Una perfetta geometria di linee e di luce. Niente oggetti. Un uomo riverso sul letto e una donna al suo fianco. Composti e gelidi.

Magari aveva ragione lui, non lo so. È l’interpretazione che frega. Tu pensi di aver capito e invece arriva quello che ne sa più di te, ti spiega e ti fa sentire un’idiota (che poi che ne sa lui? Tu c’eri in quella stanza, lui no.)

Invece questa è la vita adesso. Letto rifatto e valige in vista. Non c’è bisogno di riporle. Posso prenderle in qualsiasi momento e uscire o non prenderle mai e lasciarle dove stanno. E per non rifare il letto non lo disfo. Ci dormo sopra.
Via di fuga e letto rifatto.
Qualsiasi camera è la mia senza che mi appartenga.
E stavolta il quadro me lo sono fatto  da sola. Così non ci sono fregature.
E nemmeno metafore.

Il quadro è E. Hopper, Camera di albergo (1931)

Sunlight in the cafeteria (Un quadro, una storia)

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Ho posato l’ago e il filo nella cesta. L’avevo spostato il suo fottuto bottone.
«Eccoti i pantaloni».
Entro in camera da letto e Josè è carponi sul letto, a pancia in giù, col respiro pesante del sonno pomeridiano. Guardo dalla finestra, il sole inonda la strada deserta. Decido di uscire. Penso di lasciare un biglietto, ma poi penso che Josè non si sarebbe svegliato prima di un paio d’ore, tanto durano le sue pennichelle estive. Poi si sarebbe infilato di nuovo in cantina tra le sue cianfrusaglie fino all’ora di cena.
Apro il portone e mi investe una nube di calore afoso, mi piace il caldo d’estate. Prendo a camminare senza curarmi della direzione, non ho un posto preciso dove vorrei andare. Forse il bar su Canal Street, a quattro isolati da qui. Non ci sono mai entrata, ma da fuori mi è sempre piaciuto. Controllo se il borsellino è nella borsa, ho voglia di bere qualcosa di fresco.
Perché non me ne vado? Perché non lo lascio? Per lui sono un’ombra che attacca i bottoni dei suoi pantaloni e prepara la cena. E non è per amore che resto, l’amore è finito da un pezzo, da quando i sogni di gloria si sono infranti, da quando la vita qui è diventata un tirare a campare, senza più soldi e nemmeno sogni, infranti, tutti.
A due isolati da casa penso che oggi potrei non tornare. Potrei bere una vodka ghiacciata all’arancia e poi chiamare dalla prima cabina e dire: non torno, ti lascio.
Magari cerco un posto per la notte e da domani un lavoro. Potrei andare da Bertha per qualche giorno.
Davanti al bar mi fermo. 
A parte un uomo che sta prendendo un caffè non c’è nessun altro. Perfetto, così potrò godermi la mia vodka ghiacciata tranquilla.
La porta scampanella, segnala che sono entrata. Mi siedo al primo tavolo, a fianco dell’uomo che guarda oltre la vetrata.
Ordino la mia vodka e nell’attesa fisso il tavolo cercando di non pensare. Sento il sole addosso. Dentro il locale è come l’avevo immaginato. Mi piace questa grande vetrata sulla strada.  Mi piace la luce che c’è all’interno. Ti avvolge e ti nasconde. Il cameriere mi porta la vodka in un piccolo bicchiere ghiacciato, lo lascia sul tavolo con lo scontrino. Tiro su un sorso, sento che l’uomo accanto a me comincia a fissarmi, poso il bicchiere mentre avverto il suo sguardo addosso. Si muove come se fosse inquieto. Forse vorrebbe dirmi qualcosa. In fondo siamo un uomo e una donna seduti in un bar vuoto, soli entrambi. Forse vuol fare solo due chiacchiere. Ho voglia di lasciarmi andare. Tiro su un altro sorso di vodka. Poi, non so come e nemmeno da quale angolo remoto della mia testa parte un comando. Mi volto di scatto e gli dico:
«Vuole sedersi al mio tavolo?»
A stento riconosco la mia voce.
L’uomo mi guarda con aria interrogativa, credo non sia sicuro di aver capito.
«Mi scusi – aggiungo –  ma siamo io e lei qui, pensavo avremmo potuto fare due chiacchiere. Magari due passi. Ho notato che mi sta fissando».
Ma che stavo facendo?  Ero davvero così sola?
L’uomo accenna un sorriso. Noto che ha un bel volto dalla pelle abbronzata e gli occhi scuri.
«Mi perdoni –risponde – ma visto che lei è stata così sincera con  me,  voglio esserlo anch’io con lei. In fondo non ci conosciamo e tra sconosciuti ci si può concedere il lusso di essere sinceri. La vede quella porta nella strada di fronte, proprio dietro di lei? »
Mi volto. Noto  la porta della casa di fronte.
«In realtà io non stavo fissando lei, fissavo quella porta, lei si è seduta nel mezzo.  Sto aspettando che esca un uomo da lì, perché subito dopo una donna sarà dietro quella tenda al primo piano, e quello sarà il segnale del via libera. È lì che abita la donna che aspetto di incontrare. Siamo amanti, e l’uomo che sta per uscire è suo marito.»
Vorrei morire. Mi volto di nuovo a fissare la casa, una bella casa borghese con le tende bianche alle finestre, e mi sento un’idiota. Non riesco nemmeno a trovare qualcosa da dire.
Riprendo a fissare il mio bicchiere e non ho voglia di scusarmi. Proprio non c’è altro da dire. La vodka è diventata calda e io all’improvviso in questo cono di luce ho freddo. Con la coda dell’occhio continuo a vedere l’uomo che si agita inquieto, ha lo sguardo fisso alla casa di fronte, dalla quale non esce nessuno.

Sunlight in a Cafeteria – Edward Hopper

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