Esistono i personaggi in cerca d’autore?

Negli ultimi mesi tutte le sere, prima di dormire, spengo la luce e accenno un rapido segno della croce, un gesto furtivo, e se per caso lo dimentico ecco che lei arriva a piagnucolare, mi pungola, un monito che mi spinge a compiere un’azione che non mi appartiene, quasi fosse una funzione quotidiana normale. No, non ha niente a che fare con un rito di fede: è a causa di Adania.

Chi è Adania? Una donna di mezza età, albanese di nascita, che lavora come badante presso una casa nobiliare, a servizio di un’anziana taccagna e rompiscatole, vedova di un generale.

Ecco, per me funziona così: Adania è un personaggio, non esiste, per il momento è una minuscola tessera di un mosaico ambizioso, vive su un foglio A4 in uno schema, insieme ad altri personaggi che costruiscono una tessitura pensata la scorsa estate.

Ora perché sia proprio lei tra i tanti a presentarsi ogni sera puntuale e costringermi a ripetere un gesto che appartiene a lei e non certo a me, non so dirlo, non riesco a spigarlo. Arriva nel buio, il volto nell’ombra (ancora non ne conosco la fisionomia precisa, ma conosco già bene la storia) e mi ricorda che lei è lì e starà lì, a ricordarmi di scrivere.

Per me funziona così: non sono io a cercare le storie, sono loro che cercano me. Fintanto che non ho vissuto la scrittura come un elemento vitale indispensabile, non avevo questo genere di ossessioni, magari per mancanza di sufficiente fiducia nelle mie capacità, per i miei dubbi costanti, nella convinzione che “saper scrivere” non equivalga a saper raccontare storie; un talento può esistere, ma tale non è se non è praticato, sofferto, invasivo.

Non ho neanche il trauma della pagina bianca: una volta che lo spazio vuoto mi si apre davanti procedo spedita, loro sono già lì a suggerirmi le traiettorie, i gesti, le azioni, i sentimenti e i conflitti.

Succede che io li tenga sullo sfondo della mia esistenza perché il tempo (almeno il mio) è tiranno, e tanti sono gli impegni, tuttavia non mi mollano.

In questo momento ha le fattezze sfumate di Adania che con quel segno della croce mi pizzica dentro, quasi con cattiveria, come se la sua vita dipendesse da me, come se fosse una sorta di responsabilità che mi sono assunta solo per il fatto di averla immaginata.

A pensarci bene non è un rapporto leale e forse nella mia mente qualcosa non funziona a dovere.

È stato così anche per Anna e quella casa vista in cima alla collina, ma fin lì poteva starci: ne Il mistero della casa del vento Ann è un personaggio sufficientemente autobiografico, la sua esistenza era la mia stessa esistenza, scrivere quel romanzo mi ha dato una forza e una dimensione nuova, diversa, anche se poi ho tirato fuori una bella storia trattata male perché non avevo sufficiente esperienza per distaccarmene e il fascino delle mie donne vento mi ha fatto perdere.

Dopo è stato diverso.

Oriana e Dario, ad esempio: un pavimento di granito, una stanza vuota, una finestra e due sedie (di quelle che si vedono a scuola, di ferro e compensato, una delle quali senza spalliera). Erano seduti lì, io mi trovavo in una località di mare, mi pare fosse Terracina, è stato tanto tempo fa, da dove mi sarei dovuta imbarcare per Ponza, cosa che poi non feci. Mi trovavo a un bar, in vacanza, cosa c’entravano loro? Eppure si presentarono così, senza essere stati invitati. Dopo un po’ di tempo li ho scritti, ho dato loro una collocazione e un tempo: il titolo – Le mani in tasca – era quello giusto, la storia no. Così li ho abbandonati.

Poi è arrivata Cosma, con la musica, su un pezzo dei Dounia questa ragazza di spalle che correva per vicoli. Ho ascoltato la sua storia, me ne sono innamorata e l’ho scritta ed è stata lei a puntare il dito in direzione di Tilde e Cettina le altre protagoniste d La Malasorte.

Uscito il romanzo, Oriana e Dario intanto erano rimasti nello squallore di quella stanza vuota: continuavano di tanto in tanto a presentarsi, a guardarmi di traverso, come se li avessi traditi, fino a che non sono rientrata in quella stramaledetta stanza: Dario era rimasto lo stesso dolce ragazzo, timido, Oriana invece si era alzata imperiosa da quella sedia: voglio fare la terrorista, mi disse. Finalmente erano contenti e la storia sì, era quella giusta, il senso delle mani in tasca che non avevo trovato anni prima.

Adesso so bene che Adania non mi darà tregua, mi vengono in mente altre idee, ma niente: potrò fare tremila altre cose prima di tornare in quella dimora suntuosa, ma lei è lì.

C’è un titolo, altri personaggi e una matassa da dipanare, e fino a che non deciderò di prenderne il filo e tesserlo, tornerà ogni notte perché mi ricordi di lei che è nata nella mia testa a letto, in una stanza fredda, che si segna con la mano. Nel nome del padre, del figlio, dello spirito santo. Amen.

4 marzo

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C’è qualcosa di più importante della logica: l’immaginazione (A. Hitchcock)

La scorsa settimana ho iniziato un piccolo percorso in seconda. L’idea non è mia, l’ho presa in prestito da un insegnante di scrittura, molto bravo. Ho chiesto ai ragazzi di scrivere la loro costituzione della felicità, venticinque articoli per definire di cosa ci sarebbe bisogno per essere felici, quindici articoli di carattere generale e dieci dedicati alla scuola.
Ebbene, i risultati sono stati sorprendenti: la maggior parte dei ragazzi ha scritto veri e propri vademecum di regole, tutte riferite a quello che potrebbe definirsi un benessere sociale: sanità, scuole più attrezzate, laboratori, maggiore pulizia. Tutte cose molto concrete insomma.
Detto così potrebbe sembrare un bene, sembra che abbiano a cuore la convivenza civile. Il fatto è che quando abbiamo fatto le varie presentazioni alla classe per votare la costituzione di maggior gradimento, la cosa che è venuta fuori è stata per lo più la mancanza di un guizzo, di un’idea originale e personale. Non hanno scritto le cose più giuste o più vere, semplicemente hanno messo insieme quelle più semplici e meno faticose.
L’attività si è conclusa oggi con un tema in classe: ho dato loro delle frasi, semplici ma significative, su possibili significati della felicità, le abbiamo spiegate e ho chiesto un commento riferendosi ciascuno alla propria costituzione.
E’ stata una processione continua di domande e di dubbi, di “non so cosa scrivere”. Sono diventata man mano sempre più insofferente: ma ce l’avrete dei desideri, delle idee, delle esperienze, avrete provato qualcosa che assomigliasse alla felicità? Qualcuno mi ha chiesto un sinonimo di felicità: non ce ne sono, se parli di Maria non ti puoi riferire ad Antonio. La felicità è la felicità. Non è gioia o piacere o beatitudine. E’ felicità. Lasagne ripiene, non brodino!
In un impeto di perdita di pazienza incontrollata ad A. M. che aveva scritto una scarna colonna di banalità sugli amici e pretendeva di aver esaurito il suo compito, confesso di avergli cercato io stessa sul cellulare It can happen degli Yes e gli ho detto: “tu ora lo usi il cellulare, ti spari questa musica a volume alto nelle orecchie e mi racconti che cosa hai provato.” Alla sua età quando mi sentivo vogliosa di energia era la mia preferita. Perfino adesso mi fa lo stesso effetto. Mi scatena.
“Oh… la professoressa è rock”. Ha detto divertito ai compagni mentre ascoltava.
“Quello non è rock, cretino, zitto, ascolta e scrivi”.

Ho letto i temi: nessuno ha colto anche una sola sfumatura di significato delle frasi di Galimberti, Tolstoj, Katherine Mansfield.

Uscendo ho pensato che è anche colpa nostra, li abituiamo a muoversi tra le “consegne”, rispetta le righe, rispetta lo spazio, scrivi venti righe, cento parole, distingui il testo e via discorrendo. Sono bravissimi a smanettare su una testiera e hanno il mondo a portata di mano ma si perdono la parte più bella.

Stiamo togliendo loro l’immaginazione. Che non è mai stata  al potere.

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