La serva e il padrone

Si soffre quando si descrive il male? Sì si soffre, ho sofferto. Cosma, la protagonista della prima parte de La Malasorte ha un destino che a quei tempi era scritto: la serva appartiene al padrone.

Questa è la pagina in cui Cosma, giovane e innamorata, conosce invece la furia animale del suo padrone, che ne causerà la morte.

Nel romanzo siamo negli anni ’20. Oggi siamo nel 2020

“Cosma si voltò, per vedere se dietro di lei ci fosse qualcun altro, ma non c’era nessuno. Erano soli, lei e don Natale. La serva e il padrone.

Don Natale si mosse, le disse che non doveva temere niente, che le doveva parlare, ma in segreto, che lui le voleva bene, che l’avrebbe protetta. Cosma ascoltava in silenzio, immobile come una statua di sale. La voce di don Natale era come un serpente che stava strisciando, si allungava lentamente verso la preda, pronto a colpirla.

La preda era lei e quella voce era un veleno che le stava bloccando le gambe. Dalle finestre chiuse, alte, entravano strisce di sole, dritte come spade, dentro ci ballava un pulviscolo denso. C’era puzza di vino, di olio rancido misto a polvere. Fatta eccezione per la porta alle sue spalle, non c’era altra via di fuga. Don Natale parlava, Cosma però non riusciva a sentirlo, ormai le era davanti, a un palmo dal naso, pareva un’onda del mare che si stava gonfiando, e per lei non c’era modo di mettersi in salvo. La furia dell’uomo colpì Cosma come una mareggiata. La braccò, la spinse dentro, chiuse la porta a chiave.

Don Natale era forte, la strinse senza darle il tempo di ingoiare il sussulto che l’aveva scossa. Cosma provò a divincolarsi, non voleva essere di quell’uomo, pure se lui era il padrone e lei la serva. Don Natale cominciò a palparla ovunque, sollevandole la gonna. Lei sentiva le mani sulla carne e ne provava ribrezzo. Poi, ansimando, lui le strappò il corsetto e le frugò tra i seni, emettendo suoni di animale e parole che Cosma non riusciva a comprendere. Le mani di don Natale erano fredde, rugose, le dita sudate sembravano insetti viscidi sulla sua pelle bianca, premevano fino a farle male.

Don Natale, senza smettere di toccarla, cercava la bocca di Cosma, ma lei si dimenava per non dargliela. Allora lui la spinse a terra, con violenza, e prima di esserle addosso la guardò con sfida, come si guardano gli animali braccati, con l’espressione del potere becero di chi fa suo ciò che suo non è. Cosma era dolorante, le gambe scoperte, i seni grandi e liberi, la bocca rossa che rantolava e non riusciva a gridare. Cercava con tutte le sue forze di rialzarsi, ma lui continuava a spingerla. Poi don Natale allentò la cintura, sfilò febbrilmente i bottoni dall’occhiello, sollevò la gonna di Cosma fino a scoprirla, azioni che durarono soltanto pochi secondi.

Infine, come un lampo le fu sopra e la prese. Cosma resisteva ancora,  allontanava la testa di don Natale, voltava continuamente la faccia da una parte all’altra, come impazzita. Lei era la serva e quello che le stava sopra il suo padrone. Le faceva male tutto, ma serrava le gambe con le ultime energie rimaste, mentre don Natale spingeva per farsi spazio. Lei allora lo graffiò e lo morse, come una gatta ribelle, con forza, con disprezzo. Gli occhi erano rimasti i soli a poter dire tutto il suo odio per quell’animale. La faccia di don Natale si oscurò, diventò dura e cattiva:

«Puttana maledetta» gridò toccandosi la faccia nel punto in cui Cosma lo aveva graffiato. Poi la colpì con un pugno in piena faccia. Cosma sentì un liquido caldo colarle sulle labbra e scivolare dentro la bocca, fin nella gola. Le lacrime si impastarono al sangue. Intanto don Natale le aveva afferrato i polsi e li aveva serrati a terra. Lei sentì che le forze la stavano definitivamente abbandonando, si lasciò andare, senza più opporre resistenza. La serva e il padrone: lei un sacco vuoto alla mercé del mercante, il padrone, che sa che dentro quel sacco c’è la sua, di merce.

Il membro di don Natale penetrò Cosma come una spada, squarciò la sua carne molle, intatta. Cosma gridò, un grido di dolore, lui le coprì la bocca con una mano per non sentirla e spinse più forte dentro di lei, sempre più rapido e incurante, fino a che dalla sua bocca non uscì un suono simile a un grugnito. Dopodiché si accasciò, liberando Cosma dalla morsa delle sue mani. Lei non gridava più, se ne stava zitta e immobile, le lacrime continuavano a scendere, sentiva il sapore acre del suo sangue in bocca che non la lasciava respirare. Aveva gli occhi sbarrati che non chiedevano pietà, erano piuttosto due pietre dure e immobili. Due tombe, due cadaveri dei quali nessuno avrebbe pianto la morte. Cosma in quell’istante provò a non respirare, a morire. Intanto don Natale senza dire una parola si era messo in ginocchio, si era tirato su i calzoni e aveva richiuso i bottoni con un gesto flemmatico, poi aveva riallacciato la cintura. Si alzò in piedi e si spolverò con cura i calzoni impolverati.

«C’è una fontana dietro, va’, lavati. E bada che nessuno lo deve sapere. Ricordati che tu e la famiglia tua mangiate il pane che vi do io. Per la botta che tieni, dici che sei caduta, qua, mentre pulivi, che hai sbattuto la faccia. E la prossima volta cerca di essere più docile, che alle pecorelle niente ci succede. Se lo farai io sarò buono con te. Capiscisti?».

Cosma non rispose.

«Capiscisti Cosma? Cu tia parru» rimarcò don Natale, la faccia di nuovo rabbiosa.

Cosma annuì debolmente, gli occhi chiusi, coperti da una mano. Il naso le faceva male.

«Mo’ izati e sbrigati, rimettiti a posto che tra poco Michele torna a prenderti. Arricordati quello che ti ho detto».

Don Natale se ne andò, con passo fermo, mentre con il fazzoletto si asciugava il sudore dalla faccia.

Cosma si voltò su un fianco e, rannicchiata su se stessa, desiderò di morire, ma non riusciva a smettere di respirare, non sapeva come si faceva. Tra le gambe sentiva una cosa liquida che stava scendendo, non voleva guardare, non voleva sapere cos’era. E non voleva nemmeno lavarsela via, quella sarebbe stata la sua vergogna e là doveva rimanere. Così devono sentirsi certe bestie dopo essere state marchiate, ma se per le bestie il marchio è destino, per Cosma fino a quella mattina c’era il futuro che stava aspettando. Se l’era immaginato come una dama bianca che da lontano le stava venendo incontro, ed era ogni giorno più vicina. Aveva un fascio di fiori tra le braccia, lei li avrebbe presi, li avrebbe odorati e messi nell’acqua. Adesso la dama bianca non c’era più. Erano rimasti lei e il suo sangue.”

Cosma diventerà un fantasma condannato a correre per i vicoli del suo paese.

Su La Malasorte

Io stavo qui a rimuginare e mi sono detta: non pensare, scrivi.

Cosma non era in assoluto la protagonista del romanzo La malasorte, eppure, suo malgrado, lo è diventata. Il fantasma della ragazza con la gonna nera che corre per i vicoli di un paese ormai abbandonato è entrato nel cuore dei lettori molto più che le stesse protagoniste, Cettina e Tilde. Questo perché il suddetto fantasma ha posseduto me per prima e dunque in quanto figlia della mia immaginazione è sì prediletta. E traspare.

Un’amica in questi giorni mi ha detto: mi sono chiesta “ma perché questo richiamo al Verismo anche nel titolo, perchè questa immagine del sud, della Calabria, ancora vinta”?

La malasorte non è una storia di vinti, è una storia di violenze perdute e per me sta scritta nei paesi abbandonati, spopolati, senza più linfa.

E’ la storia di una fuga e di un ritorno (non il mio), di una resa dei conti con i fantasmi che aleggiano tra le pietre di muri diroccati, lasciati andare all’oblio.

Per chi lo ha letto la chiave è Tilde: è lei che mostra le bellezze di un luogo segreto a una Cettina stupita, lei – Tilde – che in una baracca sparita in quel luogo è stata partorita perché non si sapesse, figlia senza padre.

E Cettina, che pure lì è nata e cresciuta, di quel luogo non ha alcuna cognizione, di cosa si celi davvero dietro i vicoli e le strade, oltre i confini del visibile agli occhi, non sa nulla.

Il romanzo finisce una notte, quando le due donne si addormentano e anche Cosma, il fantasma che porta tempesta e malasorte, finalmente, può trovare la sua pace e, forse, smettere di correre.

Il sud, la Calabria ha bisogno di sonno. E di risveglio.

Nell’album

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MOTIVAZIONE DEL RICONOSCIMENTO

Daniela Grandinetti: una penna tutta da scoprire

Daniela Grandinetti, scrittrice e attivista lametina, esce con la sua seconda pubblicazione La Malasorte in cui racconta le vicende di una terra oggi abbandonata e del suo popolo sofferente e speranzoso in una vita migliore. L’autrice stessa ha deciso di tornare alle proprie origini e di lasciare la Toscana, dopo anni di lavoro, per riappropriarsi della terra città natale, Lamezia terme.

Questa sera la ringraziamo perché con le sue parole ed in particolare con la storia di Cosma, protagonista de La malasorte, ci proietta in un mondo lontano e reale, rendendoci parte di una società di cui siamo testimoni.

Nei suoi scritti affronta tematiche di carattere sociale altamente formativo in cui i lettori sono protagonisti di un ideale che rispetti la dignità umana e personale.

Le storie di Daniela fanno sognare grazie alla penna delicata ed incantata della scrittrice che rende la semplicità di un gesto vera e propria poesia

 

Grazie, davvero

Daniela

 

(La targa, realizzata dal Maestro Maurizio Carnevali, è per me. I fiori sono per Cosma)

“… fino a quella mattina c’era il futuro che stava aspettando. Se l’era immaginato come una dama bianca che da lontano le stava venendo incontro, ed era ogni giorno più vicina. Aveva un fascio di fiori tra le braccia, lei li avrebbe presi, odorati e li avrebbe messi nell’acqua.”

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