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Aggiungere commenti come questo, per capire meglio quello che ho fatto, se l’ho fatto e come.

La più grande difficoltà per un autore, è quella di riuscire ad avere la capacità di evitare di ripetersi e tu, Daniela, ci sei riuscita perfettamente. Dopo essermi saziato con le immagini di Cosma e della sua malasorte, delle folate di vento con i paesaggi e le sue storie, sei riuscita a spiazzarmi con un romanzo ancora una volta molto bello, estremamente coinvolgente, ma completamente diverso dai precedenti. Le mani in tasca è un romanzo generazionale, nel senso che attraversa un periodo storico che mi è appartenuto e Oriana, la protagonista, fa scelte estreme che hanno almeno sfiorato, ed a volte coinvolto, tanti ragazzi in quegli anni. Il romanzo è una sorta di partita di ping pong, poiché è strutturato con un alternanza di voci tra i due protagonisti, Dario ed Oriana, ma mentre il racconto di Dario si incentra unicamente sul momento della sua vita in cui ha incrociato Oriana (leggendo si capirà anche il perché) e sulle conseguenze di quell’incontro, Oriana, invece, snoda il suo racconto partendo da dopo quel momento ed attraversa tutto l’arco della sua vita sino all’oggi. È un libro che mi ha coinvolto molto e nel quale ho riconosciuto la mia generazione, che ha fatto tanti sbagli, ma che ha scelto di lottare e di provare ad essere protagonisti del proprio destino, anche a costo di sbagliare. Grazie per averlo scritto e per avermelo fatto leggere.

L. V.

Nel Cassetto dei lettori

Le mani in tasca. Ho aspettato alcuni giorni dopo la presentazione, per non lasciarmi influenzare. Sdraiato sul lettino in riva al mare ho cominciato il viaggio. Scrivo dopo una settimana, ho decantato le emozioni, mannaggia a te. Primo capitolo, pugno allo stomaco. Ho vissuto quel periodo, a prescindere le morti e le gambizzazioni, ero d’accordo. Immaginavo di percorrere la storia a ritroso, come mi capitò una volta che sentii una brigatista raccontarsi, o leggendo “L’infame” di Peci e “Il bosco bistorto” di Curcio. Ma così non è, la storia sta lì in sottofondo , come lo sfondo sul palcoscenico del teatro. Ho evidenziato parecchi periodi, con la matita, perché trovo molto interessante come hai reso l’anima, l’introspezione dei personaggi, i pensieri reconditi, le pulsioni. Mi hai ricordato il regista Inarrito che in alcuni suoi film è riuscito a raccontare tempi e storie diverse in momenti diversi del film. Trovo originale la scelta di caratterizzare individualmente i personaggi con singoli capitoli, narrare le storie insieme parallelamente. Un bel libro, prende. Ma forse la cosa più simpatica è il finale che non ti aspetti, “Caramba che sorpresa”, che ridà dignità ai personaggi a prescindere dalle scelte che possiamo “noi” giudicare. Un bel finale, forse meglio del pugno iniziale allo stomaco, con fazzoletto passato delicatamente sugli occhi umidi. Lo vedo bene per un adattamento teatrale. Ho immaginato le musiche…. Mi fermo qui, perché si potrebbero analizzare singoli passaggi, ma sarei prolisso. Brava e grazie per le emozioni.

GRAZIE MARCELLO!

MI PIACE

Con questo articolo, a firma Franco Arminio pubblicato sul sito Le parole e le cose, con il titolo Sul naufragio della letteratura – inauguro la categoria delle pagine che mi piacciono, spunti critici utili alla riflessione.  Lo propongo perchè mi sembra una chicca di verità.

Arance-www.paderno7onair.it_“Una volta c’era la letteratura e poi c’erano gli scrittori. Immaginate un mare con i pesci dentro. Adesso ci sono solo i pesci, tanti, di tutte le taglie, ma il mare è sparito. È successo in poco tempo, e non ce l’ha comunicato un esperto. Ce ne siamo accorti incontrando un poeta da vicino, parlando con un narratore al telefono. Abbiamo sentito che qualcosa non c’era più. Ognuno ha i suoi libri, le sue parole, sono sparite le strade che mettevano in comunicazione uno scrittore con l’altro, tra chi muore e chi vive non c’è alcuna differenza, non c’è differenza tra chi lotta e chi è vile.

Molti lettori hanno lasciato la letteratura come speranza, come luogo del mondo in cui si prova a capire il mondo. Una volta la letteratura esisteva perché era il margine bianco delle opere e in questo margine c’era spazio per riconoscersi, per fare e disfare amicizie, per alimentare polemiche, per esprimere ammirazione. Oggi tra gli scrittori regna un’agitata indifferenza e lo spazio vuoto che c’è tra quelli che scrivono accresce lo spazio tra chi scrive e chi legge. La letteratura è una barca che ha fatto naufragio e ognuno coi suoi libri lancia segnali di avvistamento che nessuno raccoglie.

Forse i lettori sono colpiti dal vuoto che c’è tra gli scrittori e non da quello che dicono le loro pagine. Sentono l’indifferenza con cui si trattano e pure quando trovano uno scrittore che amano sanno che non possono parlarne ad altri, perché parlare di letteratura non ha più senso, sembra un gesto da disadattati.

Poesia è malattia, diceva Kafka. Ora la malattia è nell’argilla espansa che divide le varie esperienze di scrittura. Le voci non si sommano e non spiccano, un’arancia democratica: a ciascuno il suo spicchio, ma dov’è il succo?”

Sul naufragio della letteratura

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