Prenderò il dolore tra le braccia

“In piedi, entra la corte”

“Imputato Calabrò si alzi, prima di iniziare a leggere il capo d’accusa, si dichiara colpevole o innocente?”

“Innocente, Vostro Onore”

“Bene, lei è imputato con l’accusa di aver scomodato nel suo romanzo un gigante intoccabile della letteratura italiana. Era consapevole dei rischi ai quali andava incontro? Lei sa bene che in questa particolare fase storica per finire sotto processo basta un niente? Una parola detta inconsapevolmente, un gesto compiuto per sbaglio, un link errato, un like a un post inopportuno tac, si finisce dritti dritti sul banco degli imputati. E dunque lei, ben conscio di questo clima infuocato, che fa? È andato a scomodare nientepocodimeno che Dante? La Divina Commedia? Il viaggio ultraterreno per eccellenza? La guida del bene e del male di secoli di cultura universale? Un monumento pubblico? Ma lei sa che in altri periodi l’avrebbero messa alla pubblica gogna? Come ha osato?”

“Vostro onore, se posso intervenire, in qualità di avvocata della difesa…

“Prego, ne ha facoltà, anche se non avevo finito…”

“Grazie Vostro Onore, e mi perdoni, ma abbiamo compreso il concetto e le motivazioni dell’accusa. Ebbene sì, molti storceranno il naso nel sapere che il mio cliente qui, Antonio Calabrò, ha usato il Sommo Poeta come fonte di ispirazione, ma a lui va ascritto il grande merito (con buona pace dei benpensanti che guai a toccare i grandi!) di aver sì raccontato un viaggio ultraterreno alla stregua di Dante nei mondi che ci attendono a seconda se in vita abbiamo compiuto il bene o il male, ma  lo ha fatto affidandosi a una guida simbolo dei nostri tempi, icona dell’unico linguaggio capace più di altri di elevare gli spiriti di noi poveri mortali, ovvero quello della musica. Siamo in presenza quindi non solo di un viaggio che il nostro autore/protagonista compie nell’aldilà, ma di un viaggio nella musica la cui guida è, udite udite, John Lennon. Vede vostro onore, mentre nella Divina Commedia per capire chi sono i dannati e i beati abbiamo bisogno delle note sul libro o dell’insegnante che ci spieghi chi è e perché si trovi lì, qui riconosciamo benissimo i personaggi, sono nostri contemporanei: Hitler, Mussolini, Stalin , ad esempio. John non risparmia al “chitarrista” (così appella l’autore/protagonista) alcuna terribile visione delle pene inflitte a chi ha compiuto misfatti che noi ben sappiamo, così come lo guida nella periferia della Città dei morti e lo delizia con la vista di un luogo che la stessa guida aveva descritto in Lucy in the sky. Ha idea della meraviglia che quest’uomo è riuscito a creare con la sua fervida immaginazione? Dio, è la misura del nostro dolore, sono queste le parole che l’autore fa dire a John Lennon: “ogni tragedia, ogni dramma della nostra vita è un mattoncino che attende solo di essere replicato a polarità invertita..

“Mi scusi, avvocata, Grandinetti vero? Cosa intende con polarità invertita?”

“Bravo, Vostro Onore, è la stessa domanda che il chitarrista rivolge a John: entra dolore, esce amore. Fusione negli altri. Vivere ad armi abbassate, sempre. Non basterebbe soltanto questo, solo questa semplice, piccola frase per indurre chiunque a leggere questo libro? Non è forse questo un periodo così buio in cui davvero avremmo  bisogno di ritrovare il senso, ma non uno qualsiasi, il senso più alto della nostra esistenza. È un sogno, il suo, quello di ricercare il modo di essere compenetrato dal mistero della vita, dell’arte, della musica, del disegno di un sommo architetto, Dio o chi per lui, che ci ha voluto qui e adesso? Il guado della comprensione, vostro onore, quel guado attraversato da Dante e sì, a opera conclusa possiamo dire attraversato a buon diritto da Antonio Calabrò, che ci conduce nell’oltretomba e ci fa vedere il buio e la luce, i mondi possibili della colpa e del vivere giusti, accompagnati sempre dalla musica, dalle canzoni che ci appartengono? In fondo vostro onore, non dovete giudicare l’imputato perché ha osato ispirarsi a un modello ritenuto intoccabile, ma dovreste farlo dopo aver letto e magari scoperto che parla anche del vostro dolore, della vostra gioia, della vostra misera vita che magari vorreste cambiare e non sapete come. Ecco, Antonio Calabrò, temerario e astuto, l’ha fatto scrivendo quest’opera e facendone dono a noi, piccoli lettori del nulla molto spesso. Forse anche a voi si apriranno visioni diverse e ci sarà anche per voi uno strawberries field forever.

Perché la vita, vostro onore, è  sempre qualcosa di cui non abbiamo il controllo, ma è pur vero che abbiamo sempre il controllo delle nostre azioni, del nostro vivere nel mondo. Questo processo dunque non esiste e se mi permette… sa cosa le dico? Fanculo ai benpensanti. Viva chi osa.”

“Dunque lei, oltre a oltraggiare la corte con un linguaggio inappropriato, a difesa dell’imputato disconosce anche il valore di questo tribunale e della mia persona dicendo che non dovrei essere qui?”

L’avvocata si volta, dà un’occhiata al suo cliente, il quale annuisce. Lei restituisce un occhiolino di intesa.

“Certo, vostro onore, fanculo ai tribunali del mondo e del perbenismo sempre pronto nell’angolo, che processano coloro che osano sfidare in nome del bene, in nome dell’arte, in nome della sperimentazione, in nome della musica.  E sa che le dico? Fanculo pure Dante, che ora non è più l’unico ad avere raccontato l’aldilà… anzi no, aspetti, cosa dico? Io credo che Dante invece stia ridendo a crepapelle lassù, perché è felice, sì, certo, che scema, non c’avevo pensato. È felice Vostro Onore che qualcuno abbia ripercorso le sue orme per descrivere un viaggio mostrandoci i peccatori e i beati dei nostri tempi. Quindi la saluto vostro onore, legga di più e giudichi di meno e con tutto il rispetto: fanculo anche  a lei.”

Detto questo, di fronte a un giudice interdetto e incapace di rispondere, avvocata e autore se ne escono dall’aula sventolando ciascuno una copia di Prenderò il dolore tra le braccia, di Antonio Calabrò.

Ovviamente assolto.

PS: e anche se ho scherzato e giocato (ma neanche poi tanto) scrivendo di questo libro, voglio ringraziare l’eclettico autore perché proprio in un periodo nero come questo la lettura del suo romanzo mi ha consolato non poco. Ho trovato il mio strawberry field forever.

E già che ci siamo: fanculo anche alle guerre.

Antonio Calabrò, Prenderò il dolore tra le braccia, Laruffa Editore

Antonio Calabrò è nato nel 1964 ha un’età indefinita tra i 12 e i 75 anni, la passione per i libri di Melville, i dischi dei Rolling Stones e i film di Tarantino, ed è bel ragazzo oltre che un lettore assatanato. Ha pubblicato L’inferno innamorato, Johnny Rolling, Un libro ci salverà, Reggio è un blues, Chiudi e vai, Carneade. È collaboratore del giornale Zoomsud dal 2010. Ha scritto e diretto oltre trenta spettacoli teatrali, tra i quali le riduzioni da l’Odissea, Le avventure di Re Artù, Canto di Natale e gli originali Piazza Fontana, Mi sento una favole e molti altri. Organizzatore di eventi, DJ nostalgico, speaker radiofonico adora i tramonti sullo stretto, le serie TV, il buon cibo, la musica e la solitudine, ma solo quando è solo.

Alright, compa’. Tutto a posto

Non è un bel periodo, dentro di me e fuori di me: la stanchezza e l’incertezza incombono come macigni. Le parole confondono, se ne stanno appese nella testa con mollette di plastica a un filo che sembra non avere fine.

Giornate faticose, spesso insignificanti. Non le vorresti perché vorresti vivere, respirare, riflettere, amare, scrivere e camminare senza essere incalzata da ombre che ti ostacolano il passaggio e tolgono valore al tempo. Che manca, mi manca.

Freddo. Fa freddo. Giornate troppo fredde per queste latitudini, scruto i giorni del calendario per vedere quanto manca allo sbocciare del primo esemplare, uno qualsiasi che ti dica: l’inverno ha ceduto il passo.

Poi arriva la sera, finalmente tutto si ferma e la zavorra che ti inchioda se ne può anche andare a quel paese. Sotto il caldo di una coperta prendi dalla pila il libro che stai leggendo: lo apri alla pagina dove hai lasciato il segnalibro e, finalmente, te ne vai.

In quest’ultima settimana c’è stato lui ad aspettarmi ed è stato un compagno perfetto: un momento rotondo, magico, un incontro fortunato e benedetto.

Compa’, si chiama, perché l’autore a quest’io narrante non ha dato un nome, altro che un appellativo, compa’, come si chiamano qui in Calabria i compari, a volte gli amici. E sì, pensatelo, compari, Calabria, luoghi molto comuni, ma non è quello!

L’autore si fa beffa di voi che leggendo il titolo Alright compa’ vi fate un’idea: quell’idea. Quella sbagliata.

Lo fa lentamente, con malinconia e sagacia, snodando i fili di una storia “piccola”, di una trama sottile, smentendo qualsiasi idea preconcetta vi potreste esser fatti dal titolo, come spesso accade alle cose che accadono a noi, nati in questa terra, magari vissuti altrove.

Compa’ è stato con me in queste serate e mi ha consolato molto, moltissimo: come vederlo, seduto in un angolo ad attendermi, dinoccolato, pigro, incerto e così pieno di pensieri belli. Lui raccontava, io ascoltavo.

Con lui ho qualcosa in comune: la stessa città, Firenze, la stessa esperienza dell’afa e delle notti insonni, gli amici a Piazza Santo Spirito, a ridere, le stesse attese.

“Sudo. Soffoco. Cammino a fatica. Poi mi fermo, a cercare una macchia d’ombra. Chiudo gli occhi. Li riapro, uno alla volta, la mano curva sulla fronte. Quintali di cielo sopra di me.”

Il senso del vagare, il chiedersi a cosa si appartenga davvero, gli appartamenti condivisi, la precarietà. Il cielo uguale ovunque. La bellezza diversa. La vita com’è e come sarà quando cammini con le mani in tasca e non hai una destinazione precisa.

“Osservo e scruto ridendo le loro occhiate rapide; i piccoli movimenti delle labbra, delle dita. Ogni cinque minuti leviamo i calici in nostro onore, alla nostra felicità. Ma fossi da solo, lontano dallo sguardo di tutti, al posto di questo sorriso insano e sconcludente, avrei labbra serrrate a ghigno, a piangere con la faccia sul tavolo.”

Compa’ aspetta la sua chiamata di supplente annuale, calabrese insegnante precario a Firenze, ma se ne va: Londra, Manchester e poi chissà.

Chissà se torna.

Va a trovare un amico che ha un ristorante a Manchester, uno ormai sedimentato nella sua vita stagliata su cieli inglesi spesso cupi in compagnia del suo cane, Nero, che gli ripete: alright, tutto a posto, compa’. Tutto a posto.

Tutto a posto?

“Firenze sarebbe fantastica, se avessi la testa o fossi ancora all’università. Qui mi sento meglio, oppure no, forse non starei bene da nessuna parte, neppure a Cosenza, o a Manchester”.

Per un po’ di giorni sono andata a letto con questo romanzo, al caldo, via dalla pazza folla, a lasciarmi coccolare dalle parole giuste, sempre quelle giuste (come avrà fatto l’autore, Rino Garro, a trovarle con così tanta cura?) come se i mondi paralleli, quelli del giorno e della notte, fossero giunti a un punto tale di rottura da essere inconciliabili. Mi sono addormentata con Compa’ tra le braccia, tanto da centellinare le ultime pagine perché non volevo se ne andasse, come accade quando stai bene in compagnia di qualcuno che sta per partire.

Andarsene. Qui o altrove.

La cosa che mi è venuta in mente, sorridendo al pensiero, è che Compa’ è quel Massimo Troisi di Ricomincio da tre, quello al quale Mirabella dà un passaggio mentre fa l’autostop:

Venite da lontano?

Da Napoli

Emigrante?

Nnno, io c’avevo pure un lavoro a Napoli, una cosa normale, come tutti quanti… no, so’ partito così, pe’ viaggià, per conoscere un poco…

Conoscere.

Ecco, io ringrazio Rino Garro per il tempo che mi ha regalato, come grata sarò in eterno a Massimo Troisi.

Rino Garro, Alright, compa’, Rubbettino Editore

RINO GARRO
È nato a Rovito, in provincia di Cosenza. Vive a Firenze, dove insegna. Suoi racconti e contributi sono apparsi in Repubblica.it, Nazione Indiana, FlanerìL’immaginazione; e in antologie come Dei Mali (Avagliano, a cura di Idolina Landolfi), Sotto La Lente (Perrone Lab, a cura di Gabriele Ametrano), Libera Tutti (Zona, a cura di Federico Batini), La fortuna del racconto in Europa (Carocci, a cura di Milly Curcio).

Se volete leggere due bellissime recensioni (vere) qui i link

MARTINO CIANO su Gli amanti dei libri

http://www.gliamantideilibri.it/alright-compa-rino-garro/?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=facebook&utm_source=socialnetwork&fbclid=IwAR1pILtRYA0cm2lSmuRNB7apRiVj2e0s6ZwPH7AVQaG66uw2NA4tsiIJ9GU

GIANFRANCO CEFALI’ su Borderline

https://borderliber.wordpress.com/2022/01/18/rino-garro-alright-compa-rubbettino-editore/?fbclid=IwAR34PWt7wM2hW_rRzMrR1GzxizECMT8y0RYJnIacEtGUfN4Cievhr1hckHo

aMalavita, la vita è quella che puoi amare dove è dato nascere

Antonio Cannone è giornalista e scrittore nato e vissuto a Lamezia Terme, in Calabria, ed io che leggo sempre volentieri quello che scrivono i miei conterranei per interesse personale, non potevo mancare l’appuntamento con il suo ultimo romanzo aMalavita, Edizioni Città del Sole.

Coincidenza è stata che ho iniziato a leggere il romanzo quando è uscita la famigerata intervista di Pietro Castellitto, diventata virale sui social per l’infelice affermazione di “Roma nord come il Vietnam”, sintesi e premessa della narrazione dell’adolescenza difficile del pargolo contenuta nel suo romanzo.

La cosa dapprincipio mi ha fatto sorridere, come del resto a molti, ma sulla scia della lettura delle pagine di aMalavita confesso mi ha fatto (lo dico) incazzare. Il motivo è presto detto: nel romanzo di Antonio Cannone c’è la storia di un’infanzia in Calabria dove Totò, il protagonista, cresce in un quartiere della città vecchia e qui ha le sue prime esperienze amorose, i suoi amici fedeli, la sua famiglia, ma soprattutto scopre quanto in certe realtà la vita diventi una questione di scelte indotte, mai veramente libere: quando la delinquenza è la tua vicina di casa è inevitabile che l’amico cresciuto con te, che pensavi immune, cada nella trappola.

Totò la ‘ndrangheta che altri leggono sui giornali la respira, la vede, la conosce nella sua evoluzione: sa come gli uomini affiliati si muovono, tessono relazioni, incidono sul territorio e comandano muovendo i fili delle vite altrui.

Totò cresce con mille domande in testa e nessuno che dia le risposte, così lui se le cerca da solo, lui, che pure ha una famiglia alle spalle con una storia diversa da quelle che lo circondano, vuole capire, sperimentare, indagare (diventerà giornalista da grande?)

Così accade che in questi quartieri, cresci con il figlio del medico e del professore e con il figlio della povertà che si lascia abbacinare dal potere e dai soldi e quindi dalla malavita: sono tutti allo stesso nastro di partenza ma non sono e non saranno uguali.

Esemplare è la storia di Rosa, figlia di Annina (e padre sconosciuto) prostituta per necessità che fa prostituire Rosa stessa, una ragazza sveglia e ribelle che potrebbe creare problemi al manovratore e viene mandata via, finisce in un convento, a vivere sofferenze indicibili proprio nel luogo dove al contrario avrebbe dovuto trovare “protezione”.

Un romanzo di formazione che non fa sconti a nessuno, Chiesa e politica, la cui lettura è stata scandita dall’emozione di vivere una storia ambientata nella mia città, in quei vicoli dove io stessa sono cresciuta e ho maturato convinzioni ed esperienze su cosa sia l’emarginazione.

La storia di Totò (scritta con uno stile rapido e fluido) è la storia di Antonio Cannone e di molti della mia generazione che quei luoghi e quei tempi li hanno vissuti con percezioni diverse a seconda del “quartiere in cui sono nati”, molti probabilmente non ne hanno neanche contezza, cresciuti in nidi dorati lontani da quelle realtà.

“Ehi, che vuoi fare la rivoluzione? Occupi le scuole, fai sciopero contro la guerra, la mafia, protesti di qua e di là. Che vuoi fare l’intellettuale dei miei coglioni? Quelli come te non sanno un cazzo della vita reale. Ricordati che quegli amici sono persone perbene. Hanno un codice d’onore e sono gente di rispetto. Qui lo sai che non cambierà mai niente e che le cose si sistemano solo se appoggi determinate persone anche in politica. Solo loro, quelli che tu sai, possono farci vedere un po’ di luce di paradiso. Qui il lavoro lo dà solo chi sappiamo. Anche quelli che tu reputi puri si rivolgono ai mafiosi, come li chiami tu. Sei un ingenuo caro mio. Non hai capito niente. Se non c’è lavoro che c’entra la legalità? Qua la legalità la facevano solo i morti, per questo non ci sono più.”

Parole di Franchino, che a differenza di Totò, non si salva (o si salva a modo suo) in un mondo a dimensioni ridotte nel quale aMalavita ha un duplice significato, e non a tutti è consentito di amarla, la vita (o magari la ama a modo suo).

Antonio Cannone, aMalavita, Città del Sole Edizioni

Antonio Cannone, giornalista professionista e scrittore. È stato caposervizio delle pagine di cronaca, economia e politica del quotidiano “il Domani della Calabria”; nonché coordinatore editoriale del settimanale “il Domani del Lunedì”. Autore e regista di numerose inchieste televisive sociali, politiche e sulle minoranze etniche calabresi. È stato redattore del Tg calabrese di Vuellesette Cinquestelle. Ha fondato il primo Centro Informagiovani della Calabria, ricoprendo il ruolo di esponente del Coordinamento nazionale sistemi informativi giovanili-Area Sud. Esperto in Piani di comunicazione e consulente sui temi della legalità per produzioni televisive e convegni. Collabora con giornali e tv. Ha scritto romanzi e saggi ottenendo numerosi riconoscimenti. Per Città del Sole Edizioni ha pubblicato “Gli Intrusi. Fascino mortale” (2014) per il quale ha ricevuto il Premio Letterario internazionale Holmes Awards Napoli 2018 per l’Alto Merito Narrativo. Ha inoltre ricevuto la menzione d’onore del Premio Letterario internazionale Metamorfosi 2020 per l’opera inedita “aMalavita”.

Link di presentazione del romanzo in cui si parla dei ragazzi di strada

https://www.youtube.com/watch?v=lWmCKCSoTS4&ab_channel=cristianpalaia

Raccontarsi/Raccontare

Frase n. 1 – Leggere è vivere altre vite

Frase n. 2 – Scrivere, perché una vita non basta

Frase n. 3 – Bisogna saper ascoltare

Somma di 1+2+3 = Una verità

Frasi fatte, quelle che spesso si leggono quali definizioni di una saggezza inconsistente, perché scrivere o leggere non salvano la vita e non è detto neanche ci renda migliori, anzi, a volte il rischio è di diventare presuntuosi e saccenti e questo pericolo, va detto subito, l’autore di questo libro molto particolare, non lo corre.

La somma che ho indicato però lo rappresenta bene perché l’autore di Ombre di nuvole, Domenico Mauro, è uno psicologo e chi meglio di un terapeuta ascolta e legge vite altrui? Se poi ne fa oggetto di storie che sommate fanno una storia, beh, bingo!

C’è una sala d’aspetto, alcuni pazienti si trovano insieme ad aspettare il dottor Verdiani, ma lui non c’è, dunque nell’attesa i personaggi in cerca del dottore (Pirandello non è richiamato a caso, visto che si parla di identità frantumate) si conoscono. Ognuno ha la propria storia e il proprio disturbo, e in quella stanza finiscono per condividere il proprio spazio intimo, che è il motivo per cui si trovano lì (anche se al dottore che avrebbero dovuto parlare). Un tranello o una coincidenza?

Come sempre non svelo e non dico troppo, il libro è fatto di storie e di vissuti complessi, ma leggere Ombre di nuvole mi ha
riportato alla mia fragilità, che è poi quella di tutti, quel tratto particolare dell’esistenza che talvolta ci fa vacillare, come acrobati
instabili su una corda sospesa sul vuoto, e, insieme, al valore della parola, intesa come comunicazione di sé e ponte con l’altro.

Cosa fa un terapeuta se non lasciare che si parli, si parli, fino a scendere negli inferi e scacciare quel demone che ci tormenta, qualunque esso sia, per potersene liberare?

Domenico Mauro ha messo in fila una serie di personaggi credibili e verosimili, i loro demoni, con uno stile leggero nonostante i temi delicati, regalandoci un libro nel quale le ombre di nuvole che passano sulle nostre teste e a volte oscurano la luce, quelle che non riusciamo ad afferrare perché hanno la consistenza dell’aria, hanno ciascuna un ritmo: infatti (e questa cosa mi è piaciuta molto) ogni personaggio, ogni stato d’animo è associato a una canzone, avviene e ha consistenza in una musica ben indicata.

Fino all’ultima Dream a little Dream di Laura Fygi, che ci risuona nella testa nelle ultime pagine: una melodia leggera, che parla
di uccelli che cantano, di richiami alla pace agognata….

Sweet dreams till sunbeams find you
Sweet dreams that leave all worries behind you
But in your dreams whatever they be
Dream a little dream of me….

Sogna, un sogno piccolo, dolce: dopo aver sofferto, dopo aver pagato, lasciati andare, sii nuvola e viaggia, lascia il tuo male alle spalle e alleggerisci il tuo essere dagli orpelli dei traumi che paralizzano i movimenti e i pensieri.

Un esperimento? Forse, ma dal punto di vista narrativo sicuramente riuscito. Il dottor Verdani lo definisce “una fantasia terapeutica che può realizzarsi solo all’interno di un libro”.

L’autore, Domenico Mauro, alla sua prima prova, sono certa abbia scritto Ombre di nuvole per mostrare come la terapia, in casi di nevrosi anche gravi, sia sempre un supporto, talvolta necessario, ma mai definitivamente risolutivo: un bravo terapeuta è colui che ti conduce laddove devi andare senza mai spingerti, ma accompagnandoti, senza nemmeno tenerti per mano. Il filo della
matassa da dipanare rimane sempre nelle nostre mani.

Tutto questo, nelle storie dei protagonisti, è raccontato molto bene: un libro che non è un romanzo o una raccolta di racconti e nemmeno un saggio, ma è tutte queste cose insieme.

Anche in questo caso, la somma fa la differenza.

 

Domenico Mauro, Ombre di Nuvole, AUGH!EDIZIONI

L’autore

Domenico Mauro è psicologo, psicoterapeuta, ipnoterapeuta e NLPmaster.
Ha insegnato all’Istituto per lo Studio delle Psicoterapie di Roma e attualmente collabora con l’Accademia di Scienze
Cognitivo Comportamentali di Calabria in qualità di docente. È iscritto all’Albo degli esperti, dei collaboratori e dei ricercatori AGENAS.
Specialista nel trattamento delle “new addictions” e in tecniche di rilassamento e ipnosi clinica, lavora a Catanzaro presso il Centro Clinico “San Vitaliano”

Uccido chi voglio

Ho finito di leggere questo libro la notte scorsa in sospeso tra la voglia di arrivare all’ultima pagina e il desiderio che non finisse.

Non conoscevo l’autore e mi riprometto di recuperare gli altri perché questo romanzo mi ha letteralmente rapita: un giallo per lettori, attenzione, non per lettori di gialli e affini, proprio per chi ama leggere.

Eh sì, perché Vince Corso, il protagonista, di mestiere cura la gente consigliando libri e si trova suo malgrado ad essere al centro di una curiosa vicenda, intrecciata in modo pregevole, ovvero essere presente sul luogo del delitto di una Roma nella quale vaga come un estraneo, smarrito tra quartieri e vicoli; e se al primo omicidio potrebbe sembrare una coincidenza, nei successivi evidentemente non lo è, tanto da ritrovarsi a essere il principale sospettato, se non fosse che qualcuno viola la sua abitazione mettendola a soqquadro e avvelenando Django, il suo cane.

Sulle scene dei crimini, Vince nota sempre la presenza di un cieco e diventa così nel contempo detective involontario, indiziato e vittima nel mirino di un intricato piano criminoso nel quale cecità e lettura sono intrecciati.

Non è tuttavia soltanto la trama ad avermi colpito, anche se alquanto originale: senza svelare niente del mistero che sottende alla tessitura narrativa a essere incriminati e nel contempo salvati, qui sono i lettori:

“.. se porta alle estreme conseguenze la tesi che la lettura è una forma dell’esperienza, le apparirà evidente che ogni lettore è anche l’esecutore materiale di tutto quello che legge, di ogni singola violenza inferta o subita, e anche di ogni omicidio. E’ questo il suo desiderio più istintivo: usurpare il posto di chi scrive.”

Come dire: leggere non ci rende innocenti, o migliori, ci rende complici e Vince Corso proprio ricostruendo gli indizi grazie alle pagine di romanzi riuscirà a scoprire la verità sugli omicidi che lo perseguitano: e la pagine di quei romanzi lo salveranno.

“Quante volte si era chiesto che faccia avrebbero avuto Anna Karenina o Mima Pedrell se di loro fossero esistite delle riproduzioni digitali o analogiche, una semplice fototessera o uno scatto rubato a una festa. Ora sapeva la risposta. Se fosse esistita anche soltanto una fotografia di un personaggio d romanzo avrebbe avuto la faccia di quella fioraia perché sarebbe stata l’immagine di una cieca che ha al collo la fotografia di sé stessa con al collo un’altra foto, all’infinito. Una foto scattata da un confine: da un lato la realtà nella quale si vive, dall’altro un pozzo dove ci si può calare, ma da cui si resterà comunque esclusi. Nessuna fotografia avrebbe mai potuto dire cosa vedeva quella donna. Quella scritta era l’emblema o il simbolo del massimo che sappiamo di noi stessi e dell’universo.. (…) Di sé avrebbe potuto dire soltanto “Uomo che legge” e forse davvero, dalla notte dei tempi, ogni racconto tramandato dagli uomini non era che la diceria di un cieco.”

Avete capito? Un professore che cura con i libri, una congrega di ciechi e dei morti ammazzati.

A voi l’enigma.

Nei gialli come negli individui, siano in carne e ossa o frutto dell’immaginazione, a ciascuno il proprio (enigma).

Fabio Stassi, Uccido chi voglio, Sellerio

Ricamare, o del dolore di un bambino

La cosa bella del vagare nella letteratura cosiddetta indipendente è che puoi scoprire piccoli gioielli e farli tuoi, come nel caso di questo romanzo di un autore francese, tradotto e pubblicato in Italia da Vague Edizioni.

L’autore è un compositore e cantante famoso in Francia, nome d’arte Cali e Solo i bambini sanno amare è il suo secondo romanzo.

Prendete una mano delicata, datele un filo bianco sottile e un uncinetto dalla punta molto piccola, facciamo che quella mano sappia muoversi abilmente nell’intrecciare quel filo e costruire catenelle, punti alti, punti bassi: ne avrete una trama preziosa, fine e leggera, frutto di un lavoro paziente e meticoloso.

Questo è il romanzo in questione:

Non mi è permesso di essere con loro. Hanno detto che ero troppo giovane per affrontare la morte. Non abbastanza grande per stare al tuo fianco, per camminare con loro dietro di te. Laggiù ci sono anche persone che conosco. So come ti ricopriranno di terra e ti rinchiuderanno nella notte. Solo che il “piccolo” non deve sentire il rumore della cassa giù nella buca, quel rumore sordo e profondo quando toccherai il fondo della tua ultima capanna.

Così pensa Bruno, sei anni, che perde sua madre: lui non può vivere il dolore, il dolore non deve appartenere ai bambini, a lui è concesso soltanto spiarlo da dietro le persiane.

Ma com’è davvero vivere la morte della propria madre a soli sei anni?

Cali, un tema così tragico, ce lo racconta in circa 150 pagine in modo delicato ma inesorabile e preciso, reazione dopo reazione, pensiero dopo pensiero, lacrima dopo lacrima, facendoci dimenticare il tema della morte e restituendoci invece l’innocenza, la spietatezza, la capacità di penetrazione che solo i bambini sanno avere, ovvero quella parte di noi stessi che un giorno o l’altro sarà orfana della vita che l’ha generata.

Stiamo nella testa di Bruno, diventiamo bambini, abbiamo con lui pensieri che gli adulti ritengono improbabili a quell’età:

Carlo Bobè mi guarda! Non l’ho mai detto a nessuno, la amo. Oh, non come te. Tu sei un’altra cosa. Un giorno, se ne avrò il coraggio, non esiterò a dirglielo in faccia. Appena si avvicina, la mia pelle comincia a bruciare. Ma tengo duro… Quella specie di dolore invade così in fretta il corpo da far venire quasi voglia di piangere. Un po’ lo so il perché: questo fuoco ha una sua dolcezza, una sorta di sciroppo della felicità. Si diventa forti mandandolo giù. In quei momenti la mia vita, come posso dire, la mia vita s’inspessisce. Si moltiplica, come se fossi, al tempo stesso, me e diecimila volte me.

Si entra così facilmente nella testa di Bruno, abitiamo quel trauma e la sua storia nei giorni che si dipanano mentre è costretto a fare i conti con l’assenza.

Un romanzo che si adagia addosso, sulla pelle, con una prosa semplice e diretta, costruita come un merletto, come una musica, nessuna retorica del dolore, nessuna pietà per un bambino: noi siamo lui, e lui è la vita, e benché destinato a essere un perdente, noi saremo sempre dalla sua parte.

Cali, Solo i bambini sanno amare, Vague Edizioni, Collana Atlantique

Nel profondo della storia

Turbamento, familiarità, delicatezza, passione, corpo

Queste le prime parole che mi sorgono a caldo dopo aver chiuso il libro “Le mani in tasca” di Daniela Grandinetti.

Turbamento per la storia di due miei coetanei così simile alla mia, alle tante vite tumultose di allora, quando bastava un nulla per varcare il sottile confine tra la ribellione, la polica attiva, il movimento studentesco e la clandestinità.

La familiarità direi per gli stessi motivi, e poi c’è Bologna, i suoi portici le stradine del ghetto, il teatro che immagino piccolo incastonato in un vicolo.

Familiarità il teatro, familiarità la cascina terapeutica nella campagna toscana.

La delicatezza con cui Daniela sta accanto ai suoi personaggi, senza giudizio, dipingendo le sfumature dei loro sentimenti tra la notte e il giorno. Il buio della prima passeggiata insieme e la finestrella accesa, il buio del teatro, la luce e l’aria limpida di certe mattine nelle strade di Bologna. Il buio della clandestinità e della cella, e la luce del verde che Oriana incontra il primo giorno di libertà. La delicatezza con cui sospinge il lettore a penetrare con lentezza la sua scrittura fino a che ci sei completamente immerso, dalla testa ai piedi, senza sapere come sia potuto accadere.

Passioni differenti uniscono e dividono Oriana e Dario. La passione di Oriana per la giustizia, celata nel fondo. Un segreto. La passione di Dario per Oriana sublimata nei silenzi, nella scrittura, nella messa in scena di “Lasciami un ultimo valzer”.   

Corpi quello di Oriana latteo e luminoso nella cucina sempre nottuna della sua casa. Luminoso, carnale, espressivo sulla scena. Allora il teatro era povero così povero da possedere soltanto il corpo degli attori. Oriana quasi non bada al suo corpo proteggendolo così dalle pulsioni. Pulsioni che saranno poi incanalate nella lotta armata dove il corpo altro non  è che un strumento da tenere in buona forma e allentato per le azioni da compiere (stranamente è così anche per gli attori e i danzatori). Un corpo da proteggere e dimenticare in cella, così come dimenticare il fuori, il proprio passato, il futuro per non impazzire. Un corpo libero, forte, felice solo nel sogno.

Corpo  timido quello di Dario tutto trattenuto nello sforzo di frenare l’amore per Oriana. Il desiderio imbrigliato, nella paura di perderla, di un abbraccio, lo sfiorarle i capelli, cullarla come una bambina.

Corpo dilaniato dalla bomba della stazione e, in un sobbalzo, ho pensato a Sergio Seci al suo sax, alla sua laurea 110conlode in musicologia al Dams che quel 2 agosto voleva prendere il treno per tornare a casa in Abruzzo. Quel treno non lo ha mai preso.

“…e noi siamo diventati polvere mischiata a pezzi di intonaco e ferro. Finiti in un soffio che chissà dove è andato in quella maledetta stazione”. 

Renata Giannini

Innamorata

Non sono una critica, non sono una blogger, sono piuttosto una che ha bisogno di innamorarsi continuamente: vivo così.

In questa fase della vita mi è congeniale innamorarmi dei libri, degli autori, delle storie: quelle capaci di aprire una breccia nel mondo vivo dei sentimenti, delle emozioni, nelle pieghe della pelle.

Oggi scrivo di tre romanzi della stessa casa editrice: ciascuno mi ha fatto innamorare a modo suo e ne scrivo in libertà, aiutandomi con le immagini e le citazioni. E’ un invito a innamorarvi, a rivoluzionare il modo di leggere e interpretare il mondo e la propria esistenza, senza un tempo o una dimensione: come spalancare una finestra e lasciare entrare quello che c’è là fuori: profumi di lillà o puzzi di merda è vita, comunque.

BINARI è una sfida, dovrete trovare il vostro personale equilibrio nell’affrontare questa storia, sarete in bilico e avrete timore di cadere, potreste restare a terra frastornati o rialzarvi fieri. L’autrice non è indulgente: i binari per natura scorrono paralleli e spesso seguono un eterno percorso di inabilità a divergere. Dove sta Marcel? Dove sta Ale? Scorrono insieme, ma ogni sussulto della pelle, dello sguardo, ogni impercettibile movimento e muta la direzione, la maniera di essere con se stessi e con l’altro. E’ un pozzo o la superficie piatta e ingannatrice di un lago. Ogni parola è stata vissuta da me in modo diverso dal modo in cui sarà vissuta da un altro: le visioni, le interpretazioni sono e saranno divergenti. Ognuno è un mondo a sé.
Tutti abbiamo abitato una casa e molte case: la prima è quella che ci ha disegnato. La geometria degli spazi, delle stanze, delle linee che si intersecano, dei rapporti che vi scorrono, delle persone che hanno vissuto quegli spazi è ciò che ci definisce. I conflitti, le dipendenze affettive, le diversità, gli scontri aspri e gli amori travolgenti: i nonni, le madri, i padri, i figli e poi i nipoti. Le figure forti che hanno calpestato e fatto trattenere il respiro e quelle fragili che ci hanno insegnato a fermarci, ad avere dubbi e paure. Poi c’è un gatto, fuori dalla geometria di quei rapporti, non sappiamo cosa sia e se prenderlo e se qualcuno l’abbia preso, ferito, ammazzato. Due gemelli, uno malato e uno in salute, una madre e un padre diversi come pianeti paralleli, molte parentesi, perché mai saremo precisi nel ricordare, nel narrare, nel fluire dei nostri pensieri e delle nostre emozioni.
C’è Francesco, che chiama le stanze con un nome, quelle stanze che ci guardano esistere inermi. Francesco che vorreste prendere tra le braccia come fareste con voi stessi, Francesco che vuole comporre la sua Creatura, la sua musica, una cosa che sia lui, e può essere una e una soltanto. Tutto avviene in una stessa casa, dove fuma hashish per dissociarsi dalla dimensione reale: il lavoro, Monica che ama e non ama, Fatima che desidera, Dario che lo abbandona alla sua vita. La Creatura è la sua scommessa, ma sono i muri delle stanze che lo osservano costruire e mandare tutto in frantumi, un attimo prima e un attimo dopo. Gli spazi sono vuoti, dentro ci viviamo noi.

Questi tre meravigliosi romanzi che mi hanno fatto innamorare sono editi da Terrarossa Edizioni.

Una nota a margine: le copertine, bellissime, “sono” la storia che leggerete. Quando le finirete vi scoprirete a fissarle, e comprenderle.

Le mani in tasca letto in Litweb

Le mani in tasca letto in Litweb:

Le mani in tasca: La storia siamo noi. Noi uomini per sopravvivere rimuoviamo tutto e pensiamo che solo il presente sia difficile mentre il passato ci appare migliore e pacificato. Quel periodo di cui si racconta era orribile. Lo leggiamo e lo viviamo dal di dentro, dal carcere.

L’autrice è riuscita a creare personaggi credibili e ha dato a noi lettori una vicinanza affettiva alle vicende. Alla fine mi sono trovata accanto ad Oriana, a Michele.

Le mani in tasca ci riporta al periodo precedente la bomba esplosa alla Stazione di Bologna, il boato dell’esplosione rimbomba nel libro deflagrando sui personaggi e unendo destini che mai avrebbero avuto occasione di incontrarsi ma incontrarsi servirà a far vivere ancora una volta nel ricordo storie personali.

“Le mani in tasca” come “La città sommersa” di Marta Barone, come “Padrenostro” il film presentato a Venezia dove il regista racconta nelle prime sequenze l’attentato a suo padre, ci riportano gli anni settanta, una idea di cosa furono quegli anni.

Un libro da leggere perché è la nostra storia

Ippolita Luzzo

Libri che piacciono un sacco

Mi piacciono un sacco (ho pensato di usare “adoro” ma ho desistito perché ho anche pensato che adorare è un verbo da snob) i romanzi che fanno ridere e sorridere e nel contempo ti raccontano storie di amara umanità, per cui sono felice di aver incrociato questo libro di Benedetto Ferrara, La ballata di Sant’Orsola.

Mi ha riportato alla Firenze dei miei vent’anni, quella che ho amato: la Firenze dei vicoli, dei toscanacci, degli odori di vita vissuta per strada e nei circoli dove si beveva cuba libre a due lire.

Il “circolino” è il luogo dove Francesco, il protagonista, dopo le mattinate al Liceo corre perché gestisce bar e blatte del caffè, dove incontra la politica, come si faceva negli anni Settanta, dove conosce adulti strambi con vite ai margini, di cosa non si sa bene, ma sempre ai margini di qualcosa. È il luogo del passato e delle storie incredibili, mentre il presente è Francesco, uno “splendido cinquantenne” con il frigo vuoto, pochi soldi in tasca, la Playstation, un vicino di casa che gli suona il campanello a orari improbabili, in realtà un bambino con una storia tragica che lui chiama Karma.

La sua esistenza, come la Firenze che abita, finisce per perdere la linea retta che si fa sghemba, contempla una serie di fallimenti amorosi e mancate occasioni in nome di un’indipendenza malinconica che gli piace riempire di improbabili avventure con personaggi surreali, originali, creando situazioni di autentica  comicità alternati a momenti di tristezza da toni poetici: Il Campione (perché è stato campione di boccette), il poeta Nencini (poeta perché in gioventù così lo appellò una fidanzata) incazzato con i cinesi che con le loro botteghe invadono i quartieri, Faliero alcolizzato che per “curarsi con le erbe”, come la sua donna gli suggerisce, finisce intossicato di Amaro Montenegro, che come è noto è a base di erbe. A questi si aggiunge un misterioso somalo dall’improbabile nome Pierabdul.

Accade ad esempio che Francesco sia convocato dalla strana banda dei tre amici in via Pietrapiana a notte fonda, di fronte alle poste, dove c’era la Standa, poi diventata Billa, poi diventata Conad (io lì facevo la spesa ndr):

Questi bambini della notte ormai vivono in un mondo parallelo e il fatto che mi ci trovi a passare anch’io dalle loro strade imprevedibili e spesso inspiegabili, non mi fa stare tranquillo.

“Ragazzi, io torno a casa.”

E la cosa turba il poeta Nencini, che mi guarda storto: “Il mondo crolla e tu vai a casa? La gente si fa domande profonde e tu la guardi con disprezzo? Ma non eri nostro amico? Tu che sei un giornalista spiegaci perché la Standa ha abitato qui per una vita, poi sono arrivati i tedeschi e hanno cambiato un’altra volta l’insegna e a tutti sembra una cosa normale?”

… io non è che abbia da fare chissà cosa ma una discussione in mezzo di strada sull’evoluzione urbana della grande distribuzione alimentare e sull’invasione cinese, non mi sembra un buon motivo per far tardi con tre alterati psichici.”

Si respira vita vera in questo romanzo che mi ha fatto rivivere il mio amore per una città dove ho vissuto per lunghi anni e che mi ha restituito alla disillusione del momento in cui ho deciso di lasciarla, visto che non era più il luogo dove avevo respirato quella vita.

“Pedalo contromano verso Porta San Frediano per attraversarla. Questo punto della mia città mi tocca sempre il cuore, perché è un luogo osmotico dove la storia e un futuro mai arrivato si incrociano. La città vecchia e la città nuova che si incontravano in via Pisana: un bacio, una carezza, contatto carnale urbanistico, se vogliamo chiamarlo così. Poi, come spesso accade, la città vecchia è rimasta affascinante come sempre, mentre il nuovo è invecchiato subito e male, trasformando un’illusione di futuro in qualcosa di indefinito, di vago, di impersonale.”

E poi c’è la musica (come potrei non amare un romanzo dove c’è così tanta musica?), il cinema Universale (dove Francesco ha visto Woodstock) le Cascine (il suo Hyde Park) e i concerti di Joe Cocker, Lou Reed, Peter Gabriel, il Tenax e su tutti: Neil Young, Harvest, no, dico, Neil Young, HARVEST:

un fratello, un amico. Penso che alla fine mi basti poco. Io, Neil e la notte”

Grazie a Benedetto Ferrara per aver scritto questa storia, ricordando quel complesso di Sant’Orsola che custodisce i suoi segreti dolorosi, un edificio abbandonato sempre sul punto di diventare qualcosa, ma non si sa mai bene cosa. Un po’ come tutti. Forse.

Benedetto Ferrara, La ballata di Sant’Orsola, Edizioni Clichy, 2019

Benedetto Ferrara, giornalista, firma di «La Repubblica», ha seguito il Motomondiale, le Olimpiadi di Londra, i mondiali in Sudafrica e le avventure della Fiorentina, la squadra della sua città. Come documentarista e autore ha realizzato documentari a sfondo sociale in Burkina Faso, Perù, India, Brasile e Siria. Come autore e protagonista ha portato in teatro Violapop e Tutta mia la città. Nel 2019 pubblica con Clichy La ballata di Sant’Orsola.

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