Le mani in tasca letto in Litweb

Le mani in tasca letto in Litweb:

Le mani in tasca: La storia siamo noi. Noi uomini per sopravvivere rimuoviamo tutto e pensiamo che solo il presente sia difficile mentre il passato ci appare migliore e pacificato. Quel periodo di cui si racconta era orribile. Lo leggiamo e lo viviamo dal di dentro, dal carcere.

L’autrice è riuscita a creare personaggi credibili e ha dato a noi lettori una vicinanza affettiva alle vicende. Alla fine mi sono trovata accanto ad Oriana, a Michele.

Le mani in tasca ci riporta al periodo precedente la bomba esplosa alla Stazione di Bologna, il boato dell’esplosione rimbomba nel libro deflagrando sui personaggi e unendo destini che mai avrebbero avuto occasione di incontrarsi ma incontrarsi servirà a far vivere ancora una volta nel ricordo storie personali.

“Le mani in tasca” come “La città sommersa” di Marta Barone, come “Padrenostro” il film presentato a Venezia dove il regista racconta nelle prime sequenze l’attentato a suo padre, ci riportano gli anni settanta, una idea di cosa furono quegli anni.

Un libro da leggere perché è la nostra storia

Ippolita Luzzo

Libri che piacciono un sacco

Mi piacciono un sacco (ho pensato di usare “adoro” ma ho desistito perché ho anche pensato che adorare è un verbo da snob) i romanzi che fanno ridere e sorridere e nel contempo ti raccontano storie di amara umanità, per cui sono felice di aver incrociato questo libro di Benedetto Ferrara, La ballata di Sant’Orsola.

Mi ha riportato alla Firenze dei miei vent’anni, quella che ho amato: la Firenze dei vicoli, dei toscanacci, degli odori di vita vissuta per strada e nei circoli dove si beveva cuba libre a due lire.

Il “circolino” è il luogo dove Francesco, il protagonista, dopo le mattinate al Liceo corre perché gestisce bar e blatte del caffè, dove incontra la politica, come si faceva negli anni Settanta, dove conosce adulti strambi con vite ai margini, di cosa non si sa bene, ma sempre ai margini di qualcosa. È il luogo del passato e delle storie incredibili, mentre il presente è Francesco, uno “splendido cinquantenne” con il frigo vuoto, pochi soldi in tasca, la Playstation, un vicino di casa che gli suona il campanello a orari improbabili, in realtà un bambino con una storia tragica che lui chiama Karma.

La sua esistenza, come la Firenze che abita, finisce per perdere la linea retta che si fa sghemba, contempla una serie di fallimenti amorosi e mancate occasioni in nome di un’indipendenza malinconica che gli piace riempire di improbabili avventure con personaggi surreali, originali, creando situazioni di autentica  comicità alternati a momenti di tristezza da toni poetici: Il Campione (perché è stato campione di boccette), il poeta Nencini (poeta perché in gioventù così lo appellò una fidanzata) incazzato con i cinesi che con le loro botteghe invadono i quartieri, Faliero alcolizzato che per “curarsi con le erbe”, come la sua donna gli suggerisce, finisce intossicato di Amaro Montenegro, che come è noto è a base di erbe. A questi si aggiunge un misterioso somalo dall’improbabile nome Pierabdul.

Accade ad esempio che Francesco sia convocato dalla strana banda dei tre amici in via Pietrapiana a notte fonda, di fronte alle poste, dove c’era la Standa, poi diventata Billa, poi diventata Conad (io lì facevo la spesa ndr):

Questi bambini della notte ormai vivono in un mondo parallelo e il fatto che mi ci trovi a passare anch’io dalle loro strade imprevedibili e spesso inspiegabili, non mi fa stare tranquillo.

“Ragazzi, io torno a casa.”

E la cosa turba il poeta Nencini, che mi guarda storto: “Il mondo crolla e tu vai a casa? La gente si fa domande profonde e tu la guardi con disprezzo? Ma non eri nostro amico? Tu che sei un giornalista spiegaci perché la Standa ha abitato qui per una vita, poi sono arrivati i tedeschi e hanno cambiato un’altra volta l’insegna e a tutti sembra una cosa normale?”

… io non è che abbia da fare chissà cosa ma una discussione in mezzo di strada sull’evoluzione urbana della grande distribuzione alimentare e sull’invasione cinese, non mi sembra un buon motivo per far tardi con tre alterati psichici.”

Si respira vita vera in questo romanzo che mi ha fatto rivivere il mio amore per una città dove ho vissuto per lunghi anni e che mi ha restituito alla disillusione del momento in cui ho deciso di lasciarla, visto che non era più il luogo dove avevo respirato quella vita.

“Pedalo contromano verso Porta San Frediano per attraversarla. Questo punto della mia città mi tocca sempre il cuore, perché è un luogo osmotico dove la storia e un futuro mai arrivato si incrociano. La città vecchia e la città nuova che si incontravano in via Pisana: un bacio, una carezza, contatto carnale urbanistico, se vogliamo chiamarlo così. Poi, come spesso accade, la città vecchia è rimasta affascinante come sempre, mentre il nuovo è invecchiato subito e male, trasformando un’illusione di futuro in qualcosa di indefinito, di vago, di impersonale.”

E poi c’è la musica (come potrei non amare un romanzo dove c’è così tanta musica?), il cinema Universale (dove Francesco ha visto Woodstock) le Cascine (il suo Hyde Park) e i concerti di Joe Cocker, Lou Reed, Peter Gabriel, il Tenax e su tutti: Neil Young, Harvest, no, dico, Neil Young, HARVEST:

un fratello, un amico. Penso che alla fine mi basti poco. Io, Neil e la notte”

Grazie a Benedetto Ferrara per aver scritto questa storia, ricordando quel complesso di Sant’Orsola che custodisce i suoi segreti dolorosi, un edificio abbandonato sempre sul punto di diventare qualcosa, ma non si sa mai bene cosa. Un po’ come tutti. Forse.

Benedetto Ferrara, La ballata di Sant’Orsola, Edizioni Clichy, 2019

Benedetto Ferrara, giornalista, firma di «La Repubblica», ha seguito il Motomondiale, le Olimpiadi di Londra, i mondiali in Sudafrica e le avventure della Fiorentina, la squadra della sua città. Come documentarista e autore ha realizzato documentari a sfondo sociale in Burkina Faso, Perù, India, Brasile e Siria. Come autore e protagonista ha portato in teatro Violapop e Tutta mia la città. Nel 2019 pubblica con Clichy La ballata di Sant’Orsola.

PANE E FERRO

No, di questo libro non voglio parlare, non voglio scriverne. E nemmeno fare la mia intervista in tre domande all’autore su Pangea.

È un romanzo storico, uscito nel 2019: Manzoni, che quel genere l’ha inventato, diceva  il vero come oggetto, l’interessante come mezzo, l’utile come scopo…ma non è soltanto quello, ed io non voglio parlarne, no, non voglio.

È stata una lettura lenta, cosa per me insolita: quando sentivo che l’attenzione non era alta abbastanza per godermi le pagine, smettevo perché durasse, così da non poter perdere neanche una virgola o un passaggio.

Sembra sempre che il romanzo più bello sia l’ultimo che leggiamo (quando lo apprezziamo), ma qui non si tratta di questo, qui si tratta invece del limite delle parole a descrivere cosa ha smosso la lettura di Pane e Ferro, libro letto con occhiali e lapis, sottolineando righe su righe, sprofondandoci dentro. Più leggi e più vuoi leggerne.

Cosa ne sapevo io del nordest? Niente, quello che ci viene in mente quando diciamo nordest fuori da qualsiasi contesto: la parte ricca e produttiva d’Italia.

Sbagliato, non avete letto Pane e Ferro. E io non voglio parlarne.

Non voglio darvi il privilegio (o la noia) di leggervi una recensioncina buona come una garbata lezione, con auto compiacenza “come sono stata brava a parlarvi di questo libro”: sono anni che lo faccio, ma in questo caso no, non voglio. L’ho detto e lo ripeto.

Delle cose che amiamo profondamente si è un po’ gelosi, perché arriva quella cosa (in questo caso un libro) che ti dice: è cosa tua, è un regalo che è arrivato fino a te, perché mai dovresti sbandierare ai quattro venti quanto è bello? Quanto è utile? Quanto è interessante? Lo meritano davvero, di là?

Fate anche voi un po’ lo sforzo di guardare oltre le classifiche o le operazioni di marketing editoriale, arrivateci voi a un romanzo come questo. Me lo sono conquistato tutto e non lo mollo così, non lo liquido in due parole scritte per benino.

Piuttosto scaglio una pietra contro il vostro starvene seduti, quieti,  a guardare il nordest al TG o nelle riviste. Anzi, vi scaglio contro direttamente il libro.

L’autore mi disse quando ho avuto il romanzo: buona camminata a Paesenovo, che poi sta tra il Veneto e il Friuli, nel nordest appunto, una cosa che non sapevo e ora so.

Per una che cammina comunque era un invito allettante. Ecco, ho camminato per Paesenovo e il novecento lì da loro, io terrona, da qui.

E non avete idea della bellezza che ho visto.

Piuttosto: come mai a questo romanzo nessuno ha dato un riconoscimento, un premio, un Nobel, un oscar, qualsiasi cosa urli al mondo intero che qualcuno, Massimiliano Santarossa, ha scritto PANE E FERRO?

Alla fine resta soltanto una domanda. Perché?

Amare

Voglio un gran bene a questo libro, non mi aspettavo così tanta attenzione, dunque: ne sono felice

Estratti da recensioni

“Le mani in tasca”

Le mani in tasca

Convenzionali

di Gabriele Ottaviani

Il tempo scava, muta il corpo e la mente, definisce la nostra sostanza e ci segna…

Daniela Grandinetti, Le mani in tasca, Augh! Edizioni. Dario è timido e vive in un mondo tutto suo: solo sulle tavole del palcoscenico si sente a casa. Per Oriana, invece, quelle stesse tavole sono, come ogni suo gesto, ogni suo comportamento, ogni suo pensiero, nell’effervescente Bologna universitaria degli anni Settanta del Novecento, suo approdo dalla provincia, un atto densamente politico: le loro due solitudini si incontrano, e… Intenso, avvincente, appassionante, vibrante: impeccabile e imperdibile.

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Quando a scrivere è uno scrittore che ami e stimi (molto)

Quando ho letto questa inaspettata recensione uscita sul Corriere Fiorentino, confesso, mi sono tremate le vene e i polsi

«Le mani in tasca» (Augh edizioni, collana Frecce, 220 pagine) è il terzo romanzo di Daniela Grandinetti, nata a Lamezia Terme ma col cuore in Toscana, dove ha vissuto per molti anni e dove torna molto spesso. Tanto che l’autrice, nel corso della narrazione, incrocia i paesaggi del Mugello – e in particolar modo di Vicchio, dove la protagonista del romanzo maturerà il suo percorso umano – con quelli delle Calabria e di Bologna. Al centro di questo romanzo – scritto con mano felice – c’è Oriana, donna bellissima e sfuggente come solo le calabresi sanno essere. Oppressa da un’ambiente ostile Oriana si impone con la sua famiglia e decide di frequentare l’università di Bologna: è il periodo delle occupazioni studentesche, dei sogni e delle utopie di una generazione che negli anni Settanta fa sentire con prepotenza la propria voce. Una voce che porterà la protagonista a diventare un elemento delle Brigate Rosse e che, proprio per questa sua scelta estrema, sarà arrestata.

La Grandinetti procede come un romanzo di formazione. Da un lato di Oriana racconta l’immensa passione per il teatro, dove conoscerà Dario, timido e intellettuale che col tempo si innamorerà di questa donna così dolce ma dalla vita così difficile da inquadrare. Dall’altro ci sono appunto le vicende di Dario, un uomo che si mette in discussione ma pensa che il teatro sia la chiave di volta della Vita, oltre che un modo per restare in contatto con Oriana, impegnata a fare anche del teatro un’azione politica.

Lo snodo narrativo arriva nel momento in cui Oriana viene arrestata e passa 20 anni in carcere, dove ci è finita perché legata alle Br. E anche se la protagonista non ha mai sparato un colpo, nel percorso carcerario inizia a discutere con se stessa arrivando a un confronto, molto spesso – ed è un meccanismo azzeccato – figlio di contraddizioni. Sarà in Toscana – una volta che Oriana andrà dalla sorella – che tutto si ricomporrà. Il teatro tornerà a essere centrale nella sua vita dove – per uno stratagemma narrativo assolutamente felice – tornerà a vivere anche Dario, che nel frattempo è rimasto ucciso nella strage di Bologna.

Daniela Grandinetti firma una storia nuova che è al tempo stesso un grande affresco storico-politico degli ultimi 40 anni, ambientando nel carcere un racconto che ricorda per certi versi le atmosfere de “Le prigioni di Stato” di Aldo Braibanti e che rievoca certi personaggi alla Jenet. Nell’incedere della storia – scritta con lirismo e in maniera asciutta, quasi a togliere il superfluo della scrittura – si sente fortissima la presenza di un libro: “Il ragazzo morto e le comete” di Parise. Un bel romanzo, questo terzo romanzo della Grandinetti, che porta il lettore in una storia forte, estrema e delicata al tempo stesso.

Simone Innocenti

Link qui https://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/arte_e_cultura/20_ottobre_22/mani-tasca-grande-affresco-storico-politico-ultimi-40-anni-7e26261c-147c-11eb-8c7d-0424e4615d52.shtml

Recensione di Ottavio Mirra

Ho finito ora di leggere ” Le Mani in Tasca” di Daniela Grandinetti edito da Augh! Editore. Invece della solita foto sul tavolinetto, questa volta ne ho scattate due. La prima è sui tetti, perché entrambi i giovani protagonisti del romanzo sono pronti a spiccare il volo, anzi lo meritano per il tratto di strada romantico, brillante e al contempo malinconico che percorrono insieme. Nell’altra il libro è dietro le sbarre perché Oriana, la protagonista femminile, dietro i cancelli di una prigione c’è stata davvero per 23 anni a scontare una condanna per banda armata.

Il romanzo ci riporta agli anni 70 del secolo scorso, quelli duri e assassini. Parlare di quel periodo non è facile, ci vuole coraggio, i rischi nell’affrontare il tema degli “anni di piombo” sono tanti. Alcuni autori, pur con encomiabile sforzo di terzietà, e anzi proprio per questo, finiscono col mettere in fila asetticamente gli avvenimenti riducendoli a semplice elenco, una sorta di lista del terrore. Altri, schierandosi apertamente, scadono in commenti didascalici e giudizi moralistici, prigionieri della retorica dell’ovvietà, ovvero quella della vittoria del bene sul male. È allora inevitabile la banalizzazione di un periodo che fu invece complesso, di grande fermento culturale e ideologico, un impasto di razionalizzazioni estreme come estreme furono le conseguenze, e di profonde e tormentate riflessioni. Tutto si merita quel periodo, anche d’essere legittimamente definito infame, tranne che d’essere banalizzato. Ma Daniela Grandinetti è una scrittrice vera e non ci casca. Come i bravi attori interpretano i personaggi rubando loro l’anima, così Daniela, capitolo dopo capitolo, alternativamente prende le sembianze di Oriana e Dario. Non giudica, non emette sentenze morali, entra nei corpi e nelle anime dei protagonisti, nelle loro passioni, nei loro dolori. È un’operazione che le riesce perfettamente anche grazie alla scelta senz’altro felice della scrittura in prima persona. Una modalità che, a parer mio, favorisce non solo il processo di identificazione del lettore con il personaggio, ma produce quell’amalgama tra chi scrive e il soggetto di cui si scrive, che fornisce di credibilità e verosimiglianza ogni passaggio, ogni sussulto dell’anima.

Nel romanzo non è descritta neppure un’azione terroristica cui Oriana certamente ha preso parte. L’ autrice si sofferma sugli stati d’animo dei protagonisti, racconta delle loro vite prima così vicine e poi drasticamente lontane e profondamente diverse. Scandaglia nel profondo, indaga il percorso politico e intellettuale, si sofferma sulle lacerazioni conseguenti. Così Oriana sarà assolutamente consapevole allorquando sceglierà la clandestinità per entrare a far parte organicamente di un cellula terroristica, come lo sarà delle colpe che non nasconde né minimizza. Nella lunga detenzione non chiede né perdono, né compassione. Riflette, scava dentro di sé, si sforza di sopravvivere giorno per giorno. Neppure sogna la libertà.

Là dentro non esiste il passato ma soltanto la colpa commessa al di là di ogni ragionevole giudizio, non esiste futuro né redenzione. Le mani in tasca e il tempo per scontare la condanna. La pelle che si squama e lo sporco in ogni angolo depositato dalle colpe che hanno preceduto quella di ciascun condannato“.

Dario è un ragazzo timido perduto in un mondo tutto suo. Amante del teatro, innamorato della sfuggente e poi perduta Oriana, sensibile e tormentato.

Per tanto tempo avevo combattuto un’accozzaglia di sentimenti accatastati alla rinfusa. Il dolore per sua natura è un’entità invisibile che porta guerra, una guerra tattica che necessita di tempo prima che si possa conoscere il nemico, anticipare le sue mosse e magari sconfiggerlo. Il dolore è un guerriero addestrato e quasi sempre ci coglie impreparati.

Con una scrittura fluida, avvincente, suggestiva, Daniela Grandinetti ci porta per mano accompagnandoci, tra le nebbie di quegli anni oscuri, prima sulle tavole di un palcoscenico e poi nella nudità di una cella di Rebibbia.

Davvero ottimo

Aggiungere

Aggiungere commenti come questo, per capire meglio quello che ho fatto, se l’ho fatto e come.

La più grande difficoltà per un autore, è quella di riuscire ad avere la capacità di evitare di ripetersi e tu, Daniela, ci sei riuscita perfettamente. Dopo essermi saziato con le immagini di Cosma e della sua malasorte, delle folate di vento con i paesaggi e le sue storie, sei riuscita a spiazzarmi con un romanzo ancora una volta molto bello, estremamente coinvolgente, ma completamente diverso dai precedenti. Le mani in tasca è un romanzo generazionale, nel senso che attraversa un periodo storico che mi è appartenuto e Oriana, la protagonista, fa scelte estreme che hanno almeno sfiorato, ed a volte coinvolto, tanti ragazzi in quegli anni. Il romanzo è una sorta di partita di ping pong, poiché è strutturato con un alternanza di voci tra i due protagonisti, Dario ed Oriana, ma mentre il racconto di Dario si incentra unicamente sul momento della sua vita in cui ha incrociato Oriana (leggendo si capirà anche il perché) e sulle conseguenze di quell’incontro, Oriana, invece, snoda il suo racconto partendo da dopo quel momento ed attraversa tutto l’arco della sua vita sino all’oggi. È un libro che mi ha coinvolto molto e nel quale ho riconosciuto la mia generazione, che ha fatto tanti sbagli, ma che ha scelto di lottare e di provare ad essere protagonisti del proprio destino, anche a costo di sbagliare. Grazie per averlo scritto e per avermelo fatto leggere.

L. V.

La suggestione di un incontro

Le mani in tasca…
La rappresentazione che si ha della ricerca… fa differire l’umano sentire dalla sola e mera realtà fenomenica.
Daniela Grandinetti autrice raffinata ed elegante, gestisce la “ ricerca “ di Oriana e Dario (protagonisti del suo romanzo) come l’eterna odissea.
Flussi, simboli, richiami di altrove che inevitabilmente ti riportano ad un “elemento “ vissuto chiamato casa.
Sinestesie, suggestioni, di un tempo intenso e rivoluzionario, il tempo, bergsoniana narrazione del divenire.
Le letteratura ha a volte l’ingrato compito di descrivere trasformazioni, cambiamenti, trasformazioni, il fluire della penna di Daniela possiede come elemento caratterizzante “ là bonne lecture”.
Giungendo ad una perfezione dodecafonica.. un flusso intenso e contemporaneamente carezzevole, armonico, sinesteticamente avvolgente.
Essere Oriana, esser Dario, dar voce ai silenzi che molte volte urlano più dell’emissione in sé.
Sguardo, il non toccarsi, si manifesta in tutta la sua tangibilità un atto materico,che trascende il tempo e lo spazio.
A. Rimbaud definì il vivere ”ma bohème”
L’universo Daniela è quella bohème
Fatta di simboli, di unicità, di monadi , che attraverso la sola percezione degli occhi conducono il lettore in quell’altrove che molti hanno vissuto ma che tutti desidererebbero vivere.

Celestina Savoia

Su La Malasorte

Io stavo qui a rimuginare e mi sono detta: non pensare, scrivi.

Cosma non era in assoluto la protagonista del romanzo La malasorte, eppure, suo malgrado, lo è diventata. Il fantasma della ragazza con la gonna nera che corre per i vicoli di un paese ormai abbandonato è entrato nel cuore dei lettori molto più che le stesse protagoniste, Cettina e Tilde. Questo perché il suddetto fantasma ha posseduto me per prima e dunque in quanto figlia della mia immaginazione è sì prediletta. E traspare.

Un’amica in questi giorni mi ha detto: mi sono chiesta “ma perché questo richiamo al Verismo anche nel titolo, perchè questa immagine del sud, della Calabria, ancora vinta”?

La malasorte non è una storia di vinti, è una storia di violenze perdute e per me sta scritta nei paesi abbandonati, spopolati, senza più linfa.

E’ la storia di una fuga e di un ritorno (non il mio), di una resa dei conti con i fantasmi che aleggiano tra le pietre di muri diroccati, lasciati andare all’oblio.

Per chi lo ha letto la chiave è Tilde: è lei che mostra le bellezze di un luogo segreto a una Cettina stupita, lei – Tilde – che in una baracca sparita in quel luogo è stata partorita perché non si sapesse, figlia senza padre.

E Cettina, che pure lì è nata e cresciuta, di quel luogo non ha alcuna cognizione, di cosa si celi davvero dietro i vicoli e le strade, oltre i confini del visibile agli occhi, non sa nulla.

Il romanzo finisce una notte, quando le due donne si addormentano e anche Cosma, il fantasma che porta tempesta e malasorte, finalmente, può trovare la sua pace e, forse, smettere di correre.

Il sud, la Calabria ha bisogno di sonno. E di risveglio.

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