ROMANZI IN EVIDENZA

Ci sono libri che leggo e subito vengono eliminati dalla pila sul comodino per essere riposti negli scaffali, di solito quelli che non lasciano traccia. Ce ne sono invece altri che rimangono accanto a me, sulla scrivania e vicino al pc, a ricordarmi che vale la pena riprenderli in mano, sfogliarne qualche pagina, scriverne.

Tra questi c’è Il bosco di Marx, di Marco Quarin, letto qualche mese fa. Un romanzo bello e complesso che mi ha colpito molto, innanzi tutto per la scrittura lineare e pulita (curatissima, superlativo d’obbligo perché quando ce vò ce vò) poi per la storia, che definire un giallo è riduttivo, anche se narra un’indagine finalizzata a svelare un mistero.

Del resto, quanti sono i misteri nella storia di questo paese? Il romanzo di Marco Quarin si riferisce indirettamente anche a questi.

La storia, dicevo, è complessa: una mattina il giudice Cassan riceve una telefonata che lo informa che Vittorio Marchi è deceduto: “provo a riformulare mentalmente le frasi del maresciallo: zio Vittorio cadavere a Modena sotto un mucchio di stracci come un barbone. Zio Vittorio a Modena, un senzatetto

Vittorio Marchi, zio di Federico Cassan, viene dunque trovato morto con in tasca due biglietti: uno per il nipote “scavare una buca sotto il cippo di pietra del bosco..” e l’altro per una tal Laura Terenzi. Un rebus incomprensibile.

Cassan anni prima aveva allontanato da sé la storia di Zio Vittorio, sparito nel nulla dopo la morte della moglie e la caduta del muro di Berlino, due lutti, uno familiare, l’altro politico (zio Vittorio era un convinto comunista)  e dopo due anni aveva rinunciato a cercarlo.

La telefonata lo riporta indietro e ne è  turbato non solo per la notizia della morte, ma soprattutto nell’apprendere che lo zio era finito a vivere come un barbone. Ed è così che si mette alla ricerca della verità: ha bisogno di capire, non come succede a noi, che spesso ingoiamo e metabolizziamo verità confezionate o supposizioni svendute per certezze. Lui, Federico Cassan, uomo di legge e di giustizia (due cose che non sempre coincidono) vuole capire, sciogliere i dubbi.

Vittorio Marchi in vita era stato un comunista tutto d’un pezzo, di quelli nati nei primi del Novecento, e alla caduta del muro e del comunismo sovietico per lui cade un mondo e si apre uno scorcio che ammanta di oscurità gli ideali di una vita. Difficile da accettare. Sceglie così di sparire, di abbandonare il campo, di non essere più Vittorio Marchi, e diventare un uomo senza identità, (perché, noi storicamente abbiamo un’identità? o piuttosto siamo il frutto di anni di menzogne non c’hanno resi asfittici?). Diventa un senzatetto. Ormai non ha una casa.

Federico Cassan, il vero protagonista del romanzo, combatte invece un’altra guerra, in un’altra terra: quella alla mafia in una procura siciliana.

E Marx? È Karl? No, Marx era il cane di Marchi, non poteva chiamarsi diversamente, ed è sepolto nel bosco insieme ai segreti che l’uomo si è portato con sé andando via dal suo paese.

Nel dipanare il mistero della morte e della scomparsa dello zio, il giovane procuratore ne ripercorre la storia, il passato e i ricordi, anche quelli personali.

“Mi sforzavo di immedesimarmi in zio Vittorio.

Ne scandagliavo i pensieri per isolare quelli che l’avevano portato alla fuga.

Una fuga insensata, un  mistero dai contorni quasi gialli, una buona trama per un romanzo, come mi aveva suggerito sorridendo Alfio. Tre disgrazie una dietro l’altra: Marx morto sotto le macerie di un muro; la caduta di un altro muro, il Muro per antonomasia, la cicatrice che separava l’Est dall’Ovest, il mondo del progresso dal mondo del regresso, secondo zio Vittorio; zia Marta stroncata in pochi mesi dal cancro.

Non dubitavo che zio Vittorio  si sentisse per lo meno smarrito. Me lo figuravo ricurvo, i tratti del volto prosciugati, un brillio d’odio nelle pupille contro il mondo afflitto dalla pestilenza edonistica. Fantasticavo di vederlo nel bosco ora immobile a contemplare orizzonti di cenere ora a vagare berciando le sue fissazioni.

Immaginavo i suoi pensieri disillusi dall’evento berlinese. Non aveva avvertito l’erosione interna della grande utopia tramutatasi di punto in bianco in grande inganno.

La civiltà nemica lo stringeva nelle sue spire e lui aveva scelto di ritirarsi tra i muri della sua casa e nel perimetro del suo bosco.”

Dunque la caduta del muro di Berlino che rappresenta la fine di un’epoca, il segno tangibile di uno spartiacque, la fine di un ideale inseguito da molti;  e poi la mafia, ieri come oggi, a definire due generazioni in trincea: la vecchia rappresentata da Vittorio Marchi, il vecchio comunista che svanisce nel nulla, e la nuova, incarnata dal protagonista Federico Cassan, giovane giudice sbarcato in Sicilia dal Friuli: vecchie e nuove battaglie unite dall’inganno della giustizia, dalla ricerca di nuovi e diversi equilibri.

Una storia densa, scritta con grande maestria, che ci porta di fronte alla verità che domina il secolo scorso: l’Italia del Novecento, dei misteri irrisolti, della democrazia incrinata, delle verità mancate, degli intrecci mai svelati.

Un tema che mi sta a cuore, motivo per cui ho amato due volte di più Il bosco di Marx, il cane seppellito in un bosco, dove i muri non ci sono e gli alberi crescono, nonostante noi.

Marco Quarin, Il bosco di Marx, Prospero Editore

“Dante: Appunti su tematiche teologiche” di Angelo Grandinetti

3 maggio 2021 per il progetto “Comunicare Dante.” Uniter Lamezia Terme

Anche se la Commedia era destinata a essere un’opera letteraria e non teologica, essa prefigura il modo in cui è concepito l’aldilà e preannuncia i destini ultimi dell’umanità e del singolo individuo. Questi aspetti escatologici hanno generato nei secoli un enorme interesse, pertanto seguiamo il contributo di approfondimento scritto dell’avvocato Angelo Grandinetti dal titolo “Dante: Appunti su tematiche teologiche”

Mi è stato richiesto di trattare aspetti teologici presenti nelle opere di Dante, con riguardo particolare al tema dell’escatologia. Mi limiterò solo a due. Ho il dovere di avvertire che non ho molto dimestichezza con le tematiche più propriamente letterarie e in proposito ho tutte le reminiscenze che porto nel mio bagaglio di conoscenza. Nella trattazione di questo scritto, sono stato aiutato in particolare da un testo stenografico di una conversazione tenuta dalla professoressa Lina Bolzoni (docente di letteratura italiana e preside alla Scuola Normale e all’università di Pisa che conosco dai tempi dell’Università) all’associazione “Guido Sacchi” e da articoli apparsi su Repubblica a firma di Massimo Cacciari. Dopo questo necessario preambolo, in premessa mi preme ricordare come nella Epistola XIII è Dante stesso che si preoccupa di definire la Divina Commedia come allegoria teologica più che poetica in quanto sono veri sia la narrazione (verba) sia i significati spirituali (res) in essa contenuta. In questo contributo mi occuperò di alcuni delimitati temi, con l’avvertenza che mi sono stati di grande aiuto gli scritti (oltre a quelli già citati) di alcuni autori, uno dei quali (p. Ernesto Balducci) ha attraversato tutto il dopoguerra attestandosi, tra i teologi italiani, per il senso profetico delle sue opere. Nel suo trattato “Storia del pensiero umano” al vol. I° nella parte dedicata al tramonto del medio evo delinea due temi fondamentali che fanno di Dante un precursore della modernità.

Il primo investe il tema della laicità della politica, che Dante tratta già nel Convivio e successivamente nel trattato La Monarchia. In tale opere si pone sulla scia di Tommaso d’Aquino secondo il quale l’uomo è chiamato alla felicità temporale e a quella eterna, che, per realizzarsi hanno bisogno di due guide: il Sommo pontefice che, secondo la verità rilevata, conduce gli uomini alla vita eterna e l’imperatore, che secondo gli insegnamenti dei filosofi, indirizza il genere umano alla felicità in questa vita. In questo schema duale (verità rilevata e quindi eterna / insegnamento dei filosofi e quindi relativa perché interna al tempo), Tommaso stabilisce la subordinazione del temporale allo spirituale.

Dante rifiuta tale impostazione: l’autorità del monarca temporale discende in lui, senza alcun intermediario, dal “Fonte dell’autorità universale”. Poiché il destino dell’uomo ha un senso unitario, che si realizza nella pace, spetta all’imperatore, in quanto autorità politica, realizzare sulla terra le aspirazioni degli uomini. La Chiesa, al contrario, non ha e non può avere potere politico.

Per comprendere tale visione sono sufficienti due soli riferimenti: 1) le invettive contro la donazione di Costantino, che fu determinante nel legame tra ricchezza e potere politico e, di fatto, fu causa ed effetto della mutazione della natura stessa della chiesa ed del papato; 2) l’esaltazione della povertà di Francesco d’Assisi, “come qualità che doveva essere della Chiesa, sposa di Cristo”. Oggi tale prospettazione sembra ovvia (anche se non del tutto scontata): ma quanti secoli ci sono voluti?

Ma la modernità della teologia di Dante si manifesta in maniera ancor più evidente nella profezia dei tempi nuovi, che disegna la escatologia cristiana come viaggio della coscienza verso una redenzione definitiva. In lui vi è l’esaltazione dell’uomo che, nella sua singolarità, è responsabile del destino di tutti, attraverso un “nesso tra il privato e il pubblico, tra salvezza dell’anima e salvezza del mondo, tra giustizia morale e giustizia politica” .

Tutti noi abbiamo ben presente l’inizio del viaggio (“mi ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita”). E’ un verso ripetuto a memoria, anche nelle situazioni e nelle occasioni più strane, senza pensare che traccia il cammino della coscienza universale verso il bene supremo. Tale viaggio inizia con un’affermazione: “Io non Enea, io non Paulo sono” (Inferno II.32). A cosa allude? Per Enea la risposta è facile e immediata: dalla sua progenia deriva la fondazione della città e dell’impero. Più difficile è il riferimento a Paolo. Per comprenderlo occorre rifarsi a due testi. Nella seconda lettera ai Corinti, Paolo allude ad un viaggio ultramondano: “Conosco un uomo in Cristo che quattordici anni fa (se fu con il corpo non so, se fu senza il corpo non so, Dio lo sa), fu rapito fino al terzo cielo. So che quell’uomo (se fu con il corpo o senza il corpo non so, Dio lo sa) fu rapito in paradiso, e udì parole ineffabili che non è lecito all’uomo di pronunciare.” (2 Cor. 12, 2-4). Questo testo è stato ripreso e sviluppato nell’opera apocrifa L’Apocalisse di Paolo o La visione di Paolo redatta in greco fra il II e III secolo ed ebbe grande successo nell’alto medioevo . Dante la conosce e ne segue lo schema che possiamo riassumere come segue.

L’inferno ha un itinerario curvilineo tortuoso con andamento verso sinistra; il purgatorio ha invece un andamento rettilineo con spostamenti a destra; nel paradiso si procede verso oriente. Tutto ciò, nel linguaggio dei segni, ha un preciso riferimento in Agostino secondo il quale il lato mancino rimanda al negativo mentre quello destro al positivo. Il Paradiso è l’arrivo (ad oriente) e si manifesta, con l’accompagnamento di Beatrice, all’elevazione totale.

Lungo questo itinerario compaiono e si radicano personaggi ognuno dei quali è la rappresentazione di un vizio o di una virtù. Sono persone e storie di uomini e donne, trascese in ogni caso dalla sublimità della poesia (v. per tutti Paolo e Francesca), ma nello stesso contengono, “in res”, un percorso di edificazione e di conversione, per come è evidente nel canto XVII, Paradiso, vv. 136-142) nel quale Dante fa dire a Cangrande: Però ti son mostrate in queste rote,nel monte e ne la valle dolorosapur l’anime che son di fama note,che l’animo di quel ch’ode, non posané ferma fede per essempro ch’aiala sua radice incognita e ascosa,né per altro argomento che non paia.

E dunque le persone che incontra, attraverso le loro storie, diventano la rappresentazione di una coscienza etica, che disvela l’animo umano e nel contempo ne traccia il cammino nella storia quotidiana e nel tempo, tra presente e futuro, il cui punto d’arrivo è l’eternità, punto d’incontro tra amore (agape ) e fedeltà della coscienza etica in una visione che è trascendente ed immanente nello stesso tempo.

E qui ci troviamo di fronte al tema dell’escatologia, la cui definizione significa (escaton + logos): ciò che riguarda il destino finale dell’uomo e/o dell’universo. Tradizionalmente le definizioni inferno, purgatorio e paradiso sono state sempre viste come ciò che compete ad ogni singolo, sulla scorta del suo vissuto: in fondo una giustizia retributiva che distingue buoni e cattivi, santi e peccatori, che deriva dall’affermazione di fede che Gesù “verrà per giudicare i vivi e i morti” e soprattutto nella certezza della resurrezione dei morti e della vita eterna. In realtà il cammino di comprensione del mistero (attenzione, non nel senso di qualcosa di oscuro, ma nella sua accezione dalla traduzione dal greco di “disvelamento”) è stato lungo e complesso e spesso contraddittorio.

La prima comunità cristiana, dopo l’evento della resurrezione, visse nell’attesa (parusia) che Gesù sarebbe ritornato di lì a poco: maranatha era la formula della preghiera più comune. Tale credenza ci è attestata negli Atti degli apostoli ma anche nelle prime lettere di Paolo (1 Tessalonicesi e Filippesi). Con il passare degli anni e con la morte della prima generazione ed in particolare dei testimoni diretti, il convincimento viene, poco alla volta, a modificarsi e si comprende che al contrario dell’escatologia giudaica (orientata verso il futuro) l’escaton è già cominciato. E così Marco (1,15) scrive “il tempo è compiuto” e Paolo, a più riprese, in Galati 4,4: “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il Figlio suo, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge” e, nella prima lettera ai Corinti (10,11) ammonisce “queste cose furono scritte come ammonimento per noi per i quali è sopraggiunta la fine dei tempi”.

Come si vede compare la dimensione del tempo e qui occorre precisare che il tempo è compiuto significa che il Regno di Dio è presente oggi nella storia degli uomini e non è evento trans storico. Uno dei più importanti teologi del novecento, scomparso di recente, Raimon Panikkar , ha coniato il termine “tempieternità” che significa l’appartenenza contemporanea dell’uomo sia al tempo che alla vita di Dio. Il tempo è espresso in due concezioni: il tempo lineare nel quale il passato condiziona il presente che a sua volta progetta il futuro che però è spezzato, nel suo concatenamento, dalla morte; e il tempo circolare, nel quale l’umanità non cerca la progressione nel futuro, ma vive il presente nel quale il tempo e l’eternità consentono a tutti di realizzarsi senza l’angoscia della morte. La Buona Novella è che qualsiasi uomo, in qualsiasi condizione, può sperimentare l’amore di Dio ed il suo progetto di una umanità riscattata e che nell’essere “fratelli tutti” vive nell’oggi la dimensione dell’eternità .Dante, pur nel contesto storico, culturale e teologico di riferimento, contrassegnato, in particolare, dal pensiero di Gioacchino da Fiore, Agostino e soprattutto Tommaso d’Aquino, si attesta con una sua peculiare originalità. Egli, infatti, pur conservando la consapevolezza di Agostino che la storia è ambivalente e che il bene e il male hanno necessità di rimedi vincolanti, esprime l’utopia di una redenzione che si può realizzare nel presente.

E così nel Paradiso, nel canto XXXIII, per ben due volte, si esprime:(vv.61-63): quasi tutta cessamia visïone, e ancor mi distilla nel core il dolce che nacque da essa. e, nei vv.91-93: La forma universal di questo nodo Credo ch’i’ vidi, perché più di largo, dicendo questo, mi sento ch’io godo.

Dante è nella sua realtà corporea e l’estasi, il dolce e il godimento sono l’espressione di un cammino, che pur nella sua complessità, possono essere vissuti e raggiunti nella realtà presente.

Un romanzo tsunami

Nella foto un libro, l’ho scattata io: vi mostra romanzo e un segnalibro importante, un oggetto al quale tengo molto.

Entrambi, libri e segnalibro, sono “importanti”: due oggetti impegnativi, laddove impegnativo ha un’accezione di consistenza.

Mi spiego: nell’era dell’usa e getta, anche i libri spesso riflettono questo modo di esistere e rapportarsi con cose e persone, niente dura o deve restare. Passa e va.

Impegnativo può essere un aggettivo che spaventa, che respinge: sbagliato, sbagliatissimo, molto sbagliato, infinitamente sbagliato. Ciò che ha consistenza rimane, non va via il giorno dopo o la settimana dopo.

Io so perfettamente che quando guarderò nella libreria la copertina di questo libro, ne ricorderò il segno che mi ha lasciato, mentre di altri, e parlo di romanzi che magari sono stati o sono in cima alle vendite, non ricordo neanche la trama.

Il giorno in cui abbiamo pianto di Gianfranco Cefalì vorrei raccontarvelo con un’onomatopea: che rumore farebbe un coltello che affonda nel cuore? Se potessi è quel rumore che vorrei riprodurre, con consonanti e vocali, ma non trovo una combinazione efficace.

La cosa due volte sorprendente è che questo è un esordio: il primo romanzo dell’autore, che invece ha una penna da scrittore navigato.

“La stratificazione della memoria funzionava bene, poteva scegliere quale paura usare, poteva aprire e chiudere i cassetti del dolore con facilità disarmante, quello che non funzionava a dovere, era quel meccanismo di rimozione che la mente umana a volte usa senza chiedere permesso per rimuovere lo strazio delle complicanze della vita”

Scrittura che senti sulla pelle, che ti parla, che parla anche di te.

La storia non ve la racconto, non è necessario, anche perché la terza cosa  sorprendente è che l’autore vi sfida, non teme di sperimentare, di usare la storia a suo piacimento non per compiacervi, ma per colpirvi, voi, comodamente seduti nella vostra poltrona, accoccolati nel vostro letto caldo, siete costretti a sobbalzare per la violenza, il termometro che misura la quantità di dolore e di reazione al dolore sale e scende e investe anche la vostra temperatura corporea, la vostra reazione fisica alla pagina scritta, perché fisica è le scrittura, frastagliata da pause liriche:

“.. mi siedo sul letto, sta aprendo gli occhi, ciao pa’, sto piangendo ma non me ne frega niente, gli stringo la mano, all’inizio forte, troppo forte, quasi la ritiro per fargli male, ha uno sguardo bellissimo, gli sorrido, mi dice di avvicinarmi, mi vuole dire qualcosa, è arrivato il momento mi dice, è arrivato il momento di raccontarmi qualcosa”.

Il giorno in cui abbiamo pianto non è un esordio, è uno tsunami destinato a colpire ovunque si fermi. Qui sta la potenza della scrittura quando è temeraria e non vi teme. Il vostro o il mio giudizio hanno poca importanza: sarete la maschera seguente legata al filo delle altre sull’immagine di copertina.

Tutto il bene a Gianfranco Cefalì e in bocca al lupo a questo romanzo potente.

Agli sguardi che si riconoscono

Gianfranco Cefalì, Il giorno in cui abbiamo pianto, Dialoghi

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