Malavuci soffiate nel vento da una cantastorie

Molto tempo fa nel secolo decimonono, Honoré de Balzac diede alle stampe “La signorina Cormon”, titolo originale “La vieille fille” che letteralmente significa “La zitella”.

Storia  esilarante di  Rose-Marie-Victorie Cormon, attempata quarantenne, corpulenta e ingenua, discendente di una ricca famiglia borghese che cerca marito. Inutile dire che i pretendenti mirano al suo patrimonio, più che alla povera Rose-Marie. Il romanzo, crudele e grottesco, nel quale sono frequenti doppi sensi a sfondo erotico,  forte per quei tempi, è considerato un capolavoro del romanzo moderno, anche se non è molto conosciuto.

Con Malavuci di Antonella Perrotta, La signorina Cormon non ha molto a che fare per trama o stile, ma nel leggere l’opera di Antonella ho ripensato a questo romanzo di Balzac che lessi molto tempo fa, e questo credo dica già molto.

L’abilità narrativa, il tenere insieme la storie e le storie, il creare personaggi a tutto tondo pur nei rapidi tratteggi, il restituire l’atmosfera di un piccolo paese pettegolo, San Zefiro, dove le chiacchiere viaggiano con il vento e soffiano malamente sulle vite di uomini e donne, mi ha ridato il piacere di una lettura che non provavo da tempo, un po’ come sedersi accanto a un ruscello che scorre e trovare il piacere della frescura lontano dall’afa, sotto l’ombra di fronde mosse dal vento.

In un panormara letterario che ci offre eccellenze, ma spesso anche storie pretestuose, pseudo-intellettuali, che talvolta nascondono l’incapacità di costruire degnamente una storia, una trama, dei luoghi, Malavuci, nei suoi toni che virano sapientemente dall’ironico al drammatico, possiede quella narrazione che crea un affresco, geografico, fisico e umano, come avviene nei “grandi” romanzi.

Pagine ironiche, talvolta comiche, altre volte tristi da far velare gli occhi: le reazioni di chi legge si snodano su un solido filo narrativo che suscita empatia e antipatia, ma sempre coinvolgimento.

Ambientato a San Zefiro, un piccolo borgo calabrese immaginario, siamo nel 1919 e dopo la guerra arriva ad ammazzare pure la Spagnola , che alcuni credono si mandi via con gli scongiuri perché causata da qualche magara. La magara è una ragazza, Lela, colpevole di essere forestera: è lei  la strega della quale liberarsi (ah! i pregiudizi!)

Poi c’è Sasà, figlio di Antonio e Caterina Bellosguardo, famiglia di carriamorti (ovvero proprietari dall’agenzia di pompe funebri, Il Trapasso) che sulle labbra dei paesani diventa  la fimminella di cui sparlare, con grande rabbia della madre che farà di tutto per sfatare questa malavuce (ah! i pregiudizi!)

Un intreccio di vite che l’autrice ci racconta in veste di “cantastorie” e che in un momento di pausa dalla lettura ho preso in mano perché la sera prima di dormire devo comunque guidare la mia insonnia con qualche pagina al letargo della mente e del corpo, ma che invece mi ha catturato completamente, tenendomi sveglia, e mi ha fatto scoprire una narratrice di stoffa! (devo recuperare Giuè, il primo romanzo, che pure ho)

Non ultimo vorrei segnalare la grande cura grafica ed estetica di questo romanzo e voglio dirlo, visto che mi sta capitando di leggere romanzi di accreditate case editrici con refusi e impaginazioni penose. Ecco, l’ho detto.

Antonella Perrotta, Malavuci, Ferrari Editore

Antonella Perrotta nasce in Calabria, dove vive e lavora. Laureata in giurisprudenza, appassionata da sempre di storia, scrittura e letteratura. Suoi racconti sono presenti in volumi collettanei. Collabora, inoltre, con riviste e blog culturali. “Malavuci” è il suo secondo romanzo, dopo “Giuè.

Il tempo: qualche ora o qualche anno d’attesa è lo stesso, quando si è perduta l’illusione di essere eterno…

… scriveva Jean Paul Sartre ne Il muro: il tempo è protagonista del nuovo romanzo di Simone Innocenti, nel quale un gruppo di amici si ritrova per Capodanno nella villa sul mare di Giulio e Francesca, in Toscana, dove il naturale ritmo delle onde sembra essere lontano e a tratti irraggiungibile, pur essendo semplicemente “davanti”, e la montagna incombe “dietro” con la sua oscurità e gli antri segreti che a non conoscerli possono rivelarsi trappole fatali.

Ricchezza, eleganza, ipocrisia, traumi, segreti: ogni capitolo narra in terza persona la storia dei personaggi (tra gli altri un notaio, una modella, un commercialista disonesto, un insegnante di tennis, un’assicuratrice, un poliziotto, un rappresentante di lampadine, una donna in carriera) ognuno alle prese con il proprio demone: c’è chi ha appena saputo di avere un cancro, chi ha il vizio del gioco, chi è animato dal desiderio di rivalsa, chi ha aspirazioni omicide, chi si consuma d’invidia per la ricchezza degli altri, chi tradisce il proprio partner, chi spia, chi ricatta.

Nessuno di loro sembra essere mosso da umana comprensione: si sono trovati insieme sulle spiagge della Versilia quando erano adolescenti e insieme hanno percorso un pezzo di esistenza senza mai avvicinarsi davvero l’uno all’altro.

Il tempo domina la narrazione: una mano invisibile e fredda che decreta le azioni, il loro scorrere e il loro divenire durante un Capodanno che non sai mai se è l’inizio del nuovo o la fine del vecchio, che è realtà e finzione nello stesso tempo, quando siamo tutti a recitare sullo stesso palcoscenico, che è passato e futuro senza essere presente, che è il mare che non puoi prendere e il buio della montagna che invece può prenderti.

È la clessidra palindroma, perfettamente simmetrica nel suo andare e tornare, nei granelli che scorrono da una cavità trasparente all’altra e sono sempre gli stessi, inesorabilmente di ugual numero.

Capodanno è la “festa” della malinconia del passato, della lotta tra vecchio e nuovo, che in questo romanzo diventa una resa dei conti incastonata da una narrazione che procede per quadri intersecati con un ritmo pulito, asettico, drammatico, come il tempo che ci abbandona ad ogni secondo di attesa sprecato.

Simone Innocenti, dopo il felice esordio con l’originalità jazzistica dei sui racconti A puntazza (L’Erudita) che ho amato molto, il mare che mai penseresti possa esserci a Firenze (Firenze Mare, Giulio Perrone) e soprattutto Vani d’ombra, Voland,  ci regala un romanzo stilisticamente perfetto come un film di Luchino Visconti con la stessa ossessiva e appassionata ricerca di perfezionismo; disegna una ricca e media borghesia senza identità, alle prese con i suoi tormenti decadenti, tanto da essere, ciascuno nella propria esibizione, il riverbero dell’altro, in un affresco dipinto da un occhio esterno che a tratti svela la crudeltà di uomini e donne capaci di insospettabili azioni violente, con corpi voluttuosi che esprimono una sessualità morbosa e prepotente, rapporti lacerati da odio malcelato e invidia.

Un affresco dell’individualismo imperante in una storia impeccabile ed elegante.

Ho sempre pensato che il talento di uno scrittore si manifesta laddove costui è capace di sperimentare nuovi registri, nuovi percorsi narrativi e stili diversi: in un panorama letterario nel quale spesso accade che di un autore letto un romanzo equivale ad averli letti tutti, Simone Innocenti mantiene il suo occhio critico capace di guardare da punti di vista molto diversi ed essere nuovo e diverso ogni volta. In una parola: sorprendente.

Il romanzo di un cavallo di razza insomma: non lo dico io, da lettrice quale sono, ma il fiume di recensioni e attenzioni rivolte a questo romanzo.

La clessidra, ma come non averci pensato prima? È un oggetto palindromo perfetto, vive di vita propria, poco importa se tu la giri o meno; solo in quel momento – con quel gesto – la clessidra diventa una clessidra. E a rigirarla – cioè a farla tornare clessidra – quella fa sempre il solito percorso. È esattamente andata e ritorno al tempo stesso, la vita che non si ferma e che torna indietro.


Simone Innocenti, L’anno capovolto, Blu Atlantide

Simone Innocenti 

è nato  a Montelupo Fiorentino nel 1974, ha scritto Vani d’ombra (Voland), la guida letteraria Firenze Mare (Perrone), dopo aver esordito con Puntazza (Erudita). Suoi racconti sono apparsi in varie antologie. Si occupa di cronaca nera e giudiziaria e ha scritto per Il Corriere, La Nazione, Il Giornale della Toscana, Avvenire, L’Espresso e Sette. Attualmente lavora al Corriere Fiorentino, dorso regionale del Corriere della Sera e collabora con La Lettura.

Fadia: un romanzo d’amore e di viaggi

Com’è una storia d’amore che non ti aspetti? È quella che racconta Sandro Gioffré nel suo ultimo romanzo Fadia tra un “mulo” e una novizia.

I “muli” sono i figli di una terra, la Calabria, che per fare strada devono scalciare, masticare polvere, erba e veleno, ma in quanto muli sono testardi e mirano al riscatto, tirano dritto senza contare le volte che hanno dovuto battere la testa, piangere di dolore e di rabbia. Figli non riconosciuti dai padri e non desiderati da madri costrette. Sono coloro che si imbattono nelle regole del tu vieni dopo, per ultimo, perché non sei nessuno e devono ingoiare fiele per fare quello che desiderano, nel caso del protagonista, il “mulo di questa storia, il medico.

Con un sapiente espediente letterario il romanzo inizia da una fine, perché è quando stiamo per perdere tutto che lottiamo ostinatamente per tenerci la vita, i sogni, i desideri, le illusioni, tutto ciò che è rimasto insoluto e inappagato. E forse solo così la vita torna.

Il “mulo” è Andrea Bisi il quale anche grazie a un insegnante dall’esistenza complessa che, come un marchio, gli lascia in eredità la storia di una passione (quella tra la principessa Spinelli e il compositore Giavanbattista Pergolesi) diventa medico nonostante il baronato.

Andrea trova la sua principessa, bellissima e inafferrabile: Fadia. Se ne innamora, lei è promessa a Dio, è una novizia cattolica in terra siriana. La perde.

Nel perderla Andrea perde anche il mondo che intimamente cerca, le voci della grotta dov’è cresciuto lo raggiungono anche quando sono lontane nel tempo e nello spazio, quando avrebbe dovuto e potuto dimenticarle. Ma non si cambia la sostanza di cui siamo fatti.

Andrea cercherà Fadia, tornerà in Siria (che l’autore conosce bene per esserci stato) ricca di bellezze, di monumenti e fascino religioso, là dove ha conosciuto Boulos Yazigi, arcivescovo di Aleppo: la ritroverà martoriata e succube di una guerra feroce, le cui atrocità non risparmiano nessuno.

Riuscirà a trovare Fadia?

Ho letto il romanzo di Santo Gioffrè rapita non solo dalla storia, ma anche dalle descrizioni di luoghi e situazioni che mi sono resa conto conosco molto poco. Sono partita in viaggio con Andrea Bisi, il protagonista.

Su tutto (la storia di riscatto, di ricerca, l’amore vero, quello autentico e passionale come la vita, come le scelte che ci conducono alle nostre “voci”, alla nostra sostanza) c’è anche la mancata storia d’amore tra un Oriente dalla storia millenaria in preda agli scenari di guerra dei quali si tace, a scapito di altre guerre che ci sembrano più “nobili” perché c’è in ballo il nostro Occidente: un filo spezzato tra due mondi che corrono distanti verso l’autodistruzione e non conoscono la comprensione, la storia, ciò che lega un uomo e una donna e un mondo all’altro mondo.

“In quella grotta, la sua grotta, trascorreva le notti di tempesta: le pecore, come in un’immagine sacra, gli fornivano il tepore necessario. Fantasticava su tutti gli incomprensibili segni incisi su quelle pareti. Quando era stanco, trovava conforto nel passare il dito indice su quelli che nella sua ingenuità chiamava semplicemente disegni (..) pensò perfino che un altro bambino, prima di lui, avesse abitato in quella grotta disegnandone le pareti. (..) quando entrava in quella grotta, ed era triste, il suo umore cambiava. C’era una sorta di protezione benevola, la sensazione di una pace antica voluta da esseri di altri mondi”

Un romanzo denso, intriso di spiritualità mai retorica, scritto con una prosa altrettanto densa e appassionata, che ho letto vivendo e viaggiando:

“Ora, nel momento dell’abbandono, sento le cicale cantare tra gli alberi d’ulivo, dove mi raccontavi che sta la sacra grotta. Sento i loro friniti e le vibrazioni delle ali, il canto che esprime la rinascita tra un ciclo naturale che si rinnova sempre, mentre io mi annullo. Come me, anche loro hanno vissuto una sola stagione, nell’estate più torrida. Loro si accoppiano e danno vita, morendo. Io nemmeno quella sono riuscita a dare.”

Fuori, mentre chiudevo le pagine di questa storia così bella e intensa, c’era il silenzio della notte, ma ugualmente ho ascoltato frinire le ciccale in questa strana estate che sembra non arrivare mai, anche se se ne sta lì, fuori dalla finestra.

Oltre il fragore della guerra, della malattia, delle vite spezzate, alla ricerca di quella intersezione con l’unico punto che ci può darci la sostanza di umani che amano e si toccano.

SANTO GIOFFRE’, FADIA, CASTELVECCHI EDITORI, 2022

SANTO GIOFFRÈ

Medico e scrittore calabrese, è stato consigliere nel suo comune di origine, Seminara, e assessore alla Cultura della provincia di Reggio Calabria. Nel 2015 è commissario straordinario dell’Asp reggina. È autore, tra gli altri, di Artemisia Sanchez (Mondadori, 2008) da cui la Rai ha tratto una fiction televisiva di grande successo. Castelvecchi ha pubblicato il romanzo L’opera degli ulivi (2018) e il saggio Ho visto. La grande truffa nella sanità calabrese (2020). Nel 2020 ha vinto il Premio CRONIN, mentre nel 2021 è stato proclamato Medico Scrittore dell’Anno e ha vinto il Premio Internazionale “Tulliola-Filippelli” per la letteratura.

Scarnificare

La persona di questo romanzo è la seconda singolare: tu.

Il verbo prevalente il condizionale: potresti.

Tu potresti: l’eventualità, la possibilità, l’opportunità.

Caso mai accadessero o esistessero eventualità, possibilità, opportunità, cosa che appare improbabile per il protagonista di questo romanzo dolente che ha perso la cosa che aveva di più caro e, di conseguenza, sé stesso.

È una storia in cui si parte e si torna, si va e si viene, si riempie una valigia come se si dovesse partire per sempre salvo poi tornare a casa dopo poco.

Come nel gioco dell’oca: quando ti ritrovi nella casella dell’oca nera che ti rimanda a quella di partenza e devi ricominciare.

Andare nel luogo dove sei stato insieme a lei, poi tornare e ripartire per un altro luogo che era il “nostro” luogo preferito: provare a vedere che effetto che fa, andarci da soli, dopo, e ricordare, in un loop che assomiglia al nastro scorrevole degli aeroporti, tu stai lì a fissarlo aspettando il bagaglio mentre gira. Gira. Arriverà e sarà un caso, il tuo bagaglio tra quello degli altri.

Roberto Saporito nel consegnarci questa storia autobiografica non ha usato alcuna indulgenza, né verso sé stesso né verso i lettori : la sofferenza viene evocata da ogni singola parola che alita sulla pelle. Tu quell’alito lo senti e comprendi intimamente che le parole alla fine non servono, o servono a poco, e per questo l’autore scarnifica al massimo l‘uso di quelle parole che al contrario siamo abituati a sprecare, salvo poi perderle quando perdiamo noi stessi o l’altro fuori da noi che rendeva tangibile il nostro esistere, nei gesti, nei luoghi, nei cibi, nei calici di vino condivisi.

L’assenza è un non luogo, è non esserci, è la meccanicità dei gesti in cui cerchi di trovare il senso per stare ancora al mondo, magari è nella ripetizione che potrebbe esserci una sorta di salvezza o qualcosa che le assomigli. Potrebbe: condizionale. A condizione che.

Ma qual è la condizione? Esiste? Può esistere?

Non c’è una risposta e non trovo parole migliori da quelle usate da Kafka per “riferire” quel che io, lettrice, ho avvertito attraverso quel sussurrare continuo sulla pelle che ha accompagnato le lettura di questo romanzo doloroso e bellissimo.

“Ma è bene se la coscienza riceve larghe ferite perché in tal modo diventa più sensibile a ogni morso. Bisognerebbe leggere, credo, soltanto libri che mordono e pungono. Se il libro che stiamo leggendo non ci sveglia come un pugno che ci martella sul cranio, perché dunque lo leggiamo? Buon Dio, saremmo felici anche se non avessimo dei libri, e quei libri che ci rendono felici potremmo, a rigore, scriverli da noi. Ma ciò di cui abbiamo bisogno sono quei libri che ci piombano addosso come la sfortuna, che ci perturbano profondamente come la morte di qualcuno che amiamo più di noi stessi, come un suicidio. Un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi. (Da una lettera a Oskar Pollak (Novembre 1903)

Grazie a Roberto Saporito per queste pagine intense, per il pugno sul cranio. Ci sono romanzi che raccontano “storie” e altri impregnati di vita e di morte, di assenza e solitudine, da far vibrare quell’essere fragile che vive in ognuno di noi. Nella perdita e nel timore della perdita. Nell’esperienza di sopravvissuti e nella transitorietà di ciò che siamo o supponiamo di essere.

Niente, in questo momento è la tua parola preferita

Il tuo nuovo passo lento da viaggiatore del tempo perduto

ROBERTO SAPORITO

E’ nato ad Alba (CN) nel 1962. Ha studiato giornalismo. Ha diretto una galleria d’arte per trent’anni. Ha pubblicato raccolte di racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo Harley-Davidson (1996), Generazione di perplessi (2011), Il rumore della terra che gira (2010), Il caso editoriale dell’anno (2013), Come un film francese (2015), Respira (2017), Jazz, Rock, Venezia (2018) e Come una barca sul cemento (2019). Suoi racconti sono stati pubblicati su alcune antologie e su innumerevoli Riviste Letterarie. Ha collaborato con la Rivista Letteraria di Milano “Satisfiction” con una personale rubrica.

Qui la recensione di Nicola Vacca

https://www.gliamantideilibri.it/in-nessun-luogo-roberto-saporito/

Piove, molto, moltissimo

Oggi piove, temporale di quelli seri, tuoni, lampi, la corrente che salta in continuazione. Dunque quale momento migliore per scrivere due parole che da tempo avrei voluto dedicare a questo meraviglioso romanzo?

Parafrasando Sciascia con una famosa citazione de Il giorno della civetta, ci sono gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà e leggendo questo libro viene da pensare che la stessa cosa vale per gli scrittori e in generale per tutti coloro che scrivono.

Intanto l’autore, Nicola Pugliese, che nasce a Milano ma vive a Napoli, professione giornalista, nel 1977 Calvino lo scopre e viene pubblicato il romanzo: un successo, il romanzo si esaurì in poco tempo ma poi sparì e sparì, di fatto, anche il suo autore, un Salinger nostrano insomma. Negli anni seguenti si racconta “di ricerche di appassionati tra i librai del centro storico di Napoli, di fotocopie vendute a caro prezzo, di offerte economiche molto elevate per acquistarne una singola copia. Anni di silenzio, fino alla morte di Pugliese (2012).” (Fonte: minima&moralia)

Il romanzo per nostra fortuna è stato pubblicato nuovamente di recente da Bompiani, per me la lettura è stata fortuita perché un giorno mentre scorrevo la home di facebook, mi è comparso il contenuto sponsorizzato con la copertina del romanzo, che mi ha subito attratto, per cui l’ho preso nel giro di due giorni. Praticamente un richiamo. Nei giorni seguenti per l’appunto mi sono invece capitate a tiro una serie di recensioni su blog che seguo, che tuttavia non ho voluto leggere, non so bene perché: volevo prima leggere il libro, questo libro nero, il cui sottotitolo recita: Malacqua. Quattro giorni di pioggia nella città di Napoli in attesa che si verifichi un accadimento straordinario e la sinossi: “Dopo una notte di pioggia torrenziale, all’alba grigia e funerea del 23 ottobre, arriva una telefonata ad Annunziata Osvaldo, centralinista della Questura di Napoli. Una strada è crollata. E poi un palazzo in via Tasso. La città sembra liquefarsi mentre l’acqua scorre, penetra, danneggia. Andreoli Carlo, giornalista che si occupa dei misteriosi accadimenti, si fa testimone degli effetti di una diabolica pioggia che sembra non finire mai. E intanto voci inquietanti risuonano dal Maschio Angioino, l’enigma di tre bambole assilla le autorità, sale l’acqua del mare e le monetine da cinque lire cominciano d’un tratto a suonare canzoni. Un romanzo cupo e raffinato sulla bellezza e l’enigma che da sempre ammantano la città di Napoli, un’opera diventata con il tempo un clamoroso caso letterario del secondo Novecento. La sua scomparsa dalle librerie coincise con quella dell’autore dalla città e dal giornalismo, facendo di Nicola Pugliese un “Salinger napoletano”. Trascorse con ostinato riserbo gli ultimi anni nel paesino di Avella in Bassa Irpinia, dove si era trasferito in un isolamento volontario. Mentre la critica si ricordava di Malacqua consacrandolo come un capolavoro, i lettori più fortunati si passavano in fotocopia quel testo ormai introvabile”

Romanzo meraviglioso, con l’acqua che scende e trascina a mulinello dentro le vite e le storie concentriche come le pozze nelle quali cadono le gocce d’acqua, incastrandosi l’una all’altra, scivolando sulla narrazione bagnata, passando da una strada all’altra. Una narrazione ruvida, scontrosa, fuggevole, contralto della regolarità con cui cade la pioggia incessante.

L’uscita di Malacqua è segnata da un fiorire di recensioni (chissà cosa ne penserebbe l’autore), se avete voglia cercatele, ma il libro, leggetelo.

«L’acqua scendeva scendeva fuggiva lontano, e da qualche parte si sarebbe pure fermata, con ogni probabilità, ma la cosa non riguardava tutti, no: riguardava soltanto quelli che si sarebbero trovati nel punto dove l’acqua si sarebbe fermata: ma in definitiva: si sarebbe mai fermata per davvero quest’acqua che veniva e veniva?»

Io in questa giornata di pioggia incessante torno a parafrasare Sciascia, ironicamente ma non poi tanto: ci sono i libri, quelli che scrivono e tu li leggi, io li leggo, anche volentieri.

Poi ci sono i grandi romanzi e i grandi scrittori.

“E fermi questi occhi come occhi di bambola con l’impressione della profondità. Come qualcosa andasse in lontananza, fuggire, fuggire.”

N. PUGLIESE, MALACQUA, BOMPIANI, 2022

Prenderò il dolore tra le braccia

“In piedi, entra la corte”

“Imputato Calabrò si alzi, prima di iniziare a leggere il capo d’accusa, si dichiara colpevole o innocente?”

“Innocente, Vostro Onore”

“Bene, lei è imputato con l’accusa di aver scomodato nel suo romanzo un gigante intoccabile della letteratura italiana. Era consapevole dei rischi ai quali andava incontro? Lei sa bene che in questa particolare fase storica per finire sotto processo basta un niente? Una parola detta inconsapevolmente, un gesto compiuto per sbaglio, un link errato, un like a un post inopportuno tac, si finisce dritti dritti sul banco degli imputati. E dunque lei, ben conscio di questo clima infuocato, che fa? È andato a scomodare nientepocodimeno che Dante? La Divina Commedia? Il viaggio ultraterreno per eccellenza? La guida del bene e del male di secoli di cultura universale? Un monumento pubblico? Ma lei sa che in altri periodi l’avrebbero messa alla pubblica gogna? Come ha osato?”

“Vostro onore, se posso intervenire, in qualità di avvocata della difesa…

“Prego, ne ha facoltà, anche se non avevo finito…”

“Grazie Vostro Onore, e mi perdoni, ma abbiamo compreso il concetto e le motivazioni dell’accusa. Ebbene sì, molti storceranno il naso nel sapere che il mio cliente qui, Antonio Calabrò, ha usato il Sommo Poeta come fonte di ispirazione, ma a lui va ascritto il grande merito (con buona pace dei benpensanti che guai a toccare i grandi!) di aver sì raccontato un viaggio ultraterreno alla stregua di Dante nei mondi che ci attendono a seconda se in vita abbiamo compiuto il bene o il male, ma  lo ha fatto affidandosi a una guida simbolo dei nostri tempi, icona dell’unico linguaggio capace più di altri di elevare gli spiriti di noi poveri mortali, ovvero quello della musica. Siamo in presenza quindi non solo di un viaggio che il nostro autore/protagonista compie nell’aldilà, ma di un viaggio nella musica la cui guida è, udite udite, John Lennon. Vede vostro onore, mentre nella Divina Commedia per capire chi sono i dannati e i beati abbiamo bisogno delle note sul libro o dell’insegnante che ci spieghi chi è e perché si trovi lì, qui riconosciamo benissimo i personaggi, sono nostri contemporanei: Hitler, Mussolini, Stalin , ad esempio. John non risparmia al “chitarrista” (così appella l’autore/protagonista) alcuna terribile visione delle pene inflitte a chi ha compiuto misfatti che noi ben sappiamo, così come lo guida nella periferia della Città dei morti e lo delizia con la vista di un luogo che la stessa guida aveva descritto in Lucy in the sky. Ha idea della meraviglia che quest’uomo è riuscito a creare con la sua fervida immaginazione? Dio, è la misura del nostro dolore, sono queste le parole che l’autore fa dire a John Lennon: “ogni tragedia, ogni dramma della nostra vita è un mattoncino che attende solo di essere replicato a polarità invertita..

“Mi scusi, avvocata, Grandinetti vero? Cosa intende con polarità invertita?”

“Bravo, Vostro Onore, è la stessa domanda che il chitarrista rivolge a John: entra dolore, esce amore. Fusione negli altri. Vivere ad armi abbassate, sempre. Non basterebbe soltanto questo, solo questa semplice, piccola frase per indurre chiunque a leggere questo libro? Non è forse questo un periodo così buio in cui davvero avremmo  bisogno di ritrovare il senso, ma non uno qualsiasi, il senso più alto della nostra esistenza. È un sogno, il suo, quello di ricercare il modo di essere compenetrato dal mistero della vita, dell’arte, della musica, del disegno di un sommo architetto, Dio o chi per lui, che ci ha voluto qui e adesso? Il guado della comprensione, vostro onore, quel guado attraversato da Dante e sì, a opera conclusa possiamo dire attraversato a buon diritto da Antonio Calabrò, che ci conduce nell’oltretomba e ci fa vedere il buio e la luce, i mondi possibili della colpa e del vivere giusti, accompagnati sempre dalla musica, dalle canzoni che ci appartengono? In fondo vostro onore, non dovete giudicare l’imputato perché ha osato ispirarsi a un modello ritenuto intoccabile, ma dovreste farlo dopo aver letto e magari scoperto che parla anche del vostro dolore, della vostra gioia, della vostra misera vita che magari vorreste cambiare e non sapete come. Ecco, Antonio Calabrò, temerario e astuto, l’ha fatto scrivendo quest’opera e facendone dono a noi, piccoli lettori del nulla molto spesso. Forse anche a voi si apriranno visioni diverse e ci sarà anche per voi uno strawberries field forever.

Perché la vita, vostro onore, è  sempre qualcosa di cui non abbiamo il controllo, ma è pur vero che abbiamo sempre il controllo delle nostre azioni, del nostro vivere nel mondo. Questo processo dunque non esiste e se mi permette… sa cosa le dico? Fanculo ai benpensanti. Viva chi osa.”

“Dunque lei, oltre a oltraggiare la corte con un linguaggio inappropriato, a difesa dell’imputato disconosce anche il valore di questo tribunale e della mia persona dicendo che non dovrei essere qui?”

L’avvocata si volta, dà un’occhiata al suo cliente, il quale annuisce. Lei restituisce un occhiolino di intesa.

“Certo, vostro onore, fanculo ai tribunali del mondo e del perbenismo sempre pronto nell’angolo, che processano coloro che osano sfidare in nome del bene, in nome dell’arte, in nome della sperimentazione, in nome della musica.  E sa che le dico? Fanculo pure Dante, che ora non è più l’unico ad avere raccontato l’aldilà… anzi no, aspetti, cosa dico? Io credo che Dante invece stia ridendo a crepapelle lassù, perché è felice, sì, certo, che scema, non c’avevo pensato. È felice Vostro Onore che qualcuno abbia ripercorso le sue orme per descrivere un viaggio mostrandoci i peccatori e i beati dei nostri tempi. Quindi la saluto vostro onore, legga di più e giudichi di meno e con tutto il rispetto: fanculo anche  a lei.”

Detto questo, di fronte a un giudice interdetto e incapace di rispondere, avvocata e autore se ne escono dall’aula sventolando ciascuno una copia di Prenderò il dolore tra le braccia, di Antonio Calabrò.

Ovviamente assolto.

PS: e anche se ho scherzato e giocato (ma neanche poi tanto) scrivendo di questo libro, voglio ringraziare l’eclettico autore perché proprio in un periodo nero come questo la lettura del suo romanzo mi ha consolato non poco. Ho trovato il mio strawberry field forever.

E già che ci siamo: fanculo anche alle guerre.

Antonio Calabrò, Prenderò il dolore tra le braccia, Laruffa Editore

Antonio Calabrò è nato nel 1964 ha un’età indefinita tra i 12 e i 75 anni, la passione per i libri di Melville, i dischi dei Rolling Stones e i film di Tarantino, ed è bel ragazzo oltre che un lettore assatanato. Ha pubblicato L’inferno innamorato, Johnny Rolling, Un libro ci salverà, Reggio è un blues, Chiudi e vai, Carneade. È collaboratore del giornale Zoomsud dal 2010. Ha scritto e diretto oltre trenta spettacoli teatrali, tra i quali le riduzioni da l’Odissea, Le avventure di Re Artù, Canto di Natale e gli originali Piazza Fontana, Mi sento una favole e molti altri. Organizzatore di eventi, DJ nostalgico, speaker radiofonico adora i tramonti sullo stretto, le serie TV, il buon cibo, la musica e la solitudine, ma solo quando è solo.

Raccontarsi/Raccontare

Frase n. 1 – Leggere è vivere altre vite

Frase n. 2 – Scrivere, perché una vita non basta

Frase n. 3 – Bisogna saper ascoltare

Somma di 1+2+3 = Una verità

Frasi fatte, quelle che spesso si leggono quali definizioni di una saggezza inconsistente, perché scrivere o leggere non salvano la vita e non è detto neanche ci renda migliori, anzi, a volte il rischio è di diventare presuntuosi e saccenti e questo pericolo, va detto subito, l’autore di questo libro molto particolare, non lo corre.

La somma che ho indicato però lo rappresenta bene perché l’autore di Ombre di nuvole, Domenico Mauro, è uno psicologo e chi meglio di un terapeuta ascolta e legge vite altrui? Se poi ne fa oggetto di storie che sommate fanno una storia, beh, bingo!

C’è una sala d’aspetto, alcuni pazienti si trovano insieme ad aspettare il dottor Verdiani, ma lui non c’è, dunque nell’attesa i personaggi in cerca del dottore (Pirandello non è richiamato a caso, visto che si parla di identità frantumate) si conoscono. Ognuno ha la propria storia e il proprio disturbo, e in quella stanza finiscono per condividere il proprio spazio intimo, che è il motivo per cui si trovano lì (anche se al dottore che avrebbero dovuto parlare). Un tranello o una coincidenza?

Come sempre non svelo e non dico troppo, il libro è fatto di storie e di vissuti complessi, ma leggere Ombre di nuvole mi ha
riportato alla mia fragilità, che è poi quella di tutti, quel tratto particolare dell’esistenza che talvolta ci fa vacillare, come acrobati
instabili su una corda sospesa sul vuoto, e, insieme, al valore della parola, intesa come comunicazione di sé e ponte con l’altro.

Cosa fa un terapeuta se non lasciare che si parli, si parli, fino a scendere negli inferi e scacciare quel demone che ci tormenta, qualunque esso sia, per potersene liberare?

Domenico Mauro ha messo in fila una serie di personaggi credibili e verosimili, i loro demoni, con uno stile leggero nonostante i temi delicati, regalandoci un libro nel quale le ombre di nuvole che passano sulle nostre teste e a volte oscurano la luce, quelle che non riusciamo ad afferrare perché hanno la consistenza dell’aria, hanno ciascuna un ritmo: infatti (e questa cosa mi è piaciuta molto) ogni personaggio, ogni stato d’animo è associato a una canzone, avviene e ha consistenza in una musica ben indicata.

Fino all’ultima Dream a little Dream di Laura Fygi, che ci risuona nella testa nelle ultime pagine: una melodia leggera, che parla
di uccelli che cantano, di richiami alla pace agognata….

Sweet dreams till sunbeams find you
Sweet dreams that leave all worries behind you
But in your dreams whatever they be
Dream a little dream of me….

Sogna, un sogno piccolo, dolce: dopo aver sofferto, dopo aver pagato, lasciati andare, sii nuvola e viaggia, lascia il tuo male alle spalle e alleggerisci il tuo essere dagli orpelli dei traumi che paralizzano i movimenti e i pensieri.

Un esperimento? Forse, ma dal punto di vista narrativo sicuramente riuscito. Il dottor Verdani lo definisce “una fantasia terapeutica che può realizzarsi solo all’interno di un libro”.

L’autore, Domenico Mauro, alla sua prima prova, sono certa abbia scritto Ombre di nuvole per mostrare come la terapia, in casi di nevrosi anche gravi, sia sempre un supporto, talvolta necessario, ma mai definitivamente risolutivo: un bravo terapeuta è colui che ti conduce laddove devi andare senza mai spingerti, ma accompagnandoti, senza nemmeno tenerti per mano. Il filo della
matassa da dipanare rimane sempre nelle nostre mani.

Tutto questo, nelle storie dei protagonisti, è raccontato molto bene: un libro che non è un romanzo o una raccolta di racconti e nemmeno un saggio, ma è tutte queste cose insieme.

Anche in questo caso, la somma fa la differenza.

 

Domenico Mauro, Ombre di Nuvole, AUGH!EDIZIONI

L’autore

Domenico Mauro è psicologo, psicoterapeuta, ipnoterapeuta e NLPmaster.
Ha insegnato all’Istituto per lo Studio delle Psicoterapie di Roma e attualmente collabora con l’Accademia di Scienze
Cognitivo Comportamentali di Calabria in qualità di docente. È iscritto all’Albo degli esperti, dei collaboratori e dei ricercatori AGENAS.
Specialista nel trattamento delle “new addictions” e in tecniche di rilassamento e ipnosi clinica, lavora a Catanzaro presso il Centro Clinico “San Vitaliano”

ROMANZI IN EVIDENZA

Ci sono libri che leggo e subito vengono eliminati dalla pila sul comodino per essere riposti negli scaffali, di solito quelli che non lasciano traccia. Ce ne sono invece altri che rimangono accanto a me, sulla scrivania e vicino al pc, a ricordarmi che vale la pena riprenderli in mano, sfogliarne qualche pagina, scriverne.

Tra questi c’è Il bosco di Marx, di Marco Quarin, letto qualche mese fa. Un romanzo bello e complesso che mi ha colpito molto, innanzi tutto per la scrittura lineare e pulita (curatissima, superlativo d’obbligo perché quando ce vò ce vò) poi per la storia, che definire un giallo è riduttivo, anche se narra un’indagine finalizzata a svelare un mistero.

Del resto, quanti sono i misteri nella storia di questo paese? Il romanzo di Marco Quarin si riferisce indirettamente anche a questi.

La storia, dicevo, è complessa: una mattina il giudice Cassan riceve una telefonata che lo informa che Vittorio Marchi è deceduto: “provo a riformulare mentalmente le frasi del maresciallo: zio Vittorio cadavere a Modena sotto un mucchio di stracci come un barbone. Zio Vittorio a Modena, un senzatetto

Vittorio Marchi, zio di Federico Cassan, viene dunque trovato morto con in tasca due biglietti: uno per il nipote “scavare una buca sotto il cippo di pietra del bosco..” e l’altro per una tal Laura Terenzi. Un rebus incomprensibile.

Cassan anni prima aveva allontanato da sé la storia di Zio Vittorio, sparito nel nulla dopo la morte della moglie e la caduta del muro di Berlino, due lutti, uno familiare, l’altro politico (zio Vittorio era un convinto comunista)  e dopo due anni aveva rinunciato a cercarlo.

La telefonata lo riporta indietro e ne è  turbato non solo per la notizia della morte, ma soprattutto nell’apprendere che lo zio era finito a vivere come un barbone. Ed è così che si mette alla ricerca della verità: ha bisogno di capire, non come succede a noi, che spesso ingoiamo e metabolizziamo verità confezionate o supposizioni svendute per certezze. Lui, Federico Cassan, uomo di legge e di giustizia (due cose che non sempre coincidono) vuole capire, sciogliere i dubbi.

Vittorio Marchi in vita era stato un comunista tutto d’un pezzo, di quelli nati nei primi del Novecento, e alla caduta del muro e del comunismo sovietico per lui cade un mondo e si apre uno scorcio che ammanta di oscurità gli ideali di una vita. Difficile da accettare. Sceglie così di sparire, di abbandonare il campo, di non essere più Vittorio Marchi, e diventare un uomo senza identità, (perché, noi storicamente abbiamo un’identità? o piuttosto siamo il frutto di anni di menzogne non c’hanno resi asfittici?). Diventa un senzatetto. Ormai non ha una casa.

Federico Cassan, il vero protagonista del romanzo, combatte invece un’altra guerra, in un’altra terra: quella alla mafia in una procura siciliana.

E Marx? È Karl? No, Marx era il cane di Marchi, non poteva chiamarsi diversamente, ed è sepolto nel bosco insieme ai segreti che l’uomo si è portato con sé andando via dal suo paese.

Nel dipanare il mistero della morte e della scomparsa dello zio, il giovane procuratore ne ripercorre la storia, il passato e i ricordi, anche quelli personali.

“Mi sforzavo di immedesimarmi in zio Vittorio.

Ne scandagliavo i pensieri per isolare quelli che l’avevano portato alla fuga.

Una fuga insensata, un  mistero dai contorni quasi gialli, una buona trama per un romanzo, come mi aveva suggerito sorridendo Alfio. Tre disgrazie una dietro l’altra: Marx morto sotto le macerie di un muro; la caduta di un altro muro, il Muro per antonomasia, la cicatrice che separava l’Est dall’Ovest, il mondo del progresso dal mondo del regresso, secondo zio Vittorio; zia Marta stroncata in pochi mesi dal cancro.

Non dubitavo che zio Vittorio  si sentisse per lo meno smarrito. Me lo figuravo ricurvo, i tratti del volto prosciugati, un brillio d’odio nelle pupille contro il mondo afflitto dalla pestilenza edonistica. Fantasticavo di vederlo nel bosco ora immobile a contemplare orizzonti di cenere ora a vagare berciando le sue fissazioni.

Immaginavo i suoi pensieri disillusi dall’evento berlinese. Non aveva avvertito l’erosione interna della grande utopia tramutatasi di punto in bianco in grande inganno.

La civiltà nemica lo stringeva nelle sue spire e lui aveva scelto di ritirarsi tra i muri della sua casa e nel perimetro del suo bosco.”

Dunque la caduta del muro di Berlino che rappresenta la fine di un’epoca, il segno tangibile di uno spartiacque, la fine di un ideale inseguito da molti;  e poi la mafia, ieri come oggi, a definire due generazioni in trincea: la vecchia rappresentata da Vittorio Marchi, il vecchio comunista che svanisce nel nulla, e la nuova, incarnata dal protagonista Federico Cassan, giovane giudice sbarcato in Sicilia dal Friuli: vecchie e nuove battaglie unite dall’inganno della giustizia, dalla ricerca di nuovi e diversi equilibri.

Una storia densa, scritta con grande maestria, che ci porta di fronte alla verità che domina il secolo scorso: l’Italia del Novecento, dei misteri irrisolti, della democrazia incrinata, delle verità mancate, degli intrecci mai svelati.

Un tema che mi sta a cuore, motivo per cui ho amato due volte di più Il bosco di Marx, il cane seppellito in un bosco, dove i muri non ci sono e gli alberi crescono, nonostante noi.

Marco Quarin, Il bosco di Marx, Prospero Editore

“Dante: Appunti su tematiche teologiche” di Angelo Grandinetti

3 maggio 2021 per il progetto “Comunicare Dante.” Uniter Lamezia Terme

Anche se la Commedia era destinata a essere un’opera letteraria e non teologica, essa prefigura il modo in cui è concepito l’aldilà e preannuncia i destini ultimi dell’umanità e del singolo individuo. Questi aspetti escatologici hanno generato nei secoli un enorme interesse, pertanto seguiamo il contributo di approfondimento scritto dell’avvocato Angelo Grandinetti dal titolo “Dante: Appunti su tematiche teologiche”

Mi è stato richiesto di trattare aspetti teologici presenti nelle opere di Dante, con riguardo particolare al tema dell’escatologia. Mi limiterò solo a due. Ho il dovere di avvertire che non ho molto dimestichezza con le tematiche più propriamente letterarie e in proposito ho tutte le reminiscenze che porto nel mio bagaglio di conoscenza. Nella trattazione di questo scritto, sono stato aiutato in particolare da un testo stenografico di una conversazione tenuta dalla professoressa Lina Bolzoni (docente di letteratura italiana e preside alla Scuola Normale e all’università di Pisa che conosco dai tempi dell’Università) all’associazione “Guido Sacchi” e da articoli apparsi su Repubblica a firma di Massimo Cacciari. Dopo questo necessario preambolo, in premessa mi preme ricordare come nella Epistola XIII è Dante stesso che si preoccupa di definire la Divina Commedia come allegoria teologica più che poetica in quanto sono veri sia la narrazione (verba) sia i significati spirituali (res) in essa contenuta. In questo contributo mi occuperò di alcuni delimitati temi, con l’avvertenza che mi sono stati di grande aiuto gli scritti (oltre a quelli già citati) di alcuni autori, uno dei quali (p. Ernesto Balducci) ha attraversato tutto il dopoguerra attestandosi, tra i teologi italiani, per il senso profetico delle sue opere. Nel suo trattato “Storia del pensiero umano” al vol. I° nella parte dedicata al tramonto del medio evo delinea due temi fondamentali che fanno di Dante un precursore della modernità.

Il primo investe il tema della laicità della politica, che Dante tratta già nel Convivio e successivamente nel trattato La Monarchia. In tale opere si pone sulla scia di Tommaso d’Aquino secondo il quale l’uomo è chiamato alla felicità temporale e a quella eterna, che, per realizzarsi hanno bisogno di due guide: il Sommo pontefice che, secondo la verità rilevata, conduce gli uomini alla vita eterna e l’imperatore, che secondo gli insegnamenti dei filosofi, indirizza il genere umano alla felicità in questa vita. In questo schema duale (verità rilevata e quindi eterna / insegnamento dei filosofi e quindi relativa perché interna al tempo), Tommaso stabilisce la subordinazione del temporale allo spirituale.

Dante rifiuta tale impostazione: l’autorità del monarca temporale discende in lui, senza alcun intermediario, dal “Fonte dell’autorità universale”. Poiché il destino dell’uomo ha un senso unitario, che si realizza nella pace, spetta all’imperatore, in quanto autorità politica, realizzare sulla terra le aspirazioni degli uomini. La Chiesa, al contrario, non ha e non può avere potere politico.

Per comprendere tale visione sono sufficienti due soli riferimenti: 1) le invettive contro la donazione di Costantino, che fu determinante nel legame tra ricchezza e potere politico e, di fatto, fu causa ed effetto della mutazione della natura stessa della chiesa ed del papato; 2) l’esaltazione della povertà di Francesco d’Assisi, “come qualità che doveva essere della Chiesa, sposa di Cristo”. Oggi tale prospettazione sembra ovvia (anche se non del tutto scontata): ma quanti secoli ci sono voluti?

Ma la modernità della teologia di Dante si manifesta in maniera ancor più evidente nella profezia dei tempi nuovi, che disegna la escatologia cristiana come viaggio della coscienza verso una redenzione definitiva. In lui vi è l’esaltazione dell’uomo che, nella sua singolarità, è responsabile del destino di tutti, attraverso un “nesso tra il privato e il pubblico, tra salvezza dell’anima e salvezza del mondo, tra giustizia morale e giustizia politica” .

Tutti noi abbiamo ben presente l’inizio del viaggio (“mi ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita”). E’ un verso ripetuto a memoria, anche nelle situazioni e nelle occasioni più strane, senza pensare che traccia il cammino della coscienza universale verso il bene supremo. Tale viaggio inizia con un’affermazione: “Io non Enea, io non Paulo sono” (Inferno II.32). A cosa allude? Per Enea la risposta è facile e immediata: dalla sua progenia deriva la fondazione della città e dell’impero. Più difficile è il riferimento a Paolo. Per comprenderlo occorre rifarsi a due testi. Nella seconda lettera ai Corinti, Paolo allude ad un viaggio ultramondano: “Conosco un uomo in Cristo che quattordici anni fa (se fu con il corpo non so, se fu senza il corpo non so, Dio lo sa), fu rapito fino al terzo cielo. So che quell’uomo (se fu con il corpo o senza il corpo non so, Dio lo sa) fu rapito in paradiso, e udì parole ineffabili che non è lecito all’uomo di pronunciare.” (2 Cor. 12, 2-4). Questo testo è stato ripreso e sviluppato nell’opera apocrifa L’Apocalisse di Paolo o La visione di Paolo redatta in greco fra il II e III secolo ed ebbe grande successo nell’alto medioevo . Dante la conosce e ne segue lo schema che possiamo riassumere come segue.

L’inferno ha un itinerario curvilineo tortuoso con andamento verso sinistra; il purgatorio ha invece un andamento rettilineo con spostamenti a destra; nel paradiso si procede verso oriente. Tutto ciò, nel linguaggio dei segni, ha un preciso riferimento in Agostino secondo il quale il lato mancino rimanda al negativo mentre quello destro al positivo. Il Paradiso è l’arrivo (ad oriente) e si manifesta, con l’accompagnamento di Beatrice, all’elevazione totale.

Lungo questo itinerario compaiono e si radicano personaggi ognuno dei quali è la rappresentazione di un vizio o di una virtù. Sono persone e storie di uomini e donne, trascese in ogni caso dalla sublimità della poesia (v. per tutti Paolo e Francesca), ma nello stesso contengono, “in res”, un percorso di edificazione e di conversione, per come è evidente nel canto XVII, Paradiso, vv. 136-142) nel quale Dante fa dire a Cangrande: Però ti son mostrate in queste rote,nel monte e ne la valle dolorosapur l’anime che son di fama note,che l’animo di quel ch’ode, non posané ferma fede per essempro ch’aiala sua radice incognita e ascosa,né per altro argomento che non paia.

E dunque le persone che incontra, attraverso le loro storie, diventano la rappresentazione di una coscienza etica, che disvela l’animo umano e nel contempo ne traccia il cammino nella storia quotidiana e nel tempo, tra presente e futuro, il cui punto d’arrivo è l’eternità, punto d’incontro tra amore (agape ) e fedeltà della coscienza etica in una visione che è trascendente ed immanente nello stesso tempo.

E qui ci troviamo di fronte al tema dell’escatologia, la cui definizione significa (escaton + logos): ciò che riguarda il destino finale dell’uomo e/o dell’universo. Tradizionalmente le definizioni inferno, purgatorio e paradiso sono state sempre viste come ciò che compete ad ogni singolo, sulla scorta del suo vissuto: in fondo una giustizia retributiva che distingue buoni e cattivi, santi e peccatori, che deriva dall’affermazione di fede che Gesù “verrà per giudicare i vivi e i morti” e soprattutto nella certezza della resurrezione dei morti e della vita eterna. In realtà il cammino di comprensione del mistero (attenzione, non nel senso di qualcosa di oscuro, ma nella sua accezione dalla traduzione dal greco di “disvelamento”) è stato lungo e complesso e spesso contraddittorio.

La prima comunità cristiana, dopo l’evento della resurrezione, visse nell’attesa (parusia) che Gesù sarebbe ritornato di lì a poco: maranatha era la formula della preghiera più comune. Tale credenza ci è attestata negli Atti degli apostoli ma anche nelle prime lettere di Paolo (1 Tessalonicesi e Filippesi). Con il passare degli anni e con la morte della prima generazione ed in particolare dei testimoni diretti, il convincimento viene, poco alla volta, a modificarsi e si comprende che al contrario dell’escatologia giudaica (orientata verso il futuro) l’escaton è già cominciato. E così Marco (1,15) scrive “il tempo è compiuto” e Paolo, a più riprese, in Galati 4,4: “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il Figlio suo, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge” e, nella prima lettera ai Corinti (10,11) ammonisce “queste cose furono scritte come ammonimento per noi per i quali è sopraggiunta la fine dei tempi”.

Come si vede compare la dimensione del tempo e qui occorre precisare che il tempo è compiuto significa che il Regno di Dio è presente oggi nella storia degli uomini e non è evento trans storico. Uno dei più importanti teologi del novecento, scomparso di recente, Raimon Panikkar , ha coniato il termine “tempieternità” che significa l’appartenenza contemporanea dell’uomo sia al tempo che alla vita di Dio. Il tempo è espresso in due concezioni: il tempo lineare nel quale il passato condiziona il presente che a sua volta progetta il futuro che però è spezzato, nel suo concatenamento, dalla morte; e il tempo circolare, nel quale l’umanità non cerca la progressione nel futuro, ma vive il presente nel quale il tempo e l’eternità consentono a tutti di realizzarsi senza l’angoscia della morte. La Buona Novella è che qualsiasi uomo, in qualsiasi condizione, può sperimentare l’amore di Dio ed il suo progetto di una umanità riscattata e che nell’essere “fratelli tutti” vive nell’oggi la dimensione dell’eternità .Dante, pur nel contesto storico, culturale e teologico di riferimento, contrassegnato, in particolare, dal pensiero di Gioacchino da Fiore, Agostino e soprattutto Tommaso d’Aquino, si attesta con una sua peculiare originalità. Egli, infatti, pur conservando la consapevolezza di Agostino che la storia è ambivalente e che il bene e il male hanno necessità di rimedi vincolanti, esprime l’utopia di una redenzione che si può realizzare nel presente.

E così nel Paradiso, nel canto XXXIII, per ben due volte, si esprime:(vv.61-63): quasi tutta cessamia visïone, e ancor mi distilla nel core il dolce che nacque da essa. e, nei vv.91-93: La forma universal di questo nodo Credo ch’i’ vidi, perché più di largo, dicendo questo, mi sento ch’io godo.

Dante è nella sua realtà corporea e l’estasi, il dolce e il godimento sono l’espressione di un cammino, che pur nella sua complessità, possono essere vissuti e raggiunti nella realtà presente.

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