MI CHIAMO VLADIMIRO, HO SEDICI ANNI

È la sesta ora e non ne posso più. Lento è ancora lì alla lavagna che fa cerchi e triangoli, ma cosa c’ha nella testa? Se invece di darci le spalle si voltasse e si guardasse intorno si accorgerebbe di come vanno le cose. Stancanelli è al cellulare che gioca, Muraro chatta con la fidanzata, Mattei sta sprofondando nel sonno eterno. Non ce n’è manco uno ad ascoltarlo. A parte Ferraro e Muraca, che si sa, nella vita non hanno un cazzo da fare quindi studiano e sono i cocchi dei professori. In tutte le classi ci sono quelli come Ferraro e Muraca, che poi sono quelli che fanno sentire i professori onnipotenti, giusti insomma.
Le gambe sotto il banco mi tremano, sono già due volte che Vauro mi chiede di smettere. Dice gli sembra ci sia un terremoto e si impressiona.
Vauro è il mio compagno di banco, un tipo mica tanto sveglio. Uno spilungone con gli occhiali e gli occhi chiari che quando parla lo fa senza muovere le mascelle. Sembra sia mosso da un ventriloquo. Credo me l’abbiano messo accanto perché mi considerano uno agitato, così con lui non posso parlare. Cosa gli vuoi dire a uno che si chiama Vauro e sta impalato sei ore su sei?
Una volta gliel’ho anche chiesto da dove venisse quel nome strano, io pensavo di aver capito male, credevo si chiamasse Mauro. Invece no, ha specificato lui con aria da precisino, Vauro. Con la V. Poi ho capito a malapena che era il nome di suo nonno. Bella scoperta! Il novanta per cento della popolazione porta il nome del proprio nonno, è che io Vauro non l’avevo mai sentito prima. Comunque tutto sommato gli è andata bene. Figuriamoci se il nonno si fosse chiamato che so, Evaristo o Ermenegildo.

«Allora, tutto chiaro?»
Lento si è voltato di scatto, nell’aula c’è stato un sussulto simultaneo, come un’onda. Tutti hanno fatto sparire i cellulari sotto il banco, via i giochi, il fantacalcio, le foto porno, le fidanzate in linea. Tutti con gli occhi puntati alla lavagna e i quaderni davanti. Mattei al secondo banco il sussulto non ce l’ha avuto. Si è addormentato proprio. Si è svegliato perché il compagno di banco gli ha dato una gomitata. Ha sollevato la testa e si è guardato intorno. Sembra una bertuccia intorpidita che ha avuto un risveglio brusco. Soltanto Ferraro e Muraca rispondono un sì convinto. Talmente convinto che il professore si va a sedere soddisfatto.

Ma quando finisce? Non ne posso più. Mancano venti minuti e sembrano un’eternità. L’ultima ora non passa mai.
«Allora per la prossima volta fate gli esercizi a pagina 238, dal numero 1 al 10.» Lento neanche alza gli occhi e passa dal libro al registro, dove va a segnare i compiti per venerdì, quando avremo il piacere di rivederlo per due ore di fila. Non si accorge che nessuno ha segnato niente, nemmeno abbiamo tirato fuori i diari, a parte Ferraro e Muraca ovviamente. Alcuni perché gli esercizi li copieranno da Ferraro e Muraca altri perché tanto c’è il gruppo su whatsapp dove se hai voglia puoi sapere anche quanti peli ha Lento sul culo (per la cronaca: non sono io maleducato, è che è proprio questo il linguaggio della chat).

Intanto si sono fatte le due meno dieci, se Dio vuole questa tortura sta per finire. Io sto seduto all’ultimo banco. Mi alzo e vado alla porta. Almeno comincio a sgranchirmi le gambe.
«Martena mancano ancora dieci minuti alla campanella, quindi va’ a sedere al tuo posto. E levati quelle cuffie!»
«Ma prof, mancano pochi minuti!»
«Martena ho detto vai a sedere al tuo posto. Immediatamente! Altrimenti giuro ti tengo qui altri dieci minuti dopo il suono della campanella.»

Eccolo il professor Lento, lento di nome e di fatto, che prova a fare il grosso con me mentre sono qui che fremo aspettando che suoni l’ultima campanella. E sì che lo sa che con le minacce ci vado a nozze.
Ora che ci penso però ho presentato tutti tranne me: mi chiamo Vladimiro Martena, detto Villi, che è il mio soprannome da sempre ma non chiedetemi perché, non lo so. È un po’ come il nome di Vauro. Ho sedici anni, bocciato una volta alle scuole medie, in terza per la precisione, sono il classico disadattato. Quelli come me hanno il marchio di fabbrica, ovunque vadano.
La mia specialità a scuola è collezionare note sul registro, le colleziono come trofei, in quelle non mi batte nessuno. A me della scuola non me frega un cazzo, ci vengo se no mi mandano i carabinieri a casa. Dicono che ho l’”obbligo”. E allora se mi obbligano a starci poi però non mi devono rompere le palle se “disturbo la lezione”, come recitano decine di note a penna rossa in mio onore.
L’ora prima di Lento abbiamo fatto italiano, non ho idea su che cosa fosse la lezione perché come al solito avevo le cuffie. Di nascosto ascolto sempre la musica. A un certo punto la prof mi ha interpellato. Io ovviamente non l’ho sentita. Così sì è avvicinata mentre io guardavo la pioggia cadere fuori dalla finestra.
«Martena.»
Sento una mano che mi scuote.
«Martena, dico a te!»
Io mi sono levato una cuffia e ho alzato la testa. L’ho guardata come si guardano gli extraterrestri credo, lei non si è nemmeno arrabbiata.
«Ma che fai, invece di imparare qualcosa ascolti la musica?»
«Mi scusi prof. È che non mi sento bene.» Ho farfugliato.
«Non è un buon motivo per starsene con le cuffie a dormire sul banco mentre c’è una lezione.»
Non sapevo cosa dire. Non so mai cosa dire quando mi colgono in flagrante. Più che altro credo sia perché non me ne importa niente.
La Bertini mi ha guardato severa poi si è girata ed è andata verso la cattedra. Sulla via del ritorno ha sparato la seguente frase:
«Il fatto è, cari ragazzi, che voi non volete capire che la scuola, lo studio, sono fatica. La scuola è una palestra, vi allena, perché anche fuori da qui domani sarà così. Fatica. E voi è con questa parola che non andate d’accordo. La vita è dura, in nulla si riesce senza soffrire. E badate che è dura per tutti. Solo lo studio potrà darvi delle sicurezze.»
Ecco, quando parlano così, io mi chiedo se recitano, se lo dicono perché lo devono dire o cosa. Insomma non è possibile che credano veramente a queste stronzate.
Fatto sta che mi è venuto da ridere. E ho riso. Sia chiaro, non una risata sguaiata. Una risatina, diciamo così, una cosa innocua. Però la Bertini mi ha sentito. Beccato. E lì si è arrabbiata.
«Martena che fai ridi? Sono cose che ti fanno ridere? Se tu avessi ascoltato la lezione avresti saputo che stavamo parlando di un poeta come Leopardi che è a voi che si rivolge. È a voi adolescenti che dice queste cose. Ma lui che fa? – si rivolge alla classe – lui ride – poi di nuovo a me – ma cosa avrai da ridere?»
«Niente, non ridevo per lei»
«E allora per cosa? Per Leopardi?»
«No. Però… insomma, vengo a scuola per sentirmi dire che la vita è dura? Che tutto è fatica? Ho sedici anni, prof, io mi voglio divertire.»
Ecco, mi ero tolto un bel peso dallo stomaco.
«E allora vai, Martena, vai a divertirti fuori. Così impari a essere insolente come il tuo solito.»
Mi sono alzato mentre lei prendeva la penna e annotava sul registro “Martena viene allontanato dall’aula perché si rivolge all’insegnante in modo insolente:” Le conosco a memoria queste formule. Sono cinque anni che le vedo e sono sempre le stesse anche se scritte da individui diversi.
Me ne esco, tra gli sguardi un po’ invidiosi dei miei compagni che continueranno a sentirsi le prediche della Bertini su quanto abbia sofferto Leopardi per rimanere a futura memoria.
Insomma stamattina mi sono beccato la quinta nota dell’anno, e siamo appena a dicembre.

La campanella ormai sta per suonare e io devo correre. Il suono dell’ultima campanella è l’unica cosa che mi piace della scuola. Sei ore con il culo su una sedia e sentire stronzate di cui non mi frega niente. Oggi piove pure porca vacca e devo andare a casa di mia madre che sta in centro. Devo camminare una mezz’ora buona a passo svelto prima di arrivarci. Quando arrivo là i giorni in cui esco da scuola alle due i miei fratelli sono già a tavola che mangiano, ma non è colpa mia se esco tardi e la scuola è in culo al mondo. A tavola ci sarà il solito piatto di pasta coperto con un piatto fondo, la pasta sarà già fredda e collosa da fare schifo, ma quando hai fame va bene tutto. Butto giù con il fiatone e punto.
Anche mangiare, tocca farlo di corsa. Mia madre se ne sta lì in piedi davanti alla lavatrice in preda all’ansia perché non vede l’ora che finiamo e ci leviamo di torno.
Il pranzo da mia madre è a tempo, come una bomba ad orologeria. Alle tre, massimo tre e mezzo, dobbiamo essere fuori da casa sua.
Dice che deve pulire tutto per bene prima che arrivino le “clienti”. Secondo lei a sedici anni mi bevo la storiella che fa la manicure, cioè che farebbe belle le mani e lisci i piedi delle signore bene di questa città, a casa sua.
Io lo so cosa fa mia madre. Fa la puttana. Ecco perché ha fretta di mandarci via. Riceve i “clienti” di pomeriggio. Come l’ho saputo non importa, non è stata una bella scoperta. Devo ammettere che molte volte ho avuto la tentazione di nascondermi e spiare gli uomini che si scopano mia madre, ma poi non l’ho mai fatto. Alla fine mi sono convinto che è un lavoro come un altro.
In fondo non me ne frega niente da dove vengono quei quaranta, a volte cinquanta, euro che mia madre mi dà ogni settimana, che per quattro fanno circa centosessanta euro, nel senso che io sono il secondo di quattro figli maschi: Mirko ha un anno più di me, poi c’è Alberto che ne ha dodici ed Enzino che ne ha nove e tra noi è quello che ha sofferto di più quando mia madre se n’è andata, più di un anno fa.
A dire il vero anch’io l’ho odiata, anche se poi quando ho cominciato a vedere qualche soldo ho pensato che in fondo era meglio così. La nostra casa, quella in cui siamo rimasti a vivere con mio padre, non è neanche una casa, è una vecchia catapecchia di pietra alla periferia di questa città.
Mio padre è disoccupato da tre anni e come se non bastasse è pure invalido, ha le gambe mosce e per muoversi deve usare le stampelle, non ho mai capito bene perché. È così da quando sono nato.
Comunque mia madre ha fatto bene a lasciarlo, è uno schifo d’uomo, quando non è pieno di vino è pieno di birra. O dorme o beve. O in alternativa si incazza con noi perché sa che mia madre ci dà dei soldi e a lui quelli che prende da non so dove non gli bastano per ubriacarsi tutto il giorno.
All’inizio ho pensato che ci stava che mia madre se ne andasse per via di mio padre, erano sempre urla e botte, ma non capivo perché avesse abbandonato anche noi.
Poi però dopo ho capito. Mia madre s’è sistemata mica male, s’è fatta un appartamento piccolo ma decente, e di sicuro con il lavoro che fa non ci può tenere con lei, almeno questo mi piace credere perché a dirla tutta non so se vorrebbe farlo, visto che a parte darci da mangiare a pranzo e allungarci qualche soldo non si preoccupa un granché di quel che facciamo. Per il resto dobbiamo arrangiarci. Lei non chiede mai niente, né della scuola, né della salute, né dei cazzo dei problemi che hanno gli adolescenti che ormai tutti ne parlano tranne lei. Persino la strizzacervelli della scuola dove mi hanno spedito un paio di volte.
In effetti l’unico motivo per cui vengo a scuola tutte le mattine è che non mi va di stare in quella cazzo di casa che puzza, a scuola mi rompo le palle ma almeno non c’è quella puzza di vino e sudore che c’è a casa mia. Né c’è mio padre, che a vederlo, con quelle stampelle e la pancia che sembra una mongolfiera, non è che faccia una bella impressione.

La campanella ora sta davvero per suonare e io come ho detto se voglio mangiare devo correre.
Prima di congedarmi però voglio farti i miei complimenti.
A chi, mi chiedi? Ma a te, sì, proprio a te. A te, lettore che stai leggendo e sei arrivato fin qui. Complimenti.
Però anche tu non hai capito niente, come tutti del resto. Tu sei convinto che io sia uscito dalla mente di quella che qui sopra ha messo il suo nome, come la chiamate? Autrice? Invece ti sbagli. Lei c’ha messo solo le parole giuste per far tornare i discorsi (non le cose, che quelle comunque non tornano).
Ma io. Io. A te che mi leggi. Te lo devo dire. Sappi che io sono vero.

La campanella è suonata, io devo andare, anzi, devo correre. Nella foga di uscire ho spintonato qualcuno, non so manco chi. Sento il professor Lento alle mie spalle che sta urlando….
«Martena, sempre il solito, sei proprio un animale!»

Fanculo Lento, tu e tutti gli animali come te.

Nuova Yorke

La mattina del 3 luglio 1919 Cesira prese il fagotto, si accertò che i soldi fossero nelle tasche sotto i vestiti e uscì di casa alle quattro e trenta, verso un nuovo destino. Lasciò il portone socchiuso – nella casa tutti dormivano – nessuno avrebbe fatto un affronto a Don Attilio Ceravolo entrando in casa sua. Percorse la strada principale del paese diretta al negozio di Gaspare, ad aspettarla c’era Nicola. Presero un viottolo tra le campagne procedendo rapidi, senza parlare, fino alla casa di Carmine Bonfanti. Là li aspettava il carretto che li avrebbe portati fino a Guadalla, dove avrebbero preso la corriera per Napoli. Man mano che il carretto si mangiava la strada che portava a Guadalla la paura di Cesira cominciò a scemare e cessò un’ora e mezzo dopo, quando salì sulla corriera. A quel punto fu certa che ce l’avrebbe fatta. Era la prima volta che Cesira usciva dal suo paese, non si era mai spinta oltre le quattro case di Cirrisi e quando la corriera partì era ormai giorno. Cesira non badò alla comitiva che sonnecchiava, aveva occhi solo per quel mondo là fuori che vedeva per la prima volta. Accanto a lei era seduto Nicola, pure lui stava lasciando quella terra per sempre. Stavano andando all’America.

Nel paese dov’era nata Cesira, le donne crescevano in casa, imparavano a ricamare e aspettavano che i genitori trovassero u zzitu. Si facevano il corredo con le loro mani e si spostavano da una casa a un’altra: smettevano di essere figlie e diventavano mogli, avevano figli e facevano quello che le madri avevano fatto prima di loro.
Cesira però era nata ribelle e per quei tempi era una cosa grave se eri femmina, peggio di una malattia. Sua madre, Donna Filomena, stava sempre a chiamarla dalle finestre, nera di rabbia, era inviperita con la sorte che le aveva dato una figlia ‘ndomita come un cavallo pazzo, diceva. Diceva pure che non pareva figlia sua, al contrario di Tonia, la seconda figlia, che piccirilla s’era ammalata di poliomelite.  In casa a Cesira la comandavano e basta: Cesira fai questo, Cesira fai quello e lei non sopportava d’essere comandata, tranne quando la mandavano a portare le lenzuola che sua madre lavava per Donna Giulia, la moglie del sindaco. In quella casa si sentiva benvoluta.
Donna Giulia aveva avuto due figli: il più grande, Tonio, era un maschio faticatore che era andato sempre appresso al padre. L’altra era una femminuccia che poverella era volata in cielo di appena due mesi. Si diceva che era morta per colpa di Don Attilio, che a Donna Giulia gli aveva avvelenato il latte nel petto per via delle femmine, che gli piacevano assai. Don Attilio guardava voglioso pure a Cesira, le diceva che stava diventando il fiore più bello di Cirrisi.
Certe notti a Cesira piaceva starsene alla finestra a guardare le stelle, la campagna di notte era magica e silenziosa, piena di profumi. A volte usciva a camminare al buio, fuori c’era aria che le riempiva il petto, dentro invece l’aria le mancava. Di giorno invece andava per i campi, si nascondeva tra l’erba alta e ci passava le ore.  Sentiva la voce di sua madre che chiamava e siccome tanto sapeva che quella sera il padre l’avrebbe curriata, che allora la cinghia usavano, tanto valeva che quella bell’aria se la godesse. Solo là in mezzo si sentiva libera. E lei libera voleva essere.
Successe poi che Cesira si innamorò di Nico, un bracciante povero e senza niente. I primi tempi si incontravano di nascosto all’Addolorata, una chiesetta diroccata nel mezzo della campagna di Vallo. La leggenda diceva che là stavano le anime di morti che per la fame se n’erano partiti per combattere con Garibaldi, ma di loro non era tornato nessuno. Pareva anche che certe notti si sentivano spari e lamenti e nessuno c’andava mai. Cesira a queste dicerie non ci badava, le anime dei morti non le facevano paura, che anzi certe volte erano quelle dei vivi a fargliene. All’Annunziata c’andava per raccogliere i gelsi quando era il tempo. Lì gli alberi erano pieni di frutti e così se ne poteva stare in pace perché tornava con la cesta piena per fare la marmellata che a Tonia piaceva assai, con buona pace di sua madre, che quando tornava con i gelsi buoni per Toniuccia sua non le chiedeva dov’era stata. Le anime dell’Addolorata invece lo sapevano, che per la prima volta dopo cent’anni sorridevano tutte quante a vedere Cesira e Nico, belli e innamorati com’erano. Però Nico si mise in testa che doveva andare all’America, dove si facevano i soldi. Le diceva: “Con le pezze al culo che c’ho ora, tuo padre non mi vorrebbe nemmeno sentire. Invece io parto, vado all’America che c’ho già la fatiga, torno e ti prendo. Altro che sto’ paese che ci lascia solo gli occhi per piangere. Io voglio farti regina. Quando torno ricco, tuo padre niente più mi può dire”.
Voleva andare a Nuova Yorke, dove suo cugino aveva trovato la fatiga. Vero era che il padre di Cesira non l’avrebbe fatta maritare a un bracciante che viveva a Stanizzi  in una casa di pietre e mattoni in mezzo alla campagna dove manco l’acqua c’era. Suo padre diceva che i braccianti erano muli di fatiga, bestie, no uomini. Diceva pure che se le figlie sue si dovevano maritare, si dovevano maritare come si deve, se no se ne potevano rimanere a casa, che mangiare non ne mancava.
Così Nico se ne partì, al paese non aveva nessuno, nella stamberga di Stanizzi c’era rimasto da solo. Come tanti partì solo con la speranza, senza sapere che lo aspettavano quattro settimane di viaggio, ammassato su una nave con altri centinaia d’altri come lui, in mezzo al fetore e agli stracci. La mattina in cui Nico partì, Cesira si svegliò presto, alla finestra si toccava le labbra dove ancora i baci bruciavano. Sentiva l’odore forte e pungente della sua terra e si chiedeva che odore c’era a Nuova Yorke. Cesira non lo sapeva dove si trovava Nuova Yorke, e manco l’America sapeva dov’era, e nemmeno quant’era il mare per arrivarci. Lei il mare non l’aveva visto mai.
Tanti al paese se ne stavano partendo, certi morivano nel viaggio e certi altri che là avevano visto i soldi veri, del paese se n’erano scordati.  “Se Nico non torna mi ammazzo.” Giurò Cesira  davanti al cielo che lo stava vedendo partire dove c’era l’ultima stella della notte che si stava squagliando.
A Donna Filomena in quei giorni sua figlia parve rintronata: era muta, mangiava poco, s’era smagrita. A Cesira diceva che stava diventando brutta e nessuno l’avrebbe voluta, na fimmina senza nu masculu nenti mbali.  Cesira non rispondeva.
Una domenica mattina dopo la messa Donna Giulia avvicinò Donna Filomena e si appartarono facendosi grandi sorrisi. Quando furono a casa Cesira e Tonia sentirono la madre cantare “Tri fimmini a ‘na funtana, una strica e ‘n’atra lava, una prega a santu Vitu, ma nce manda ‘nu bonu maritu, biancu russu e culuritu, comu la faccia de santu Vitu…”.  Era raro che Donna Filomena fosse di buon umore.

Il fatto era che Donna Giulia aveva invitato la famiglia a prendere il caffè perché Don Attilio ci doveva parlare: siccome Tonino, il figlio, era in età di maritarsi e Cesira pure, c’era in ballo una proposta di matrimonio. Cesira quel giorno urlò, che lei mai si sarebbe presa a uno come Tonino, si sarebbe ammazzata piuttosto che sposarsi a quello. Ma la verità è che Cesira mai avrebbe potuto rifiutare il figlio del sindaco. Così quel pomeriggio Donna Filomena fece indossare a tutta la famiglia il vestito delle grandi occasioni e andarono a far visita a Don Attilio.

Era primavera, le notizie dall’America erano lente ad arrivare e invece per Cesira le cose cominciarono ad andare di fretta. Le famiglie si accordarono che a giugno si sarebbe annunciato il fidanzamento ufficiale con una grande festa e poi lei e Tonino si sarebbero sposati a settembre. Nel frattempo Don Attilio disse che Cesira doveva stare a casa loro per conoscere il futuro sposo e prendere possesso della casa in cui era prossima a diventare nuora della padrona. Tonino era una specie di fantoccio, aveva la pelle bruna dal sole dei campi, lo sguardo spento e il naso lungo, non contava niente, era abituato a fare quello che gli comandavano e in fondo era contento che il padre avesse scelto una fimmina bella come a Cesira.
Nel tempo che Cesira passò in quella casa, Donna Giulia le insegnò come comandare la servitù, come trattare i sottoposti che lavoravano sulle loro terre, cosa piaceva a Tonino e cosa a Don Attilio. Le diceva quello che era sconveniente per una donna della sua posizione, chi doveva guardare in faccia e di fronte a chi doveva abbassare lo sguardo in segno di ossequio. Cesira ascoltava, sempre con la testa da un’altra parte. Quella donna era nata padrona, si teneva perfino le corna di Don Attilio, che tutti lo sapevano, e pure lei.
In quella casa Cesira diventò una specie di statua muta, Tonino le sembrava un mammalucco. Solo il pensiero di Nico le accendeva la carne e quando ero vicino a Tonino le prendeva una specie di disgusto come quando assaggi mangiare andato a male.
Il disegno vero di quel matrimonio, Cesira lo scoprì una domenica dopo un pranzo che avrebbe sfamato una decina di famiglie di braccianti là intorno, che in casa di Don Attilio la domenica era giorno di magnificenza a Dio, come diceva Donna Giulia, contenta di distribuire gli avanzi alla servitù per celebrare il rito della sua bontà. Don Attilio quella domenica disse che si doveva ritirare nello studio a guardare certe carte e ordinò che nessuno lo doveva disturbare.
«Cesì – disse prima di lasciare la stanza – il caffè me lo porti tu là
Quando il caffè fu pronto, Donna Giulia ci mise due cucchiaini di zucchero e disse: «Ad Attilio il caffè ci piace dolce Cesì, arricordatillo, tieni, vai
Cesira camminò per il lungo corridoio buio come un condannato. Quella casa la inquietava. Don Attilio nello studio l’aspettava, si bevve il caffè bollente con un sorso solo, avido era quell’uomo, con tutto quello che toccava, pure quando si prendeva il caffè. Cesira riprese la tazzina vuota,  fece per andarmene.
«Aspetta Cesì che ti devo parlar – dietro a quella scrivania era un uomo possente, pareva Dio che là decideva le sorti del mondo – «lo vedo che sei sperduta, che credi? Pari una pecorella, ma qui non c’è nessun lupo che ti vuole mangiare. Tu qua la padrona devi diventare – si alzò, prese la tazza dalle mani di Cesira e la posò sul tavolo – Cesì tu sei una femmina bella e forte e io lo so che Tonino non è il masculo per una femmina come te, è debole, sottomesso, stranito. Ma tu Cesira mia non ti devi preoccupare. Tu solo a me devi rendere conto. Intendi bene e ricordatelo – Cesira si trovò stretta a suo suocero con le labbra sul collo – ancora non puoi sapere quale paradiso ti aspetta, devi pazientare fino al momento giusto, per ora lo puoi solo sentire…. lo senti Cesì? Sentilo, grande e grosso, tutto per te. A una femmina come te questo ci vuole, io lo so e tu lo sai. Lo devi sentire Cesì, perché quando sarà il momento sarai la femmina più felice della terra. E pure io, che da te voglio un masculo come a me. Ora che l’hai sentito, qualche altra volta ti insegno come prenderlo, fino a che non potrai averlo. Vai adesso.»  Don Attilio tornò a sedersi come se niente fosse.
Cesira uscì dalla stanza che si sentiva perduta. A nessuno lo poteva raccontare. Don Attilio non era per il figlio che la voleva, la voleva per sé, e quegli scimuniti della moglie e del figlio lo sapevano pure. Suo padre e sua madre l’avrebbero ammazzata se avesse raccontato quello che era successo, di sicuro l’avrebbero accusata d’essere una bugiarda senza riconoscenza.
Così, diventata la fidanzata di Tonino e la nuora di Don Attilio, Cesira aveva addosso tutti gli sguardi del paese. E diventò una femmina furba.  Niente aveva, se non il fatto che era nata bella e non si voleva arrendere a quel destino. Doveva scappare.
Nico intanto aveva fatto arrivare una cartolina alla rivendita di Don Mico per farle sapere che era sano e salvo dove doveva essere. E lei là voleva andare, a quella Nuova Yorke che tutti dicevano era la speranza.
In casa di Don Attilio si preparavano cose in grande per la festa di matrimonio. Cesira usò tutto il potere di femmina padrona e cominciò a tormentare una serva, Concetta, che aveva dodici anni ed era ottava di dieci figli. Se avesse perso quel lavoro suo padre l’avrebbe ammazzata per i soldi, che ne abbisognava assai, e perché essere cacciata dalla casa di Don Attilio sarebbe stato un disonore. Cesira si vergognò di sé stessa, pregava Dio perché la perdonasse per quel peccato, ma usò Concetta  con la minaccia di cacciarla via: la mandava in giro a cercare aiuto dalle persone giuste per vedere come andare a questa Nuova Yorke.
I soldi li mise insieme più facilmente, a cominciare dall’anello di fidanzamento, che quando Tonino glielo mise al dito nel bel mezzo di una festa in pompa magna, perfino un bacio sulla guancia gli dette. Tutti la videro felice, nessuno sapeva che era perché quell’anello valeva il suo biglietto per l’America. Una femmina a quei tempi doveva diventare forte con l’inganno. Cesira giurò che nessuno, manco Nico, la doveva comandare mai più. Si mostrò contenta per la buona sorte e soprattutto riconoscente con Don Attilio: quando gli portava il caffè gli si accendevano gli occhi come a un pazzo, la toccava dappertutto, impaziente che arrivasse il giorno in cui l’avrebbe presa, che nove mesi dal matrimonio dovevano passare per quel figlio che voleva da lei. Avrebbe potuto chiedergli qualsiasi cosa che lui gliel’avrebbe data. E Cesira chiedeva, più gli prometteva più gli piaceva ed era generoso.
«Cesì – le diceva – tu sì che sei una femmina vera. Mi fai impazzire. Io e te saremo felici, te lo giuro, quando partorirai il figlio mio avrai il regalo più bello, degno di una regina
Pure Nico così le aveva detto, che lei in America come una regina doveva andare e così le carezze di Don Attilio Cesira manco le sentiva, le facevano schifo, ma i regali che ne venivano erano la sua libertà, altro non c’era.

Comunque Nico non si era sbagliato, perché Cesira partì come una regina. Se ne andò dal paese senza lasciare una parola, solo per Tonia le dispiacque, ma quando fu davanti al mare nel porto di Napoli gli occhi non si stancavano di guardare quell’immensità e si sentì piena di coraggio. La nave era impressionante da quanto era grande, come il mare, che quel giorno Cesira vide per la prima volta.
Tre settimane impiegarono, ma quando fu il momento di scendere, in mezzo alla folla sul molo, Cesira il viso di Nico lo vide subito e lo chiamò a gran voce. Pure Nico la vide subito. In quell’istante Cesira si sentì così libera che avrebbe potuto morirne. Una sensazione grande come l’America.

In America Cesira visse una vita lunga, l’unica cosa che le mancò sempre fu l’odore che c’era al suo paese, quello in America non lo trovò da nessuna parte. Al paese non tornò più, ci vollero anni perché si scordassero di lei e dell’affronto che aveva procurato. Don Attilio impazzì come una bestia, che nessuno aveva mai osato sfidarlo, figuriamoci una femmina che l’aveva derubato e raggirato a quel modo.  Ma rimorsi Cesira non ne ebbe mai, nemmeno per suo padre e sua madre, che si portarono addosso il marchio di una figlia indegna.  Nuova Yorke era troppo lontana perché potessero arrivare le loro maledizioni.
Quando arrivò per Cesira il momento di lasciare questa vita, chiamò a sé la figlia Mary e le disse: «Mariuccia mia sono contenta che ti lascio in un mondo dove nessuno ti tratta più come carne di vacca. È legge di natura che i genitori se ne vadano prima dei figli, tuo padre se n’è andato troppo presto e ora che sono stanca sono felice di andare dove c’è lui. Ho lavorato tutta la vita e non mi sono fatta più comandare da nessuno.  Tu vivrai Mariù, è la vita. Ma non te lo scordare, nessuno ti deve comandare, mai. E qualche volta, tornaci tu al paese mio. Prova a sentire l’odore che c’è, di erba tagliata e grano. Sono sicura che è rimasto lo stesso»

Premio Mimosa, Narni, 2016

Motivazioni della giuria
Una ribellione che risolve la vita quando l’ambiente che ti circonda è fermamente intenzionato a riproporre e tramandare l’archetipo della Donna figlia-madre-moglie
sottomessa ai desideri degli uomini, anche quelli più tenebrosi.

Un viaggio verso la luce, l’aria, la libertà, l’amore cercato e scelto. L’autrice si muove con sagacia nel descrivere, scolpendoli, luoghi geografici e sociali in cui l’angustia delle visioni è scardinata dall’entusiasmo di una
gioventù capace di farsi evoluzione, emancipazione e affermazione di un pensiero differente

L’odore del sangue

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Angela curava le mani in modo maniacale, era convinta fosse da quelle che si capiscono e si giudicano le persone. Furono proprio le mani l’inizio di tutto.
Le mani di Claudio erano bianche, con le dita lunghe, affusolate, mani che non avevano mai lavorato; lui era un medico cresciuto in un palazzo d’epoca di proprietà della sua famiglia. Angela invece era nata a cresciuta al villaggio rosso, chiamato così per via del colore delle case: una serie di palazzine rosso mattone intorno a uno squallido cortile. Nel mezzo, tre alberi spogli e malati e quattro panchine arrugginite. Vivere lì equivaleva a esibire un marchio. D’estate lo scirocco ci portava una sabbia fine che a volte ricopriva i terrazzi. Angela aveva sempre detestato quel vento, come detestava tutto in quel luogo: l’odore di bollito e di umidità nelle scale che appena entravi ti chiudeva lo stomaco, i panni stesi ovunque, il parlare volgare delle donne e dei bambini. Aveva sempre frequentato poco il cortile, non giocava con gli altri, li guardava dalla finestra e le sembravano bestiole in gabbia. Trascorreva la maggior parte del suo tempo davanti al televisore. Perfino la madre si lamentava, diceva di avere una figlia con la puzza sotto il naso. Angela però non se ne curava, stringeva i pugni e continuava a pensare che lei da lì sarebbe andata via; sprofondata nella poltrona con le gambe penzoloni davanti alla tv, stava alla larga dal mondo intorno. Lei aveva grandi progetti per sé. Prima però, doveva andar via. Fuggire dalle case rosse e  dallo scirocco.
L’occasione arrivò, e si chiamava Claudio, che si innamorò di quella ragazza acerba e testarda, molto diversa dalle donne che c’erano state nella sua vita. Angela era giovane, eppure forte e definita. Usava le mani per accarezzare e graffiare. Graffi che avevano la passione e il calore appiccicoso dello scirocco che arrivava dal mare.

Non avrebbe mai pensato di rovinarsele. Le mani. Le sue. Le piaceva affondare le dita nel vasetto di crema per poi massaggiarle sul dorso, sui polpastrelli, lungo le dita, fino ai polsi. Era una sorta di rito benefico: il profumo,  la morbidezza, il constatare che aveva belle mani, le dava sicurezza, non era come le donne che vivevano alle case rosse. Non avrebbe mai pensato che un luogo dove soffia lo scirocco può confonderti fino a rovinarti le mani. Non lei. Non le sue.

Quando alle otto aveva suonato al campanello della villetta isolata, era buio e intorno non c’era nessuno. Aveva lasciato la macchina sulla strada e aveva proseguito a piedi. Il cuore le bruciava nel petto. Non riusciva a dominare quel pensiero ossessivo: incontrarla. Da quando l’aveva scoperto, qualcosa nella sua testa si era spostato. Lei avrebbe finito l’università, avrebbe sposato Claudio,  invece era comparsa quella donna. La rivale. Aveva sparpagliato tutte le tessere del mosaico. Claudio l’aveva accusata di essere gelosa, paranoica, isterica; l’aveva scacciata come una cagna malata.
“Puttana”: era stata la parola pronunciata da sua madre appena aveva saputo che c’era un’altra nella vita del dottore. Era stata quella parola ad azionare un meccanismo nel cervello di Angela che l’aveva riportata là dov’era nata, alle case rosse.
“Puttana. Non si prendono gli uomini delle altre donne. Bisogna fargliela pagare a sta’ puttana”.
Angela ascoltava la madre e nonostante avesse impiegato tutta la sua esistenza a prendere le distanze da quel mondo, quelle parole le piacevano. Puttana. Cominciò a ripetere. Puttana.
Il pensiero di un’altra donna che le aveva portato via Claudio iniziò a tormentarla come un verme che si mangia tutto. La madre le parlava con l’espressione cattiva e Angela ne studiava il movimento delle labbra, guardava le mascelle dure e sentiva che doveva imparare. Doveva imparare a dire puttana come lo diceva sua madre. Non c’era giorno, in quelle lunghe settimane, in cui non risentisse quella parola nella testa.

Quando quella sera alle otto aveva suonato al campanello della villetta, voleva solo vedere in faccia la donna che si era presa il suo uomo e dirle puttana come lo diceva sua madre. Invece.

La donna che aprì la porta era bella, sicura di sé, vincente. Angela risentì l’eco della voce materna: “Sei una puttana, lo sai? Hai distrutto la mia vita, lo sai? È colpa tua, puttana. Tua”.  La voce però era la sua.  “Puttana” continuava a ripetere. Sì. Le veniva bene, proprio come sua madre. Sentì perfino la mascella indurirsi. In quell’attimo Angela comprese che era l’odore del sangue che l’aveva inseguita dov’era cresciuta. Era da quello che s’era sempre tenuta lontana. La crema, i profumi, servivano per coprire gli odori veri che aveva avuto intorno fin da bambina. Lei sentiva i fratelli tornare in moto e sapeva bene che da qualche parte era successo qualcosa. Una bomba, un morto, due morti ammazzati o nessuno. Magari solo una vetrina sfondata, o una macchina saltata per aria come avvertimento. Lei non aveva voluto vedere ma sapeva. Sapeva. Aveva sempre saputo. Quando suo padre in cucina beveva vino e parlava sommessamente con altri uomini. La testa continuava a girare. L’odore del sangue. Afferrò una bottiglia sul tavolo e la ruppe contro lo spigolo. L’altra, la rivale, cominciò a indietreggiare, cambiò tono ed espressione. Ma Angela non capiva più nulla: gli occhi, le labbra della donna, la sua vestaglia a fiori. Tutto diventò indistinto. Cominciò a colpire ed era solo rabbia per tutto quello che per anni non aveva voluto vedere. Il vetro incise la pelle della donna che cercava di divincolarsi. È così che si fa? Pensava Angela continuando a colpire. Le case rosse. L’odore del sangue. Era dunque quello? Un colpo più deciso e  la gola si aprì, il sangue schizzò, scese in lunghi rivoli lungo la pelle bianca. La donna scivolò a terra come una foglia. Angela la vide accasciarsi: non conosceva neppure il suo nome. Il collo della bottiglia cadde a terra con un tonfo sordo. Si guardò le mani, le sue belle mani che aveva sempre curato, segnate dai tagli e dal sangue. Scappò via. Per strada non c’era nessuno. Si tormentava le mani con le mani, continuando a ripetere “devo andar via, devo andar via”, come una nenia nella testa. Per tutta la vita era questo che aveva voluto: andare via.

Una mattina di settembre uscendo dal portone dell’università, c’era Giada ad aspettarla:
“Allora com’è andata? ”  chiese.
“Trenta” aveva risposto Angela. Era il suo ultimo esame, si sentiva stanca.
Salì in macchina. Giada si mise alla guida. Lungo il tragitto Angela guardò la città dai finestrini, come faceva sempre: i mercati che pullulavano di teste, le vetrine dei negozi belle da guardare, qualche donna anziana che scendeva lentamente gli scalini di una chiesa, gli uomini in abiti scuri e cravatta colorata che si affrettavano davanti alle banche. Chissà se anche per lei prima o poi sarebbe tornato il momento di farsi largo tra la folla. Non riusciva a vedersi. Adesso le dava un senso di pace non esserci nel mezzo.
Quando la macchina si fermò, Angela scese e si avviò da sola. Ormai non c’era più bisogno di Giada alle sue spalle tutte le volte a dire: “Detenuta con permesso speciale”.
Sentì il portone di ferro richiudersi alle sue spalle. Venti passi fino alla vetrata, li conosceva a memoria. Da lì, oltre, stanze e corridoi, corridoi e stanze.
Fece il tragitto fino alla sua cella e si fermò, aspettando che la guardia di turno le aprisse la porta. Poi fu dentro. Il rumore del ferro, della serratura che scatta. Muri protetti. Il suo letto. Un tavolino. Una grata alla finestra dalla quale non si può andare da nessuna parte. E più nessun vento. Scirocco. Umido e appiccicoso.

Ogni inizio è un buon inizio

Coltivare-la-speranza

“Ogni inizio è un buon inizio”. Diceva sempre mia nonna.
E se lo diceva lei che aveva vissuto una guerra e un dopoguerra, ci si può credere. È per questo che oggi penso a lei, Iolanda Ferri, classe 1908, morta qualche anno fa alla bella età di novantotto anni. Sono stati i suoi racconti a insegnarmi la forza, più di ogni altra esperienza, hanno fatto sì che guardassi al pane e agli uomini con rispetto.
Oggi è una bella giornata settembrina, l’aria è pulita perfino in quest’angolo di periferia. Mi appoggio al braccio di mia figlia Eleonora. Per la prima volta mia figlia mi appare come la donna che è diventata. Da adesso in poi non sarò più io a farle le prediche, a ricordarle gli orari e le scadenze, ad arrabbiarmi perché prenda le sue medicine per le influenze o il raffreddore. I ruoli si sono invertiti. Già la sento, apprensiva com’è, lì pronta a osservare ogni mio battito di ciglia. Eppure il pensiero non mi infastidisce, ci sento l’odore dolce della vita che ritorna. Cammino e i miei passi sono incerti, ma è un’incertezza diversa da quella che ho conosciuto in questi lunghi, ultimi mesi. Chissà com’è stato quando ho mosso i primi passi da bambina (chissà chi c’era con me in quel momento, magari c’era proprio lei, nonna Iolanda, non me lo ricordo) perché mi sento un po’ così, come se stessi muovendo i miei primi passi e l’incertezza è il non sapere quale sorpresa mi attende una volta fuori da qui. Devo imparare molte cose ancora di questa malattia, ma di certo non mi priverà più del piacere degli attimi. Per lungo tempo l’ho guardata negli occhi come un’acerrima nemica, lasciando che avvelenasse il tempo, gli affetti e le cose. Non si è presentata, è arrivata e si è impossessata di me. L’ho odiata e maledetta per questo.
Con il passare del tempo però ho capito che stavo facendo il suo gioco, un gioco sporco e crudele. Lei stava attaccando le mie cellule, le putrefaceva, era un animale famelico che aggrediva con precisione decisa, senza sbagliare un colpo. Se volevo combatterla davvero, dovevo diventare sua amica, dovevo stringere un patto di alleanza con la mia malattia, viverci, comprenderla, prevenirne i meccanismi e le intenzioni. C’ero anch’io in quella parte di me devastata, non ero più una ma due, questa è stata la parte più difficile da accettare.
Così io e il mio cancro siamo diventati amici e se le terapie mediche sono stati strumenti di alleanza, la strategia si è dispiegata nel mio cervello: io dovevo uccidere la parte malata di me.
I medici sono convinti che la mia volontà sia stata determinante.
Certo sono stata fortunata, ho avuto il tempo dalla mia parte, altri non lo sono stati altrettanto, il rischio è sempre quello di non arrivare in tempo. E anche per me, all’inizio, sembrava così.

Com’è luminoso il viale stamattina, non ho voluto che Eleonora portasse la macchina all’uscita, volevo camminare a tutti i costi fino al parcheggio. Respirare come sto respirando. In questo momento sono grata a mia figlia per il suo silenzio, forse sta ascoltando i miei pensieri. Sento il suo profumo agrumato. Si è profumata per me. Magari non è così, è solo che come d’abitudine ha spruzzato l’essenza sul collo e sui polsi, senza alcuna intenzione. Ma mi piace pensare lo abbia fatto per me oggi, un gesto d’amore per allontanarmi dagli odori dell’ospedale e farmi sentire la forza degli alberi fioriti al sole, delle zagare bianche, delle foglie lisce e porose.
Mancano ormai pochi passi alle macchina, ce l’ho fatta, tra poco sarò di nuovo a casa. Greta, la mia gatta, impazzirà dalla gioia, e anch’io.
Eleonora mi dice: “Ci siamo, mamma”
L’ospedale è alle mie spalle, non mi volto, guardo i suoi occhi premurosi di giovane donna con dentro la vita che preme e le rispondo:
“Sì, ci siamo”.

 

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