Nuova Yorke

La mattina del 3 luglio 1919 Cesira prese il fagotto, si accertò che i soldi fossero nelle tasche sotto i vestiti e uscì di casa alle quattro e trenta, verso un nuovo destino. Lasciò il portone socchiuso – nella casa tutti dormivano – nessuno avrebbe fatto un affronto a Don Attilio Ceravolo entrando in casa sua. Percorse la strada principale del paese diretta al negozio di Gaspare, ad aspettarla c’era Nicola. Presero un viottolo tra le campagne procedendo rapidi, senza parlare, fino alla casa di Carmine Bonfanti. Là li aspettava il carretto che li avrebbe portati fino a Guadalla, dove avrebbero preso la corriera per Napoli. Man mano che il carretto si mangiava la strada che portava a Guadalla la paura di Cesira cominciò a scemare e cessò un’ora e mezzo dopo, quando salì sulla corriera. A quel punto fu certa che ce l’avrebbe fatta. Era la prima volta che Cesira usciva dal suo paese, non si era mai spinta oltre le quattro case di Cirrisi e quando la corriera partì era ormai giorno. Cesira non badò alla comitiva che sonnecchiava, aveva occhi solo per quel mondo là fuori che vedeva per la prima volta. Accanto a lei era seduto Nicola, pure lui stava lasciando quella terra per sempre. Stavano andando all’America.

Nel paese dov’era nata Cesira, le donne crescevano in casa, imparavano a ricamare e aspettavano che i genitori trovassero u zzitu. Si facevano il corredo con le loro mani e si spostavano da una casa a un’altra: smettevano di essere figlie e diventavano mogli, avevano figli e facevano quello che le madri avevano fatto prima di loro.
Cesira però era nata ribelle e per quei tempi era una cosa grave se eri femmina, peggio di una malattia. Sua madre, Donna Filomena, stava sempre a chiamarla dalle finestre, nera di rabbia, era inviperita con la sorte che le aveva dato una figlia ‘ndomita come un cavallo pazzo, diceva. Diceva pure che non pareva figlia sua, al contrario di Tonia, la seconda figlia, che piccirilla s’era ammalata di poliomelite.  In casa a Cesira la comandavano e basta: Cesira fai questo, Cesira fai quello e lei non sopportava d’essere comandata, tranne quando la mandavano a portare le lenzuola che sua madre lavava per Donna Giulia, la moglie del sindaco. In quella casa si sentiva benvoluta.
Donna Giulia aveva avuto due figli: il più grande, Tonio, era un maschio faticatore che era andato sempre appresso al padre. L’altra era una femminuccia che poverella era volata in cielo di appena due mesi. Si diceva che era morta per colpa di Don Attilio, che a Donna Giulia gli aveva avvelenato il latte nel petto per via delle femmine, che gli piacevano assai. Don Attilio guardava voglioso pure a Cesira, le diceva che stava diventando il fiore più bello di Cirrisi.
Certe notti a Cesira piaceva starsene alla finestra a guardare le stelle, la campagna di notte era magica e silenziosa, piena di profumi. A volte usciva a camminare al buio, fuori c’era aria che le riempiva il petto, dentro invece l’aria le mancava. Di giorno invece andava per i campi, si nascondeva tra l’erba alta e ci passava le ore.  Sentiva la voce di sua madre che chiamava e siccome tanto sapeva che quella sera il padre l’avrebbe curriata, che allora la cinghia usavano, tanto valeva che quella bell’aria se la godesse. Solo là in mezzo si sentiva libera. E lei libera voleva essere.
Successe poi che Cesira si innamorò di Nico, un bracciante povero e senza niente. I primi tempi si incontravano di nascosto all’Addolorata, una chiesetta diroccata nel mezzo della campagna di Vallo. La leggenda diceva che là stavano le anime di morti che per la fame se n’erano partiti per combattere con Garibaldi, ma di loro non era tornato nessuno. Pareva anche che certe notti si sentivano spari e lamenti e nessuno c’andava mai. Cesira a queste dicerie non ci badava, le anime dei morti non le facevano paura, che anzi certe volte erano quelle dei vivi a fargliene. All’Annunziata c’andava per raccogliere i gelsi quando era il tempo. Lì gli alberi erano pieni di frutti e così se ne poteva stare in pace perché tornava con la cesta piena per fare la marmellata che a Tonia piaceva assai, con buona pace di sua madre, che quando tornava con i gelsi buoni per Toniuccia sua non le chiedeva dov’era stata. Le anime dell’Addolorata invece lo sapevano, che per la prima volta dopo cent’anni sorridevano tutte quante a vedere Cesira e Nico, belli e innamorati com’erano. Però Nico si mise in testa che doveva andare all’America, dove si facevano i soldi. Le diceva: “Con le pezze al culo che c’ho ora, tuo padre non mi vorrebbe nemmeno sentire. Invece io parto, vado all’America che c’ho già la fatiga, torno e ti prendo. Altro che sto’ paese che ci lascia solo gli occhi per piangere. Io voglio farti regina. Quando torno ricco, tuo padre niente più mi può dire”.
Voleva andare a Nuova Yorke, dove suo cugino aveva trovato la fatiga. Vero era che il padre di Cesira non l’avrebbe fatta maritare a un bracciante che viveva a Stanizzi  in una casa di pietre e mattoni in mezzo alla campagna dove manco l’acqua c’era. Suo padre diceva che i braccianti erano muli di fatiga, bestie, no uomini. Diceva pure che se le figlie sue si dovevano maritare, si dovevano maritare come si deve, se no se ne potevano rimanere a casa, che mangiare non ne mancava.
Così Nico se ne partì, al paese non aveva nessuno, nella stamberga di Stanizzi c’era rimasto da solo. Come tanti partì solo con la speranza, senza sapere che lo aspettavano quattro settimane di viaggio, ammassato su una nave con altri centinaia d’altri come lui, in mezzo al fetore e agli stracci. La mattina in cui Nico partì, Cesira si svegliò presto, alla finestra si toccava le labbra dove ancora i baci bruciavano. Sentiva l’odore forte e pungente della sua terra e si chiedeva che odore c’era a Nuova Yorke. Cesira non lo sapeva dove si trovava Nuova Yorke, e manco l’America sapeva dov’era, e nemmeno quant’era il mare per arrivarci. Lei il mare non l’aveva visto mai.
Tanti al paese se ne stavano partendo, certi morivano nel viaggio e certi altri che là avevano visto i soldi veri, del paese se n’erano scordati.  “Se Nico non torna mi ammazzo.” Giurò Cesira  davanti al cielo che lo stava vedendo partire dove c’era l’ultima stella della notte che si stava squagliando.
A Donna Filomena in quei giorni sua figlia parve rintronata: era muta, mangiava poco, s’era smagrita. A Cesira diceva che stava diventando brutta e nessuno l’avrebbe voluta, na fimmina senza nu masculu nenti mbali.  Cesira non rispondeva.
Una domenica mattina dopo la messa Donna Giulia avvicinò Donna Filomena e si appartarono facendosi grandi sorrisi. Quando furono a casa Cesira e Tonia sentirono la madre cantare “Tri fimmini a ‘na funtana, una strica e ‘n’atra lava, una prega a santu Vitu, ma nce manda ‘nu bonu maritu, biancu russu e culuritu, comu la faccia de santu Vitu…”.  Era raro che Donna Filomena fosse di buon umore.

Il fatto era che Donna Giulia aveva invitato la famiglia a prendere il caffè perché Don Attilio ci doveva parlare: siccome Tonino, il figlio, era in età di maritarsi e Cesira pure, c’era in ballo una proposta di matrimonio. Cesira quel giorno urlò, che lei mai si sarebbe presa a uno come Tonino, si sarebbe ammazzata piuttosto che sposarsi a quello. Ma la verità è che Cesira mai avrebbe potuto rifiutare il figlio del sindaco. Così quel pomeriggio Donna Filomena fece indossare a tutta la famiglia il vestito delle grandi occasioni e andarono a far visita a Don Attilio.

Era primavera, le notizie dall’America erano lente ad arrivare e invece per Cesira le cose cominciarono ad andare di fretta. Le famiglie si accordarono che a giugno si sarebbe annunciato il fidanzamento ufficiale con una grande festa e poi lei e Tonino si sarebbero sposati a settembre. Nel frattempo Don Attilio disse che Cesira doveva stare a casa loro per conoscere il futuro sposo e prendere possesso della casa in cui era prossima a diventare nuora della padrona. Tonino era una specie di fantoccio, aveva la pelle bruna dal sole dei campi, lo sguardo spento e il naso lungo, non contava niente, era abituato a fare quello che gli comandavano e in fondo era contento che il padre avesse scelto una fimmina bella come a Cesira.
Nel tempo che Cesira passò in quella casa, Donna Giulia le insegnò come comandare la servitù, come trattare i sottoposti che lavoravano sulle loro terre, cosa piaceva a Tonino e cosa a Don Attilio. Le diceva quello che era sconveniente per una donna della sua posizione, chi doveva guardare in faccia e di fronte a chi doveva abbassare lo sguardo in segno di ossequio. Cesira ascoltava, sempre con la testa da un’altra parte. Quella donna era nata padrona, si teneva perfino le corna di Don Attilio, che tutti lo sapevano, e pure lei.
In quella casa Cesira diventò una specie di statua muta, Tonino le sembrava un mammalucco. Solo il pensiero di Nico le accendeva la carne e quando ero vicino a Tonino le prendeva una specie di disgusto come quando assaggi mangiare andato a male.
Il disegno vero di quel matrimonio, Cesira lo scoprì una domenica dopo un pranzo che avrebbe sfamato una decina di famiglie di braccianti là intorno, che in casa di Don Attilio la domenica era giorno di magnificenza a Dio, come diceva Donna Giulia, contenta di distribuire gli avanzi alla servitù per celebrare il rito della sua bontà. Don Attilio quella domenica disse che si doveva ritirare nello studio a guardare certe carte e ordinò che nessuno lo doveva disturbare.
«Cesì – disse prima di lasciare la stanza – il caffè me lo porti tu là
Quando il caffè fu pronto, Donna Giulia ci mise due cucchiaini di zucchero e disse: «Ad Attilio il caffè ci piace dolce Cesì, arricordatillo, tieni, vai
Cesira camminò per il lungo corridoio buio come un condannato. Quella casa la inquietava. Don Attilio nello studio l’aspettava, si bevve il caffè bollente con un sorso solo, avido era quell’uomo, con tutto quello che toccava, pure quando si prendeva il caffè. Cesira riprese la tazzina vuota,  fece per andarmene.
«Aspetta Cesì che ti devo parlar – dietro a quella scrivania era un uomo possente, pareva Dio che là decideva le sorti del mondo – «lo vedo che sei sperduta, che credi? Pari una pecorella, ma qui non c’è nessun lupo che ti vuole mangiare. Tu qua la padrona devi diventare – si alzò, prese la tazza dalle mani di Cesira e la posò sul tavolo – Cesì tu sei una femmina bella e forte e io lo so che Tonino non è il masculo per una femmina come te, è debole, sottomesso, stranito. Ma tu Cesira mia non ti devi preoccupare. Tu solo a me devi rendere conto. Intendi bene e ricordatelo – Cesira si trovò stretta a suo suocero con le labbra sul collo – ancora non puoi sapere quale paradiso ti aspetta, devi pazientare fino al momento giusto, per ora lo puoi solo sentire…. lo senti Cesì? Sentilo, grande e grosso, tutto per te. A una femmina come te questo ci vuole, io lo so e tu lo sai. Lo devi sentire Cesì, perché quando sarà il momento sarai la femmina più felice della terra. E pure io, che da te voglio un masculo come a me. Ora che l’hai sentito, qualche altra volta ti insegno come prenderlo, fino a che non potrai averlo. Vai adesso.»  Don Attilio tornò a sedersi come se niente fosse.
Cesira uscì dalla stanza che si sentiva perduta. A nessuno lo poteva raccontare. Don Attilio non era per il figlio che la voleva, la voleva per sé, e quegli scimuniti della moglie e del figlio lo sapevano pure. Suo padre e sua madre l’avrebbero ammazzata se avesse raccontato quello che era successo, di sicuro l’avrebbero accusata d’essere una bugiarda senza riconoscenza.
Così, diventata la fidanzata di Tonino e la nuora di Don Attilio, Cesira aveva addosso tutti gli sguardi del paese. E diventò una femmina furba.  Niente aveva, se non il fatto che era nata bella e non si voleva arrendere a quel destino. Doveva scappare.
Nico intanto aveva fatto arrivare una cartolina alla rivendita di Don Mico per farle sapere che era sano e salvo dove doveva essere. E lei là voleva andare, a quella Nuova Yorke che tutti dicevano era la speranza.
In casa di Don Attilio si preparavano cose in grande per la festa di matrimonio. Cesira usò tutto il potere di femmina padrona e cominciò a tormentare una serva, Concetta, che aveva dodici anni ed era ottava di dieci figli. Se avesse perso quel lavoro suo padre l’avrebbe ammazzata per i soldi, che ne abbisognava assai, e perché essere cacciata dalla casa di Don Attilio sarebbe stato un disonore. Cesira si vergognò di sé stessa, pregava Dio perché la perdonasse per quel peccato, ma usò Concetta  con la minaccia di cacciarla via: la mandava in giro a cercare aiuto dalle persone giuste per vedere come andare a questa Nuova Yorke.
I soldi li mise insieme più facilmente, a cominciare dall’anello di fidanzamento, che quando Tonino glielo mise al dito nel bel mezzo di una festa in pompa magna, perfino un bacio sulla guancia gli dette. Tutti la videro felice, nessuno sapeva che era perché quell’anello valeva il suo biglietto per l’America. Una femmina a quei tempi doveva diventare forte con l’inganno. Cesira giurò che nessuno, manco Nico, la doveva comandare mai più. Si mostrò contenta per la buona sorte e soprattutto riconoscente con Don Attilio: quando gli portava il caffè gli si accendevano gli occhi come a un pazzo, la toccava dappertutto, impaziente che arrivasse il giorno in cui l’avrebbe presa, che nove mesi dal matrimonio dovevano passare per quel figlio che voleva da lei. Avrebbe potuto chiedergli qualsiasi cosa che lui gliel’avrebbe data. E Cesira chiedeva, più gli prometteva più gli piaceva ed era generoso.
«Cesì – le diceva – tu sì che sei una femmina vera. Mi fai impazzire. Io e te saremo felici, te lo giuro, quando partorirai il figlio mio avrai il regalo più bello, degno di una regina
Pure Nico così le aveva detto, che lei in America come una regina doveva andare e così le carezze di Don Attilio Cesira manco le sentiva, le facevano schifo, ma i regali che ne venivano erano la sua libertà, altro non c’era.

Comunque Nico non si era sbagliato, perché Cesira partì come una regina. Se ne andò dal paese senza lasciare una parola, solo per Tonia le dispiacque, ma quando fu davanti al mare nel porto di Napoli gli occhi non si stancavano di guardare quell’immensità e si sentì piena di coraggio. La nave era impressionante da quanto era grande, come il mare, che quel giorno Cesira vide per la prima volta.
Tre settimane impiegarono, ma quando fu il momento di scendere, in mezzo alla folla sul molo, Cesira il viso di Nico lo vide subito e lo chiamò a gran voce. Pure Nico la vide subito. In quell’istante Cesira si sentì così libera che avrebbe potuto morirne. Una sensazione grande come l’America.

In America Cesira visse una vita lunga, l’unica cosa che le mancò sempre fu l’odore che c’era al suo paese, quello in America non lo trovò da nessuna parte. Al paese non tornò più, ci vollero anni perché si scordassero di lei e dell’affronto che aveva procurato. Don Attilio impazzì come una bestia, che nessuno aveva mai osato sfidarlo, figuriamoci una femmina che l’aveva derubato e raggirato a quel modo.  Ma rimorsi Cesira non ne ebbe mai, nemmeno per suo padre e sua madre, che si portarono addosso il marchio di una figlia indegna.  Nuova Yorke era troppo lontana perché potessero arrivare le loro maledizioni.
Quando arrivò per Cesira il momento di lasciare questa vita, chiamò a sé la figlia Mary e le disse: «Mariuccia mia sono contenta che ti lascio in un mondo dove nessuno ti tratta più come carne di vacca. È legge di natura che i genitori se ne vadano prima dei figli, tuo padre se n’è andato troppo presto e ora che sono stanca sono felice di andare dove c’è lui. Ho lavorato tutta la vita e non mi sono fatta più comandare da nessuno.  Tu vivrai Mariù, è la vita. Ma non te lo scordare, nessuno ti deve comandare, mai. E qualche volta, tornaci tu al paese mio. Prova a sentire l’odore che c’è, di erba tagliata e grano. Sono sicura che è rimasto lo stesso»

Premio Mimosa, Narni, 2016

Motivazioni della giuria
Una ribellione che risolve la vita quando l’ambiente che ti circonda è fermamente intenzionato a riproporre e tramandare l’archetipo della Donna figlia-madre-moglie
sottomessa ai desideri degli uomini, anche quelli più tenebrosi.

Un viaggio verso la luce, l’aria, la libertà, l’amore cercato e scelto. L’autrice si muove con sagacia nel descrivere, scolpendoli, luoghi geografici e sociali in cui l’angustia delle visioni è scardinata dall’entusiasmo di una
gioventù capace di farsi evoluzione, emancipazione e affermazione di un pensiero differente

Ma Leopardi rideva?

E così eccomi a presentare una piccola creatura che ha vinto al Concorso La parola alle donne – Le donne che ridono (Promosso dall’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Noale, VE)

L’ho scritto velocemente seguendo l’idea, o meglio, una fissazione: far amare Leopardi. E credo infatti che più per il suo valore sia piaciuta l’idea. E se per una volta Giacomo ha fatto sorridere, ne sono felice.

giacomoleopardiMa Leopardi rideva?

“Sia benedetto chiunque fosse a farti  ridere in quel modo”.
Rita parlava al telefono e non si era accorta di Francesco alle sue spalle, lui era il tipo che diceva cose così.
“Ridere fa bene Francesco – rispose Rita – la chimica del corpo ne ha bisogno.”
Era un uomo a farla ridere dall’altra parte del filo, ma la cosa più incredibile non avrebbe potuto confessarla a Francesco: non erano le battute a farla ridere, lui era americano, come avrebbe potuto capirlo? Rita conosceva a mala pena un po’ di inglese, ma quell’uomo aveva una risata contagiosa. Bastava che lui ridesse e lei cominciava a fare altrettanto. Una telefonata intercontinentale praticamente per ridere.

Una cosa da adulti scemi, ma a Rita invece questa cosa della risata contagiosa piaceva .
Contagiare di norma è una parola che si usa in medicina: vuol dire trasmettere una malattia a un individuo sano. Qui si trattava di una cosa diversa: trasmettere un beneficio a un individuo malato.
“Chi ha il coraggio di ridere è padrone del mondo”. Diceva Leopardi.  Era così che di solito Rita cominciava a parlare di Leopardi ad adolescenti il cui commento iniziale nella migliore delle ipotesi era: “Oh no, il gobbo sfigato!”. Era  difficile spiegare ai ragazzi che Leopardi, più di ogni altro poeta al mondo, è quello che ha incitato alla felicità. Ecco perché iniziava in quel modo una lezione alla quale aveva sempre tenuto in modo particolare: voleva riuscire a far amare Leopardi tanto quanto lo amava lei.
“Ma voi pensate che una persona dotata della sensibilità di Leopardi non conoscesse il senso della risata o della felicità? Solo gli stupidi possono pensarlo, chi lo conosce poco, o chi non ama vivere, o chi amerebbe vivere ma non vive. Altro che dolore e pessimismo. Leopardi diceva anche: “Ridete franco e forte, sopra qualunque cosa.”  E così Rita spiazzava quegli adolescenti scettici e svogliati . Era un buon inizio.

Così come era rimasta spiazzata lei alla risata al telefono la prima volta che le era venuto da ridere senza motivo.
Certo non avrebbe potuto spiegare a giovani studenti la scoperta che stava cambiando la sua esistenza, anche se i ragazzi sono dei ricettori incredibili. Tu pensi sempre di valutare il loro grado di partecipazione, ma in realtà sono loro che valutano la tua. Quando partecipi ti ascoltano. Quando ti entusiasmi, si entusiasmano. Quando non ti annoi non si annoiano. Quando li ami ti amano.
Ma di certo ai ragazzi non poteva dire che si era  innamorata della risata di un uomo, per giunta per telefono, per giunta dall’altra parte del mondo. Sarebbe stata una follia, quella cosa lei non avrebbe potuto raccontarla a nessuno.
Però i ragazzi si accorsero che Rita aveva una luce diversa, perché quando scrisse la frase alla lavagna e cominciò la sua lezione su Leopardi, nessuno osò commentare, ascoltarono attenti.
Lei quell’uomo poi non lo conosceva, o meglio, non l’aveva mai incontrato, aveva visto solo delle foto.  Era stata Rita stessa, un giorno, che gli aveva chiesto il numero di telefono:  “Per sentire la voce”. Aveva detto.
Un gesto irrazionale, ma a volte sono proprio questi gesti che ti aprono mondi, non fosse altro perché scopri di essere ancora capace di compierli.

La vita col tempo diventa una gabbia di tristezza e consuetudini, tanto che ti dimentichi che forse può ancora accaderti qualcosa di buono, di diverso, qualcosa che ti restituisca a te stessa. Alla spensieratezza di quand’eri bambina. Alla poesia della vita.

Così, un pomeriggio – mentre guardava dietro i vetri un cielo pulito di aprile pensando che era un pezzo che non le sembrava contenesse promesse – d’istinto aveva afferrato il telefono e aveva composto quella lunga sequenza di numeri.
“Hello”. Dall’altra parte la voce dell’uomo era robusta, affabile.
“I am Rita”. Lei riuscì a pronunciare soltanto il suo nome, le parole non venivano, parlare era più difficile che scrivere.
Lui disse qualcosa che lei capì a malapena, ma si sentiva che era contento. E poi rise.
A quella risata qualcosa si spostò nella testa di Rita: era una risata rotonda, pulita, sincera, appassionata. Una rivelazione, raccontava più di mille parole.
Risero, insieme, e quando Rita riattaccò, sentì all’improvviso che alla sua vita mancava un’allegria qualsiasi, una disposizione  a ridere senza una ragione, la disponibilità ad accogliere. C’era un vuoto, creato dalla ripetizione quotidiana di gesti che ti mettono al sicuro da qualsiasi eccesso. Nessun dolore, nessuna gioia.
Cresciamo e diventiamo adulti pensando che il corso dell’esistenza è il normale svolgimento delle mansioni che ti vengono attribuite o che scegli. Anche per l’amore alla fine è così: una scelta responsabile. Ti insegnano che nella vita avviene una volta e una soltanto. Ti dicono che è l’affidabilità, la posizione sociale, magari perfino quella economica, ma nessuno in quella lista ha mai scritto una delle cose davvero essenziali: scansate chi non vi fa  ridere. Se non ridete insieme fatevi delle domande, perché forse non sarete in grado di essere felici. Magari vi accontenterete della serenità e potrà perfino andar bene. Ma sappiate che la felicità è un’altra cosa.
Questo non te lo dice nessuno.  Invece la felicità è un attimo di esplosione in cui ti viene voglia di correre invece che di camminare. E non importa l’età o il momento, se è opportuno o no. Le opportunità si perdono quando si rinuncia. E si sa, la rinuncia è la lezione che più si insegna, soprattutto alle donne.
Di quell’attimo in cui il sole ti brucia dentro e tutta la vita è lì, condensata in un unico istante, non si dice mai niente. Solo ai poeti sta il compito di ricordarlo, come un inutile monito.
Rita si innamorò prima di tutto di quella risata, poi si innamorò di sé stessa e della sua risata. Si piaceva.

“È la diffidenza il nostro peggior nemico ragazzi, quando pensiamo di doverci difendere, quando vediamo il pericolo ovunque. Certo bisogna imparare la cautela, ma poi esistono l’intelligenza  e l’esperienza. Dobbiamo imparare a fidarci, prima di tutto di noi stessi, del nostro istinto, della persona che ci sta accanto, come di quella che vive dall’altra parte del mondo. Perché non sappiamo chi e cosa potrà mai sorprenderci.”

Il giorno in cui Rita fece quella lezione erano i primi di giugno, l’inizio di una stagione che portava promesse. Quel pomeriggio aveva un aereo da prendere. Non aveva detto a nessuno che sarebbe partita. Non le importava cosa stava lasciando e non le importava verso cosa stava andando. Voleva fare quel viaggio.

E mentre sull’aereo socchiuse gli occhi durante il decollo, sentì di aver fatto la cosa giusta. Quando li riaprì era in mezzo alle nuvole: avvertì al centro del petto un senso doloroso di amore per la vita. Ci stava volando in mezzo. Sorrise. Le venne in mente Milani, il ragazzino strafottente sempre pronto a sfidarla con le sue battute:
“Prof, ci racconta tutte ste’ belle parole, ma secondo lei, Leopardi sapeva ridere?”
“Non lo so Milani – pensò Rita guardando le nuvole – non lo so se Leopardi sapesse ridere o meno, se ridesse oppure no. So per certo però che ha detto che L’Infinito è un mare dolce in cui naufragare, un po’ come quello in cui mi trovo in questo istante. So anche che diceva che la felicità è la cessazione momentanea del dolore con il quale si nasce, per natura. E che bisognerebbe far durare quell’attimo di cessazione più a lungo possibile. Questo diceva. Forse quando torno te lo spiego meglio Milani, magari un giorno viaggerai anche tu nell’infinito.

Se torno.
Chissà.”

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