Ma Leopardi rideva?

E così eccomi a presentare una piccola creatura che ha vinto al Concorso La parola alle donne – Le donne che ridono (Promosso dall’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Noale, VE)

L’ho scritto velocemente seguendo l’idea, o meglio, una fissazione: far amare Leopardi. E credo infatti che più per il suo valore sia piaciuta l’idea. E se per una volta Giacomo ha fatto sorridere, ne sono felice.

giacomoleopardiMa Leopardi rideva?

“Sia benedetto chiunque fosse a farti  ridere in quel modo”.
Rita parlava al telefono e non si era accorta di Francesco alle sue spalle, lui era il tipo che diceva cose così.
“Ridere fa bene Francesco – rispose Rita – la chimica del corpo ne ha bisogno.”
Era un uomo a farla ridere dall’altra parte del filo, ma la cosa più incredibile non avrebbe potuto confessarla a Francesco: non erano le battute a farla ridere, lui era americano, come avrebbe potuto capirlo? Rita conosceva a mala pena un po’ di inglese, ma quell’uomo aveva una risata contagiosa. Bastava che lui ridesse e lei cominciava a fare altrettanto. Una telefonata intercontinentale praticamente per ridere.

Una cosa da adulti scemi, ma a Rita invece questa cosa della risata contagiosa piaceva .
Contagiare di norma è una parola che si usa in medicina: vuol dire trasmettere una malattia a un individuo sano. Qui si trattava di una cosa diversa: trasmettere un beneficio a un individuo malato.
“Chi ha il coraggio di ridere è padrone del mondo”. Diceva Leopardi.  Era così che di solito Rita cominciava a parlare di Leopardi ad adolescenti il cui commento iniziale nella migliore delle ipotesi era: “Oh no, il gobbo sfigato!”. Era  difficile spiegare ai ragazzi che Leopardi, più di ogni altro poeta al mondo, è quello che ha incitato alla felicità. Ecco perché iniziava in quel modo una lezione alla quale aveva sempre tenuto in modo particolare: voleva riuscire a far amare Leopardi tanto quanto lo amava lei.
“Ma voi pensate che una persona dotata della sensibilità di Leopardi non conoscesse il senso della risata o della felicità? Solo gli stupidi possono pensarlo, chi lo conosce poco, o chi non ama vivere, o chi amerebbe vivere ma non vive. Altro che dolore e pessimismo. Leopardi diceva anche: “Ridete franco e forte, sopra qualunque cosa.”  E così Rita spiazzava quegli adolescenti scettici e svogliati . Era un buon inizio.

Così come era rimasta spiazzata lei alla risata al telefono la prima volta che le era venuto da ridere senza motivo.
Certo non avrebbe potuto spiegare a giovani studenti la scoperta che stava cambiando la sua esistenza, anche se i ragazzi sono dei ricettori incredibili. Tu pensi sempre di valutare il loro grado di partecipazione, ma in realtà sono loro che valutano la tua. Quando partecipi ti ascoltano. Quando ti entusiasmi, si entusiasmano. Quando non ti annoi non si annoiano. Quando li ami ti amano.
Ma di certo ai ragazzi non poteva dire che si era  innamorata della risata di un uomo, per giunta per telefono, per giunta dall’altra parte del mondo. Sarebbe stata una follia, quella cosa lei non avrebbe potuto raccontarla a nessuno.
Però i ragazzi si accorsero che Rita aveva una luce diversa, perché quando scrisse la frase alla lavagna e cominciò la sua lezione su Leopardi, nessuno osò commentare, ascoltarono attenti.
Lei quell’uomo poi non lo conosceva, o meglio, non l’aveva mai incontrato, aveva visto solo delle foto.  Era stata Rita stessa, un giorno, che gli aveva chiesto il numero di telefono:  “Per sentire la voce”. Aveva detto.
Un gesto irrazionale, ma a volte sono proprio questi gesti che ti aprono mondi, non fosse altro perché scopri di essere ancora capace di compierli.

La vita col tempo diventa una gabbia di tristezza e consuetudini, tanto che ti dimentichi che forse può ancora accaderti qualcosa di buono, di diverso, qualcosa che ti restituisca a te stessa. Alla spensieratezza di quand’eri bambina. Alla poesia della vita.

Così, un pomeriggio – mentre guardava dietro i vetri un cielo pulito di aprile pensando che era un pezzo che non le sembrava contenesse promesse – d’istinto aveva afferrato il telefono e aveva composto quella lunga sequenza di numeri.
“Hello”. Dall’altra parte la voce dell’uomo era robusta, affabile.
“I am Rita”. Lei riuscì a pronunciare soltanto il suo nome, le parole non venivano, parlare era più difficile che scrivere.
Lui disse qualcosa che lei capì a malapena, ma si sentiva che era contento. E poi rise.
A quella risata qualcosa si spostò nella testa di Rita: era una risata rotonda, pulita, sincera, appassionata. Una rivelazione, raccontava più di mille parole.
Risero, insieme, e quando Rita riattaccò, sentì all’improvviso che alla sua vita mancava un’allegria qualsiasi, una disposizione  a ridere senza una ragione, la disponibilità ad accogliere. C’era un vuoto, creato dalla ripetizione quotidiana di gesti che ti mettono al sicuro da qualsiasi eccesso. Nessun dolore, nessuna gioia.
Cresciamo e diventiamo adulti pensando che il corso dell’esistenza è il normale svolgimento delle mansioni che ti vengono attribuite o che scegli. Anche per l’amore alla fine è così: una scelta responsabile. Ti insegnano che nella vita avviene una volta e una soltanto. Ti dicono che è l’affidabilità, la posizione sociale, magari perfino quella economica, ma nessuno in quella lista ha mai scritto una delle cose davvero essenziali: scansate chi non vi fa  ridere. Se non ridete insieme fatevi delle domande, perché forse non sarete in grado di essere felici. Magari vi accontenterete della serenità e potrà perfino andar bene. Ma sappiate che la felicità è un’altra cosa.
Questo non te lo dice nessuno.  Invece la felicità è un attimo di esplosione in cui ti viene voglia di correre invece che di camminare. E non importa l’età o il momento, se è opportuno o no. Le opportunità si perdono quando si rinuncia. E si sa, la rinuncia è la lezione che più si insegna, soprattutto alle donne.
Di quell’attimo in cui il sole ti brucia dentro e tutta la vita è lì, condensata in un unico istante, non si dice mai niente. Solo ai poeti sta il compito di ricordarlo, come un inutile monito.
Rita si innamorò prima di tutto di quella risata, poi si innamorò di sé stessa e della sua risata. Si piaceva.

“È la diffidenza il nostro peggior nemico ragazzi, quando pensiamo di doverci difendere, quando vediamo il pericolo ovunque. Certo bisogna imparare la cautela, ma poi esistono l’intelligenza  e l’esperienza. Dobbiamo imparare a fidarci, prima di tutto di noi stessi, del nostro istinto, della persona che ci sta accanto, come di quella che vive dall’altra parte del mondo. Perché non sappiamo chi e cosa potrà mai sorprenderci.”

Il giorno in cui Rita fece quella lezione erano i primi di giugno, l’inizio di una stagione che portava promesse. Quel pomeriggio aveva un aereo da prendere. Non aveva detto a nessuno che sarebbe partita. Non le importava cosa stava lasciando e non le importava verso cosa stava andando. Voleva fare quel viaggio.

E mentre sull’aereo socchiuse gli occhi durante il decollo, sentì di aver fatto la cosa giusta. Quando li riaprì era in mezzo alle nuvole: avvertì al centro del petto un senso doloroso di amore per la vita. Ci stava volando in mezzo. Sorrise. Le venne in mente Milani, il ragazzino strafottente sempre pronto a sfidarla con le sue battute:
“Prof, ci racconta tutte ste’ belle parole, ma secondo lei, Leopardi sapeva ridere?”
“Non lo so Milani – pensò Rita guardando le nuvole – non lo so se Leopardi sapesse ridere o meno, se ridesse oppure no. So per certo però che ha detto che L’Infinito è un mare dolce in cui naufragare, un po’ come quello in cui mi trovo in questo istante. So anche che diceva che la felicità è la cessazione momentanea del dolore con il quale si nasce, per natura. E che bisognerebbe far durare quell’attimo di cessazione più a lungo possibile. Questo diceva. Forse quando torno te lo spiego meglio Milani, magari un giorno viaggerai anche tu nell’infinito.

Se torno.
Chissà.”

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