Mi sono messo nei tuoi panni

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Mi sono messo nei tuoi panni. Ieri sono andato al supermercato e ho comprato un secchio nuovo, quello che c’era in terrazza era ormai un rottame,  roso dal caldo e dal sole di quest’estate.
Ho anche comprato uno straccio e un detersivo disinfettante, almeno così dice l’etichetta. Non potendo disinfettare il sangue nel quale ancora circola la vita di ieri , ho pensato che era l’ora di lavare questi pavimenti che calpesto ogni giorno da quando te ne sei andata.
Ho anche messo le lenzuola pulite al letto, dopo quasi due mesi.
Non l’avevo fatto perché speravo tu tornassi e sapevo che sarebbe stata la prima cosa che tu avresti fatto. Avresti messo tutto in lavatrice e li avresti stesi al sole e nel letto la notte ci sarebbe stato profumo di fresco e di pulito.
Ma non sei tornata.
Così mi sono armato di pazienza e l’ho fatto, devo dire decentemente. Ho anche aggiunto una coperta, che qui la notte comincia a essere più freddo. L’ho trovata in garage, in una cassapanca, c’erano certe strisce sparse qua e là che odoravano vagamente di lavanda.
Sono tante le cose che devo cercare, ero convinto di avere tutto sotto controllo, ma ci sono mille piccole cose delle quali non m’importava e che adesso mi accorgo sono necessarie.
E pensare che tra i due eri tu quella distratta, la smemorata. Non trovavi mai niente, dimenticavi dove avevi lasciato le chiavi, le carte di credito, gli occhiali. Io ero l’antidoto alla tua distrazione. Perfino le medicine dimenticavi di prendere.
Mi sembrava fosse questo il senso della vita a due, quando con il tempo si diventa l’uno il supporto dell’altro. Ma la vera questione è che pensavo di essere io a guidare la baracca. La mia, la tua, la nostra vita.
Adesso mi guardo intorno e tutto è capovolto. Ogni regola, ogni abitudine, ogni sentimento è sovvertito, costretto come sono a misurarmi con una prospettiva fatta di solitudine e di vuoto.
Stamattina, ad esempio, ho fatto la doccia. Mi sto sforzando di tenere pulito, ma i bordi stanno diventando neri, ho notato lingue di calcare che si stanno allungando minacciose lungo tutto il perimetro. Le pareti sono un mosaico opaco di gocce che lasciano implacabili le tracce del loro passaggio. Tu lo dicevi sempre. Io non sopportavo che nei fine settimana tu sprecassi il tempo in quelle pulizie idiote. Rispondevi che qualcuno doveva pur farlo. Ribattevo che nessuno lo chiedeva.
Adesso risento la tua voce “Se non lo facessi più – dicevi – forse ti accorgeresti che qualcuno lo deve pur fare.”

Avevi ragione. Adesso mi accorgo della differenza. Quelle macchie odiose danno la misura dei giorni che passano. Dell’ingiuria del tempo. Sto facendo del mio meglio per non lasciare andare tutto in malora.
In cucina con le pulizie ho maggiori difficoltà, forse per via dell’uso, visto che devo mangiare almeno due volte al giorno. Al supermercato ho anche comprato un detersivo sgrassante. L’ho usato, ieri, non risplende come promette la pubblicità ma quanto meno – dopo aver sommato nelle ultime settimane incrostazioni e patacche – è pulito.
Un po’ come il cuore, il mio. Almeno è quello che ho pensato strofinando le chiazze di caffè, le gocce di sugo rosso di pomodoro, il bianco latteo dell’acqua dopo che c’hai cotto il riso. È sorprendente ci siano preparati chimici che dosati in piccola quantità su spugnette abrasive possano cancellare qualsiasi cosa. Sarebbe così difficile inventare qualcosa di simile anche per gli esseri umani con il nostro livello di progresso?
Lo so, nel mondo scoppiano bombe all’improvviso, ci sono bambini in mezzo alle guerre, ho perso amici spazzati via dal cancro. Insomma, c’è di peggio. Io sono vivo, e almeno fisicamente sto bene.
Solo che è dura svegliarsi ogni giorno e prepararsi a una quotidiana resa dei conti. Lo ammetto, non ero preparato a tutto questo. Le foto, ad esempio. Sono là dove sono sempre state, eppure basterebbe nasconderle, levarle di torno. Io invece non ho cambiato di un millimetro la disposizione degli oggetti. È tutto lì esattamente dove stava. A parte la polvere, quella sì sta cambiando l’aspetto delle cose. Però la polvere non mi dispiace, è come se pulviscolo dopo pulviscolo si depositasse ovunque, con leggerezza. Arriva a coprire ogni cosa e la protegge, la pone in uno stato di attesa.
Anche per questo tengo le finestre chiuse, perché l’aria non la sposti. Sì. Le finestre è bene siano chiuse. E’ così che proteggo la polvere, la mia vita, la tua.

Perché tu torni. Lo so che torni.

18 gennaio

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Nemico di classe, The Kitchen Company

Oggi avrei voluto scrivere una pagina dedicata al maiale, ovvero di una lezione in cui sono stata io a imparare qualcosa. Poi mi sono imbattuta nella notizia di una dodicenne che ha tentato il suicidio (per fortuna con conseguenze non gravi) perché – pare – vittima di bullismo.
La ragazzina in questione mancava a scuola per un’influenza da una settimana e al momento del ritorno il malessere è stato più forte: ha scritto un biglietto ai genitori con il quale chiedeva scusa senza spiegazioni e un biglietto per i compagni dove aveva scritto  “Adesso sarete contenti”.
Naturalmente nessuno si era accorto di niente: la scuola si difende, nessuna avvisaglia, in apparenza nessun segnale. Men che meno la famiglia.
In queste circostanze sono sempre tormentata dai dubbi: è già difficile per un adulto concepire l’idea di togliersi la vita, scegliere un modo di morire, scrivere messaggi da lasciare. È già meno concepibile per un adolescente, ma ci sono ragazzi che hanno sensibilità che sfuggono alla dimensione di quella che definiamo  normalità. Ma una ragazzina di dodici anni è poco più di una bambina e per una bambina un gesto simile è del tutto innaturale.
Quindi, mi permetto di dire, a qualcuno qualcosa è sfuggito, come quasi sempre in queste situazioni. Eppure la Dirigente si è affrettata a dire che a scuola esiste anche un servizio di sportello “ma la ragazza non si era mai rivolta al servizio”.
Forse proprio perché è un “servizio” cara signora. Siamo oramai abituati a pensare tutto in termini di offerta e fruizione dell’offerta. Se il servizio c’è e non si usa vuol dire che il problema non c’è e questo ci lava la coscienza.
È difficile oggi fare i genitori, ma ahimè va anche detto che è un mestiere che si sa fare sempre meno. In un’epoca in cui tra genitori e figli esiste apparentemente più dialogo e apertura, i figli sfuggono e spesso si perdono, in assenza di un qualsiasi punto di riferimento autorevole.

A provocarmi comunque rabbia bollente è stata la dichiarazione del politico di turno: la senatrice del Pd Elena Ferrara, prima firmataria di un disegno di legge “a prevenzione e contrasto del cyber bullismo” con i toni di chi di fronte al morto dichiara guerra nazionale per farlo tornare vivo.
Ben venga la legge, ma perché non potete rinunciare ai vostri cinque minuti di notorietà di fronte a qualsiasi disgrazia?
Sono almeno dieci anni che ne sento parlare, ma si vede che non è considerata priorità e il fatto che se ne parli solo quando emerge il fattaccio in una qualsiasi pagina di cronaca rende la cosa ancora più vergognosa.
Ma non è questo soltanto. Mi disturba il fatto che si intervenga sempre sulle conseguenze, mai sulle cause.
Perché allora non diciamo che a scuola dovremmo essere messi in condizioni di operare sul serio sul disagio? Che non c’è bisogno di leggi speciali e provvedimenti speciali ma magari di qualche seria formazione (anziché centinaia di ore in perdite di tempo) e di classi con un numero DECENTE di alunni?
Perché a nessuno viene in mente che con queste nuove assunzioni anziché inventarsi termini nuovi come ORGANICO DI POTENZIAMENTO (per potenziare cosa nessuno l’ha ancora capito) si potrebbero eliminare le classi pollaio dove qualunque insegnante, anche il più preparato e volenteroso, non è in grado di agire efficacemente?
Perché non ci togliete di torno la burocrazia che ci obbliga e ci opprime e ci svena l’energia e ci mettete in condizioni di realizzare davvero quello che in una scuola si dovrebbe fare, ovvero insegnare e apprendere in serenità e autonomia?

Ho lavorato per anni con colleghi meravigliosi, con i quali abbiamo condiviso decine di successi scolastici in casi difficili, a volte disperati. E ho imparato che è l’ambiente la chiave del successo: insegnanti in grado di confrontarsi e condividere pratiche comuni, luoghi familiari che i ragazzi devono poter frequentare volentieri, arrivando al mattino non con il ghigno del “mi tocca” ma con la spinta del “sono contento di essere qui”. Non ci vuole poi molto, ve l’assicuro. I ragazzi non imparano per imposizione, ma per emulazione.

Ricette semplici.
Stamattina, ad esempio, ho finito di leggere in classe (per me forse per la decima volta) Io non ho paura di Ammaniti. Libro integrale (non pezzetti insulsi da antologia) letto ad alta voce. Romanzo efficacissimo a scuola; ebbene, quando alla fine ti senti una cinquantina di occhi addosso e il fiato sospeso vorresti uscire e chiamare quel collega titolato dalla gerarchia che senza bussare ti apre spesso la porta perché ha sentito “chiasso”. Guardali adesso e non quando, mentre lavorano a gruppi, succede che ci sia “chiasso” (vorrei anche dirgli che ora mi hanno detto si chiama cooperative learning, ma si faceva anche prima che lo chiamassero così, almeno io l’ho sempre fatto).

Ricette semplici, perché quando – altro esempio – al trentacinquesimo compito su Pascoli, realizzi che adolescenti tecnologici sono tutto sommato affascinati e accattivati non da quella cosa patetica della Cavallina Storna, ma dal simbolo, dal suono, dalle sinestesie (e diciamole pure queste parolacce) dalla ricerca dei significati della poesia, e questo accade, ad esempio, in un professionale e  non un classico… ancora crediamo che l’Invalsi e il libro digitale e le certificazioni delle competenze e gli sportelli e i recuperi (e mi fermo) siano la risposta?
C’è fame, ma di poesia, e di pensiero. Bisogno di plasmare intelletti e sensibilità. Magari  ci sarebbe anche meno bullismo.
Aggiungiamo anche luoghi più sicuri e più piacevoli in cui stare.
Ricette semplici. Semplici. Maledizione.

La foto è tratta da uno spettacolo teatrale che tutti gli insegnanti dovrebbero vedere come aggiornamento. Nemico di classe, messo in scena da The Kitchen Company 

 

La favola del vecchio e del nuovo

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“Vi prego, lo lascio a voi, abbiatene cura. È giovane e inesperto”
“Non preoccupatevi per me, io so cavarmela. Piuttosto è a lui che dovete pensare. È stanco.”
Era così che il vecchio e nuovo, secondo un antico cerimoniale, si disputavano l’attenzione.
Mentre discutevamo con toni cerimoniosi, passò di lì un giovane. Alzò gli occhi dal cellulare, si tolse le cuffie, mosso dalla curiosità . Si fermò qualche secondo, giusto il tempo per concludere che i due stavano facendo inutili chiacchiere.
“Fatela finita checcazzo! – sbottò senza troppi complimenti – giocatevela a poker e affidatevi alla sorte”. Scrollò le spalle e se ne andò.
“A poker? – disse il vecchio – io non ho mai imparato il poker, forse ha ragione, avrei dovuto. Ora per me è tardi per imparare.”
“Se è per questo non potrei neanch’io. Non so neanche cos’è il poker! Però se lei non l’ha imparato allora vuol dire che non era una cosa utile.” Disse il nuovo.
Giunse una donna, aveva lo sguardo malinconico, lunghi capelli e un vestito celeste. Guardò prima il vecchio, poi il nuovo e infine disse:
“Io vi amo entrambi. Il figlio più grande non è diverso da quello più piccolo. Io non potrei mai scegliere di chi avere maggior cura.” Così detto fece una carezza prima al vecchio poi al nuovo e passò oltre.
Il vecchio e il nuovo si guardarono in silenzio e in quell’istante si sentirono figli di una stessa madre, dunque fratelli.
“Ha ragione la donna – disse il vecchio – non c’è differenza tra noi. Dobbiamo restare uniti.”
“Eh no! C’è, c’è eccome – si intromise la voce di un uomo canuto giunto da chissà dove – tu sei vecchio e lui no. Le vostre direzioni sono inconciliabili. C’è un solo punto di incontro, ma non fatevi illusioni, dura un attimo. E in quell’attimo anche il giovane diventerà subito vecchio. Fareste meglio a salutarvi in fretta. Siete destinati a separarvi per sempre.”
Il vecchio mestamente si voltò e all’improvviso comprese che aveva sulle spalle un peso insopportabile, segno che per lui stava arrivando la fine. Il giovane lo guardò e comprese come doveva sentirsi, lui al contrario era così leggero che avrebbe potuto volare. E forse per questo aveva paura di essere lasciato solo.
Fu proprio in quel momento che arrivò un bambino.
“Perché siete così tristi? – Chiese.
“Perché stiamo per separarci per sempre.” Disse il nuovo.
“E perché dovete separarvi per sempre?” continuò il bambino.
“E’ la legge del tempo”. Rispose il vecchio.
“E cos’è la legge del tempo?”. Fece eco il bambino.
“Sei troppo giovane per capire. La conoscerai anche tu, ma a tempo e luogo dovuti.” Concluse il vecchio.
“Va bene, non posso imparare la legge del tempo, ma se siete tristi un rimedio c’è. Io quando sono triste faccio un gioco. Dunque perché non giocate per rallegrarvi? Ecco, prendete queste – tirò fuori dalle tasche due maschere – indossatele e prendetevi per mano. Poi fate un girotondo e cantate. “
Il bambino mise al vecchio la maschera del nuovo e al nuovo la maschera del vecchio.
“Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prendervi non potrà.” Canticchiò il bambino allontanandosi.
“Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prenderci non potrà.” Cominciarono a cantare il vecchio e il nuovo girando in tondo. Presero a ridere, a saltellare e a canticchiare. Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prenderci non potrà.

Forse con le maschere l’attimo traditore di cui aveva parlato poco prima l’uomo canuto, non riconoscendoli, li avrebbe lasciati in vita entrambi? O forse avrebbero potuto davvero scambiarsi le destinazioni, così che il vecchio andasse verso il nuovo e il nuovo verso il vecchio? Ma se così fosse stato, il vecchio sarebbe stato in grado di percorrere il sentiero del nuovo con lo stesso entusiasmo? E il nuovo, sarebbe stato giusto farlo soccombere e condannarlo prima ancora di esistere?
Nella danza che il bambino aveva indicato come rimedio, per il vecchio e il nuovo non c’era più posto per le domande. Ballavano, bevevano e si stordivano. Non si capiva più dove finisse la malinconia e iniziasse l’allegria, la felicità e l’infelicità, la gioia e l’amarezza. Chi fosse l’uno e chi fosse l’altro. Tutto si era mescolato.
Nessuno avrebbe potuto dire chi fosse il vecchio e chi fosse il nuovo.
E in quella baldoria che faceva bene a entrambi non si accorsero che sotto i colpi dei loro passi di danza c’era qualcosa che stava morendo.
Il vecchio e il nuovo nella frenesia di sopravvivere entrambi senza cedere l’uno il passo all’altro, indossando i panni mascherati di Ieri e del Domani, stavano uccidendo Oggi.
Senza neanche essersi accorti della sua presenza.

 

(Buon Anno a tutti)

28 novembre

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Miseria e Nobiltà

Ora di buco, sala insegnanti. Oggi sono arrivati i neo immessi in ruolo della fase C, hanno facce felici di chi finalmente ce l’ha fatta. Parlano molto, soprattutto una, danno l’impressione di voler dare il segno che sperano di collaborare, per questo si presentano a tutti i colleghi. Si vede che temono di finire a fare i tappabuchi, anche se aver firmato il contratto li rende euforici.

Quando ho firmato il mio di contratto è stato uno dei giorni più brutti della mia vita, ma era per faccende personali, comprendo perfettamente il loro stato d’animo: uscire da uno stato di precarietà è qualcosa che ti fa assomigliare a un animale che trova casa dopo aver combattuto nella foresta.

Tuttavia io all’indomani della firma del contratto sapevo cosa avrei fatto: ovvero quello che avevo fatto negli ultimi sedici anni, insegnare italiano e storia. Per loro è diverso: nessuno sa ancora come esattamente verranno utilizzati (pessima espressione) questi insegnanti. Loro hanno parlato molto di progetti, ma ho imparato a temere molto questa parola, che spesso poi si rivela necessità di contenuti a costo zero, anche se non ho osato dirlo. Sarebbe stato fuori luogo.

Seduto in angolo stava il professore in uscita, cioè il collega che andrà in pensione.  Mi dice sempre che ormai non vede l’ora, che la scuola che lascia non è quella che ha sempre pensato di contribuire a costruire e quindi lascia senza rimpianti.

Tra l’entusiasmo di questi nuovi insegnanti che non la smettono di chiacchierare, di chiedere, di parlare e la quieta rassegnazione dell’insegnante che gli dà il benvenuto dicendo loro che è felice che ci siano persone giovani e motivate, io mi sento nel mezzo, assalita da una strana malinconia. Sento di non appartenere né a una parte né all’altra. Sento di non essere né vecchia né giovane.

Sento più che altro, come la gran parte delle volte, che da questa parte del muro sono a disagio perché per me la scuola sono le aule con i ragazzi, qualsiasi cosa ci sia fuori mi pone dubbi e interrogativi, spesso mi dà tristezza. Quella con gli alunni è una sfida che affronto tutti i giorni come se fosse nuova sempre, perché non sai mai quello che capiterà. Devi essere malleabile, duttile, pronta a passare dall’acciaio allo stato liquido in un nanosecondo e viceversa. Almeno per come lo intendo io.

Invece con i colleghi ormai sono un pesce fuori dall’acqua. Mentre ascolto mi sovviene un’immagine che mi ha colpito, due giorni fa, durante il collegio. Una collega solerte che si alza e rammenta alla dirigente che la scheda di valutazione dei ragazzi che sta proiettando sul grande schermo è frutto della suo lavoro la sera precedente, il che equivaleva a dire

A) che noi stavamo approvando una cosa uscita dalla mente di un’insegnante quando siamo un centinaio e passa

B) che le modifiche apportate alla scheda erano quelle sollecitate dalla dirigente, per cui la collega con solerzia le faceva notare che le aveva accolte. Quando si dice la piaggeria.

Niente di male, accade, ma sono cose che mi lasciano perplessa, una sorta di corsa all’oro che è vero, c’è sempre stata, ma da quando hanno dato il via sta aumentando in modo esponenziale in velocità e in modalità, quasi stia lì la garanzia di successo. Di cosa poi  devo ancora capirlo.

Do comunque il benvenuto ai nuovi colleghi, ma non so, ho come la brutta sensazione che ancora una volta si comincia a costruire la casa dal soffitto, quando le fondamenta stanno marcendo. Un po’ come la scala di sicurezza che stanno costruendo davanti alla mia aula: solida, in ferro e con l’ascensore. Peccato che dentro i muri siano a pezzi, gli alunni sono in sovrannumero rispetto alle dimensioni delle aule, le lavagne sono vecchie e consunte, attaccate coi fil di ferro. Gli insegnanti hanno firmato per avere un pennarello da usare alla lavagna che deve bastare tutto l’anno, altrimenti che se lo ricomprino.

La Buona Scuola è lì, nell’orizzonte sorridente di queste facce giunte oggi, di sabato.

Per fortuna, almeno per quel che mi riguarda,  mi salva il fatto che quando entro in classe l’alba è passata e il mio orario di lavoro finisce sempre prima di qualsiasi tramonto.

 

Il presepe, l’albero, i canti natalizi e lo specchio deformante

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Da  bambina quando mio padre tirava fuori le assi di legno dal ripostiglio, quello era il segnale. Significava: è giunta l’ora di fare il presepe. Et voilà, iniziava il divertimento. L’architettura del presepe variava a seconda della stanza dove si decideva di posizionarlo e dallo spazio che quindi poteva prendere. Era sempre  grande, con strade, case, luci e ruscelli. Ed era sempre bellissimo, vuoi perché mia madre andava sempre a Catanzaro a comprare pastori, case, pecore e galline, oppure  palline di vetro soffiato per l’albero molto particolari (c’erano Yoghi e Bubu, la Lavanderina e Calimero, la navicella spaziale e Armstrong astronauta,  un numero imprecisato di variopinte cicogne a clip, i moschettieri e via discorrendo). L’albero era sempre incorporato al presepe. La seconda fase erano le scintille che io e mio fratello accendevamo davanti al presepe, la terza gli zampognari per le strade e nelle case. Ed era Natale.

Io sono felice di aver vissuto in una casa così, con l’odore di torrone e bucce di mandarino. I miei erano cattolici, ma in tutte le case, anche in quelle di atei o non praticanti il presepe e l’albero per lo più c’erano. E nessuno se ne faceva un problema.

Ora invece  sembra che la realtà debba sempre riflettersi in uno specchio deformante per cui diventa o si fa diventare qualcosa che non è, tipo quando una è magrissima e lì si vede grassa o viceversa.

Leggo che un preside si è dimesso per le polemiche che hanno fatto infuriare i genitori (e conseguente eco avuto sulla stampa) perché aveva deciso non ci sarebbero stati canti di natale a scuola per non urtare ragazzi di altre fedi religiose.

A parte che non si dimette un preside neanche se taglia la testa di un insegnante (ovvero esistono cose ben più gravi nelle scuole, soprusi compresi) ma questo –  perdonatemi –  cretino, non aveva niente di meglio per mettersi in mostra?

Ovviamente come non farsi mancare poi le polemiche politiche, in particolare quelle che non perdono occasione di strumentalizzare, come si dice, ogni cacatina di mosca?

Io il racconto del natale più bello l’ho ascoltato da due bambini molto piccoli, in Svizzera, durante una passeggiata in montagna. Quei bambini così piccoli conoscevano tutto della vita di Gesù, dalla sua nascita alla sua morte, parlavano della grotta in cui era nato, cosa aveva predicato e perché, avendo riscattato i poveri, fu crocefisso, compreso i “mandanti” di quella condanna. Mentre camminavano mi raccontarono un sacco di cose anche sulla Madonna e San Giuseppe,  tra storia vera e storia religiosa.

Ebbene, quei bambini erano figli di genitori atei e sfido chiunque a trovarne di così consapevoli che siano figli di genitori cattolici.

Il presepe, ad esempio, non è solo una tradizione cattolica, è un’arte. Ci sono in giro per l’Italia artigiani che per Natale nelle chiese, nelle scuole, nelle grotte naturali, nei vicoli dei paesi costruiscono vere e proprie opere d’arte. Che vogliamo fa’? Fermi tutti che è politicamente scorretto??

Ma ci faccia il piacere, diceva Totò….. mh250w

Io da adulta ripenso con serena nostalgia e gratitudine ai natali nella mia famiglia, eppure sono cresciuta lo stesso profondamente laica, nel pieno rispetto delle persone. Mia madre era una che aveva fatto la quinta elementare ma chiunque tu portassi a casa era benvenuto, l’accoglienza stava nella sua sensibilità e quindi nella sua cultura. Negli ultimi anni della sua vita era “cliente” di tutti i magrebini che vendevano per strada e spesso ne conosceva le storie.

E quei bambini di cui ho raccontato poc’anzi, sono figli di mio fratello, ateo, la cui madre è bravissima a raccontare loro le storie e la Storia.

È la conoscenza l’unico rimedio che abbiamo contro il pericolo dell’ignoranza, che produce danni ben più gravi delle dimissioni di un preside e dei mancati canti di natale dei bambini che peraltro, si sa, imparano soprattutto per emulazione.

 

 

21 novembre

 

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Ho iniziato a scrivere questo diario senza un preciso obiettivo, giusto per raccontare cosa avviene o può avvenire dentro aule scolastiche, perché non se ne parla così com’è.

Queste pagine hanno acquisito per strada un loro perché anche in virtù del fatto che sono seguite, la qual cosa spero sia dovuta proprio all’interesse che può suscitare scrivere e parlare di scuola in maniera diversa.
Certo sono spesso animata da una vena polemica, ma ciò è dovuto al tentativo di mostrare quanto sia diverso ciò che all’interno delle classi succede e ciò che esiste all’esterno, perché è difficile parlare di scuola e interrogarsi sulla bontà degli interventi legislativi che non incidono – il più delle volte – sulla vita della scuola e sui suoi reali bisogni.

Arriviamo così al racconto di oggi.  E rispetto all’ultima pagina si cambia registro. Per motivi di riservatezza diremo che ciò che raccontiamo è accaduto all’insegnante x, nella scuola y, con un dirigente k.
Cominciamo dai fatti: l’insegnante x per motivi personali prende un giorno di permesso. Accade che lo stesso insegnante – per una coincidenza occorsa anche in virtù di un forte stress al quale si è sottoposto per il poco tempo richiesto per svolgere ciò che aveva necessità di fare – il giorno dopo ha un malore.
Avverte la scuola che è impossibilitato a recarsi al lavoro. Non chiama un medico curante (che di questi tempi come sappiamo difficilmente effettuano visite a domicilio) e decide di recarsi dallo stesso nel pomeriggio anche per verificare la causa di quel malore.
Come sappiamo in caso di richiesta di visita fiscale bisogna rispettare le fasce di reperibilità. Ma, come ha fatto altre volte, l’insegnante x si reca dal medico alle ore quattro con l’intenzione di farsi comunque rilasciare l’attestazione di presenza nel suo studio.
Alle cinque al domicilio si presenta la visita fiscale. Gli viene riferito che l’insegnante x  è dal medico e già sulla via del ritorno. Ma il medico fiscale non aspetta, avverte si faccia fare il certificato necessario dal medico.
Così il giorno dopo a scuola l’insegnante x si reca in segreteria per regolarizzare la sua richiesta di malattia e presentare il certificato che attesta la presenza nell’ambulatorio in orario di visita fiscale.
Purtroppo commette un errore: invece di allegare quel certificato, allega la richiesta di analisi (stesso foglietto bianco) prescritte dal medico.
Il giorno dopo, mentre fa lezione, un custode avverte l’insegnante x che deve presentarsi presso la segreteria per comunicazioni urgenti.
Così l’insegnante si reca presso gli uffici dove gli viene consegnata una busta chiusa più grande contenente comunicazioni riservate e una più piccola.
La apre e legge l’oggetto: contestazione di addebito disciplinare.
Non sa bene cosa sia e legge il seguito: dopo una serie di commi e di riferimenti legislativi, quella lettera freddamente comunica che le è stato contestato il giorno di malattia “contravvenendo al suo obbligo di rispetto delle fasce di reperibilità. La presente costituisce atto di avvio di procedimento disciplinare” e – in breve – l’insegnante x è invitato in data … a presentarsi presso gli uffici della dirigenza per il contradditorio alla presenza di un procuratore o un rappresentante sindacale.
L’insegnante x cade dalla nuvole, sulle prime non capisce, mai è accaduto niente di simile. Fa mente locale e in un’altra busta più piccola vede che vengono riconsegnate le analisi erroneamente allegate.
Torna in segreteria e fa presente l’errore: ha presentato il certificato sbagliato.
Risultato: non c’è niente da fare, l’insegnante x dovrà presentarsi per la contestazione d’addebito. La segretaria le comunica che i suoi obblighi sarebbero stati diversi e ormai è a suo carico il procedimento, che il dirigente k ha comunque concesso di farsi assistere nel contradditorio.
Ho volutamente mantenuto un linguaggio burocratico perché è su questo solco che ormai ci muoviamo.
La legge che dà ai presidi tanti poteri, non è solo fatto che riguarda un cambiamento della scuola in senso verticistico, ma scardina completamente il senso di quella che dovrebbe essere una comunità scolastica.
È vero, ci sono dirigenti e dirigenti. Per alcuni sarebbe bastata una telefonata e l’equivoco si sarebbe chiarito. Ma per altri evidentemente il potere è quello che Andreotti diceva “logora chi non ce l’ha”. Chi ce l’ha, gongola. Se ne può anche infischiare del buon senso e del rispetto della persona.
Qui non si parla di un assenteista incallito (per il quale i metodi ci sono e ci sono sempre stati) qui si parla di un giorno e di insegnante che svolge il proprio dovere, che è una persona affidabile, in un momenti di difficoltà. Qui si parla della rottura di rapporti di fiducia, di qualsiasi sentimento di appartenenza, di conseguenze che vanno dalla demotivazione al menefreghismo (che già si vedono)
Perché infatti con la tipologia del dirigente x, nessun insegnante vuole averci a che fare, poiché si finisce per temere costantemente di essere sotto controllo e con la possibilità di essere colti in fallo.
Non stiamo parlando di un’azienda (e perfino all’interno di qualsiasi azienda un buon imprenditore sa che senza l’adeguata motivazione un lavoratore mai renderà abbastanza). Stiamo parlando dell’applicazione di meccanismi economici e gerarchici all’interno della scuola, che ha bisogno esattamente del contrario: partecipazione, condivisione, fiducia degli attori coinvolti.
Inutile dire che l’insegnante x si è sentita una merda di fronte a quel burocratichese che afferma un potere: il potere del superiore di fronte a colui che si sta trasformando in subalterno, perché ad alcuni dirigenti  – diciamo la verità – fa un sacco di bene marcare il territorio e sentirsi dire: sì padrone. È scritto nella psicologia di molti, non è un peccato, è solo una cosa che può accadere e per questo la legge è tanto più pericolosa.
L’insegnante x sa bene di non aver commesso alcuna infrazione sostanziale, eppure dovrà entrare in quella stanza a dare spiegazioni su ciò che non dovrebbe essere costretto a spiegare. Si chiama umiliazione.

Questa è anche la Buona Scuola.

 

15 novembre

31063_1263901885576_3700607_nStasera il mio diario prende la strada del passato: nell’aula c’era sole, questo lo ricordo bene. Il resto è un ricordo indistinto, non saprei dire su cosa stessimo facendo lezione, sono passati più di dieci anni.
G. entra in classe e da subito fu chiaro che era un ragazzino particolare: biondo, capelli rasta, occhi e pelle chiarissimi, fare impacciato, spalle leggermente ricurve. Si era trasferito da un altro istituto, eravamo ai primi dell’anno, aveva capito che l’indirizzo che aveva scelto non faceva per lui.
Così eccolo arrivare in quella prima formata in gran parte da ragazzine agguerrite, lui timido e schivo. Leggeva malissimo, scriveva peggio, faceva fatica a integrarsi, studiava poco, aveva un’organizzazione e un’autonomia pessimi.
Però aveva un nonno anziano che durante l’intervallo veniva a trovarlo spesso, era uno spettacolo vederli insieme, parlare fitto, tra quei due si percepiva un dialogo e una comprensione straordinari: il ragazzino magro e rasta e il nonno distinto e ben vestito, ex partigiano. Erano belli insieme.
Il tempo passò. Ricordo in particolare i temi di italiano: G. era pieno di idee, di spunti, di cose da dire, ma non sapeva dar forma al caos. Per farlo aveva bisogno di un procedimento dialettico, ovvero lui parlava, io interagivo cercando di suggerire senza dire, lui scriveva e così si procedeva. Il più delle volte G. era testardo e andava comunque per la sua strada. Se una cosa gli sembrava giusta da dire la diceva, non importava come e spesso non capiva quale fosse il limite oltre il quale bisognava pur rendersi consapevoli di ciò che c’era da imparare, che non bastava “sentire”, bisognava anche imparare ad esprimerlo decentemente.
Stasera pensavo a quel ragazzino, mentre sul palcoscenico un ragazzo bello, alto, con una bellissima voce perfettamente modulata sciorinava versi di Baudelaire, di Ferlinghetti, di Garcia Lorca e perfino di Vincenzo Cardarelli.
Ha uno stile attoriale dolce e suadente quando legge e recita versi, ma può diventare rude e aggressivo nei ruoli, ovvero ciò che nella vita non è. G. è diventato un ottimo attore. Ma non solo: è anche un educatore che segue ragazzi problematici, è questo il suo lavoro. E fa bene entrambe le cose, dotato com’è di grande sensibilità.
È stato il laboratorio teatrale scolastico a fare di G. quel ragazzo che stasera sul palco vince e convince. Un laboratorio promosso all’interno della classe dapprima, della scuola poi. È stata anche la mia prima esperienza di un laboratorio teatrale a scuola con l’aiuto di un attore e regista teatrale. È stata una delle esperienze più estenuanti e nello stesso tempo più belle di tutta la mia carriera scolastica.
Il talento di G. stava lì, nella recitazione. È diventato primo attore di quel laboratorio e lo è stato per qualche anno. Ricordo che non capiva sempre il senso delle parole, ma non importava, perché dove non arrivava con la testa, lui arrivava con la pancia. Era un animale, un istinto e sul palcoscenico tutta la sua insicurezza spariva ieri come sparisce oggi.
G. alla fine si è diplomato egregiamente e ha fatto tanta strada da allora. È diventato un bellissimo ragazzo sempre pieno di dubbi e con una gran voglia di cercare.
Mi commuove sempre un po’ quando vengo a vederlo recitare, come stasera, che è insieme a un compagno con cui ha formato un duo: Tipi di-versi. Uno suona, trova le note, l’altro recita, trova il colore delle parole.
Si esibiscono per lo più per un pubblico giovane, ed è una piccola rivoluzione, loro che parlano un linguaggio poetico a coloro che poesia non ne ascoltano più.
Nella vita sono importanti gli incontri e la scuola dovrebbe servire a favorirli, perché esistono molti G. che hanno un talento nascosto da qualche parte, ma troppo spesso passa inosservato senza gli adeguati strumenti per scoprirlo e tirarlo fuori.
Ho sempre avuto una inesauribile fiducia in quel ragazzino testardo e cocciuto, guardavo con simpatia alla sua anarchia e mentre osservo, adesso, nel buio della platea, la sua figura ben stagliata sul palcoscenico, così composta, così disciplinata, così concentrata, penso che qualsiasi sarà la sua strada porterò sempre con me quel ragazzino che più di dieci anni fa entrò in classe con la testa chinata, quasi a schivare gli sguardi.

Eccolo là adesso. Ti guarda e ti sfida. Un titano.

19 ottobre

Pitbull_combattimento_TpOggiSono le dodici e mezza, sono in seconda, faccio appena in tempo ad accordare cinque minuti di pausa che scatta la mossa automatica. Praticamente tutti afferrano il cellulare. Faccio notare il livello di dipendenza patologica, ma siccome rimango ovviamente inascoltata mi rassegno a questi cinque minuti di spippolamento compulsivo.
V. – un ragazzino minuto che sembra più piccolo della sua età – si avvicina alla cattedra. Da qualche parte qualcuno fa una battutaccia ad alta voce a proposito dei cani randagi, che andrebbero uccisi. Non commento, ma V. prende a raccontarmi del suo pitbull, mi dice che il cane gli addentava l’avambraccio senza morderlo e lui lo sollevava e lo faceva penzolare. Io guardo scettica i suoi quaranta chili scarsi e sorrido. Fa il grosso, ma proprio non ha la stazza del grosso.
Si siede e mi dice che questo pitbull adesso è morto, pare fosse un cane da combattimento e lui lo allenava.
“Tu?” Chiedo incredula.
“Sì, per le gare”
“Ma le gare tra cani sono illegali”
“Qui, ma in Bulgaria no. È legale, anzi, ci vanno pure i poliziotti. Mio zio lì ha un allevamento di cani, si possono vincere fino a 5000 euro in un combattimento.”
“Ma a te piace guardare due cani che si ammazzano?”
Fa spallucce, si vede che non vuole ammetterlo apertamente ma sì, gli piace. Mi racconta di cani eroici, insanguinati e con arti strappati che dopo aver vinto un combattimento vengono rimessi in pista a combattere ancora. Sento l’adrenalina mentre parla gesticolando.
“Ma è terribile”
“Sì, ma lo fanno”
“Torni spesso in Bulgaria?”
“Sì, ogni estate, i miei sono separati, per le vacanze vado da mio padre.”
Mi racconta poi che gli piace andare in motorino, ma non ha il patentino e in Bulgaria nella sua città i poliziotti lo hanno beccato, ma lì – dice – basta pagare.
“La multa?” Azzardo io ottimista.
“Ma quale multa prof! I poliziotti! Mio padre gli dà 50, 100 euro e loro mi lasciano andare.”
Andiamo bene!
Intanto i cinque minuti sono passati e io mi sono fatta una cultura sul combattimento tra cani.
Chiedo di mettere via i cellulari, dedichiamo gli ultimi venti minuti alla lettura del romanzo su Oscar. Protestano un po’, soprattutto A., penultima fila, aria da finto bullo ma buono come il pane.
Comincio a leggere.
Tanto lo so che sarà proprio lui, A. Succede quasi sempre, mi segue con lo sguardo, la bocca semiaperta e lo sguardo lucido. D’altronde ormai è chiaro che Oscar morirà. Nel gioco dei dodici giorni è invecchiato.
Quando suona la campanella c’è un silenzio imbarazzato. In fondo molti di loro sono maschi duri.

Qualche giorno dopo, nell’introdurre un modulo sul loro libro dedicato a scritti sulla mafia, chiedo cosa ne sappiano.
Proprio V. risponde subito : sono dei furbi, dei grandi. Chiedo spiegazioni, ma ovviamente non sa bene cosa rispondere, è confuso. Eccetto, dice, che a lui l’idea piace perché lui da grande vorrebbe fare il criminale. Proprio così mi dice.
“Io vorrei fare il criminale.”
V. da qualche giorno si è tagliato i capelli: un taglio rasato con una striscia più lunga nel mezzo. Sulla nuca il rasoio gli ha disegnato uno strano, indecifrabile segno.
Tra l’altro, a lui così piccolo, quel taglio sta proprio male (oltre ad essere oggettivamente un brutto modo di ridursi la testa) ma questo non posso dirglielo.
Dovrò farglielo capire in un altro modo. Così come smontargli la sua visione mitica dei criminali.

21 settembre

bambola-chuckyCi sono in giro diversi scrittori che raccontano la scuola. Un libro che sto leggendo è Un’altra scuola, di Giovanni Accardo. Il diario di un anno scolastico che ha il grande pregio di mostrare la vita scolastica com’è veramente, in particolare per un insegnante che svolge con passione la sua professione. Andrebbe letto, per conoscere meglio cosa accade tra le aule scolastiche, visto che spesso si parla di scuola, ma nessuno ha cognizione di quanto la vita scolastica si sia, spesso inutilmente, complicata.
Poi ci sono i libri “furbi”, e questi sono quelli degli scrittori più famosi, quelli che si sentono autorizzati dalla propria fama a “vendere” profili di insegnanti e di allievi simili a macchiette, offrendo il proprio punto di vista, ma nessuna oggettività. In sostanza, libri inutili.
Io non ho concepito questa sorta di diario (non so nemmeno se scriverò con costanza) finalizzato a qualcosa, semplicemente perché per me questo è un anno molto particolare, visto che torno in Calabria dopo trenta anni e quest’anno ho fatto il tragitto al contrario.
Quando parlo degli studenti della scuola in cui insegno adesso, non mi riferisco a loro in quanto “calabresi”, perché in realtà non sono molto diversi da quelli che ho conosciuto finora. La povertà culturale è piuttosto diffusa. Certo, influenzata e più o meno accentuata dagli stimoli che si hanno intorno. Quindi, non c’è ombra di pregiudizio né alcuna volontà di confronto.
Fatta questa doverosa premessa, oggi sono affranta, provata anzi. Sì, provata è il termine giusto.
Ho lezione in quarta, prima di entrare la custode (bidella, personale ATA, come bisogna chiamarla? ero abituata a usare i nomi, qui ancora non li ho imparati) mi insegue per farmi firmare una circolare. La dirigente informa che i docenti devono prendere visione sul sito della scuola dell’atto di indirizzo, in previsione dell’approvazione del POF triennale nel prossimo collegio. Va bene, firmo, lo leggerò. Forse.
Oggi lezione di storia, la maggior parte dei ragazzi ancora non ha il libro, così per tener viva l’attenzione darò degli appunti cercando di sviluppare un ragionamento sull’Illuminismo. Appena introduco il tema della lezione Saverio dall’ultima fila, a malapena lo vedo, subito dice: “Ma perché dobbiamo studiare queste cose? Ci interessa la storia recente non quella passata.
Io cerco di spiegare che un amico è fidato nella misura in cui ci conosce veramente e per conoscerci deve anche sapere tutto del nostro passato, altrimenti è una conoscenza superficiale. Ad ogni modo chiedo (ma già conosco la risposta) quale sarebbe la storia recente che interessa (sono convinta che all’inizio i ragazzi vadano ascoltati e motivati).
“La seconda guerra mondiale”
“Hitler” fa eco qualcun altro
“Mussolini” rincara la dose Lorenzo.
D’accordo, rispondo, infatti sarà il programma del prossimo anno. Ma senza questo si fa male.
“Tanto io so tutto quello che c’è da sapere”. Dice una voce piccola. Appartiene a Michele, un ragazzo mingherlino con il pizzetto, che di solito non parla molto. Io prendo la palla al balzo.
“Di cosa sai già tutto?”
“Della seconda guerra mondiale”
“Va bene,  allora vieni qui per favore.”
Michele fa un po’ di storie, ma poi arriva alla cattedra e si siede accanto a me.
“Spiega ai tuoi compagni dunque.”
A questo punto provo a ricostruire il dialogo che ne è seguito tra me e Michele, perché sono stati cinque minuti in cui ho perso la bussola e ho navigato in acque tempestose.
Michele: “ La guerra l’ha fatta prima Hitler, perché voleva ammazzare tutti gli ebrei, ma gli altri stati non volevano così hanno fatto la guerra a Hitler”
Io: “Altri stati quali?”
Michele: “Tutti, anche l’Italia. Ma secondo me Hitler faceva bene.”
Ecco perché.  Penso. Ma avevo capito l’interesse per questo periodo storico.
Io: “Ti risulta che Hitler e Mussolini fossero alleati?”
Michele: “ Va beh, è uguale”
Io : “Non proprio. E perché faceva bene?”
Michele: (incerto) “Ma perché prendeva tutti i marocchini e li portava nei campi di concentramento, faceva bene!”
Io: (mi impongo calma ma vorrei prenderlo per il collo) “Ma tu sai chi sono gli ebrei?”
Michele: “I marocchini, tutti quelli dell’Africa. Ci vorrebbe anche adesso”.
Io: “Gli ebrei vengono dall’Africa? Ma hai idea della cazzata madornale che hai detto? – mi rivolgo alla classe – c’è qualcuno che ha idea di cosa sta dicendo Michele.
Lorenzo: “Va bene professorè, forse sta sbagliando ma ha detto la verità!”
Io: “Ecco perché dovreste studiare la storia, perché voi pensate di avere una  catena e ci mettete anelli a caso, ma con questa catena vi ci impiccate. La storia è fatta di cause e conseguenze, se manca un anello il risultato è questo. Ma qualcuno ricorda quello che avete studiato in prima sugli ebrei? Cosa hanno fatto, da dove vengono…..
Silenzio…. Ovvio, nessuno ricorda mai niente. E’ sempre così. Noi ci illudiamo di costruire ma in realtà costruiamo castelli di sabbia. Ricorderanno al massimo il punteggio su Clash of clans che hanno fatto oggi sfidandosi sul telefonino.
Cerco di spiegarglielo in due parole. Poi mi rivolgo a Michele. Sono visibilmente alterata.
Io: “Non ce l’ho con te, ma con la vostra presunzione, credete di conoscere e non conoscete niente. pretendete di avere opinioni, ma la storia non è fatta di opinioni, se mai serve a farsele le opinioni. Ma per farsele bisogna prima fare lo sforzo di capire. Voi pretendete di arrivare in fondo senza sforzo e in realtà scambiate i pregiudizi per opinioni. Ma i pregiudizi sono l’anticamera del disastro, i compagni di banco dell’ignoranza.”
Qualcuno cerca di sdrammatizzare.
“O professorè, ma voi appresso a Michele andate.” Dice il buontempone di turno.
“Mi sembrava che ad assentire foste in diversi. Michele ha avuto il merito di dire quello che aveva in testa per lo meno.”
Chiuso l’incidente. Voglio far lezione sull’Illuminismo.
“Qui si fa quello che dico io.”
Michele torna al suo posto, riprendo il filo della lezione dove l’ho lasciato prima di questa penosa parentesi.

Torno a casa stanca dopo cinque ore. Soprattutto all’inizio è faticoso, in mezzo a ragazzi che ancora hanno le magliette leggere e la testa alle vacanze appena finite. Devi parlare parlare parlare.
Dopo pranzo mi ricordo – eureka me ne ricordo, si vede che il mio inconscio è all’erta, di solito queste cose le rimuovo – la circolare della dirigente.
Prima che mi passi di mente vado su internet e la cerco. È lunga, do un’occhiata. Capisco. Stanno per prendermi le convulsioni. Credo che una circolare simile stia cercando in tutte le scuole del regno, si vede che è frutto di copia e incolla.
Ricopio testualmente un pezzo:

Il coinvolgimento e la fattiva collaborazione delle risorse umane di cui dispone l’istituto, l’identificazione e l’attaccamento all’istituzione, la motivazione, il clima relazionale ed il benessere organizzativo, la consapevolezza delle scelte operate e delle motivazioni di fondo, la partecipazione attiva e costante, la trasparenza, l’assunzione di un modello operativo vocato al miglioramento continuo di tutti i processi di cui si compone l’attività della scuola non possono darsi solo per effetto delle azioni poste in essere dalla dirigenza, ma chiamano in causa tutti e ciascuno, quali espressione della vera professionalità che va oltre l’esecuzione di compiti ordinari, ancorché fondamentali, e sa fare la differenza; essi sono elementi indispensabili all’implementazione di un Piano che superi la dimensione del mero adempimento burocratico e ne faccia reale strumento di lavoro, in grado di canalizzare l’uso e la valorizzazione delle risorse umane e strutturali, di dare un senso ed una direzione chiara all’attività dei singoli e dell’istituzione nel suo complesso.
Migliorare l’azione amministrativa e didattica nell’ottica dello sviluppo delle nuove tecnologie e della de materializzazione.  Migliorare la comunicazione fra tutti gli attori. Procedere alle azioni di dematerializzazione attraverso interventi sul sito. Migliorare i rapporti scuola famiglia. Semplificare le modalità di accesso da parte degli studenti alle attività extracurriculari. Stabilire criteri di accesso alle iniziative sempre più trasparenti e oggettivi. Monitorare e analizzare i dati relativi ad ogni iniziativa. Assumere iniziative volte al pieno successo scolastico agendo contro reiezione e dispersione scolastica attivando azioni efficaci di accoglienza degli alunni.

Continua così per sei pagine che non riesco a leggere, oggi proprio no, e conclude con:
Il presente atto costituisce, per norma atto tipico della gestione dell’istituzione scolastica in regime di autonomia ed è acquisito agli atti della scuola; pubblicato sul sito web della scuola; reso noto ai competenti organi collegiali.

Ci sarà il notaio al collegio?

Mi prende una rabbia e una tristezza infinita e penso a quella parola, che nel contesto in cui si trova non ho capito cosa significhi “dematerializzazione”.

Per me adesso significa una cosa sola: scomparsa della materia.

Cerebrale.

Diario scolastico

18 settembre

Siamo seduti in cortile, all’ombra. Un ragazzo ha preso una sedia per me, loro si sono sistemati alla meglio, chi sui gradini di una scala, chi seduto sul ciglio del marciapiede, chi è rimasto in piedi e mi gironzola intorno. Mi sforzo di dare una forma tale da consentire una comunicazione tra me e loro, ma ci rinuncio. È la terza lezione in questa classe, una quarta articolata, meccanici ed elettrotecnici. Già ieri si sono rifiutati di entrare nella loro aula: sono ventidue, l’aula è piccola per accoglierli tutti decentemente, sono stati aggiunti dei banchi e là dentro si soffocava. In effetti con questo caldo là dentro c’erano almeno quaranta gradi. Io ho provato a dir loro una cosa tipo ma sapete i sacrifici che facevano una volta per andare a scuola? Qualcuno mi ha risposto che una volta pure c’era il re. Ineccepibile. E comunque avevano ragione. Era impossibile stare in classe. Così ieri siamo rimasti in corridoio ma la mia intenzione di cominciare a parlare del programma di quest’anno, di introdurre Galileo, di approfondire il concetto di rivoluzione, è stata vanificata dalle finestre aperte, dalla disposizione disordinata, dai continui “fa troppo caldo professorè”.  Cercano di depistarmi facendo domande, sono curiosi di sapere chi sono, da dove vengo, se pure il primo giorno mi sono presentata dicendo loro quello che era necessario sapessero. Non hanno voglia di concetti astratti.

E così oggi siamo in cortile. Cerco di sondare quello che ricordano del programma dell’anno scorso. Qualcuno nomina Dante, chiedo cosa hanno fatto, le risposte sono generiche, un po’ desolanti, qualche vago riferimento, nessun concetto, sono caotici. Si sa, va così, tutto scivola e niente sedimenta. Non mi scandalizza né mi sorprende.

Provo a chiedere cosa pensano della poesia. Saverio, che ho già capito è un chiacchierone che interviene continuamente, mi dice che in questa scuola dovrebbe esserci più pratica e meno teoria. Capisco che per lui valga l’equazione poesia=teoria=inutile.

Marco, simpatico e sveglio, un metro e ottanta di esuberanza, sempre con la battuta pronta (quello che interviene sempre a sproposito e provoca risate che distraggono e portano fuori strada) dice che lui alla prof di italiano ci tiene più che agli altri, che lo scorso anno una volta le ha risposto male e il giorno dopo si è presentato con un mazzo di fiori “glielo potete pure chiedere se non mi credete”.

D’accordo, ti credo, ma cosa c’entra, la mia domanda era diversa. E qui, naturalmente, arriva il solito luogo comune “’.. ‘o professorè, ma i poeti sono tutti depressi, gli scrittori sono tristi non sanno che fare e scrivono..” . Vociare di approvazione.

Rispondo che è un luogo comune tra i ragazzi e per essere sicura chiedo se sappiano cos’è un luogo comune. No, non lo sanno, così cerco di spiegare cos’è, i sinonimi, il pregiudizio. Dopodiché attacco il pistolotto sul fatto che non importa che sia una scuola tecnica, loro prenderanno comunque un diploma ed è giusto innanzi tutto per loro che la formazione sia più completa possibile, che la scuola non insegna a diventare operai o impiegati, ma prima di tutto individui e cittadini. E per quanto riguarda la poesia…..

Saverio mi interrompe “io vengo a scuola perché qua non c’è fatiga, se no non stavo qua..”

Siamo d’accordo, ma qui ci stai, la scuola la frequenti, e prima di essere un dovere è un diritto. Cerco di attaccare l’altra filippica per farli riflettere sul fatto che usufruiscono di un diritto importante, dico che si pagano le tasse apposta perché ci vengano garantiti questi diritti, come ad esempio  l’ospedale, anche la sanità pubblica…. Ecco…. Mi sono tirata la zappa sui piedi. Si apre un diluvio. A raffica, uno dopo l’altro, hanno tutti un episodio da raccontare, tutti per dirmi quanto la sanità non funzioni, che qui a Lamezia l’ospedale lo stanno chiudendo. C’è quello che per salvarsi il braccio ha dovuto pagare una struttura privata e se avete bisogno i tempi sono lunghi e dovete pagare. E Giovanni, che non ricorda niente del suo incidente di qualche anno prima nel quale il suo amico ha perso la vita, arrivato in ospedale i medici lo danno per spacciato e dicono che non c’è niente da fare. I genitori non si arrendono e lo portano a Catanzaro. È stata lunga, ma lo hanno salvato. Adesso capisco cos’è quella lunga linea  bianca sulla testa tra i capelli radi.

Professorè, qui le tasse le paghiamo, pure per venire a scuola…. ma …..

Suona la campanella, nello stesso secondo con la mente sono già fuori da qui, il cancello è a un passo, se ne vanno, qualcuno mi saluta.

Io mi avvio verso l’edificio, devo lasciare il foglio che funziona da registro provvisorio. Mi devo abituare al voi, a questo linguaggio colorito e penso a questa totale sfiducia, è su questa che bisognerà lavorare.

Come, ancora non lo so.

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