18 gennaio

1654-12744
Nemico di classe, The Kitchen Company

Oggi avrei voluto scrivere una pagina dedicata al maiale, ovvero di una lezione in cui sono stata io a imparare qualcosa. Poi mi sono imbattuta nella notizia di una dodicenne che ha tentato il suicidio (per fortuna con conseguenze non gravi) perché – pare – vittima di bullismo.
La ragazzina in questione mancava a scuola per un’influenza da una settimana e al momento del ritorno il malessere è stato più forte: ha scritto un biglietto ai genitori con il quale chiedeva scusa senza spiegazioni e un biglietto per i compagni dove aveva scritto  “Adesso sarete contenti”.
Naturalmente nessuno si era accorto di niente: la scuola si difende, nessuna avvisaglia, in apparenza nessun segnale. Men che meno la famiglia.
In queste circostanze sono sempre tormentata dai dubbi: è già difficile per un adulto concepire l’idea di togliersi la vita, scegliere un modo di morire, scrivere messaggi da lasciare. È già meno concepibile per un adolescente, ma ci sono ragazzi che hanno sensibilità che sfuggono alla dimensione di quella che definiamo  normalità. Ma una ragazzina di dodici anni è poco più di una bambina e per una bambina un gesto simile è del tutto innaturale.
Quindi, mi permetto di dire, a qualcuno qualcosa è sfuggito, come quasi sempre in queste situazioni. Eppure la Dirigente si è affrettata a dire che a scuola esiste anche un servizio di sportello “ma la ragazza non si era mai rivolta al servizio”.
Forse proprio perché è un “servizio” cara signora. Siamo oramai abituati a pensare tutto in termini di offerta e fruizione dell’offerta. Se il servizio c’è e non si usa vuol dire che il problema non c’è e questo ci lava la coscienza.
È difficile oggi fare i genitori, ma ahimè va anche detto che è un mestiere che si sa fare sempre meno. In un’epoca in cui tra genitori e figli esiste apparentemente più dialogo e apertura, i figli sfuggono e spesso si perdono, in assenza di un qualsiasi punto di riferimento autorevole.

A provocarmi comunque rabbia bollente è stata la dichiarazione del politico di turno: la senatrice del Pd Elena Ferrara, prima firmataria di un disegno di legge “a prevenzione e contrasto del cyber bullismo” con i toni di chi di fronte al morto dichiara guerra nazionale per farlo tornare vivo.
Ben venga la legge, ma perché non potete rinunciare ai vostri cinque minuti di notorietà di fronte a qualsiasi disgrazia?
Sono almeno dieci anni che ne sento parlare, ma si vede che non è considerata priorità e il fatto che se ne parli solo quando emerge il fattaccio in una qualsiasi pagina di cronaca rende la cosa ancora più vergognosa.
Ma non è questo soltanto. Mi disturba il fatto che si intervenga sempre sulle conseguenze, mai sulle cause.
Perché allora non diciamo che a scuola dovremmo essere messi in condizioni di operare sul serio sul disagio? Che non c’è bisogno di leggi speciali e provvedimenti speciali ma magari di qualche seria formazione (anziché centinaia di ore in perdite di tempo) e di classi con un numero DECENTE di alunni?
Perché a nessuno viene in mente che con queste nuove assunzioni anziché inventarsi termini nuovi come ORGANICO DI POTENZIAMENTO (per potenziare cosa nessuno l’ha ancora capito) si potrebbero eliminare le classi pollaio dove qualunque insegnante, anche il più preparato e volenteroso, non è in grado di agire efficacemente?
Perché non ci togliete di torno la burocrazia che ci obbliga e ci opprime e ci svena l’energia e ci mettete in condizioni di realizzare davvero quello che in una scuola si dovrebbe fare, ovvero insegnare e apprendere in serenità e autonomia?

Ho lavorato per anni con colleghi meravigliosi, con i quali abbiamo condiviso decine di successi scolastici in casi difficili, a volte disperati. E ho imparato che è l’ambiente la chiave del successo: insegnanti in grado di confrontarsi e condividere pratiche comuni, luoghi familiari che i ragazzi devono poter frequentare volentieri, arrivando al mattino non con il ghigno del “mi tocca” ma con la spinta del “sono contento di essere qui”. Non ci vuole poi molto, ve l’assicuro. I ragazzi non imparano per imposizione, ma per emulazione.

Ricette semplici.
Stamattina, ad esempio, ho finito di leggere in classe (per me forse per la decima volta) Io non ho paura di Ammaniti. Libro integrale (non pezzetti insulsi da antologia) letto ad alta voce. Romanzo efficacissimo a scuola; ebbene, quando alla fine ti senti una cinquantina di occhi addosso e il fiato sospeso vorresti uscire e chiamare quel collega titolato dalla gerarchia che senza bussare ti apre spesso la porta perché ha sentito “chiasso”. Guardali adesso e non quando, mentre lavorano a gruppi, succede che ci sia “chiasso” (vorrei anche dirgli che ora mi hanno detto si chiama cooperative learning, ma si faceva anche prima che lo chiamassero così, almeno io l’ho sempre fatto).

Ricette semplici, perché quando – altro esempio – al trentacinquesimo compito su Pascoli, realizzi che adolescenti tecnologici sono tutto sommato affascinati e accattivati non da quella cosa patetica della Cavallina Storna, ma dal simbolo, dal suono, dalle sinestesie (e diciamole pure queste parolacce) dalla ricerca dei significati della poesia, e questo accade, ad esempio, in un professionale e  non un classico… ancora crediamo che l’Invalsi e il libro digitale e le certificazioni delle competenze e gli sportelli e i recuperi (e mi fermo) siano la risposta?
C’è fame, ma di poesia, e di pensiero. Bisogno di plasmare intelletti e sensibilità. Magari  ci sarebbe anche meno bullismo.
Aggiungiamo anche luoghi più sicuri e più piacevoli in cui stare.
Ricette semplici. Semplici. Maledizione.

La foto è tratta da uno spettacolo teatrale che tutti gli insegnanti dovrebbero vedere come aggiornamento. Nemico di classe, messo in scena da The Kitchen Company 

 

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