Aggiungere

Aggiungere commenti come questo, per capire meglio quello che ho fatto, se l’ho fatto e come.

La più grande difficoltà per un autore, è quella di riuscire ad avere la capacità di evitare di ripetersi e tu, Daniela, ci sei riuscita perfettamente. Dopo essermi saziato con le immagini di Cosma e della sua malasorte, delle folate di vento con i paesaggi e le sue storie, sei riuscita a spiazzarmi con un romanzo ancora una volta molto bello, estremamente coinvolgente, ma completamente diverso dai precedenti. Le mani in tasca è un romanzo generazionale, nel senso che attraversa un periodo storico che mi è appartenuto e Oriana, la protagonista, fa scelte estreme che hanno almeno sfiorato, ed a volte coinvolto, tanti ragazzi in quegli anni. Il romanzo è una sorta di partita di ping pong, poiché è strutturato con un alternanza di voci tra i due protagonisti, Dario ed Oriana, ma mentre il racconto di Dario si incentra unicamente sul momento della sua vita in cui ha incrociato Oriana (leggendo si capirà anche il perché) e sulle conseguenze di quell’incontro, Oriana, invece, snoda il suo racconto partendo da dopo quel momento ed attraversa tutto l’arco della sua vita sino all’oggi. È un libro che mi ha coinvolto molto e nel quale ho riconosciuto la mia generazione, che ha fatto tanti sbagli, ma che ha scelto di lottare e di provare ad essere protagonisti del proprio destino, anche a costo di sbagliare. Grazie per averlo scritto e per avermelo fatto leggere.

L. V.

La suggestione di un incontro

Le mani in tasca…
La rappresentazione che si ha della ricerca… fa differire l’umano sentire dalla sola e mera realtà fenomenica.
Daniela Grandinetti autrice raffinata ed elegante, gestisce la “ ricerca “ di Oriana e Dario (protagonisti del suo romanzo) come l’eterna odissea.
Flussi, simboli, richiami di altrove che inevitabilmente ti riportano ad un “elemento “ vissuto chiamato casa.
Sinestesie, suggestioni, di un tempo intenso e rivoluzionario, il tempo, bergsoniana narrazione del divenire.
Le letteratura ha a volte l’ingrato compito di descrivere trasformazioni, cambiamenti, trasformazioni, il fluire della penna di Daniela possiede come elemento caratterizzante “ là bonne lecture”.
Giungendo ad una perfezione dodecafonica.. un flusso intenso e contemporaneamente carezzevole, armonico, sinesteticamente avvolgente.
Essere Oriana, esser Dario, dar voce ai silenzi che molte volte urlano più dell’emissione in sé.
Sguardo, il non toccarsi, si manifesta in tutta la sua tangibilità un atto materico,che trascende il tempo e lo spazio.
A. Rimbaud definì il vivere ”ma bohème”
L’universo Daniela è quella bohème
Fatta di simboli, di unicità, di monadi , che attraverso la sola percezione degli occhi conducono il lettore in quell’altrove che molti hanno vissuto ma che tutti desidererebbero vivere.

Celestina Savoia

Su La Malasorte

Io stavo qui a rimuginare e mi sono detta: non pensare, scrivi.

Cosma non era in assoluto la protagonista del romanzo La malasorte, eppure, suo malgrado, lo è diventata. Il fantasma della ragazza con la gonna nera che corre per i vicoli di un paese ormai abbandonato è entrato nel cuore dei lettori molto più che le stesse protagoniste, Cettina e Tilde. Questo perché il suddetto fantasma ha posseduto me per prima e dunque in quanto figlia della mia immaginazione è sì prediletta. E traspare.

Un’amica in questi giorni mi ha detto: mi sono chiesta “ma perché questo richiamo al Verismo anche nel titolo, perchè questa immagine del sud, della Calabria, ancora vinta”?

La malasorte non è una storia di vinti, è una storia di violenze perdute e per me sta scritta nei paesi abbandonati, spopolati, senza più linfa.

E’ la storia di una fuga e di un ritorno (non il mio), di una resa dei conti con i fantasmi che aleggiano tra le pietre di muri diroccati, lasciati andare all’oblio.

Per chi lo ha letto la chiave è Tilde: è lei che mostra le bellezze di un luogo segreto a una Cettina stupita, lei – Tilde – che in una baracca sparita in quel luogo è stata partorita perché non si sapesse, figlia senza padre.

E Cettina, che pure lì è nata e cresciuta, di quel luogo non ha alcuna cognizione, di cosa si celi davvero dietro i vicoli e le strade, oltre i confini del visibile agli occhi, non sa nulla.

Il romanzo finisce una notte, quando le due donne si addormentano e anche Cosma, il fantasma che porta tempesta e malasorte, finalmente, può trovare la sua pace e, forse, smettere di correre.

Il sud, la Calabria ha bisogno di sonno. E di risveglio.

Nel Cassetto dei lettori

Le mani in tasca. Ho aspettato alcuni giorni dopo la presentazione, per non lasciarmi influenzare. Sdraiato sul lettino in riva al mare ho cominciato il viaggio. Scrivo dopo una settimana, ho decantato le emozioni, mannaggia a te. Primo capitolo, pugno allo stomaco. Ho vissuto quel periodo, a prescindere le morti e le gambizzazioni, ero d’accordo. Immaginavo di percorrere la storia a ritroso, come mi capitò una volta che sentii una brigatista raccontarsi, o leggendo “L’infame” di Peci e “Il bosco bistorto” di Curcio. Ma così non è, la storia sta lì in sottofondo , come lo sfondo sul palcoscenico del teatro. Ho evidenziato parecchi periodi, con la matita, perché trovo molto interessante come hai reso l’anima, l’introspezione dei personaggi, i pensieri reconditi, le pulsioni. Mi hai ricordato il regista Inarrito che in alcuni suoi film è riuscito a raccontare tempi e storie diverse in momenti diversi del film. Trovo originale la scelta di caratterizzare individualmente i personaggi con singoli capitoli, narrare le storie insieme parallelamente. Un bel libro, prende. Ma forse la cosa più simpatica è il finale che non ti aspetti, “Caramba che sorpresa”, che ridà dignità ai personaggi a prescindere dalle scelte che possiamo “noi” giudicare. Un bel finale, forse meglio del pugno iniziale allo stomaco, con fazzoletto passato delicatamente sugli occhi umidi. Lo vedo bene per un adattamento teatrale. Ho immaginato le musiche…. Mi fermo qui, perché si potrebbero analizzare singoli passaggi, ma sarei prolisso. Brava e grazie per le emozioni.

GRAZIE MARCELLO!

Un romanzo tsunami

Nella foto un libro, l’ho scattata io: vi mostra romanzo e un segnalibro importante, un oggetto al quale tengo molto.

Entrambi, libri e segnalibro, sono “importanti”: due oggetti impegnativi, laddove impegnativo ha un’accezione di consistenza.

Mi spiego: nell’era dell’usa e getta, anche i libri spesso riflettono questo modo di esistere e rapportarsi con cose e persone, niente dura o deve restare. Passa e va.

Impegnativo può essere un aggettivo che spaventa, che respinge: sbagliato, sbagliatissimo, molto sbagliato, infinitamente sbagliato. Ciò che ha consistenza rimane, non va via il giorno dopo o la settimana dopo.

Io so perfettamente che quando guarderò nella libreria la copertina di questo libro, ne ricorderò il segno che mi ha lasciato, mentre di altri, e parlo di romanzi che magari sono stati o sono in cima alle vendite, non ricordo neanche la trama.

Il giorno in cui abbiamo pianto di Gianfranco Cefalì vorrei raccontarvelo con un’onomatopea: che rumore farebbe un coltello che affonda nel cuore? Se potessi è quel rumore che vorrei riprodurre, con consonanti e vocali, ma non trovo una combinazione efficace.

La cosa due volte sorprendente è che questo è un esordio: il primo romanzo dell’autore, che invece ha una penna da scrittore navigato.

“La stratificazione della memoria funzionava bene, poteva scegliere quale paura usare, poteva aprire e chiudere i cassetti del dolore con facilità disarmante, quello che non funzionava a dovere, era quel meccanismo di rimozione che la mente umana a volte usa senza chiedere permesso per rimuovere lo strazio delle complicanze della vita”

Scrittura che senti sulla pelle, che ti parla, che parla anche di te.

La storia non ve la racconto, non è necessario, anche perché la terza cosa  sorprendente è che l’autore vi sfida, non teme di sperimentare, di usare la storia a suo piacimento non per compiacervi, ma per colpirvi, voi, comodamente seduti nella vostra poltrona, accoccolati nel vostro letto caldo, siete costretti a sobbalzare per la violenza, il termometro che misura la quantità di dolore e di reazione al dolore sale e scende e investe anche la vostra temperatura corporea, la vostra reazione fisica alla pagina scritta, perché fisica è le scrittura, frastagliata da pause liriche:

“.. mi siedo sul letto, sta aprendo gli occhi, ciao pa’, sto piangendo ma non me ne frega niente, gli stringo la mano, all’inizio forte, troppo forte, quasi la ritiro per fargli male, ha uno sguardo bellissimo, gli sorrido, mi dice di avvicinarmi, mi vuole dire qualcosa, è arrivato il momento mi dice, è arrivato il momento di raccontarmi qualcosa”.

Il giorno in cui abbiamo pianto non è un esordio, è uno tsunami destinato a colpire ovunque si fermi. Qui sta la potenza della scrittura quando è temeraria e non vi teme. Il vostro o il mio giudizio hanno poca importanza: sarete la maschera seguente legata al filo delle altre sull’immagine di copertina.

Tutto il bene a Gianfranco Cefalì e in bocca al lupo a questo romanzo potente.

Agli sguardi che si riconoscono

Gianfranco Cefalì, Il giorno in cui abbiamo pianto, Dialoghi

Ogni dettaglio racconta una storia

Il mio scopo è rintracciare il drammatico nelle situazioni quotidiane, il meraviglioso della piccola cronaca anzi, della piccolissima cronaca

Vittorio De Sica

Questa cartolina viene spedita con colpevole ritardo, e non posso prendermela con le poste che pare ormai funzionino. Non potevo tuttavia non scriverla (mi ha aspettato buona buona) perché il libro di cui parlo mi sta sul cuore, sì lo so, starete pensando che si dice “a cuore” e non “sul cuore”.

Invece non è un errore, è proprio “sul cuore”, ovvero poggiato lievemente sul quell’organo vitale al quale attribuiamo la funzione dei sentimenti e delle emozioni, là dove i racconti di Ottavio Mirra fanno breccia.

Ho aspettato che l’autore si decidesse a pubblicare i suoi meravigliosi racconti e quando finalmente l’ha fatto io ne sono stata felice come una bambina che finalmente ha ottenuto il suo zucchero filato, la sua nuvola bianca. Mi ci sono adagiata e da lì li ho letti.

Non è un caso che abbia scelto una frase di una grande napoletano; Vittorio De Sica, per inviare questa cartolina a Ottavio Mirra: Ottavio ha il dono della scrittura realistica ed equilibrata, mutevole quanto basta al cambio di contesti e personaggi. Una scrittura cinematografica, che procede per descrizioni e immagini, grazie alla quale leggendo si sentono odori, sapori e colori, mai edulcorati dalla penna, ma sempre aderenti alla realtà, cruda o poetica che sia.

Quattordici racconti: il primo lo richiamo per il titolo VICOLI, che è una passione che ho in comune con l’autore, storia di Salvatore Procolo che apre la raccolta:

“Salvatore non era tipo da lasciarsi intimorire da un tuffo. Sarà stato anche lo scoglio più alto sul quale fosse mai salito, ma ormai non poteva più tornare indietro. Da lì si tuffava solo Annibale, muscoli, altezza e dieci anni di vita più avanti. Quando c’era burrasca tirava in secca il gozzo da solo. Quando c’era da vendere fichi d’india e lenticchie, ceci e fagioli, caricava la barca fino al bordo, la faceva andare un po’ a vela un po’ a remi, e arrivava a Castellammare o a Sorrento sempre prima degli altri. Annibale era forza e coraggio, era l’esempio. Chiunque si fosse arrampicato lassù sarebbe diventato un suo pari. Annibale era un traguardo.”

Tra i miei preferiti c’è ‘o cecato che “tiene il posto all’angolo dove via Toledo si affaccia su Piazza Dante“ nel racconto Un giorno sotto al porticato, il posto migliore perché se piove o c’è il sole lui sta sempre riparato. E’ uno dei racconti che mi ha commosso di più.

Storie di verità, storie raccontate con la sensibilità dell’animo che si guarda intorno e non chiude gli occhi, anzi li spalanca per raccoglierne il succo distillato, intimo.

Compito della letteratura è mostrarci le cose che non vediamo, quelle che ci passano accanto (cose, avvenimenti, persone) e ci sembrano normali, ma niente lo è mai veramente. Sta a noi raccontare e leggere, per comprendere.

Ottavio, con la sua penna limpida, le ha scritte in quattordici racconti, diversi uno dall’altro. Io sono lieta di aver letto.

Leggetelo anche voi: lo sguardo cinematografico richiamato nella quarta di copertina è un punto di osservazione che non tutti possiedono: è dono di coloro che sono dotati di sensibilità, ancor prima che di talento.

Ottavio Mirra

Dal Porticato, Il seme bianco

Recensione a Le mani in tasca

Gianfranco Cefalì, scrittore (Il giorno in cui abbiamo pianto, Dialoghi) e redattore letterario ha letto Le mani in Tasca

Magnetica. La scrittura di Daniela Grandinetti è attrattiva. Un po’ come quando da bambini si giocava con le calamite, sentire quel click improvviso dopo aver giocato con gli opposti restituiva soddisfazione. Attrazione, ma anche leggerezza, levità che non corrisponde a vacuità, infatti di senso sono fatte le parole scritte dall’autrice. Daniela Grandinetti sa fare bene quello che fa, ovvero: scrivere. Due storie che si creano parallele intersecandosi e divergendo, attraverso uno dei periodi più bui dell’Italia contemporanea, Oriana e Dario — inutile soffermarci sui rimandi dei nomi — nel pieno degli anni di piombo, la strategia della tensione, che culminarono con la strage di Bologna del 2 agosto 1980. Entrambi provengono da realtà diverse ma simili, piccoli paesini di provincia, entrambi considerati ai margini delle loro società per motivi, che scopriremo durante la narrazione, completamente diversi, ma che in qualche modo ne accomuneranno il vissuto fin dalla tenera età. Il terrorismo e le brigate rosse fanno da sfondo in primissimo piano, mi passerete l’ossimoro, ma i punti focali del libro sono molti, supportano tutta la trama e fondano le basi per gli innumerevoli spunti che offre.Quello su cui mi piace soffermarmi è il concetto di corpo. Uno degli ultimi libri che ho letto è stato “Tra me e il mondo” di Ta-Nehisi Coates, in questo bel libro l’autore scrive una lettera al figlio ormai adolescente, spiegandogli le difficoltà di essere afroamericano negli Stati Uniti, e si concentra sul concetto di corpo. Qui il corpo è qualcosa che va difeso con tutte le forze, perché è proprio questo che è messo a repentaglio e che sarà messo sempre in pericolo durante la sua vita. Prima che della sua anima il figlio dovrà sempre occuparsi del suo corpo. Il corpo in Daniela Grandinetti viene usato in maniera simile, anche qui è qualcosa da proteggere, ma non da una nazione fondamentalmente razzista, da qualcosa di più sottile, strisciante. Un corpo che si lascia anche guardare, ma non toccare, che non è mai in pericolo, perché diviene barriera invalicabile, una sorta di muro da mettere tra Oriana e il mondo, corpo che si fa statua fissa senza emozioni, che non vuole manifestare umanità, che viene messo in secondo piano dall’ideologia, corpo che rinnega gli istinti, le pulsioni, che in realtà si trasforma in macchina pronta all’azione per uno scopo più grande, almeno nella testa della protagonista. Oriana protegge il suo corpo per proteggere se stessa dalle deviazioni che il desiderio potrebbe comportare. Corpo che invece si trasforma, si libera dai pesi della mente quando la protagonista è sulla scena, infatti Dario è un regista teatrale e lei un’attrice. Qui il corpo libera quelle emozioni che tanto reprime, si fa guardare in modo diverso, trasforma Oriana in qualcosa di altro, lontano, qualcosa che a un certo punto della storia le fa paura e scapperà dal teatro dopo una performance intensa e bellissima. Anche Dario fa i conti con il suo corpo, anche lui reprime in nome di un sentimento assoluto, anche lui è impaurito e soffoca quei sentimenti per rispettare la figura ideale di Oriana. Naturalmente, come scrivevo prima, gli spunti di riflessione sono tanti, ma per affrontarli dovrei per forza rivelarvi troppe cose, e non mi sembra giusto, questo libro va letto. Perché vi dovrei parlare di azioni che vengono giustificate da un fine più grande, di azioni che vengono considerate giuste nonostante tutto, dell’utilità di alcune azioni alla luce del mondo e della società in cui viviamo, del pentimento e della redenzione…

Il primo lettore non si scorda mai

Per chi deve faticare a far camminare una storia ovvio che il dialogo con i lettori è vitale.

Sono rimasta piacevolmente sorpresa dal fatto che soltanto giovedì ho fatto la prima presentazione ufficiale del romanzo Le mani in tasca e nel fine settimana mi sono arrivati i primi riscontri.

Li metto qui, nell’archivio dei cassetti virtuali, e umilmente ringrazio.

Antonio G.

Bologna, stazione 2 agosto 1980 ore 10,25. “……appartengo ad una generazione cresciuta con la guerra e il fascismo:pensavamo di aver visto già tutto, di aver superato il peggio, credevamo di essere entrati nella storia nuova.Invece non è stato così. Ho perso un figlio, ma se perdessi anche la speranza, sarebbe la morte definitiva, non solo mia, ma quella di tutti…..”È una delle pagine finali del nuovo romanzo di Daniela Grandinetti: Le mani in tasca. La scrittrice lametina ha la capacità di raccontare i sentimenti dell’universo femminile come pochi. È un libro bellissimo, che mi ha coinvolto anche emotivamente pagina dopo pagina.

Flora M.

Questa notte ho finito di leggere il tuo nuovo romanzo, anzi più che leggerlo l’ho divorato (mi ripropongo infatti di rileggerlo con più calma) Mi avevi già anticipato che era del tutto diverso dal precedente “La malasorte” ma la storia di Oriana e Dario non è meno bella di quella di Cosma. Che dirti? Mi sono immedesimata in questi due personaggi e sono tornata indietro nel tempo di 50 anni. Il periodo da te trattato io l’ho vissuto in pieno ai tempi del liceo. Fine anni 60 e inizio anni 70, come si fanno a dimenticare? Tutti eravamo un po’ Oriana, tutti sentivamo il desiderio di giustizia, tutti abbiamo rischiato di essere coinvolti in cose più grandi di noi. Ma il personaggio che più mi ha intenerito è stato quello di Dario. Un ragazzo dolce, impacciato, che dà un po’ sui nervi per la sua troppa timidezza ma che sa amare con una passione ed una totalità di sentimenti che lasciano senza parole. Non so bene descriverti i sentimenti che ha fatto scaturire in me la lettura di questo libro. So solo che a distanza di due giorni, da quando ho finito di leggere l’ultima pagina , la mia mente è ancora là con Dario e Oriana.

Angela G.

Ieri sera ho finito il tuo libro. Letto in fretta perché m è piaciuto moltissimo. Niente a che vedere con La malasorte. Questo è davvero grande, bellissimo, ti scrivo più a lungo domani ma questo volevo dirtelo subito. Bravissima!

Pronti a salpare

 LE MANI IN TASCA

Ormeggiata nel porto sta ormai per salpare la nuova storia, quella di Oriana e Dario, due personaggi che vengono da molto lontano. Hanno viaggiato molto prima di approdare sulle pagine che proprio in queste ore stanno per essere stampate e rilegate in una copertina bellissima nel nuovo romanzo dal titolo Le mani in tasca.

C’è sempre un po’ di timore quando esce un libro, almeno per chi, come me, ne avverte tutta la responsabilità: un libro è fatto per il cinquanta per cento dallo scrittore o scrittrice e l’altro cinquanta per cento da chi lo legge, in perfetta parità, l’uno non esisterebbe senza l’altro.

Il romanzo comincerà a conoscere luoghi e persone, io vorrei che volasse da solo, ma sappiamo non è possibile. Oggi se vuoi che la tua storia arrivi devi muoverti, andare, fissare incontri, girare.

Tutto ciò è quasi contro la mia natura, ma lo farò convinta, proprio per quel senso di responsabilità di cui sopra: perché dentro non c’è soltanto la mia fatica, il mio tempo, la mia dedizione. C’è anche il lavoro di altre persone che lo scelgono, lo leggono, lo correggono, lo stampano, lo mettono in vendita, lo fanno arrivare ai librai e alle libraie. Pensateci, quando spendete quei pochi euro che vi regalano una storia, bella o brutta che sia, perché spesso ce ne dimentichiamo una volta che abbiamo quell’oggetto in mano.

Sono inoltre felice di pubblicare con Augh! Edizioni, una casa editrice indipendente, giovane, con una squadra motivata, sarò responsabile anche per loro e spero di contribuire alla loro crescita, a me piace il gioco di squadra e da adesso in poi ne farò parte.

Accadrà un’altra cosa insolita: io non andrò in giro soltanto con e per il mio libro, ma laddove possibile porterò con me e parlerò anche di altri libri che sono affini al tema del mio romanzo: libri bellissimi, che raccontano un pezzo di storia di questo paese che forse nessun libro di storia racconterà mai, visto che la verità mai la sapremo nell’oggettività dei fatti, pur conoscendola.

Andrò in giro con questi libri (in ordine sparso):

Il passato davanti  a noi di Bruno Arpaia, e sempre dello stesso autore Il fantasma dei fatti (Guanda)

L’odore acido di quei giorni, di Paolo Grugni, e sempre dello stesso autore Pura razza bastarda (Laurana)

Nero Ananas di Valerio Aiolli (Voland)

Il brigatista di Antonio Iovane (Minimum fax)

A schema libero,  Lou Palanca (Rubbettino)

Perché? Per fare pubblicità ad altri autori?

Se state pensando questo siete nel posto sbagliato, questo lo dite, se mai, voi.

Non io.

C’è sempre una sorta di malinconia quando ti separi da qualcosa di tuo che non ti apparterrà più, tuttavia buon viaggio Oriana, buon viaggio Dario.

MI CHIAMO VLADIMIRO, HO SEDICI ANNI

È la sesta ora e non ne posso più. Lento è ancora lì alla lavagna che fa cerchi e triangoli, ma cosa c’ha nella testa? Se invece di darci le spalle si voltasse e si guardasse intorno si accorgerebbe di come vanno le cose. Stancanelli è al cellulare che gioca, Muraro chatta con la fidanzata, Mattei sta sprofondando nel sonno eterno. Non ce n’è manco uno ad ascoltarlo. A parte Ferraro e Muraca, che si sa, nella vita non hanno un cazzo da fare quindi studiano e sono i cocchi dei professori. In tutte le classi ci sono quelli come Ferraro e Muraca, che poi sono quelli che fanno sentire i professori onnipotenti, giusti insomma.
Le gambe sotto il banco mi tremano, sono già due volte che Vauro mi chiede di smettere. Dice gli sembra ci sia un terremoto e si impressiona.
Vauro è il mio compagno di banco, un tipo mica tanto sveglio. Uno spilungone con gli occhiali e gli occhi chiari che quando parla lo fa senza muovere le mascelle. Sembra sia mosso da un ventriloquo. Credo me l’abbiano messo accanto perché mi considerano uno agitato, così con lui non posso parlare. Cosa gli vuoi dire a uno che si chiama Vauro e sta impalato sei ore su sei?
Una volta gliel’ho anche chiesto da dove venisse quel nome strano, io pensavo di aver capito male, credevo si chiamasse Mauro. Invece no, ha specificato lui con aria da precisino, Vauro. Con la V. Poi ho capito a malapena che era il nome di suo nonno. Bella scoperta! Il novanta per cento della popolazione porta il nome del proprio nonno, è che io Vauro non l’avevo mai sentito prima. Comunque tutto sommato gli è andata bene. Figuriamoci se il nonno si fosse chiamato che so, Evaristo o Ermenegildo.

«Allora, tutto chiaro?»
Lento si è voltato di scatto, nell’aula c’è stato un sussulto simultaneo, come un’onda. Tutti hanno fatto sparire i cellulari sotto il banco, via i giochi, il fantacalcio, le foto porno, le fidanzate in linea. Tutti con gli occhi puntati alla lavagna e i quaderni davanti. Mattei al secondo banco il sussulto non ce l’ha avuto. Si è addormentato proprio. Si è svegliato perché il compagno di banco gli ha dato una gomitata. Ha sollevato la testa e si è guardato intorno. Sembra una bertuccia intorpidita che ha avuto un risveglio brusco. Soltanto Ferraro e Muraca rispondono un sì convinto. Talmente convinto che il professore si va a sedere soddisfatto.

Ma quando finisce? Non ne posso più. Mancano venti minuti e sembrano un’eternità. L’ultima ora non passa mai.
«Allora per la prossima volta fate gli esercizi a pagina 238, dal numero 1 al 10.» Lento neanche alza gli occhi e passa dal libro al registro, dove va a segnare i compiti per venerdì, quando avremo il piacere di rivederlo per due ore di fila. Non si accorge che nessuno ha segnato niente, nemmeno abbiamo tirato fuori i diari, a parte Ferraro e Muraca ovviamente. Alcuni perché gli esercizi li copieranno da Ferraro e Muraca altri perché tanto c’è il gruppo su whatsapp dove se hai voglia puoi sapere anche quanti peli ha Lento sul culo (per la cronaca: non sono io maleducato, è che è proprio questo il linguaggio della chat).

Intanto si sono fatte le due meno dieci, se Dio vuole questa tortura sta per finire. Io sto seduto all’ultimo banco. Mi alzo e vado alla porta. Almeno comincio a sgranchirmi le gambe.
«Martena mancano ancora dieci minuti alla campanella, quindi va’ a sedere al tuo posto. E levati quelle cuffie!»
«Ma prof, mancano pochi minuti!»
«Martena ho detto vai a sedere al tuo posto. Immediatamente! Altrimenti giuro ti tengo qui altri dieci minuti dopo il suono della campanella.»

Eccolo il professor Lento, lento di nome e di fatto, che prova a fare il grosso con me mentre sono qui che fremo aspettando che suoni l’ultima campanella. E sì che lo sa che con le minacce ci vado a nozze.
Ora che ci penso però ho presentato tutti tranne me: mi chiamo Vladimiro Martena, detto Villi, che è il mio soprannome da sempre ma non chiedetemi perché, non lo so. È un po’ come il nome di Vauro. Ho sedici anni, bocciato una volta alle scuole medie, in terza per la precisione, sono il classico disadattato. Quelli come me hanno il marchio di fabbrica, ovunque vadano.
La mia specialità a scuola è collezionare note sul registro, le colleziono come trofei, in quelle non mi batte nessuno. A me della scuola non me frega un cazzo, ci vengo se no mi mandano i carabinieri a casa. Dicono che ho l’”obbligo”. E allora se mi obbligano a starci poi però non mi devono rompere le palle se “disturbo la lezione”, come recitano decine di note a penna rossa in mio onore.
L’ora prima di Lento abbiamo fatto italiano, non ho idea su che cosa fosse la lezione perché come al solito avevo le cuffie. Di nascosto ascolto sempre la musica. A un certo punto la prof mi ha interpellato. Io ovviamente non l’ho sentita. Così sì è avvicinata mentre io guardavo la pioggia cadere fuori dalla finestra.
«Martena.»
Sento una mano che mi scuote.
«Martena, dico a te!»
Io mi sono levato una cuffia e ho alzato la testa. L’ho guardata come si guardano gli extraterrestri credo, lei non si è nemmeno arrabbiata.
«Ma che fai, invece di imparare qualcosa ascolti la musica?»
«Mi scusi prof. È che non mi sento bene.» Ho farfugliato.
«Non è un buon motivo per starsene con le cuffie a dormire sul banco mentre c’è una lezione.»
Non sapevo cosa dire. Non so mai cosa dire quando mi colgono in flagrante. Più che altro credo sia perché non me ne importa niente.
La Bertini mi ha guardato severa poi si è girata ed è andata verso la cattedra. Sulla via del ritorno ha sparato la seguente frase:
«Il fatto è, cari ragazzi, che voi non volete capire che la scuola, lo studio, sono fatica. La scuola è una palestra, vi allena, perché anche fuori da qui domani sarà così. Fatica. E voi è con questa parola che non andate d’accordo. La vita è dura, in nulla si riesce senza soffrire. E badate che è dura per tutti. Solo lo studio potrà darvi delle sicurezze.»
Ecco, quando parlano così, io mi chiedo se recitano, se lo dicono perché lo devono dire o cosa. Insomma non è possibile che credano veramente a queste stronzate.
Fatto sta che mi è venuto da ridere. E ho riso. Sia chiaro, non una risata sguaiata. Una risatina, diciamo così, una cosa innocua. Però la Bertini mi ha sentito. Beccato. E lì si è arrabbiata.
«Martena che fai ridi? Sono cose che ti fanno ridere? Se tu avessi ascoltato la lezione avresti saputo che stavamo parlando di un poeta come Leopardi che è a voi che si rivolge. È a voi adolescenti che dice queste cose. Ma lui che fa? – si rivolge alla classe – lui ride – poi di nuovo a me – ma cosa avrai da ridere?»
«Niente, non ridevo per lei»
«E allora per cosa? Per Leopardi?»
«No. Però… insomma, vengo a scuola per sentirmi dire che la vita è dura? Che tutto è fatica? Ho sedici anni, prof, io mi voglio divertire.»
Ecco, mi ero tolto un bel peso dallo stomaco.
«E allora vai, Martena, vai a divertirti fuori. Così impari a essere insolente come il tuo solito.»
Mi sono alzato mentre lei prendeva la penna e annotava sul registro “Martena viene allontanato dall’aula perché si rivolge all’insegnante in modo insolente:” Le conosco a memoria queste formule. Sono cinque anni che le vedo e sono sempre le stesse anche se scritte da individui diversi.
Me ne esco, tra gli sguardi un po’ invidiosi dei miei compagni che continueranno a sentirsi le prediche della Bertini su quanto abbia sofferto Leopardi per rimanere a futura memoria.
Insomma stamattina mi sono beccato la quinta nota dell’anno, e siamo appena a dicembre.

La campanella ormai sta per suonare e io devo correre. Il suono dell’ultima campanella è l’unica cosa che mi piace della scuola. Sei ore con il culo su una sedia e sentire stronzate di cui non mi frega niente. Oggi piove pure porca vacca e devo andare a casa di mia madre che sta in centro. Devo camminare una mezz’ora buona a passo svelto prima di arrivarci. Quando arrivo là i giorni in cui esco da scuola alle due i miei fratelli sono già a tavola che mangiano, ma non è colpa mia se esco tardi e la scuola è in culo al mondo. A tavola ci sarà il solito piatto di pasta coperto con un piatto fondo, la pasta sarà già fredda e collosa da fare schifo, ma quando hai fame va bene tutto. Butto giù con il fiatone e punto.
Anche mangiare, tocca farlo di corsa. Mia madre se ne sta lì in piedi davanti alla lavatrice in preda all’ansia perché non vede l’ora che finiamo e ci leviamo di torno.
Il pranzo da mia madre è a tempo, come una bomba ad orologeria. Alle tre, massimo tre e mezzo, dobbiamo essere fuori da casa sua.
Dice che deve pulire tutto per bene prima che arrivino le “clienti”. Secondo lei a sedici anni mi bevo la storiella che fa la manicure, cioè che farebbe belle le mani e lisci i piedi delle signore bene di questa città, a casa sua.
Io lo so cosa fa mia madre. Fa la puttana. Ecco perché ha fretta di mandarci via. Riceve i “clienti” di pomeriggio. Come l’ho saputo non importa, non è stata una bella scoperta. Devo ammettere che molte volte ho avuto la tentazione di nascondermi e spiare gli uomini che si scopano mia madre, ma poi non l’ho mai fatto. Alla fine mi sono convinto che è un lavoro come un altro.
In fondo non me ne frega niente da dove vengono quei quaranta, a volte cinquanta, euro che mia madre mi dà ogni settimana, che per quattro fanno circa centosessanta euro, nel senso che io sono il secondo di quattro figli maschi: Mirko ha un anno più di me, poi c’è Alberto che ne ha dodici ed Enzino che ne ha nove e tra noi è quello che ha sofferto di più quando mia madre se n’è andata, più di un anno fa.
A dire il vero anch’io l’ho odiata, anche se poi quando ho cominciato a vedere qualche soldo ho pensato che in fondo era meglio così. La nostra casa, quella in cui siamo rimasti a vivere con mio padre, non è neanche una casa, è una vecchia catapecchia di pietra alla periferia di questa città.
Mio padre è disoccupato da tre anni e come se non bastasse è pure invalido, ha le gambe mosce e per muoversi deve usare le stampelle, non ho mai capito bene perché. È così da quando sono nato.
Comunque mia madre ha fatto bene a lasciarlo, è uno schifo d’uomo, quando non è pieno di vino è pieno di birra. O dorme o beve. O in alternativa si incazza con noi perché sa che mia madre ci dà dei soldi e a lui quelli che prende da non so dove non gli bastano per ubriacarsi tutto il giorno.
All’inizio ho pensato che ci stava che mia madre se ne andasse per via di mio padre, erano sempre urla e botte, ma non capivo perché avesse abbandonato anche noi.
Poi però dopo ho capito. Mia madre s’è sistemata mica male, s’è fatta un appartamento piccolo ma decente, e di sicuro con il lavoro che fa non ci può tenere con lei, almeno questo mi piace credere perché a dirla tutta non so se vorrebbe farlo, visto che a parte darci da mangiare a pranzo e allungarci qualche soldo non si preoccupa un granché di quel che facciamo. Per il resto dobbiamo arrangiarci. Lei non chiede mai niente, né della scuola, né della salute, né dei cazzo dei problemi che hanno gli adolescenti che ormai tutti ne parlano tranne lei. Persino la strizzacervelli della scuola dove mi hanno spedito un paio di volte.
In effetti l’unico motivo per cui vengo a scuola tutte le mattine è che non mi va di stare in quella cazzo di casa che puzza, a scuola mi rompo le palle ma almeno non c’è quella puzza di vino e sudore che c’è a casa mia. Né c’è mio padre, che a vederlo, con quelle stampelle e la pancia che sembra una mongolfiera, non è che faccia una bella impressione.

La campanella ora sta davvero per suonare e io come ho detto se voglio mangiare devo correre.
Prima di congedarmi però voglio farti i miei complimenti.
A chi, mi chiedi? Ma a te, sì, proprio a te. A te, lettore che stai leggendo e sei arrivato fin qui. Complimenti.
Però anche tu non hai capito niente, come tutti del resto. Tu sei convinto che io sia uscito dalla mente di quella che qui sopra ha messo il suo nome, come la chiamate? Autrice? Invece ti sbagli. Lei c’ha messo solo le parole giuste per far tornare i discorsi (non le cose, che quelle comunque non tornano).
Ma io. Io. A te che mi leggi. Te lo devo dire. Sappi che io sono vero.

La campanella è suonata, io devo andare, anzi, devo correre. Nella foga di uscire ho spintonato qualcuno, non so manco chi. Sento il professor Lento alle mie spalle che sta urlando….
«Martena, sempre il solito, sei proprio un animale!»

Fanculo Lento, tu e tutti gli animali come te.

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