Malavuci soffiate nel vento da una cantastorie

Molto tempo fa nel secolo decimonono, Honoré de Balzac diede alle stampe “La signorina Cormon”, titolo originale “La vieille fille” che letteralmente significa “La zitella”.

Storia  esilarante di  Rose-Marie-Victorie Cormon, attempata quarantenne, corpulenta e ingenua, discendente di una ricca famiglia borghese che cerca marito. Inutile dire che i pretendenti mirano al suo patrimonio, più che alla povera Rose-Marie. Il romanzo, crudele e grottesco, nel quale sono frequenti doppi sensi a sfondo erotico,  forte per quei tempi, è considerato un capolavoro del romanzo moderno, anche se non è molto conosciuto.

Con Malavuci di Antonella Perrotta, La signorina Cormon non ha molto a che fare per trama o stile, ma nel leggere l’opera di Antonella ho ripensato a questo romanzo di Balzac che lessi molto tempo fa, e questo credo dica già molto.

L’abilità narrativa, il tenere insieme la storie e le storie, il creare personaggi a tutto tondo pur nei rapidi tratteggi, il restituire l’atmosfera di un piccolo paese pettegolo, San Zefiro, dove le chiacchiere viaggiano con il vento e soffiano malamente sulle vite di uomini e donne, mi ha ridato il piacere di una lettura che non provavo da tempo, un po’ come sedersi accanto a un ruscello che scorre e trovare il piacere della frescura lontano dall’afa, sotto l’ombra di fronde mosse dal vento.

In un panormara letterario che ci offre eccellenze, ma spesso anche storie pretestuose, pseudo-intellettuali, che talvolta nascondono l’incapacità di costruire degnamente una storia, una trama, dei luoghi, Malavuci, nei suoi toni che virano sapientemente dall’ironico al drammatico, possiede quella narrazione che crea un affresco, geografico, fisico e umano, come avviene nei “grandi” romanzi.

Pagine ironiche, talvolta comiche, altre volte tristi da far velare gli occhi: le reazioni di chi legge si snodano su un solido filo narrativo che suscita empatia e antipatia, ma sempre coinvolgimento.

Ambientato a San Zefiro, un piccolo borgo calabrese immaginario, siamo nel 1919 e dopo la guerra arriva ad ammazzare pure la Spagnola , che alcuni credono si mandi via con gli scongiuri perché causata da qualche magara. La magara è una ragazza, Lela, colpevole di essere forestera: è lei  la strega della quale liberarsi (ah! i pregiudizi!)

Poi c’è Sasà, figlio di Antonio e Caterina Bellosguardo, famiglia di carriamorti (ovvero proprietari dall’agenzia di pompe funebri, Il Trapasso) che sulle labbra dei paesani diventa  la fimminella di cui sparlare, con grande rabbia della madre che farà di tutto per sfatare questa malavuce (ah! i pregiudizi!)

Un intreccio di vite che l’autrice ci racconta in veste di “cantastorie” e che in un momento di pausa dalla lettura ho preso in mano perché la sera prima di dormire devo comunque guidare la mia insonnia con qualche pagina al letargo della mente e del corpo, ma che invece mi ha catturato completamente, tenendomi sveglia, e mi ha fatto scoprire una narratrice di stoffa! (devo recuperare Giuè, il primo romanzo, che pure ho)

Non ultimo vorrei segnalare la grande cura grafica ed estetica di questo romanzo e voglio dirlo, visto che mi sta capitando di leggere romanzi di accreditate case editrici con refusi e impaginazioni penose. Ecco, l’ho detto.

Antonella Perrotta, Malavuci, Ferrari Editore

Antonella Perrotta nasce in Calabria, dove vive e lavora. Laureata in giurisprudenza, appassionata da sempre di storia, scrittura e letteratura. Suoi racconti sono presenti in volumi collettanei. Collabora, inoltre, con riviste e blog culturali. “Malavuci” è il suo secondo romanzo, dopo “Giuè.

Fadia: un romanzo d’amore e di viaggi

Com’è una storia d’amore che non ti aspetti? È quella che racconta Sandro Gioffré nel suo ultimo romanzo Fadia tra un “mulo” e una novizia.

I “muli” sono i figli di una terra, la Calabria, che per fare strada devono scalciare, masticare polvere, erba e veleno, ma in quanto muli sono testardi e mirano al riscatto, tirano dritto senza contare le volte che hanno dovuto battere la testa, piangere di dolore e di rabbia. Figli non riconosciuti dai padri e non desiderati da madri costrette. Sono coloro che si imbattono nelle regole del tu vieni dopo, per ultimo, perché non sei nessuno e devono ingoiare fiele per fare quello che desiderano, nel caso del protagonista, il “mulo di questa storia, il medico.

Con un sapiente espediente letterario il romanzo inizia da una fine, perché è quando stiamo per perdere tutto che lottiamo ostinatamente per tenerci la vita, i sogni, i desideri, le illusioni, tutto ciò che è rimasto insoluto e inappagato. E forse solo così la vita torna.

Il “mulo” è Andrea Bisi il quale anche grazie a un insegnante dall’esistenza complessa che, come un marchio, gli lascia in eredità la storia di una passione (quella tra la principessa Spinelli e il compositore Giavanbattista Pergolesi) diventa medico nonostante il baronato.

Andrea trova la sua principessa, bellissima e inafferrabile: Fadia. Se ne innamora, lei è promessa a Dio, è una novizia cattolica in terra siriana. La perde.

Nel perderla Andrea perde anche il mondo che intimamente cerca, le voci della grotta dov’è cresciuto lo raggiungono anche quando sono lontane nel tempo e nello spazio, quando avrebbe dovuto e potuto dimenticarle. Ma non si cambia la sostanza di cui siamo fatti.

Andrea cercherà Fadia, tornerà in Siria (che l’autore conosce bene per esserci stato) ricca di bellezze, di monumenti e fascino religioso, là dove ha conosciuto Boulos Yazigi, arcivescovo di Aleppo: la ritroverà martoriata e succube di una guerra feroce, le cui atrocità non risparmiano nessuno.

Riuscirà a trovare Fadia?

Ho letto il romanzo di Santo Gioffrè rapita non solo dalla storia, ma anche dalle descrizioni di luoghi e situazioni che mi sono resa conto conosco molto poco. Sono partita in viaggio con Andrea Bisi, il protagonista.

Su tutto (la storia di riscatto, di ricerca, l’amore vero, quello autentico e passionale come la vita, come le scelte che ci conducono alle nostre “voci”, alla nostra sostanza) c’è anche la mancata storia d’amore tra un Oriente dalla storia millenaria in preda agli scenari di guerra dei quali si tace, a scapito di altre guerre che ci sembrano più “nobili” perché c’è in ballo il nostro Occidente: un filo spezzato tra due mondi che corrono distanti verso l’autodistruzione e non conoscono la comprensione, la storia, ciò che lega un uomo e una donna e un mondo all’altro mondo.

“In quella grotta, la sua grotta, trascorreva le notti di tempesta: le pecore, come in un’immagine sacra, gli fornivano il tepore necessario. Fantasticava su tutti gli incomprensibili segni incisi su quelle pareti. Quando era stanco, trovava conforto nel passare il dito indice su quelli che nella sua ingenuità chiamava semplicemente disegni (..) pensò perfino che un altro bambino, prima di lui, avesse abitato in quella grotta disegnandone le pareti. (..) quando entrava in quella grotta, ed era triste, il suo umore cambiava. C’era una sorta di protezione benevola, la sensazione di una pace antica voluta da esseri di altri mondi”

Un romanzo denso, intriso di spiritualità mai retorica, scritto con una prosa altrettanto densa e appassionata, che ho letto vivendo e viaggiando:

“Ora, nel momento dell’abbandono, sento le cicale cantare tra gli alberi d’ulivo, dove mi raccontavi che sta la sacra grotta. Sento i loro friniti e le vibrazioni delle ali, il canto che esprime la rinascita tra un ciclo naturale che si rinnova sempre, mentre io mi annullo. Come me, anche loro hanno vissuto una sola stagione, nell’estate più torrida. Loro si accoppiano e danno vita, morendo. Io nemmeno quella sono riuscita a dare.”

Fuori, mentre chiudevo le pagine di questa storia così bella e intensa, c’era il silenzio della notte, ma ugualmente ho ascoltato frinire le ciccale in questa strana estate che sembra non arrivare mai, anche se se ne sta lì, fuori dalla finestra.

Oltre il fragore della guerra, della malattia, delle vite spezzate, alla ricerca di quella intersezione con l’unico punto che ci può darci la sostanza di umani che amano e si toccano.

SANTO GIOFFRE’, FADIA, CASTELVECCHI EDITORI, 2022

SANTO GIOFFRÈ

Medico e scrittore calabrese, è stato consigliere nel suo comune di origine, Seminara, e assessore alla Cultura della provincia di Reggio Calabria. Nel 2015 è commissario straordinario dell’Asp reggina. È autore, tra gli altri, di Artemisia Sanchez (Mondadori, 2008) da cui la Rai ha tratto una fiction televisiva di grande successo. Castelvecchi ha pubblicato il romanzo L’opera degli ulivi (2018) e il saggio Ho visto. La grande truffa nella sanità calabrese (2020). Nel 2020 ha vinto il Premio CRONIN, mentre nel 2021 è stato proclamato Medico Scrittore dell’Anno e ha vinto il Premio Internazionale “Tulliola-Filippelli” per la letteratura.

Scarnificare

La persona di questo romanzo è la seconda singolare: tu.

Il verbo prevalente il condizionale: potresti.

Tu potresti: l’eventualità, la possibilità, l’opportunità.

Caso mai accadessero o esistessero eventualità, possibilità, opportunità, cosa che appare improbabile per il protagonista di questo romanzo dolente che ha perso la cosa che aveva di più caro e, di conseguenza, sé stesso.

È una storia in cui si parte e si torna, si va e si viene, si riempie una valigia come se si dovesse partire per sempre salvo poi tornare a casa dopo poco.

Come nel gioco dell’oca: quando ti ritrovi nella casella dell’oca nera che ti rimanda a quella di partenza e devi ricominciare.

Andare nel luogo dove sei stato insieme a lei, poi tornare e ripartire per un altro luogo che era il “nostro” luogo preferito: provare a vedere che effetto che fa, andarci da soli, dopo, e ricordare, in un loop che assomiglia al nastro scorrevole degli aeroporti, tu stai lì a fissarlo aspettando il bagaglio mentre gira. Gira. Arriverà e sarà un caso, il tuo bagaglio tra quello degli altri.

Roberto Saporito nel consegnarci questa storia autobiografica non ha usato alcuna indulgenza, né verso sé stesso né verso i lettori : la sofferenza viene evocata da ogni singola parola che alita sulla pelle. Tu quell’alito lo senti e comprendi intimamente che le parole alla fine non servono, o servono a poco, e per questo l’autore scarnifica al massimo l‘uso di quelle parole che al contrario siamo abituati a sprecare, salvo poi perderle quando perdiamo noi stessi o l’altro fuori da noi che rendeva tangibile il nostro esistere, nei gesti, nei luoghi, nei cibi, nei calici di vino condivisi.

L’assenza è un non luogo, è non esserci, è la meccanicità dei gesti in cui cerchi di trovare il senso per stare ancora al mondo, magari è nella ripetizione che potrebbe esserci una sorta di salvezza o qualcosa che le assomigli. Potrebbe: condizionale. A condizione che.

Ma qual è la condizione? Esiste? Può esistere?

Non c’è una risposta e non trovo parole migliori da quelle usate da Kafka per “riferire” quel che io, lettrice, ho avvertito attraverso quel sussurrare continuo sulla pelle che ha accompagnato le lettura di questo romanzo doloroso e bellissimo.

“Ma è bene se la coscienza riceve larghe ferite perché in tal modo diventa più sensibile a ogni morso. Bisognerebbe leggere, credo, soltanto libri che mordono e pungono. Se il libro che stiamo leggendo non ci sveglia come un pugno che ci martella sul cranio, perché dunque lo leggiamo? Buon Dio, saremmo felici anche se non avessimo dei libri, e quei libri che ci rendono felici potremmo, a rigore, scriverli da noi. Ma ciò di cui abbiamo bisogno sono quei libri che ci piombano addosso come la sfortuna, che ci perturbano profondamente come la morte di qualcuno che amiamo più di noi stessi, come un suicidio. Un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi. (Da una lettera a Oskar Pollak (Novembre 1903)

Grazie a Roberto Saporito per queste pagine intense, per il pugno sul cranio. Ci sono romanzi che raccontano “storie” e altri impregnati di vita e di morte, di assenza e solitudine, da far vibrare quell’essere fragile che vive in ognuno di noi. Nella perdita e nel timore della perdita. Nell’esperienza di sopravvissuti e nella transitorietà di ciò che siamo o supponiamo di essere.

Niente, in questo momento è la tua parola preferita

Il tuo nuovo passo lento da viaggiatore del tempo perduto

ROBERTO SAPORITO

E’ nato ad Alba (CN) nel 1962. Ha studiato giornalismo. Ha diretto una galleria d’arte per trent’anni. Ha pubblicato raccolte di racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo Harley-Davidson (1996), Generazione di perplessi (2011), Il rumore della terra che gira (2010), Il caso editoriale dell’anno (2013), Come un film francese (2015), Respira (2017), Jazz, Rock, Venezia (2018) e Come una barca sul cemento (2019). Suoi racconti sono stati pubblicati su alcune antologie e su innumerevoli Riviste Letterarie. Ha collaborato con la Rivista Letteraria di Milano “Satisfiction” con una personale rubrica.

Qui la recensione di Nicola Vacca

https://www.gliamantideilibri.it/in-nessun-luogo-roberto-saporito/

Piove, molto, moltissimo

Oggi piove, temporale di quelli seri, tuoni, lampi, la corrente che salta in continuazione. Dunque quale momento migliore per scrivere due parole che da tempo avrei voluto dedicare a questo meraviglioso romanzo?

Parafrasando Sciascia con una famosa citazione de Il giorno della civetta, ci sono gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà e leggendo questo libro viene da pensare che la stessa cosa vale per gli scrittori e in generale per tutti coloro che scrivono.

Intanto l’autore, Nicola Pugliese, che nasce a Milano ma vive a Napoli, professione giornalista, nel 1977 Calvino lo scopre e viene pubblicato il romanzo: un successo, il romanzo si esaurì in poco tempo ma poi sparì e sparì, di fatto, anche il suo autore, un Salinger nostrano insomma. Negli anni seguenti si racconta “di ricerche di appassionati tra i librai del centro storico di Napoli, di fotocopie vendute a caro prezzo, di offerte economiche molto elevate per acquistarne una singola copia. Anni di silenzio, fino alla morte di Pugliese (2012).” (Fonte: minima&moralia)

Il romanzo per nostra fortuna è stato pubblicato nuovamente di recente da Bompiani, per me la lettura è stata fortuita perché un giorno mentre scorrevo la home di facebook, mi è comparso il contenuto sponsorizzato con la copertina del romanzo, che mi ha subito attratto, per cui l’ho preso nel giro di due giorni. Praticamente un richiamo. Nei giorni seguenti per l’appunto mi sono invece capitate a tiro una serie di recensioni su blog che seguo, che tuttavia non ho voluto leggere, non so bene perché: volevo prima leggere il libro, questo libro nero, il cui sottotitolo recita: Malacqua. Quattro giorni di pioggia nella città di Napoli in attesa che si verifichi un accadimento straordinario e la sinossi: “Dopo una notte di pioggia torrenziale, all’alba grigia e funerea del 23 ottobre, arriva una telefonata ad Annunziata Osvaldo, centralinista della Questura di Napoli. Una strada è crollata. E poi un palazzo in via Tasso. La città sembra liquefarsi mentre l’acqua scorre, penetra, danneggia. Andreoli Carlo, giornalista che si occupa dei misteriosi accadimenti, si fa testimone degli effetti di una diabolica pioggia che sembra non finire mai. E intanto voci inquietanti risuonano dal Maschio Angioino, l’enigma di tre bambole assilla le autorità, sale l’acqua del mare e le monetine da cinque lire cominciano d’un tratto a suonare canzoni. Un romanzo cupo e raffinato sulla bellezza e l’enigma che da sempre ammantano la città di Napoli, un’opera diventata con il tempo un clamoroso caso letterario del secondo Novecento. La sua scomparsa dalle librerie coincise con quella dell’autore dalla città e dal giornalismo, facendo di Nicola Pugliese un “Salinger napoletano”. Trascorse con ostinato riserbo gli ultimi anni nel paesino di Avella in Bassa Irpinia, dove si era trasferito in un isolamento volontario. Mentre la critica si ricordava di Malacqua consacrandolo come un capolavoro, i lettori più fortunati si passavano in fotocopia quel testo ormai introvabile”

Romanzo meraviglioso, con l’acqua che scende e trascina a mulinello dentro le vite e le storie concentriche come le pozze nelle quali cadono le gocce d’acqua, incastrandosi l’una all’altra, scivolando sulla narrazione bagnata, passando da una strada all’altra. Una narrazione ruvida, scontrosa, fuggevole, contralto della regolarità con cui cade la pioggia incessante.

L’uscita di Malacqua è segnata da un fiorire di recensioni (chissà cosa ne penserebbe l’autore), se avete voglia cercatele, ma il libro, leggetelo.

«L’acqua scendeva scendeva fuggiva lontano, e da qualche parte si sarebbe pure fermata, con ogni probabilità, ma la cosa non riguardava tutti, no: riguardava soltanto quelli che si sarebbero trovati nel punto dove l’acqua si sarebbe fermata: ma in definitiva: si sarebbe mai fermata per davvero quest’acqua che veniva e veniva?»

Io in questa giornata di pioggia incessante torno a parafrasare Sciascia, ironicamente ma non poi tanto: ci sono i libri, quelli che scrivono e tu li leggi, io li leggo, anche volentieri.

Poi ci sono i grandi romanzi e i grandi scrittori.

“E fermi questi occhi come occhi di bambola con l’impressione della profondità. Come qualcosa andasse in lontananza, fuggire, fuggire.”

N. PUGLIESE, MALACQUA, BOMPIANI, 2022

17 anni, secondo liceo classico, un tema che mi segue

Ho alle spalle una vita randagia, fatta di spostamenti, traslochi, cambiamenti. Nel corso di questi salti, un’esistenza come il gioco “si loca” che facevamo sulla strada, per chi lo ricorda, ho perso molte cose, molte le ho gettate via di proposito, altre mi seguono. Questo che riporto l’ho ritrovato qualche giorni fa per l’ennesima volta, ripiegato in un quaderno.

La brutta copia di un tema, a ricordarmi che se i pastorelli a Fatima ebbero la Madonna in visione (detto senza intento di dissacrazione) io ho avuto il Living Theatre a segnare una pietra miliare sulla mia strada, un incontro che mi ha cambiato la vita che ricordo come fosse adesso, in un teatro sconvolto che non si aspettava quella piéce, uno spettacolo nello spettacolo.

Impressionante come a distanza di più di quarant’anni siamo di nuovo là, anzi siamo sempre là.

Adesso con le griglie di correzione questo sarebbe forse “fuori argomento”, ma sorrido a quella ragazzina forte e idealista che sono stata e, forse in parte, rimasta. Per questo ho deciso che era giunta l’ora di archiviarlo qui. Anche se non ricordo che voto ho preso.

Tema

I lager, le torture della Cambogia, l’esodo dei vietnamiti ed altri simili episodi, testimoniano che il nazismo non fu solo un movimento particolare di un’epoca storica, ma un atteggiamento ricorrente con una frequenza maggiore di quanto non si creda e verso il quale gli uomini dovrebbero mostrare più viva e decisa opposizione

Svolgimento

Il sipario si apre, l’azione sul palcoscenico è lenta, esasperante. Gli attori hanno facce bianche, di pietra. Hanno sguardi potenti, fissano i burattini che in platea si muovono a disagio, inquieti, al limite dell’imbarazzo, forse perfino spinti della voglia di andarsene. Poi il suono di una sirena coglia tutti impreparati, si alza la tensione. I volti sono fermi, continuano a fissare quelli del pubblico in preda alle reazioni più disparate.

Improvvisamente appare lui: il suo volto è orrendo, la sua maschera terrificante: incute timore e ribrezzo ma nel contempo fascino. Tra le rughe del suo viso bianco, plastificato, scorrono rigagnoli di sangue vivo, lucido. Dentro si leggono chiare le immagini di fucili che sparano, di schiene che si piegano. Disperazione e morte.

E proprio quando la morte domina la scena appare lei: piccola, minuta, fragile nel corpo, ma nello sguardo ha una luce intensa, viva. La sua voce si impone sulla scena e distoglie l’attenzione dai disagi.

Lei è Antigone, come nel 400 a.c. viva ancora oggi a replicare una tragedia insieme al padre, Creonte, che eternamente si ripete. Un bisogno di rivolta anima suoi i gesti, per dimostrare che contro il tiranno e la ragion di stato si può e si deve combattere.

Quanti morti, quanta distruzione hanno causato queste tragedie, non c’è evoluzione dei costumi, progresso tecnologico che possa frenare l’impulso distruttivo che è parte universale dell’individuo. Senza dubbio oltre a questo ci sono motivi politici, economici, ideologici che sfociano nelle dittature più crudeli, assurde, perché assurda e inconcepibile è la volontà di supremazia di un uomo sulla massa, assurda è l’oppressione e la repressione dei diritti naturali dell’uomo. Fascismo e nazismo sono esempi chiave quando si parla di dittature, ma oggi assistiamo al Vietnam, al Cile, all’imperialismo russo e quello egemone americano che fanno scorrere sangue in tutto il mondo. Senza dimenticare episodi misconosciuti come lo sterminio dei pellerossa e dei neri d’America.

Ciò che colpisce in maniera sconvolgente è il cinismo con il quale si portano avanti azioni di guerra ancora oggi: non solo gli scrontri frontali e le nuove armi, ma le torture come pratica diffusa, perfino la diffusione di droghe pesanti che incidono su popolazioni inermi.

La sete di potere, il bisono di dominio, tutto maschile, è una componente irrazionale che ha cause profonde “da ricercare in quel capitolo della storia occupata da una menzogna e censurato: il capitolo dell’inconscio” (Lacan).

Il problema si mostra di nuovo in dimensioni mondiali, sempre più drammatico, proprio in un periodo di crisi, tutti serrano i denti in nome dei propri schifosi interessi. L’impotenza nella quale ci veniamo a trovare è causa del nostro perderci in un mondo che non sentiamo nostro e per il quale non crediamo valga la pena di lottare e reagire. Ogni discorso su questa apatia, dovuta al tenore di vita che conduciamo in questa società consumistica, è scontato e retorico: siamo vittime di un sistema che si è impadronito del nostro pensiero, dei nostro corpi, niente è più espressione pura e sincera, ma tutto fa parte di un gioco nel quale noi siamo le pedine che si muovono su una scacchiera perfettamente squadrata per noi.

In questo contesto è fuori luogo il discorso di coloro che definiscono alienati quelli che rifiutano il sistema, una vita programmata, un percorso obbligato, che scelgono ad esempio la droga non come rifugio, ma come modo di essere e comunicare, spesso non importa neanche più se è la morte che con essa si avvicina, perché in mancanza di ideali, valori e un mondo che si sta disfacendo, dove regna la psicosi della bomba nucleare “qualche ora o qualche anche d’attesa è assolutamente la stessa cosa, una volta che si è perduta l’illusione di essere eterni” (J.P. Sartre)

Tuttavia per quanto difficile possa essere, è vitale riuscire a trovare in noi il coraggio per uscire da questo malessere che ci lega mani e piedi, non ci si deve lasciar andare, non si può essere passivi: un passo falso e siamo al baratro.

Forse sarò stupida a pensare che nonostante tutto valga ancora la pena di parlare d’amore, perché da esso scaturiscono vita e dalla mancanza di esso oppressione. Finché si vive è necessario crederci, credere nella rivoluzione, nel cambiamento.

Creonte è vivo da secoli e sempre lo sarà, ma lo sarà anche Antigone, la voglia di alzarsi e dire no, l’amore al posto del raziocinio senza senso.

L’amore come forza totale che sconvolge e smuove i meccanismi più profondi. Niente può fermare Antigone, questa forza cosmologica che ci trae nel flusso delle cose, nel gioco di atomi che si attraggono e si respingono, la rivoluzione  possibile di un cambiamento.

Prenderò il dolore tra le braccia

“In piedi, entra la corte”

“Imputato Calabrò si alzi, prima di iniziare a leggere il capo d’accusa, si dichiara colpevole o innocente?”

“Innocente, Vostro Onore”

“Bene, lei è imputato con l’accusa di aver scomodato nel suo romanzo un gigante intoccabile della letteratura italiana. Era consapevole dei rischi ai quali andava incontro? Lei sa bene che in questa particolare fase storica per finire sotto processo basta un niente? Una parola detta inconsapevolmente, un gesto compiuto per sbaglio, un link errato, un like a un post inopportuno tac, si finisce dritti dritti sul banco degli imputati. E dunque lei, ben conscio di questo clima infuocato, che fa? È andato a scomodare nientepocodimeno che Dante? La Divina Commedia? Il viaggio ultraterreno per eccellenza? La guida del bene e del male di secoli di cultura universale? Un monumento pubblico? Ma lei sa che in altri periodi l’avrebbero messa alla pubblica gogna? Come ha osato?”

“Vostro onore, se posso intervenire, in qualità di avvocata della difesa…

“Prego, ne ha facoltà, anche se non avevo finito…”

“Grazie Vostro Onore, e mi perdoni, ma abbiamo compreso il concetto e le motivazioni dell’accusa. Ebbene sì, molti storceranno il naso nel sapere che il mio cliente qui, Antonio Calabrò, ha usato il Sommo Poeta come fonte di ispirazione, ma a lui va ascritto il grande merito (con buona pace dei benpensanti che guai a toccare i grandi!) di aver sì raccontato un viaggio ultraterreno alla stregua di Dante nei mondi che ci attendono a seconda se in vita abbiamo compiuto il bene o il male, ma  lo ha fatto affidandosi a una guida simbolo dei nostri tempi, icona dell’unico linguaggio capace più di altri di elevare gli spiriti di noi poveri mortali, ovvero quello della musica. Siamo in presenza quindi non solo di un viaggio che il nostro autore/protagonista compie nell’aldilà, ma di un viaggio nella musica la cui guida è, udite udite, John Lennon. Vede vostro onore, mentre nella Divina Commedia per capire chi sono i dannati e i beati abbiamo bisogno delle note sul libro o dell’insegnante che ci spieghi chi è e perché si trovi lì, qui riconosciamo benissimo i personaggi, sono nostri contemporanei: Hitler, Mussolini, Stalin , ad esempio. John non risparmia al “chitarrista” (così appella l’autore/protagonista) alcuna terribile visione delle pene inflitte a chi ha compiuto misfatti che noi ben sappiamo, così come lo guida nella periferia della Città dei morti e lo delizia con la vista di un luogo che la stessa guida aveva descritto in Lucy in the sky. Ha idea della meraviglia che quest’uomo è riuscito a creare con la sua fervida immaginazione? Dio, è la misura del nostro dolore, sono queste le parole che l’autore fa dire a John Lennon: “ogni tragedia, ogni dramma della nostra vita è un mattoncino che attende solo di essere replicato a polarità invertita..

“Mi scusi, avvocata, Grandinetti vero? Cosa intende con polarità invertita?”

“Bravo, Vostro Onore, è la stessa domanda che il chitarrista rivolge a John: entra dolore, esce amore. Fusione negli altri. Vivere ad armi abbassate, sempre. Non basterebbe soltanto questo, solo questa semplice, piccola frase per indurre chiunque a leggere questo libro? Non è forse questo un periodo così buio in cui davvero avremmo  bisogno di ritrovare il senso, ma non uno qualsiasi, il senso più alto della nostra esistenza. È un sogno, il suo, quello di ricercare il modo di essere compenetrato dal mistero della vita, dell’arte, della musica, del disegno di un sommo architetto, Dio o chi per lui, che ci ha voluto qui e adesso? Il guado della comprensione, vostro onore, quel guado attraversato da Dante e sì, a opera conclusa possiamo dire attraversato a buon diritto da Antonio Calabrò, che ci conduce nell’oltretomba e ci fa vedere il buio e la luce, i mondi possibili della colpa e del vivere giusti, accompagnati sempre dalla musica, dalle canzoni che ci appartengono? In fondo vostro onore, non dovete giudicare l’imputato perché ha osato ispirarsi a un modello ritenuto intoccabile, ma dovreste farlo dopo aver letto e magari scoperto che parla anche del vostro dolore, della vostra gioia, della vostra misera vita che magari vorreste cambiare e non sapete come. Ecco, Antonio Calabrò, temerario e astuto, l’ha fatto scrivendo quest’opera e facendone dono a noi, piccoli lettori del nulla molto spesso. Forse anche a voi si apriranno visioni diverse e ci sarà anche per voi uno strawberries field forever.

Perché la vita, vostro onore, è  sempre qualcosa di cui non abbiamo il controllo, ma è pur vero che abbiamo sempre il controllo delle nostre azioni, del nostro vivere nel mondo. Questo processo dunque non esiste e se mi permette… sa cosa le dico? Fanculo ai benpensanti. Viva chi osa.”

“Dunque lei, oltre a oltraggiare la corte con un linguaggio inappropriato, a difesa dell’imputato disconosce anche il valore di questo tribunale e della mia persona dicendo che non dovrei essere qui?”

L’avvocata si volta, dà un’occhiata al suo cliente, il quale annuisce. Lei restituisce un occhiolino di intesa.

“Certo, vostro onore, fanculo ai tribunali del mondo e del perbenismo sempre pronto nell’angolo, che processano coloro che osano sfidare in nome del bene, in nome dell’arte, in nome della sperimentazione, in nome della musica.  E sa che le dico? Fanculo pure Dante, che ora non è più l’unico ad avere raccontato l’aldilà… anzi no, aspetti, cosa dico? Io credo che Dante invece stia ridendo a crepapelle lassù, perché è felice, sì, certo, che scema, non c’avevo pensato. È felice Vostro Onore che qualcuno abbia ripercorso le sue orme per descrivere un viaggio mostrandoci i peccatori e i beati dei nostri tempi. Quindi la saluto vostro onore, legga di più e giudichi di meno e con tutto il rispetto: fanculo anche  a lei.”

Detto questo, di fronte a un giudice interdetto e incapace di rispondere, avvocata e autore se ne escono dall’aula sventolando ciascuno una copia di Prenderò il dolore tra le braccia, di Antonio Calabrò.

Ovviamente assolto.

PS: e anche se ho scherzato e giocato (ma neanche poi tanto) scrivendo di questo libro, voglio ringraziare l’eclettico autore perché proprio in un periodo nero come questo la lettura del suo romanzo mi ha consolato non poco. Ho trovato il mio strawberry field forever.

E già che ci siamo: fanculo anche alle guerre.

Antonio Calabrò, Prenderò il dolore tra le braccia, Laruffa Editore

Antonio Calabrò è nato nel 1964 ha un’età indefinita tra i 12 e i 75 anni, la passione per i libri di Melville, i dischi dei Rolling Stones e i film di Tarantino, ed è bel ragazzo oltre che un lettore assatanato. Ha pubblicato L’inferno innamorato, Johnny Rolling, Un libro ci salverà, Reggio è un blues, Chiudi e vai, Carneade. È collaboratore del giornale Zoomsud dal 2010. Ha scritto e diretto oltre trenta spettacoli teatrali, tra i quali le riduzioni da l’Odissea, Le avventure di Re Artù, Canto di Natale e gli originali Piazza Fontana, Mi sento una favole e molti altri. Organizzatore di eventi, DJ nostalgico, speaker radiofonico adora i tramonti sullo stretto, le serie TV, il buon cibo, la musica e la solitudine, ma solo quando è solo.

Maid ed Eudoscopio, ovvero dove stiamo andando


Maid è una mini serie televisiva in onda su Netflix tratta dalla storia vera di Stephanie Land che dalla sua esperienza qualche anno fa  scrisse un libro ““Lavoro duro, Paga Bassa, e la voglia di sopravvivere di una Madre” diventato un best seller.

Avevo letto alcuni post molto positivi sulla serie, ma devo ammettere, fuorvianti, perché Maid, al contrario di quello che avevo letto nei post, non è una serie a tema violenza sulle donne: è molto, molto di più.

Raccontata, girata e interpretata benissimo (su tutte una Andie MacDowell in stato di grazia con le sue rughe e i lunghi capelli grigi) la serie racconta la storia di Alex: una giovane madre che vuole fuggire da una vita di tensione costante con un marito alcolista. Alex sa cosa vuol dire per sé e la sua bambina di soli tre anni, perché ha vissuto sulla propria pelle essere una bambina trascinata via da una madre libera e oppressa dal marito con problemi di alcol. Con il tempo le è anche toccato diventare madre di sua madre, che comunque degli uomini oppressivi non è riuscita mai a liberarsi.

La violenza non si vede: si percepisce, si odora, non c’è sangue che la provi o botte o lividi che la raccontino  (e questo, ad esempio, per i servizi sociali è un limite all’accesso di aiuti governativi), è piuttosto la condizione costante di un destino che sembrerebbe già scritto.

Quella che si vede invece benissimo è l’America dei soldi e dei poveri, di un sistema che espelle chi non ce la fa o non ha possibilità di farcela. Quella del lavoro precario, a giornata, delle rette degli asili da saldare se vuoi lavorare per sottrarti a una storia di violenza domestica e a una vita squallida. Il duro prezzo da pagare per essere libera e liberare tua figlia è pulire cessi a due lire, umiliata fino allo sfinimento.

Alex non è ingenua, non è sfortunata (della serie capitano tutte a lei) è che se non hai niente, sei più soggetta alla Legge di Murphy: se può andar male, lo farà. Non è matematico, è statisticamente più probabile (e questa sì che è una statistica da considerare, non quella di cui parleremo tra poco).

Alex per due anni si trascina dietro l’aspirapolvere in case lussuose e fredde, abitate da benestanti infelici, porta a casa otto dollari e cinquanta l’ora (lordi), per coprire l’affitto da 550 dollari, pagare l’asilo per Mia, pagare da mangiare, le bollette, la benzina, un’auto mezza scassata. Ma è felice di tornare a casa e trovare sua figlia: sogna di costruire per lei un diverso futuro, e comincia a scrivere un diario sulle case che visita e che pulisce.

Insomma non ci sono tanto vittime e carnefici, ma un sistema che produce vittime e carnefici e tutto il calvario che deve subire chi voglia sottrarsi e avere una possibilità di riscatto, compreso chiedere l’elemosina quando ti mancano tre dollari per fare benzina per andare a pulire come un fantasma che passa da villa con vialetto ad abitazioni di accumulatori seriali.

C’è luce e c’è rabbia in questa serie, c’è dolore e mostri da combattere, perché se non hai da vivere con i mostri tocca pure tornarci ad avere a che fare.

Ma cosa ha a che fare Maid con Eudoscopio?

In questa settimana è uscita la “classifica delle scuole d’Italia” che lo slogan sul sito di Eudoscopio spiega così “Scopri quali scuole della tua zona danno una marcia in più per l’università e il mondo del lavoro e scegli quella più giusta per te. Oltre 7.500 scuole messe a confronto a partire dagli esiti universitari e lavorativi di 1.267.000 diplomati”. Cifre che a prima vista impressionano. Ma davvero “raccontano” una scuola e possono indirizzare le scelte?

Ho visto molti post di condivisione che mostravano il “Liceo migliore in Calabria”, il “liceo migliore nella mia città”, siamo oramai tutti alla ricerca di un primato da mostrare, qualcosa di cui andare fieri, perfino quando il senso sfugge. E qui sfugge parecchio.

Eudoscopio è una costola della Fondazione Agnelli che a sua volta è un istituto indipendente di ricerca nelle scienze sociali, senza scopo di lucro.
“È nata nel 1966 a Torino, dove ha la sede, per volontà dell’Avvocato Agnelli, in occasione del centenario della nascita del fondatore della Fiat, il Senatore Giovanni Agnelli. Ha a cuore il miglioramento dell’istruzione pubblica e ne studia le tre dimensioni fondamentali: l’equità, in termini di sostanziale diritto allo studio per tutti, l’efficacia, in termini di qualità degli apprendimenti e delle competenze, e l’efficienza, in termini di migliore impiego possibile delle risorse (fonte e informazioni qui https://eduscopio.it/il-progetto)

Detto così sembra encomiabile: che una Fondazione privata abbia così a cuore la scuola pubblica, sembrerebbe cosa buona; ma attenzione: sono anni che proprio attraverso una politica che ha innescato un forte senso di competizione tra gli istituti scolastici parlando di performance con dati statistici basati su rilevazioni Invalsi e presunti successi o insuccessi universitari degli studenti, che il vero scopo è svuotare di senso la funzione educativa della scuola, la sua capacità di accesso e rinforzare un sistema che oramai è in atto da anni: i poveri al professionale (devono lavorare) la classe media ai tecnici (devono amministrare) la classe agiata ai licei (devono dirigere diventare i professionisti di domani). Non ve n’eravate accorti? Ebbene funziona più o meno così e molto di più che in passato, in barba ai proclami.

Perché nessuno ci offre uno studio che invece di partire dall’esito parta dagli inizi e ci mostri come veramente stanno le cose?

Alex, la protagonista di cui sopra, in quel sistema che espelle i poveri in America e li strozza con la burocrazia caso mai pensino a un riscatto sociale ed economico, vorrebbe andare al College, l’avrebbero anche presa: a lei piace scrivere. Ma caspita, costa! E lei non ha i soldi. Lei deve pulire cessi.

Ecco perché quando condividete un post che esalta la scuola con “un” primato sulla base di presunte “performance” (che potrebbe andar bene per le scuole private, che non cito a caso), fatevi due domande sul disegno che c’è dietro. Molti ragazzi e ragazze con le loro famiglie scelgono sulla base di un futuro già scritto o accessibile “per” loro, anche se i desideri, i talenti, le ambizioni e i sogni sarebbero altri (e chi dovrebbe averli in carico, questi individui con sogni, se  non la Scuola?)

Fatevi un regalo: guardate Maid, che ha un finale molto bello perché è consolante e grandioso che Alex ce la faccia e anche il modo in cui alla fine passa quel limite maledetto. Lei è quell’uno su mille della canzone.

Ma l’amara domanda è: e gli altri 999? Che fine faranno? Noi, sempre di più, ci avviciniamo a quel sistema in cui a decidere per gli individui sono le regole del mercato, i ricchi e i poveri e dipende in quale parte del mondo nasci o in quale famiglia vieni al mondo.

Eudoscopio, Fondazione Agnelli e Confindustria, a braccetto.

La Scuola è, o dovrebbe essere, ben altro.

La tigna, o dell’ostinazione

Roberto Contu La tigna, Castelvecchi

L’occhio che fa capolino tra i capelli corvini sul volto dell’adolescente in copertina è rimasto a fissarmi per diverse settimane dal lato sinistro della scrivania nella casa vicino al bosco, il mio luogo dell’anima e dell’altrove.

Quell’occhio rimandava a una richiesta muta: fissare nero su bianco le impressioni sul romanzo La tigna, di Roberto Contu.

È una storia che ho “sofferto” di quel particolare tipo di sofferenza che non è affatto negativa, piuttosto risponde alla condizione per cui con la lettura molto spesso ci si proietta al di là di noi stessi, in una forma partecipe, autentica e viva.

Roberto Contu con questa storia ha il grande pregio di raccontare in maniera semplice quel congegno (molto) complicato che è la vita, o meglio, quel che noi pensiamo sia la vita se la restringiamo alla circonferenza della nostra esistenza con noi al centro esatto. E questo accomuna adolescenti e adulti in una sorte condivisa.

La storia (che come sempre non racconterò) si svolge a Perugia, nel 1989, un liceo e un quasi oggi che ci mostra adolescenti senza il filtro dagli standard fotografati da Instagram in cui appaiono sotto mentite spoglie: sono ingannati, falsi, confusi.

Protagonista è Benedetta Ferri all’ultimo fatidico anno di liceo, la quale scopre di essere incinta di un suo coetaneo: l’aborto sembra essere la soluzione più semplice per ovviare a questo “incidente”. Benedetta si confida con il suo migliore amico, Luca, che tuttavia non saprà mantenere il segreto e sarà l’inconsapevole tramite di una soluzione a epilogo della vicenda.

Poi c’è “lui”, il professore di italiano, Renato Contro (nomen omen) scontroso e a tratti aggressivo, che in quello stesso liceo ha chiesto di essere trasferito.

Dunque il quindici settembre millenovecentottantanove inizia l’anno scolastico che coincide con la narrazione del primo capitolo: tutti i protagonisti sono all’inizio di un percorso e alle sette di mattina ciascuno di loro si mette in moto con il proprio vissuto e i propri conti in sospeso, ignari l’uno dell’altro. Oltre a quelli già citati c’è la preside Valentini (preside, non dirigente) che è anche madre di Luca e Don Andrea Clementi, insegnante di religione che dopo la messa al convento a cavallo della sua vespa raggiunge la scuola.

Il quindici settembre millenovecentottantanove, alle otto e un quarto iniziava la scuola. Il viale era intasato di traffico, di ragazzi e ragazze, di mani che mischiavano isteriche l’aria, di profumo di diari appena usciti dalle cartolerie e puzza di Marlboro light nascoste tra i pugni. Si chiudevano finalmente gli sportelli sulle prediche non finite dei genitori, iniziava un altro anno, iniziava come da sempre nel chiasso, nella percezione che, come radiazione invisibile, la vita si appiccicava a tutti quei visi.

Perché, nonostante l’inerzia che da sempre spinge gli umani verso il basso fino al giorno in cui  vengono strappati dalla terra, quello resta l’avamposto estremo dell’almeno adesso si vola.”

Ve le lascio qui queste parole: quello resta l’avamposto estremo dell’almeno adesso si vola.

Insegnanti, alunni, scuola, un mondo a parte nel quale convergono non soltanto i presupposti connaturati alla scuola come istituzione, ma le vite di centinaia di uomini, donne e adolescenti che lì dentro hanno un proprio quotidiano campo di battaglia di scontri e incontri, con desideri, ambizioni, dolori, insofferenze, dove passato e futuro si incontrano come in nessun altro luogo.

E proprio in questo luogo, il professor Renato Contro, senza troppi giri di parole fa quello che deve fare, ovvero parlare di Petrarca, Fenoglio, Leopardi, e il primo giorno si presenta così:

“Mi chiamo Renato Contro, ho quarantaquattro anni, sono di Roma ma vivo in Umbria dai tempi dell’università. Mi alzo alle sei, rivedo in un’ora la lezione che ho preparato il giorno prima in altre due ore, in genere dalle tre alle cinque del pomeriggio. Sommato alle sei ore di scuola più una appena alzato significa che per voi lavoro il giusto e siccome non mi piace lavorare gratis voi farete altrettanto. Questo significa pure che non ci saranno problemi di disciplina, se io lavoro, voi lavorate, se io mi riposo, solo tra un’ora e l’altra e per cinque minuti, voi vi riposate.”

Poi butta fuori dalla classe un alunno reo di aver tacitamente ironizzato e prosegue, distribuendo fotocopie con un testo di Fenoglio, Il gorgo, perché inizia così: “Nostro padre si decise per il gorgo e in tutta la nostra famiglia soltanto io lo capii, che avevo nove anni, ed ero l’ultimo.” Un testo corto e bello, annuncia.

Il professore: anche lui nasconde un segreto terribile, un dolore indicibile, ma non arretra di un passo dall’espletare il suo ruolo nel modo in cui ritiene sia giusto e doveroso.

Su tutto c’è poi la tigna, quel sostantivo che a pronunciarlo fa paura, un’infezione che colpisce la pelle di uomini e animali a causa di un parassita. Una parola che spaventa, ma che qui è usata nel suo significato figurato di ostinazione.

Forse non lo siamo abbastanza ostinati, nessuno in realtà ha mai le risposte per gli altri, inutili i giudizi moralisti o peggio le certezze da elargire a buon mercato, può esserci però la convinzione che così come può attecchire il parassita del male, altrettanto può accadere con quello del bene ma  ciò richiede testardaggine, puntigliosità, tutti sinonimi di: ostinazione.

Ciò che fa dire a Renato Contro, l’ultimo giorno di scuola, a vicende ormai narrate, in un dialogo con la preside (preside, non dirigente):

… andare oltre quel caos, questo è il vero oltraggio.” E, qualche riga dopo: “.. o la letteratura ha il coraggio di osare oltre quelle colonne d’Ercole, e con lei la vita, la sua vita, la mia vita o allora sì che diventa irrilevante, allora sì che davvero si muore: ma non si muore preside, no che non si muore, la domanda più importante che dovrebbe assillarci non è perché si muore, ma perché si vive.”

Lascio qui anche queste, di parole: la domanda più importante che dovrebbe assillarci non è perché si muore, ma perché si vive.

Allora le vite, ogni vita, possono essere belle.

Tutto questo, e molto molto altro, è La tigna, e forse avrete capito perché ho lasciato quell’occhio in copertina  a scrutarmi, perché è un romanzo davvero bello quello che ha scritto Roberto Contu, romanzo che quest’anno ho deciso di leggere con una classe terza perché anch’io ho i miei segreti inconfessabili come altri, paturnie che mi accompagneranno nel viaggio di un anno scolastico, ma mi ritrovo comunque tutti i giorni a dover mostrare un po’ di luce oltre quel caos che la oscura e la confonde, nel tentativo di ricostruire una possibile armonia.

Un po’ come il professor Contro, per dirla con una frase abusata di de andriana memoria, ma sempre efficace: in direzione ostinata e contraria.

Roberto Contu

Insegnante, si occupa e scrive di letteratura italiana, didattica della letteratura, mondo della scuola. Ha pubblicato con Aguaplano Anni di piombo, penne di latta (1963-1980. Gli scrittori dentro gli anni complicati) nel 2015 e Insegnanti. Il più e il meglio nel 2019, con Castelvecchi il romanzo Il Vangelo secondo il ragazzo nel 2017. Nel 2021, sempre per Castelvecchi, è uscito il suo ultimo romanzo, La tigna.

di lui ho scritto anche qui https://danielagrandinetti.blog/2020/07/08/intervista-in-3d-a-roberto-contu-su-pangea-news/

Uccido chi voglio

Ho finito di leggere questo libro la notte scorsa in sospeso tra la voglia di arrivare all’ultima pagina e il desiderio che non finisse.

Non conoscevo l’autore e mi riprometto di recuperare gli altri perché questo romanzo mi ha letteralmente rapita: un giallo per lettori, attenzione, non per lettori di gialli e affini, proprio per chi ama leggere.

Eh sì, perché Vince Corso, il protagonista, di mestiere cura la gente consigliando libri e si trova suo malgrado ad essere al centro di una curiosa vicenda, intrecciata in modo pregevole, ovvero essere presente sul luogo del delitto di una Roma nella quale vaga come un estraneo, smarrito tra quartieri e vicoli; e se al primo omicidio potrebbe sembrare una coincidenza, nei successivi evidentemente non lo è, tanto da ritrovarsi a essere il principale sospettato, se non fosse che qualcuno viola la sua abitazione mettendola a soqquadro e avvelenando Django, il suo cane.

Sulle scene dei crimini, Vince nota sempre la presenza di un cieco e diventa così nel contempo detective involontario, indiziato e vittima nel mirino di un intricato piano criminoso nel quale cecità e lettura sono intrecciati.

Non è tuttavia soltanto la trama ad avermi colpito, anche se alquanto originale: senza svelare niente del mistero che sottende alla tessitura narrativa a essere incriminati e nel contempo salvati, qui sono i lettori:

“.. se porta alle estreme conseguenze la tesi che la lettura è una forma dell’esperienza, le apparirà evidente che ogni lettore è anche l’esecutore materiale di tutto quello che legge, di ogni singola violenza inferta o subita, e anche di ogni omicidio. E’ questo il suo desiderio più istintivo: usurpare il posto di chi scrive.”

Come dire: leggere non ci rende innocenti, o migliori, ci rende complici e Vince Corso proprio ricostruendo gli indizi grazie alle pagine di romanzi riuscirà a scoprire la verità sugli omicidi che lo perseguitano: e la pagine di quei romanzi lo salveranno.

“Quante volte si era chiesto che faccia avrebbero avuto Anna Karenina o Mima Pedrell se di loro fossero esistite delle riproduzioni digitali o analogiche, una semplice fototessera o uno scatto rubato a una festa. Ora sapeva la risposta. Se fosse esistita anche soltanto una fotografia di un personaggio d romanzo avrebbe avuto la faccia di quella fioraia perché sarebbe stata l’immagine di una cieca che ha al collo la fotografia di sé stessa con al collo un’altra foto, all’infinito. Una foto scattata da un confine: da un lato la realtà nella quale si vive, dall’altro un pozzo dove ci si può calare, ma da cui si resterà comunque esclusi. Nessuna fotografia avrebbe mai potuto dire cosa vedeva quella donna. Quella scritta era l’emblema o il simbolo del massimo che sappiamo di noi stessi e dell’universo.. (…) Di sé avrebbe potuto dire soltanto “Uomo che legge” e forse davvero, dalla notte dei tempi, ogni racconto tramandato dagli uomini non era che la diceria di un cieco.”

Avete capito? Un professore che cura con i libri, una congrega di ciechi e dei morti ammazzati.

A voi l’enigma.

Nei gialli come negli individui, siano in carne e ossa o frutto dell’immaginazione, a ciascuno il proprio (enigma).

Fabio Stassi, Uccido chi voglio, Sellerio

Ipnosi collettiva

Sono quasi le otto, entro in una scuola semideserta, fa uno strano effetto aggirarsi per corridoi senza incontrare nessuno. Qualche sparuto collega, facciamo perfino fatica a riconoscerci talvolta, con questi volti semicoperti, basta un diverso taglio di capelli per chiedersi “scusa chi sei?”.

Oggi è giorno di DDI, ovvero metà presenza metà DAD, queste sigle ormai identificano il nostro agire quotidiano nella schizofrenia delle settimane e dei giorni alternati, delle chiusure e riaperture a singhiozzo, un gioco di stop and go tale che al mattino apri agli occhi e ti chiedi nell’ordine: che giorno é, settimana dispari o pari? in presenza o in dad? esco o sto a casa? Senza contare quelli che hanno richiesto la DAD e a scuola non vengono comunque.

Entro in classe, studenti e studentesse sembrano piccole lumache languide che strisciano sulla foglia verde d’insalata: si muovono piano, prendono posto a piccoli gruppi, distanziati ma almeno più vicini, le porte rimangono aperte, le finestre, se la temperatura lo consente, lo stesso. Un’atmosfera rarefatta, pesante, come muoversi in un ambiente che non si (ri)conosce.

Saluti quei cinque o sei, quasi mai arrivano a dieci, seduti in fondo all’aula, i primi banchi rimangono vuoti, ed è proprio il senso di vuoto che prevale su tutto, la dimensione irreale di questa scuola “in presenza”.

Sfili dallo zaino il “tuo” tablet e ti connetti, apri la classe virtuale e il registro on line: è l’ora dell’appello; ti sposti da una schermata all’altra chiedendo silenzio ai pochi presenti in classe (che hanno giustamente voglia di chiacchierare) perché hai difficoltà a sentire quelli che sono a casa; quando sei in un’aula semivuota quei francobolli sullo schermo ti sembrano ancora più piccoli, sfuggenti, difficili da controllare. Ed è così durante tutta la lezione, non puoi usare strumenti altri nel gestire i due gruppi. Alle volte qualcuno di là dello schermo ti chiama, vuol rispondere o fare una domanda e tu non lo senti, e quello deve insistere “prof, prof… prooof” magari solo per dirti mi sono connesso in ritardo, ma sono “presente”, finché non rispondi. Esigi il silenzio per comunicare decentemente.

Dobbiamo adattarci, va bene. Va tutto bene. Va tutto bene ragazzi, dobbiamo resistere e resisteremo: fai fatica a dirlo a te stessa ma a loro devi dirlo convintamente, altrimenti è la fine.

Cambio d’ora, cambi aula, ricominci. I ragazzi non possono uscire se non a intervalli, non hanno pausa d’intervallo e i capannelli che al mattino ci sono fuori dalla scuola qui si disperdono e diventano come tanti soldatini dritti alle postazioni.

Reclamano la vita sociale, quelli che stanno fuori da qui, piangono per gli adolescenti che non ce l’hanno, continuano a imporci inchieste e sondaggi: ma la vita sociale a scuola è lo sciamare vivo nei corridoi, tra le classi, uscire all’aria nell’intervallo, nel “posso dare un morso al tuo panino?” nell’incontrare quel ragazzo o quella ragazza che fa tremare le palpebre e il cuore, nel parlare con i compagni attorno a un banco, nel darsi le pacche perché la squadra del cuore ha vinto, nello spiare il quaderno del vicino di banco, nel timido attaccato al termosifone che osserva i compagni: tutte cose che a scuola adesso non si possono fare più

La retorica dell’informazione: l’adolescente intervistato al tg di spalle che afferma che gli manca la scuola, i compagni, la presenza. Cose vere, perché mancano, come si farebbe a dire il contrario, ma che a dirla tutta a scuola non possono ritrovare e, siccome non siamo in lockdown, non ne sono del tutto privi, perché escono, si incontrano, frequentano locali.

Ma a scuola: a scuola adesso la vita sociale semplicemente non c’è. La verità è che ad andarci è un grande contenitore spento, semivuoto, una tv fulminata: troppo silenzio, troppa immobilità, la sala insegnanti vuota, il timore di avvicinarsi troppo, l’ansia di controllare tutto, le macchinette di bibite e snack piene, i disinfettanti ovunque.

E perfino io, che lo scorso anno ho avversato l’idea che la DAD fosse “scuola” con tutta me stessa, contro la pletora di interventi dal tono “si apre il mondo nuovo nell’istruzione, la dad è il futuro“, confesso che adesso preferisco una buona dad a questa soluzione di compromesso in cui la maggior parte ha comunque scelto di stare a casa e la frustrazione collettiva se mai accresce.

Io nel frattempo, come molti altri, la DAD ho imparato a usarla, a metterla a punto, so interagire, so condividere, so integrare lezioni con video, racconti e quant’altro, so come coinvolgerli, come farli lavorare e poi mostrare a tutti i risultati di un’attività svolta, tecnicamente va molto meglio, ci “siamo(NOI) attrezzati, noi, senza aspettare che dall’alto ci aiutassero a farlo. Adesso so come dialogare con lo studente più fragile, come correggere individualmente un lavoro e farlo ragionare. Certo è più faticoso, richiede più tempo, più energia, usiamo contemporaneamente strumenti e chat che invadono le nostre giornate e tutto l’arco delle ore è tempo di lavoro, ma è come scegliere fra una pastasciutta al dente e una pastasciutta scotta: la scuola in DDI, almeno per me lo è: incolore, insapore, ho difficoltà a mettere a frutto il tempo-scuola-in-presenza-dad.

Abbiamo fatto il callo a tutti coloro che parlano di scuola senza sapere di cosa si tratti realmente, alle campagne mediatiche guidate con complicità dei giornalisti che cavalcano l’onda perché quella cosa che si chiama senso critico o farsi due domande non esiste più.

Viviamo in una sorta di manto sottoposti a ipnosi collettiva e se adesso leggiamo la notizia “Riapertura scuole, Draghi non vuole tornare indietro. Ipotesi lezioni in musei e spazi all’area aperta” (peraltro ventilata anche lo scorso anno) o uno dei ministri che afferma “Draghi era convintissimo sul ritorno in aula, il più convinto di tutti. Su questo sono certo che non tornerà indietro, vuole i ragazzi in classe. La scuola prima di tutto, ha detto mentre decidevamo delle riaperture, ricordandoci come l’istruzione sia rimasta drammaticamente indietro in questo anno di pandemia“. La parola d’ordine resta ‘ripartire in presenza’, noi ci crediamo: che bello Presidente, finalmente! LA SCUOLA PRIMA DI TUTTO!

Vorrei dirlo alla mamma di quel mio ex alunno che qualche giorno fa mi diceva aver preferito la dad: “professoressa, dovrebbe alzarsi alle 6 per prendere l’autobus e poi stare in giro due ore prima di entrare a scuola, e cosa vuole che facciano? si assembrano da qualche parte. Io ho paura” Ecco signora, Dragonik e il suo governo ha pensato anche a lei!!

Si lavora al potenziamento dei mezzi pubblici – vero tallone d’Achille del sistema scuola, soprattutto alle superiori – ai tracciamenti, agli ingressi scaglionati per evitare assembramenti……. ma che meraviglia Presidente! E’ dall’anno scorso che ne sentiamo parlare, ci voleva lei, il banchiere Dragonik e il suo problem solving prima di tutto, lo dicono che lei è uomo dei miracoli, competente e preparato, è vero!

Oggi, 20 aprile, a scuola ormai finita, senza una parola verso coloro che da un anno e mezzo lavorano con lo stop and go e tutto il marasma che questo comporta in ogni scuola (che non è un ristorante o un bar o una palestra, la scuola: centinaia di persone ogni giorno tra autobus e aule) loro “LAVORANO“… E noi non possiamo che esserne felici.

Dragonik, dallo sguardo assassino, come si dice, ce la sa eccome!!

Liberi tutti: e se i numeri suggeriscono cautela e in alcuni casi perfino pericolo, che importa. Bisogna tornare a essere normali.

Lo dicono loro.

Risolvono tutto per la prossima settimana, garantito da Dragonik.

Blog su WordPress.com.

Su ↑