L’ho visto volare

Sul balcone, a fumare una sigaretta, cerco qualche stella nel cielo di una città notturna. All’improvviso, non so come, mi viene in mente una canzone …. ho visto Nina volare… la canticchio in testa, credo perchè i balconi dei piani alti mi fanno quest’effetto: guardo di sotto e penso sempre che si potrebbe provare a volare.

Poi ho pensato che io qualcuno l’ho visto volare: Agostino, cioè, quando l’ho visto volare non conoscevo il suo nome. E’ stato qualche anno fa, una mattina, mentre stavo rientrando a casa. Era una giornata di sole di settembre, limpida, camminavo spedita e non so perché a un certo punto ho alzato lo sguardo proprio nell’esatto momento in cui dall’attico del palazzo ho notato venir giù qualcosa. Non ho capito cosa fosse, sembrava un fantoccio avvolto di abiti gonfi di aria e in quei pochi secondi mi sono chiesta: chi getta da lassù un pupazzo di dimensioni umane? poi però ho realizzato che non era un pupazzo, era un essere umano. Così dalla curiosità sono passata al panico perchè nel frattempo ero proprio lì, nel punto esatto del tonfo. Un rumore secco, forte, disperante.

Mi sono infilata nel bar, concitata, sono riuscita a dire: qualcuno dev’essersi buttato, non avevo il coraggio di guardare. Dal bar invece si sono precipitati fuori e il suo nome a quel punto l’ho sentito urlare.

“Agostino, ma è Agostino!”

Ho saputo poi che Agostino era un dolce ragazzo che aveva perso tutti, che viveva da solo, lì, nelle vicinanze, che stava spesso seduto davanti ai negozi del quartiere, che campava con qualche lavoretto e con ciò che buone anime gli regalavano, cibo o vestiti.

Mi sono chiesta perché. Perchè. Per giorni e giorni quell’immagine di Agostino che veniva giù dal cielo mi ha paralizzato il cervello. Davvero l’aveva voluto fare? O voleva soltanto provare a volare? Magari si sarà detto: metto un piede fuori, poi un altro, vediamo cosa succede.

Cosa avrà pensato Agostino in quei pochi secondi di volo? Era felice? Libero? Atterrito? Pentito? Aveva gridato aiuto? O forse soltanto davvero si sentiva un pupazzo con abiti gonfi di vento? Rideva? Piangeva? Chiamava qualcuno? Pregava? Malediceva se stesso e quell’attimo in cui aveva sbilanciato il suo corpo nel vuoto?

Agostino. Io non l’avevo mai visto. Era sull’asfalto quando ho conosciuto il suo nome. Se fosse un pupazzo rotto o intero non so.

Spengo la sigaretta, e mi sovviente un’altra canzone.

Oggi ho imparato a volare, e non me ne voglio più dimenticare.

Ad Agostino, stasera.

Aggiungere

Aggiungere commenti come questo, per capire meglio quello che ho fatto, se l’ho fatto e come.

La più grande difficoltà per un autore, è quella di riuscire ad avere la capacità di evitare di ripetersi e tu, Daniela, ci sei riuscita perfettamente. Dopo essermi saziato con le immagini di Cosma e della sua malasorte, delle folate di vento con i paesaggi e le sue storie, sei riuscita a spiazzarmi con un romanzo ancora una volta molto bello, estremamente coinvolgente, ma completamente diverso dai precedenti. Le mani in tasca è un romanzo generazionale, nel senso che attraversa un periodo storico che mi è appartenuto e Oriana, la protagonista, fa scelte estreme che hanno almeno sfiorato, ed a volte coinvolto, tanti ragazzi in quegli anni. Il romanzo è una sorta di partita di ping pong, poiché è strutturato con un alternanza di voci tra i due protagonisti, Dario ed Oriana, ma mentre il racconto di Dario si incentra unicamente sul momento della sua vita in cui ha incrociato Oriana (leggendo si capirà anche il perché) e sulle conseguenze di quell’incontro, Oriana, invece, snoda il suo racconto partendo da dopo quel momento ed attraversa tutto l’arco della sua vita sino all’oggi. È un libro che mi ha coinvolto molto e nel quale ho riconosciuto la mia generazione, che ha fatto tanti sbagli, ma che ha scelto di lottare e di provare ad essere protagonisti del proprio destino, anche a costo di sbagliare. Grazie per averlo scritto e per avermelo fatto leggere.

L. V.

Se ti chiami Wertmuller

Ma quanto ci piace la cultura? Siamo o non siamo, noi, italiani, questo paese, l’Italia, culla di civiltà classiche che ci rendono ricchi?

Non siamo quelli che diciamo sempre che la cultura è il vero patrimonio di questo paese, delle regioni, delle città, dei borghi?

La cultura tutta: arte, teatro, letteratura, cinema, cibo.

Poi accade che leggi una cosa come questa, e ti prende la tristezza.

Pensi: ma come funziona? E sì che lo sai anche tu, come funziona.

Funziona male, funziona che se ti chiami Massimo Wertmuller, con una carriera cinematografica e teatrale di tutto rispetto, devi fare il provino per tre pose e la risposta…. beh, la risposta leggetevela voi, sta qui, nelle parole che l’attore ha scritto oggi su suo profilo facebook.

Tristezza.

Scusate il disturbo, volevo raccontarvi una storia personale ma non troppo. Lo faccio qui su facebook perchè deve poter valere anche un po’ come denuncia. Però io non ce la faccio più, con qualcuno ne devo parlare, a qualcuno glielo devo dire. Volevo parlarvi un minuto del mio lavoro.Dunque, oggi, nel mio ambiente, se non ti rendi disponibile per un provino diventi un fuorilegge. Anche se hai l’età mia, che non è quella di Matusalemme, ahò, ma che è quella comunque di chi fa questo mestiere da 44 anni, sei costretto a ricordare di te, a riproporti. Una incombenza, questa, che un edicolante e un ingegnere non hanno. Ma comunque, io la trovo pure una via giusta, e doverosa, da parte di un regista, per vedere se quell’attore è giusto in quel personaggio che lui ha sempre avuto in testa. E qui , però, già cominciano i guai, perchè grazie soprattutto al “reference system”, in realtà chi porta ,assieme al suo nome, più lavoro fatto, più premi, più nomination, lavora più di quello che magari per quel personaggio era più giusto. Lo dico per quelli che non sono addetti, lo so che gli addetti lo sanno. Dispiace, anche perchè non solo non esiste ,in realtà, alcun nome che fa fare le file di sacchi a pelo ,dalla notte prima della prima, davanti a nessun cinema, ma anche perchè in altri paesi vedi facce bellissime e attori sconosciuti, bravissimi, impegnati magari in meravigliose fiction televisive. E, anche se questa legge del “reference system” oggi è meno attiva, comunque ha fatto disastri incalcolabili. Una legge elitaria, che è stata pure voluta dalla sinistra eh….Ma vengo umilmente a me….Mi chiamano per l’opera prima di un regista che non avrebbe manco l’età del figlio che non ho mai avuto. E già non mi dicono, però, non solo che non sono per niente ancora stato scelto, e io invece da quando entro nell’ufficio mi comporto come uno scritturato, facendo già la mia bella figura, ma manco che avrei dovuto leggere una scena con lui. Quindi, dopo aver capito che era un vero e proprio provino, una parte dell’incontro si è passata a cercare qualcuno che avesse un paio di occhiali da prestarmi, anche perchè la prima mia lettura sembrava fatta da un cyborg. Sono entrato in quell’ufficio come uno scritturato, e me ne vado invece sapendo di dover attendere una risposta. E stiamo parlando di un ruolo divertente, bello, ma piccolo, da tre , quattro pose. Oggi arriva questa sentenza: ” Massimo, se il protagonista giovane del film che viene scelto è quello con un certo nome, il personaggio puoi farlo tu, se invece quello che viene scelto è quello con meno nome devono trovare per il tuo ruolo un attore più famoso di te…”. Testuale. Hai capito sì? 44 anni di lavoro, ma un curriculum cominciato con Ettore Scola, Gigi Magni, Giuseppe Patroni Griffi, Antonello Falqui e tanti altri magnifici nomi, oggi non mi serve quasi a niente….Certo, se non avessi avuto appunto le mie conferme sul fatto che questo mestiere avrei anche potuto farlo, ne avrei scelto subito un altro, ma per me ha scelto la vita. Comunque, non passa giorno che io non mi chieda, mi dovete credere, in relazione a certi traguardi odierni che io mi aspettavo di raggiungere, e senza lamentarmi di una carriera che invece credo bellissima, dove ho sbagliato io. Ma per quanto me lo chieda non trovo tutti questi errori, devo essere sincero. Ne trovo invece in un sistema che è difficile da sovvertire. Fa parte endemica, ormai, di un comportamento acquisito. Lo stesso poi che fa fare una foto, o un selfie, assieme a un attore di un cinepanettone invece che con un attore che ha interpretato con successo un Amleto in un teatro pieno. Lo stesso che fa passare sotto silenzio i premi della Biennale di Venezia per il teatro, a fronte del baccano per quelli al cinema. Ma quello che dico io, e tutto quello che dico lo dico per tanti altri colleghi, è che almeno il meccanismo sia giusto. Non è possibile che questo mestiere abbia così la memoria corta, sia così distratto e irriconoscente. Questa mancanza di considerazione che in troppi casi esiste per l’esperienza, i curricula, il merito e il talento. Non sempre agisce così, per fortuna, il meccanismo, e quando vedi un bravo attore o una brava attrice che hanno successo , che sono giusti per quel ruolo che ricoprono, ti si apre il cuore e sei orgoglioso del tuo lavoro. Ma in generale funziona male. Troppo, davvero troppo figlio, questo lavoro, dell’occasione giusta, della furbizia, del sapersi proporre, delle conoscenze, dei posti giusti….Ecco, insomma, non ce la facevo più a tenermelo per me, perchè comunque c’è sempre troppo silenzio attorno a una questione sofferta da tante attrici e attori, rispetto a poche e pochi, e che nessuna associazione, sindacato, unione, sembra poter mai scalfire…Ah, poi, se qualcuno mi viene ancora a dire ” ma se uno è bravo lavora sempre…” gli parto proprio de capoccia eh….

La suggestione di un incontro

Le mani in tasca…
La rappresentazione che si ha della ricerca… fa differire l’umano sentire dalla sola e mera realtà fenomenica.
Daniela Grandinetti autrice raffinata ed elegante, gestisce la “ ricerca “ di Oriana e Dario (protagonisti del suo romanzo) come l’eterna odissea.
Flussi, simboli, richiami di altrove che inevitabilmente ti riportano ad un “elemento “ vissuto chiamato casa.
Sinestesie, suggestioni, di un tempo intenso e rivoluzionario, il tempo, bergsoniana narrazione del divenire.
Le letteratura ha a volte l’ingrato compito di descrivere trasformazioni, cambiamenti, trasformazioni, il fluire della penna di Daniela possiede come elemento caratterizzante “ là bonne lecture”.
Giungendo ad una perfezione dodecafonica.. un flusso intenso e contemporaneamente carezzevole, armonico, sinesteticamente avvolgente.
Essere Oriana, esser Dario, dar voce ai silenzi che molte volte urlano più dell’emissione in sé.
Sguardo, il non toccarsi, si manifesta in tutta la sua tangibilità un atto materico,che trascende il tempo e lo spazio.
A. Rimbaud definì il vivere ”ma bohème”
L’universo Daniela è quella bohème
Fatta di simboli, di unicità, di monadi , che attraverso la sola percezione degli occhi conducono il lettore in quell’altrove che molti hanno vissuto ma che tutti desidererebbero vivere.

Celestina Savoia

Su La Malasorte

Io stavo qui a rimuginare e mi sono detta: non pensare, scrivi.

Cosma non era in assoluto la protagonista del romanzo La malasorte, eppure, suo malgrado, lo è diventata. Il fantasma della ragazza con la gonna nera che corre per i vicoli di un paese ormai abbandonato è entrato nel cuore dei lettori molto più che le stesse protagoniste, Cettina e Tilde. Questo perché il suddetto fantasma ha posseduto me per prima e dunque in quanto figlia della mia immaginazione è sì prediletta. E traspare.

Un’amica in questi giorni mi ha detto: mi sono chiesta “ma perché questo richiamo al Verismo anche nel titolo, perchè questa immagine del sud, della Calabria, ancora vinta”?

La malasorte non è una storia di vinti, è una storia di violenze perdute e per me sta scritta nei paesi abbandonati, spopolati, senza più linfa.

E’ la storia di una fuga e di un ritorno (non il mio), di una resa dei conti con i fantasmi che aleggiano tra le pietre di muri diroccati, lasciati andare all’oblio.

Per chi lo ha letto la chiave è Tilde: è lei che mostra le bellezze di un luogo segreto a una Cettina stupita, lei – Tilde – che in una baracca sparita in quel luogo è stata partorita perché non si sapesse, figlia senza padre.

E Cettina, che pure lì è nata e cresciuta, di quel luogo non ha alcuna cognizione, di cosa si celi davvero dietro i vicoli e le strade, oltre i confini del visibile agli occhi, non sa nulla.

Il romanzo finisce una notte, quando le due donne si addormentano e anche Cosma, il fantasma che porta tempesta e malasorte, finalmente, può trovare la sua pace e, forse, smettere di correre.

Il sud, la Calabria ha bisogno di sonno. E di risveglio.

Nel Cassetto dei lettori

Le mani in tasca. Ho aspettato alcuni giorni dopo la presentazione, per non lasciarmi influenzare. Sdraiato sul lettino in riva al mare ho cominciato il viaggio. Scrivo dopo una settimana, ho decantato le emozioni, mannaggia a te. Primo capitolo, pugno allo stomaco. Ho vissuto quel periodo, a prescindere le morti e le gambizzazioni, ero d’accordo. Immaginavo di percorrere la storia a ritroso, come mi capitò una volta che sentii una brigatista raccontarsi, o leggendo “L’infame” di Peci e “Il bosco bistorto” di Curcio. Ma così non è, la storia sta lì in sottofondo , come lo sfondo sul palcoscenico del teatro. Ho evidenziato parecchi periodi, con la matita, perché trovo molto interessante come hai reso l’anima, l’introspezione dei personaggi, i pensieri reconditi, le pulsioni. Mi hai ricordato il regista Inarrito che in alcuni suoi film è riuscito a raccontare tempi e storie diverse in momenti diversi del film. Trovo originale la scelta di caratterizzare individualmente i personaggi con singoli capitoli, narrare le storie insieme parallelamente. Un bel libro, prende. Ma forse la cosa più simpatica è il finale che non ti aspetti, “Caramba che sorpresa”, che ridà dignità ai personaggi a prescindere dalle scelte che possiamo “noi” giudicare. Un bel finale, forse meglio del pugno iniziale allo stomaco, con fazzoletto passato delicatamente sugli occhi umidi. Lo vedo bene per un adattamento teatrale. Ho immaginato le musiche…. Mi fermo qui, perché si potrebbero analizzare singoli passaggi, ma sarei prolisso. Brava e grazie per le emozioni.

GRAZIE MARCELLO!

Signor Giudice

Eccomi qui davanti a lei, era questo che voleva no? Stia tranquillo, sono calma, ho preso le pillole. Del resto da quel maledetto giorno sono costretta, mi avete costretto. Non ne avrei avuto bisogno, ma niente, non c’è stato niente da fare, non meritavo fiducia. La fiducia non si dà ai perdenti, i perdenti nel grande copione di questo mondo capolavoro non sono contemplati.

Lei, ad esempio, signor giudice: non ha mai sbagliato? Davvero ritiene di essere al di sopra del giudizio emotivo e dell’agire errato? Eppure se ne sta là, con la sua aria da imbroglione pieno di paroloni che abbaglierebbero Gesù risorto dal sepolcro ad aspettare che io confessi.

Ma l’ho già fatto caro giudice, soltanto che lei si era distratto, come si distraggono tutti quelli impegnati a giudicare, a vivere per aspettare che l’altro cada, inciampi, prenda una storta su una buca nella strada.

Io non temo il suo giudizio, conosco già la mia sorte. Non ha idea di quante volte l’abbia vista, vissuta, come una giostra che gira e torna sempre al punto di partenza. Io lo so cosa accadrà appena socchiuderò gli occhi, nell’attimo prima del niente, so esattamente cosa vedrò. Cosa crede? Sono lì ad aspettarmi, è quella la resa dei conti. Lei può dire altrettanto?

E’ arrivato e passato il momento della bilancia: era lì, davanti a me, con i due piatti ben equilibrati, sullo stesso piano. Gli anelli di ferro ben tesi, tre per ogni piatto. L’ho vista, caro giudice, ho seguito con attenzione: un piatto saliva e l’altro scendeva. Più uno saliva più l’altro scendeva. La sentenza, a ben vedere, è stata già emessa, è lei, inutile.

No, non mi reputo felice, ma nemmeno infelice se è questo che vuol sapere, anche se non è una domanda che un giudice dovrebbe fare nello svolgimento delle sue funzioni: non le pare di essere già abbastanza presuntuoso?

Ha fatto caso come ormai il pallino di gran parte gli esseri umani sia fare a gara nel dichiarare la propria infelicità, il proprio fallimento, il proprio personalissimo piagnisteo?

A un certo punto si dimentica: non esiste più quell’attimo in cui abbiamo sentito per la prima volta il vagito di un neonato ed eravamo così colmi di gioia che l’edificio che ci ospitava avrebbe potuto spaccarsi e andare in pezzi noi non ce ne saremmo accorti. O il grido della prima volta? O la luce di un’alba accanto a un amico? O la partita vinta e le braccia alzate dopo lo strike, noi che neanche sapevamo di poter giocare? E gli abbracci? Perché dimentichiamo gli abbracci? Chi c’ha fatto piangere, o sorridere magari.

Tempi di infelicità dichiarata, signor giudice. E lei vorrebbe giudicare me? Cosa ne sa di quello che ho dato e ricevuto in cambio? Cosa ne sa dei segni che mi porto addosso e di coloro che li hanno procurati, sono da qualche parte, loro, a fare la raccolta differenziata, fanno i moralisti con i propri studenti magari. Insegnano ai loro figli, e anche loro, cosa crede, si proclamano infelici e innocenti.

Io no signor giudice, io sono colpevole, quindi che si sappia, mi permetto il lusso di sbattermene della sua sentenza. Non le riconosco l’autorità.

Si, signor giudice, le ho prese le pillole, ma quelle non spengono il cervello, il pensiero, la capacità di giudizio.

Sono consapevole e felice, pur se condannata, da me stessa, prima che da lei, ma cosa glielo dico a fare. Non lo capirà mai.

Lo scriva in quella pagina che ha davanti, lo scriva chiaro, registri bene le parole. Le metta a verbale, sono poche, in definitiva se la cava con tre: consapevole, felice e condannata.

Tanto, il verbale, lo firma lei.

La seduta è sciolta, da me, lei al massimo può sciogliere lo zucchero nel caffè. Lo beva caldo, mi raccomando.

Un romanzo tsunami

Nella foto un libro, l’ho scattata io: vi mostra romanzo e un segnalibro importante, un oggetto al quale tengo molto.

Entrambi, libri e segnalibro, sono “importanti”: due oggetti impegnativi, laddove impegnativo ha un’accezione di consistenza.

Mi spiego: nell’era dell’usa e getta, anche i libri spesso riflettono questo modo di esistere e rapportarsi con cose e persone, niente dura o deve restare. Passa e va.

Impegnativo può essere un aggettivo che spaventa, che respinge: sbagliato, sbagliatissimo, molto sbagliato, infinitamente sbagliato. Ciò che ha consistenza rimane, non va via il giorno dopo o la settimana dopo.

Io so perfettamente che quando guarderò nella libreria la copertina di questo libro, ne ricorderò il segno che mi ha lasciato, mentre di altri, e parlo di romanzi che magari sono stati o sono in cima alle vendite, non ricordo neanche la trama.

Il giorno in cui abbiamo pianto di Gianfranco Cefalì vorrei raccontarvelo con un’onomatopea: che rumore farebbe un coltello che affonda nel cuore? Se potessi è quel rumore che vorrei riprodurre, con consonanti e vocali, ma non trovo una combinazione efficace.

La cosa due volte sorprendente è che questo è un esordio: il primo romanzo dell’autore, che invece ha una penna da scrittore navigato.

“La stratificazione della memoria funzionava bene, poteva scegliere quale paura usare, poteva aprire e chiudere i cassetti del dolore con facilità disarmante, quello che non funzionava a dovere, era quel meccanismo di rimozione che la mente umana a volte usa senza chiedere permesso per rimuovere lo strazio delle complicanze della vita”

Scrittura che senti sulla pelle, che ti parla, che parla anche di te.

La storia non ve la racconto, non è necessario, anche perché la terza cosa  sorprendente è che l’autore vi sfida, non teme di sperimentare, di usare la storia a suo piacimento non per compiacervi, ma per colpirvi, voi, comodamente seduti nella vostra poltrona, accoccolati nel vostro letto caldo, siete costretti a sobbalzare per la violenza, il termometro che misura la quantità di dolore e di reazione al dolore sale e scende e investe anche la vostra temperatura corporea, la vostra reazione fisica alla pagina scritta, perché fisica è le scrittura, frastagliata da pause liriche:

“.. mi siedo sul letto, sta aprendo gli occhi, ciao pa’, sto piangendo ma non me ne frega niente, gli stringo la mano, all’inizio forte, troppo forte, quasi la ritiro per fargli male, ha uno sguardo bellissimo, gli sorrido, mi dice di avvicinarmi, mi vuole dire qualcosa, è arrivato il momento mi dice, è arrivato il momento di raccontarmi qualcosa”.

Il giorno in cui abbiamo pianto non è un esordio, è uno tsunami destinato a colpire ovunque si fermi. Qui sta la potenza della scrittura quando è temeraria e non vi teme. Il vostro o il mio giudizio hanno poca importanza: sarete la maschera seguente legata al filo delle altre sull’immagine di copertina.

Tutto il bene a Gianfranco Cefalì e in bocca al lupo a questo romanzo potente.

Agli sguardi che si riconoscono

Gianfranco Cefalì, Il giorno in cui abbiamo pianto, Dialoghi

Ogni dettaglio racconta una storia

Il mio scopo è rintracciare il drammatico nelle situazioni quotidiane, il meraviglioso della piccola cronaca anzi, della piccolissima cronaca

Vittorio De Sica

Questa cartolina viene spedita con colpevole ritardo, e non posso prendermela con le poste che pare ormai funzionino. Non potevo tuttavia non scriverla (mi ha aspettato buona buona) perché il libro di cui parlo mi sta sul cuore, sì lo so, starete pensando che si dice “a cuore” e non “sul cuore”.

Invece non è un errore, è proprio “sul cuore”, ovvero poggiato lievemente sul quell’organo vitale al quale attribuiamo la funzione dei sentimenti e delle emozioni, là dove i racconti di Ottavio Mirra fanno breccia.

Ho aspettato che l’autore si decidesse a pubblicare i suoi meravigliosi racconti e quando finalmente l’ha fatto io ne sono stata felice come una bambina che finalmente ha ottenuto il suo zucchero filato, la sua nuvola bianca. Mi ci sono adagiata e da lì li ho letti.

Non è un caso che abbia scelto una frase di una grande napoletano; Vittorio De Sica, per inviare questa cartolina a Ottavio Mirra: Ottavio ha il dono della scrittura realistica ed equilibrata, mutevole quanto basta al cambio di contesti e personaggi. Una scrittura cinematografica, che procede per descrizioni e immagini, grazie alla quale leggendo si sentono odori, sapori e colori, mai edulcorati dalla penna, ma sempre aderenti alla realtà, cruda o poetica che sia.

Quattordici racconti: il primo lo richiamo per il titolo VICOLI, che è una passione che ho in comune con l’autore, storia di Salvatore Procolo che apre la raccolta:

“Salvatore non era tipo da lasciarsi intimorire da un tuffo. Sarà stato anche lo scoglio più alto sul quale fosse mai salito, ma ormai non poteva più tornare indietro. Da lì si tuffava solo Annibale, muscoli, altezza e dieci anni di vita più avanti. Quando c’era burrasca tirava in secca il gozzo da solo. Quando c’era da vendere fichi d’india e lenticchie, ceci e fagioli, caricava la barca fino al bordo, la faceva andare un po’ a vela un po’ a remi, e arrivava a Castellammare o a Sorrento sempre prima degli altri. Annibale era forza e coraggio, era l’esempio. Chiunque si fosse arrampicato lassù sarebbe diventato un suo pari. Annibale era un traguardo.”

Tra i miei preferiti c’è ‘o cecato che “tiene il posto all’angolo dove via Toledo si affaccia su Piazza Dante“ nel racconto Un giorno sotto al porticato, il posto migliore perché se piove o c’è il sole lui sta sempre riparato. E’ uno dei racconti che mi ha commosso di più.

Storie di verità, storie raccontate con la sensibilità dell’animo che si guarda intorno e non chiude gli occhi, anzi li spalanca per raccoglierne il succo distillato, intimo.

Compito della letteratura è mostrarci le cose che non vediamo, quelle che ci passano accanto (cose, avvenimenti, persone) e ci sembrano normali, ma niente lo è mai veramente. Sta a noi raccontare e leggere, per comprendere.

Ottavio, con la sua penna limpida, le ha scritte in quattordici racconti, diversi uno dall’altro. Io sono lieta di aver letto.

Leggetelo anche voi: lo sguardo cinematografico richiamato nella quarta di copertina è un punto di osservazione che non tutti possiedono: è dono di coloro che sono dotati di sensibilità, ancor prima che di talento.

Ottavio Mirra

Dal Porticato, Il seme bianco

Recensione a Le mani in tasca

Gianfranco Cefalì, scrittore (Il giorno in cui abbiamo pianto, Dialoghi) e redattore letterario ha letto Le mani in Tasca

Magnetica. La scrittura di Daniela Grandinetti è attrattiva. Un po’ come quando da bambini si giocava con le calamite, sentire quel click improvviso dopo aver giocato con gli opposti restituiva soddisfazione. Attrazione, ma anche leggerezza, levità che non corrisponde a vacuità, infatti di senso sono fatte le parole scritte dall’autrice. Daniela Grandinetti sa fare bene quello che fa, ovvero: scrivere. Due storie che si creano parallele intersecandosi e divergendo, attraverso uno dei periodi più bui dell’Italia contemporanea, Oriana e Dario — inutile soffermarci sui rimandi dei nomi — nel pieno degli anni di piombo, la strategia della tensione, che culminarono con la strage di Bologna del 2 agosto 1980. Entrambi provengono da realtà diverse ma simili, piccoli paesini di provincia, entrambi considerati ai margini delle loro società per motivi, che scopriremo durante la narrazione, completamente diversi, ma che in qualche modo ne accomuneranno il vissuto fin dalla tenera età. Il terrorismo e le brigate rosse fanno da sfondo in primissimo piano, mi passerete l’ossimoro, ma i punti focali del libro sono molti, supportano tutta la trama e fondano le basi per gli innumerevoli spunti che offre.Quello su cui mi piace soffermarmi è il concetto di corpo. Uno degli ultimi libri che ho letto è stato “Tra me e il mondo” di Ta-Nehisi Coates, in questo bel libro l’autore scrive una lettera al figlio ormai adolescente, spiegandogli le difficoltà di essere afroamericano negli Stati Uniti, e si concentra sul concetto di corpo. Qui il corpo è qualcosa che va difeso con tutte le forze, perché è proprio questo che è messo a repentaglio e che sarà messo sempre in pericolo durante la sua vita. Prima che della sua anima il figlio dovrà sempre occuparsi del suo corpo. Il corpo in Daniela Grandinetti viene usato in maniera simile, anche qui è qualcosa da proteggere, ma non da una nazione fondamentalmente razzista, da qualcosa di più sottile, strisciante. Un corpo che si lascia anche guardare, ma non toccare, che non è mai in pericolo, perché diviene barriera invalicabile, una sorta di muro da mettere tra Oriana e il mondo, corpo che si fa statua fissa senza emozioni, che non vuole manifestare umanità, che viene messo in secondo piano dall’ideologia, corpo che rinnega gli istinti, le pulsioni, che in realtà si trasforma in macchina pronta all’azione per uno scopo più grande, almeno nella testa della protagonista. Oriana protegge il suo corpo per proteggere se stessa dalle deviazioni che il desiderio potrebbe comportare. Corpo che invece si trasforma, si libera dai pesi della mente quando la protagonista è sulla scena, infatti Dario è un regista teatrale e lei un’attrice. Qui il corpo libera quelle emozioni che tanto reprime, si fa guardare in modo diverso, trasforma Oriana in qualcosa di altro, lontano, qualcosa che a un certo punto della storia le fa paura e scapperà dal teatro dopo una performance intensa e bellissima. Anche Dario fa i conti con il suo corpo, anche lui reprime in nome di un sentimento assoluto, anche lui è impaurito e soffoca quei sentimenti per rispettare la figura ideale di Oriana. Naturalmente, come scrivevo prima, gli spunti di riflessione sono tanti, ma per affrontarli dovrei per forza rivelarvi troppe cose, e non mi sembra giusto, questo libro va letto. Perché vi dovrei parlare di azioni che vengono giustificate da un fine più grande, di azioni che vengono considerate giuste nonostante tutto, dell’utilità di alcune azioni alla luce del mondo e della società in cui viviamo, del pentimento e della redenzione…

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