Addio Lawrence Ferlinghetti

Ci sono canzoni alle quali siamo legati, ci sono poesie che ci riportano a momenti vissuti: la Beat Generation é stata parte della mia formazione di adolescente. Poi, questa poesia, per motivi strettamente personali.

Strada…
Lunga strada
strada del mondo
piena fino in fondo
delle voci del mondo
e a rifletterci, in fondo
anche le voci
di tempi andati: felici
infelici, di vergini di amanti
ingegneri, commercianti
lattai, banchieri, possidenti
massaie pimpanti
pubblicitari e studenti
che parlano parlano e avanti
parlando vanno avanti
sempre avanzanti, e fra i tanti
c’è chi davanti a una finestra si blocca
e scocca sguardi sul mondo
cerca di vedere a fondo
che cosa mai, così in tondo
anzi in un gran girotondo
succede, se succede qualcosa a questo mondo.
Ecco la lunga strada
ch’è la più lunga del mondo
ma non così lunga, in fondo
come pensi… dove pensi che vada?
Va per tutti i paesi e le città
i viali e i boulevards; va
con luce verde o rossa
passa per continenti e villaggi
piogge scroscianti e tramonti
Hong Kong, langhe affamate, paesaggi
di Oakland e dei suoi ponti
Roma fatata, Berlino dei miraggi,
Dublino che non c’è mai stata:
ecco la lunga strada andare
girare intorno al mondo
un treno enorme
informe, gonfio, di fatti
passeggeri bambini
cestini per il pic nic, gatti
e cani e tutti pensano (sic)
chi guida nella prima vettura
che cosa sta succedendo
che c’è nella vettura del comando
e c’è chi addirittura
si affaccia spenzolando
cercando di vedere
ad una curva, il guidatore, che faccia potrà avere
che occhi: ma tant’è…
Nessuno, nessun viaggiatore lo può vedere
anche se si ha netta l’illusione
di una rapida visione
in qualche curva più stretta.
Ecco che la strada si inerpica, rampica
Il treno coi vetri tutti alzati,
serrati, ora, i vetri gli atri
le porte degli abitati
i viali morti del mondo
finestre, palestre, strade
ecco, strade, questa sera del mondo
lampade in tutte le contrade, fanali
luci smorzate
su folle radunate in carnevali,
guizzi, flashes dai finestrini
circhi, soglie disabitate
cantine fontane casini
sfocati lumini per figurine
allacciate danzanti
e ancora mondi, trenini
che stantuffano e sbuffano avanti.
Poi, sì, eccoci, entriamo
nel vicolo fondo, in cui, sappiamo,
svaria la strada, la parte solitaria
della strada e del mondo.
Qui non è permesso
cambiare treno, non possiamo
passare sull’Orient-Express
No, dobbiamo
andare semplicemente fino in fondo
perché questa è la parte di strada di mondo
che non consente
niente, solo che si vada.
ma bada…..da nessuna parte.
Ecco si parte
e non c’è più nessuno
in treno con te, sei uno
non hai nemmeno un vecchio specchio che
faccia due te, non la minima presenza
senza un’anima, o meglio, solo la tua
ma cos’è…….è già la stazione
sei già a destinazione
sei già in porto, spenti
i motori li senti
su andiamo, fuori
sei esanime
muori, quindi coraggio fuori.
Che hai, che ti prende
Sì, sei morto
Non te ne sei accorto?
.
Alt! Signori si scende..

LAWRENCE FERLINGHETTI      

(traduzione di Vittorio Gassman)

Nel profondo della storia

Turbamento, familiarità, delicatezza, passione, corpo

Queste le prime parole che mi sorgono a caldo dopo aver chiuso il libro “Le mani in tasca” di Daniela Grandinetti.

Turbamento per la storia di due miei coetanei così simile alla mia, alle tante vite tumultose di allora, quando bastava un nulla per varcare il sottile confine tra la ribellione, la polica attiva, il movimento studentesco e la clandestinità.

La familiarità direi per gli stessi motivi, e poi c’è Bologna, i suoi portici le stradine del ghetto, il teatro che immagino piccolo incastonato in un vicolo.

Familiarità il teatro, familiarità la cascina terapeutica nella campagna toscana.

La delicatezza con cui Daniela sta accanto ai suoi personaggi, senza giudizio, dipingendo le sfumature dei loro sentimenti tra la notte e il giorno. Il buio della prima passeggiata insieme e la finestrella accesa, il buio del teatro, la luce e l’aria limpida di certe mattine nelle strade di Bologna. Il buio della clandestinità e della cella, e la luce del verde che Oriana incontra il primo giorno di libertà. La delicatezza con cui sospinge il lettore a penetrare con lentezza la sua scrittura fino a che ci sei completamente immerso, dalla testa ai piedi, senza sapere come sia potuto accadere.

Passioni differenti uniscono e dividono Oriana e Dario. La passione di Oriana per la giustizia, celata nel fondo. Un segreto. La passione di Dario per Oriana sublimata nei silenzi, nella scrittura, nella messa in scena di “Lasciami un ultimo valzer”.   

Corpi quello di Oriana latteo e luminoso nella cucina sempre nottuna della sua casa. Luminoso, carnale, espressivo sulla scena. Allora il teatro era povero così povero da possedere soltanto il corpo degli attori. Oriana quasi non bada al suo corpo proteggendolo così dalle pulsioni. Pulsioni che saranno poi incanalate nella lotta armata dove il corpo altro non  è che un strumento da tenere in buona forma e allentato per le azioni da compiere (stranamente è così anche per gli attori e i danzatori). Un corpo da proteggere e dimenticare in cella, così come dimenticare il fuori, il proprio passato, il futuro per non impazzire. Un corpo libero, forte, felice solo nel sogno.

Corpo  timido quello di Dario tutto trattenuto nello sforzo di frenare l’amore per Oriana. Il desiderio imbrigliato, nella paura di perderla, di un abbraccio, lo sfiorarle i capelli, cullarla come una bambina.

Corpo dilaniato dalla bomba della stazione e, in un sobbalzo, ho pensato a Sergio Seci al suo sax, alla sua laurea 110conlode in musicologia al Dams che quel 2 agosto voleva prendere il treno per tornare a casa in Abruzzo. Quel treno non lo ha mai preso.

“…e noi siamo diventati polvere mischiata a pezzi di intonaco e ferro. Finiti in un soffio che chissà dove è andato in quella maledetta stazione”. 

Renata Giannini

LETTURE

Un lettore prestigioso: Gianni Barone

Ho ripreso tra le mani questo bel libro di Daniela Grandinetti. Già alla prima lettura mi aveva convinto, ma ora mi spingerei oltre: credo che tra tutti i romanzi italiani usciti nel 2020 Le mani in tasca si differenzi nettamente dal resto. Penso che il lavoro di Grandinetti possa contare su un’impostazione originale e fuori dagli schemi consueti e possa collocarsi dunque in una posizione di tutto rispetto. È un libro che ha la sua forza nella coniugazione a volte spezzata tra personale e politico, ambientato nel contesto degli anni più controversi della storia italiana degli ultimi decenni. Un grazie di cuore agli amici di Augh! per aver creduto in questo romanzo e un grande apprezzamento all’autrice per una narrazione che mi ha fatto pensare -pur senza concreti collegamenti- all’importante Città sommersa di Marta Barone.

Innamorata

Non sono una critica, non sono una blogger, sono piuttosto una che ha bisogno di innamorarsi continuamente: vivo così.

In questa fase della vita mi è congeniale innamorarmi dei libri, degli autori, delle storie: quelle capaci di aprire una breccia nel mondo vivo dei sentimenti, delle emozioni, nelle pieghe della pelle.

Oggi scrivo di tre romanzi della stessa casa editrice: ciascuno mi ha fatto innamorare a modo suo e ne scrivo in libertà, aiutandomi con le immagini e le citazioni. E’ un invito a innamorarvi, a rivoluzionare il modo di leggere e interpretare il mondo e la propria esistenza, senza un tempo o una dimensione: come spalancare una finestra e lasciare entrare quello che c’è là fuori: profumi di lillà o puzzi di merda è vita, comunque.

BINARI è una sfida, dovrete trovare il vostro personale equilibrio nell’affrontare questa storia, sarete in bilico e avrete timore di cadere, potreste restare a terra frastornati o rialzarvi fieri. L’autrice non è indulgente: i binari per natura scorrono paralleli e spesso seguono un eterno percorso di inabilità a divergere. Dove sta Marcel? Dove sta Ale? Scorrono insieme, ma ogni sussulto della pelle, dello sguardo, ogni impercettibile movimento e muta la direzione, la maniera di essere con se stessi e con l’altro. E’ un pozzo o la superficie piatta e ingannatrice di un lago. Ogni parola è stata vissuta da me in modo diverso dal modo in cui sarà vissuta da un altro: le visioni, le interpretazioni sono e saranno divergenti. Ognuno è un mondo a sé.
Tutti abbiamo abitato una casa e molte case: la prima è quella che ci ha disegnato. La geometria degli spazi, delle stanze, delle linee che si intersecano, dei rapporti che vi scorrono, delle persone che hanno vissuto quegli spazi è ciò che ci definisce. I conflitti, le dipendenze affettive, le diversità, gli scontri aspri e gli amori travolgenti: i nonni, le madri, i padri, i figli e poi i nipoti. Le figure forti che hanno calpestato e fatto trattenere il respiro e quelle fragili che ci hanno insegnato a fermarci, ad avere dubbi e paure. Poi c’è un gatto, fuori dalla geometria di quei rapporti, non sappiamo cosa sia e se prenderlo e se qualcuno l’abbia preso, ferito, ammazzato. Due gemelli, uno malato e uno in salute, una madre e un padre diversi come pianeti paralleli, molte parentesi, perché mai saremo precisi nel ricordare, nel narrare, nel fluire dei nostri pensieri e delle nostre emozioni.
C’è Francesco, che chiama le stanze con un nome, quelle stanze che ci guardano esistere inermi. Francesco che vorreste prendere tra le braccia come fareste con voi stessi, Francesco che vuole comporre la sua Creatura, la sua musica, una cosa che sia lui, e può essere una e una soltanto. Tutto avviene in una stessa casa, dove fuma hashish per dissociarsi dalla dimensione reale: il lavoro, Monica che ama e non ama, Fatima che desidera, Dario che lo abbandona alla sua vita. La Creatura è la sua scommessa, ma sono i muri delle stanze che lo osservano costruire e mandare tutto in frantumi, un attimo prima e un attimo dopo. Gli spazi sono vuoti, dentro ci viviamo noi.

Questi tre meravigliosi romanzi che mi hanno fatto innamorare sono editi da Terrarossa Edizioni.

Una nota a margine: le copertine, bellissime, “sono” la storia che leggerete. Quando le finirete vi scoprirete a fissarle, e comprenderle.

Esistono i personaggi in cerca d’autore?

Negli ultimi mesi tutte le sere, prima di dormire, spengo la luce e accenno un rapido segno della croce, un gesto furtivo, e se per caso lo dimentico ecco che lei arriva a piagnucolare, mi pungola, un monito che mi spinge a compiere un’azione che non mi appartiene, quasi fosse una funzione quotidiana normale. No, non ha niente a che fare con un rito di fede: è a causa di Adania.

Chi è Adania? Una donna di mezza età, albanese di nascita, che lavora come badante presso una casa nobiliare, a servizio di un’anziana taccagna e rompiscatole, vedova di un generale.

Ecco, per me funziona così: Adania è un personaggio, non esiste, per il momento è una minuscola tessera di un mosaico ambizioso, vive su un foglio A4 in uno schema, insieme ad altri personaggi che costruiscono una tessitura pensata la scorsa estate.

Ora perché sia proprio lei tra i tanti a presentarsi ogni sera puntuale e costringermi a ripetere un gesto che appartiene a lei e non certo a me, non so dirlo, non riesco a spigarlo. Arriva nel buio, il volto nell’ombra (ancora non ne conosco la fisionomia precisa, ma conosco già bene la storia) e mi ricorda che lei è lì e starà lì, a ricordarmi di scrivere.

Per me funziona così: non sono io a cercare le storie, sono loro che cercano me. Fintanto che non ho vissuto la scrittura come un elemento vitale indispensabile, non avevo questo genere di ossessioni, magari per mancanza di sufficiente fiducia nelle mie capacità, per i miei dubbi costanti, nella convinzione che “saper scrivere” non equivalga a saper raccontare storie; un talento può esistere, ma tale non è se non è praticato, sofferto, invasivo.

Non ho neanche il trauma della pagina bianca: una volta che lo spazio vuoto mi si apre davanti procedo spedita, loro sono già lì a suggerirmi le traiettorie, i gesti, le azioni, i sentimenti e i conflitti.

Succede che io li tenga sullo sfondo della mia esistenza perché il tempo (almeno il mio) è tiranno, e tanti sono gli impegni, tuttavia non mi mollano.

In questo momento ha le fattezze sfumate di Adania che con quel segno della croce mi pizzica dentro, quasi con cattiveria, come se la sua vita dipendesse da me, come se fosse una sorta di responsabilità che mi sono assunta solo per il fatto di averla immaginata.

A pensarci bene non è un rapporto leale e forse nella mia mente qualcosa non funziona a dovere.

È stato così anche per Anna e quella casa vista in cima alla collina, ma fin lì poteva starci: ne Il mistero della casa del vento Ann è un personaggio sufficientemente autobiografico, la sua esistenza era la mia stessa esistenza, scrivere quel romanzo mi ha dato una forza e una dimensione nuova, diversa, anche se poi ho tirato fuori una bella storia trattata male perché non avevo sufficiente esperienza per distaccarmene e il fascino delle mie donne vento mi ha fatto perdere.

Dopo è stato diverso.

Oriana e Dario, ad esempio: un pavimento di granito, una stanza vuota, una finestra e due sedie (di quelle che si vedono a scuola, di ferro e compensato, una delle quali senza spalliera). Erano seduti lì, io mi trovavo in una località di mare, mi pare fosse Terracina, è stato tanto tempo fa, da dove mi sarei dovuta imbarcare per Ponza, cosa che poi non feci. Mi trovavo a un bar, in vacanza, cosa c’entravano loro? Eppure si presentarono così, senza essere stati invitati. Dopo un po’ di tempo li ho scritti, ho dato loro una collocazione e un tempo: il titolo – Le mani in tasca – era quello giusto, la storia no. Così li ho abbandonati.

Poi è arrivata Cosma, con la musica, su un pezzo dei Dounia questa ragazza di spalle che correva per vicoli. Ho ascoltato la sua storia, me ne sono innamorata e l’ho scritta ed è stata lei a puntare il dito in direzione di Tilde e Cettina le altre protagoniste d La Malasorte.

Uscito il romanzo, Oriana e Dario intanto erano rimasti nello squallore di quella stanza vuota: continuavano di tanto in tanto a presentarsi, a guardarmi di traverso, come se li avessi traditi, fino a che non sono rientrata in quella stramaledetta stanza: Dario era rimasto lo stesso dolce ragazzo, timido, Oriana invece si era alzata imperiosa da quella sedia: voglio fare la terrorista, mi disse. Finalmente erano contenti e la storia sì, era quella giusta, il senso delle mani in tasca che non avevo trovato anni prima.

Adesso so bene che Adania non mi darà tregua, mi vengono in mente altre idee, ma niente: potrò fare tremila altre cose prima di tornare in quella dimora suntuosa, ma lei è lì.

C’è un titolo, altri personaggi e una matassa da dipanare, e fino a che non deciderò di prenderne il filo e tesserlo, tornerà ogni notte perché mi ricordi di lei che è nata nella mia testa a letto, in una stanza fredda, che si segna con la mano. Nel nome del padre, del figlio, dello spirito santo. Amen.

Io, insegnante, una privilegiata

Era ottobre, novembre, a volte anche primi di dicembre, non era mai dato sapere.

Non c’era WhatsApp, nessun mezzo rapido di comunicazione.

Era un sentirsi per telefono, fare il solco agli uffici del provveditorato, (allora si chiamava così) i punteggia sbagliati, le file interminabili. Era uno scambiarsi di informazioni febbrili.

Era il caos delle graduatorie provinciali ogni anno, il fiato sospeso nell’attesa di sapere se avresti lavorato, quando, come e dove.

Poi erano le convocazioni, la fiera delle chiamate a servizio, in scuole o sedi che quasi mai erano idonee ad ospitare centinaia di insegnanti.

Era il bivacco nei corridoi come sacchi, la ricerca di una sedia ogni tanto, le ore di attese e di “esci a fumare una sigaretta?”

Se ti capitano le medie a Borgo prendi o lasci?” Erano le domande, per qualcuno che si piazzava su una graduatoria era la speranza per qualcun altro.

Era, a volte, gran parte delle volte, arrivare alla sera e sentir dire interrompiamo riprendiamo domani. Poi magari l’indomani c’era sempre qualcosa da correggere e si andava al pomeriggio, e di nuovo al giorno dopo ancora.

Ci sono incubi peggiori, certo. Ci sono sempre incubi pegnori, ma era il lavoro, lo stipendio, il pagare affitti e bollette.

Credo di aver vissuto insieme a migliaia come me la stagione più lunga di quello che non a caso era ritenuto il precariato storico, nella scuola non c’era ombra di assunzioni e non c’è stata per anni. Per me sono stati circa 15 anni, di cui relativamente più stabili soltanto gli ultimi cinque quando, scalata finalmente la graduatoria, arrivavi alla fatidica supplenza al 31 agosto che equivaleva a non dover fare la pratica di disoccupazione per i mesi estivi.

Quello delle convocazioni era un rito desolante, un ciondolare di corpi esausti a un mercato di elemosina di nomine, persone che scaricavano l’ansia soltanto quando uscivano finalmente con un foglio in mano e una nomina e a quel punto dove e quando non importava, dritti a prender servizio, si tornava a scuola.

Ricordo un anno in cui un collega di lettere che aveva superato i 50, con una storia burocratica kafkiana (che in quegli anni – attenzione – era la norma, perché le regole cambiavano in continuazione) a settembre fu assunto: contratto a tempo indeterminato. Alle convocazioni successive l’impiegata del provveditorato quando arrivò al suo nome ancora in elenco si fermò e disse: “questa è una soddisfazione personale che devo prendermi”. Si alzò e pronunciò il nome e poi aggiunse “assunto”. Inutile dire che scattò l’applauso generale, sia per chi come noi lo conoscevano, ma anche per gli altri.

Molti di noi, in alcuni casi ormai amici più che colleghi, il giorno in cui firmarono il fatidico contratto di assunzione piansero, non si trattava del famigerato posto fisso, ma della continuità, che soltanto gli addetti ai lavori possono comprendere: finalmente avresti lavorato in una scuola, la tua. Eh sì, perché ogni anno era un giro di danza: nuove destinazioni, nuove scuole, nuove classi, nuovi alunni, migliaia di studenti che non vedevano mai gli stessi insegnanti anno dopo anno, ogni partenza dell’anno scolastico si ricominciava sempre da capo, tutti. Era così che funzionava la scuola, in maniera molto maggiore che adesso e non stiamo parlando del secolo scorso, ma di una quindicina di anni fa. Questo è il modo in cui hanno tenuto in considerazione la scuola e i suoi attori: insegnanti, studenti e famiglie.

Ecco anche perché io per circa dieci anni, residente a Firenze, preferivo fare la pendolare, speravo sempre che alle convocazioni “rimanesse” Borgo San Lorenzo, sede da molti considerata disagiata e professionale difficile (anche perché era la regola che gli ultimi arrivati beccassero le classi peggiori e ne ho visti volare sedie e pugni) ma almeno sentivo quel senso di familiarità, di essere parte, di costruire un percorso. Mi alzavo prima delle 6, prendevo il bus che era ancora buio per andare alla stazione, da lì avevo circa un’ora di viaggio. Rientravo alle tre e mezzo, ma molto più spesso alle sei di sera, visto che allora si facevano i pomeriggi.

Certo c’è di peggio, c’è sempre di peggio, eppure eravamo insegnanti, in teoria un pezzo importante della società, in pratica eravamo precari che baciavano a terra per la grazia del lavoro ricevuto (no, non esagero, tre mesi senza stipendio, ed erano stipendi minimi) a un’età che ci portò a varcare i 30 e poi i 40 ad aspettare le assunzioni.

Poi vennero gli anni in cui istituirono la SSIS, le scuole di specializzazione, mi pare fosse proprio Berlinguer, a noi precari parve subito chiaro che fosse un bel regalo alle università, visto che i corsi erano a pagamento. La scusa era che bisognava far entrare i giovani, e certo, noi nel frattempo eravamo invecchiati. Con le SSIS il diritto alle supplenze e alle assunzioni si dimezzò: 50% su una graduatoria, 50% su un’altra. Fu una guerra, eravamo inviperiti, agguerriti gli uni contro gli altri. Si allontanava la parola fine alla precarietà, si creavano altri precari. Manovre politiche, che niente cambiavano “dentro” la scuola.

Oppure l’istituzione dei corsi di perfezionamento: la corsa ai punti, ogni corso valeva 1 punto e costava dalle 350 alle 400 euro. La parte da leone la faceva la Facoltà di Scienze della Formazione. E qui non posso non ricordare la scarsa, scarsissima qualità di quei corsi PAGATI per avere quel maledetto punto in più, almeno fossero stati formativi: era un bieco mercato di punti. Un anno ne scelsi uno Educare alla Lettura, vai, mi dissi, almeno questo mi interessa, ebbene la cosa che ricordo è l’aula Magna del Liceo Michelangelo di Firenze quando arrivò un’avvenente giovane assistente universitaria da Pisa che tenne una lezione su: Jack Frusciante uscito dal gruppo, il Giovane Holden, la cacca in non ricordo più quale romanzo della Pitzorno. Lei sarebbe stato inutile ucciderla, visto che innocente, ma la frustrazione era tanta che qualcuno al Ministero sì, lo avresti ucciso volentieri. Tempo e soldi sprecati. A lei avremmo solo potuto dire: ma come ti permetti? Ma da quale cacchio di pianeta arrivi? Il giovane Holden? Al massimo ti fai una risata! Educare alla lettura!

Eravamo invisibili. Questa è stata la scuola dei Ministri delle riforme, dell’innovazione, della mancanza di investimenti.

Un privato non avrebbe potuto fare quello che faceva lo stato, non era legale: c’era la continuità, il licenziamento annuale di fatto era un sopruso.

Nel 2008 un sindacato avviò una vertenza con migliaia di ricorsi  e denunce alla Commissione Europea, perché un lavoratore precario poteva essere chiamato anche un numero di volte illimitato ad accettare un contratto a tempo determinato (le supplenze annuali) e quando nel 2014 arrivò  Renzi con la Buona scuola spacciò le assunzioni come un suo miracolo, in realtà erano dovute perché quell’annuncio sbandierato come “il più grande investimento” sulla scuola italiana degli ultimi decenni era, ripeto, atto dovuto: i precari che hanno superato il 36 mesi di insegnamento devono essere assunti, oppure risarciti, il che per il governo sarebbe stato davvero un grossissimo guaio.

Noi del precariato storico eravamo stati assorbiti da poco, ma alle spalle avevamo anni come quelli che ho cercato di raccontare.

Abbiamo subito la Riforma Gelmini (che non era una riforma ma soltanto un taglio dei posti di lavoro tanto per ritagliare risorse da destinare alla scuola privata) ed io personalmente ho preso parte alla manifestazione a Roma, una cosa mai vista, non siamo riusciti neanche a raggiungere il luogo di partenza, le metropolitane erano intasate, migliaia di autobus e nessuno che si aspettasse quella reazione. È successo qualcosa in risposta? No.

Abbiamo contestato allo stesso modo la 107 di Renzi, uno sciopero con adesione imponente. Hanno tenuto di conto cosa diceva il mondo della scuola? No. (Ne scrissi qui https://danielagrandinetti.blog/2016/01/23/23-gennaio)

Ci siamo beccati il suo sottosegretario Faraone, che parlava di scuola come se fosse casa sua ma non era neanche laureato (ah, poi la laurea l’ha presa, a 16 anni dalla sua iscrizione, in Scienze Politiche, forse perché poverino gli era venuto il complesso e sia chiaro, non perché la laurea equivalga a intelligenza, anzi, ma visto che scassavano tanto con quella riforma sul famigerato riconoscimento del “merito”, l’ironia era d’obbligo).

C’è stato il ministro Profumo che diceva che con gli insegnanti bisognava usare il bastone e la carota, abbiamo poi avuto le idee brillanti della Ministra Fedeli, solo per ricordare gli ultimi anni, nella quale qualcuno aveva anche riposto speranze vista la sua esperienza nel sindacato, ma che ricordiamo perché a un certo punto tirò fuori dal cilindro l’uso dei cellulari nella didattica, i corsi di formazione per insegnanti sui videogiochi (ne ho scritto qui, poi il post è stato condiviso oltre le mie aspettative https://danielagrandinetti.blog/2017/09/12/w-luso-del-cellulare-a-scuola/ )

E arriviamo alla Dad

In questo scritto di memoria, non posso esimermi dal fare un riferimento agli ultimi due anni, quello scorso e quello in corso: ebbene lo scorso anno per la ministra Azzolina eravamo eroi anche noi come il personale sanitario, perché avevamo retto l’impatto della pandemia con la didattica a distanza. E giù l’esaltazione della tecnologia, del tesoro che l’esperienza avrebbe costituito anche per il futuro. E io, e tanti scettici come me, a dire: attenzione, questa è emergenza, ma la dad non è scuola, la scuola ha bisogno di presenza, di contatti, di respiri, di sguardi. Eppure l’abbiamo fatto, in massa, magari con le debite eccezioni, per carità, ma la scuola (leggi insegnanti, e qui davvero, INSEGNANTI) ha retto l’urto.

Quest’anno la situazione si è ribaltata: la Dad non è scuola dice la Ministra, bisogna riaprire (ma nel frattempo a parte le rotelle non abbiamo visto grandi misure per questa “scuola in sicurezza”, che poi qualcuno me lo spiegherà come fa a essere sicuro un luogo dove comunque, anche al meglio dell’organizzazione, circolano centinaia di persone ogni giorno e di vaccini per noi non se ne parla, siamo in coda con gli altri). La parola d’ordine è supportata da un movimento d’opinione che vede quotidianamente articoli sulla solitudine degli adolescenti, improvvisamente vittimizzati da schiere di madri (padri se ne sentono pochi, come mai?) e opinionisti, come se questi millenium non vivessero già da prima una vita sociale connessa. Io, dal mio piccolo angolo, parlo con studenti e studentesse ogni giorno, e mi pare che responsabilmente dicano che sì, preferirebbero la scuola in presenza, eccome se no, ma la situazione è tale che meglio sarebbe non rischiare. Certo, ho lunga esperienza nei professionali da sapere che in alcune scuole il rischio di dispersione è più alto, ma attenzione: la dispersione c’era prima come adesso, solo che adesso serve da baluardo politico, perché la scuola improvvisamente è terreno di scontro politico. Io ho la nausea.

Non ultimo non c’è giorno in cui l’Invalsi con le sue ramificazioni amiche (IlSole24ore, Confindustria) non esca con qualche articolo allarmista sul learning loss, sul fatto che questi due anni sono anni PERSI. E qui, mi perdonerete, alzo la voce: ma come ti permetti tu, Anna Maria Ajello, Presidente Invalsi, con la tua cricca e con una ministra che anziché difendere il settore in cui opera sta dalla vostra parte e dice le stesse cose, di continuare a propinarci teorie sulla MISURAZIONE DEL SAPERE CHE METTE A RISCHIO – DICIAMOLO – LA TUA BARACCA, QUELLA CHE VI FORNISCE LAUTI STIPENDI MA NIENTE, DICO NIENTE, CHE ABBIA REALI RICADUTE SULL’ISTRUZIONE E I SUOI SISTEMI? COME SI PERMETTE?

Io mi alzo alle 8 ogni mattina, accendo il pc, sono stanca, dopo tutti questi mesi, ma so che non posso permettermi di mostrarlo, accendo la telecamera su volti e più spesso su icone, ma non per questo mi arrendo, non per questo perdo il mio e il loro tempo, faccio lezione tutti i santi giorni, poi pranzo e il pomeriggio in gran parte trascorre a caricare attività su classroom, scannerizzando materiali frutto di ricerche, perché è necessario  trovare mezzi e modalità che mi consentano di tenere una buona attenzione, di stimolare la partecipazione. Certo se stessi ogni giorno a fare la mia bella spiegazione autogratificante e dicessi studiate da pagina a pagina sarebbe più semplice e meno faticoso, ma in questo frangente sappiamo di non poter agire così. Quindi tutti i giorni tra leggere compiti svolti e caricare materiali è altro tempo, tanto tempo, con il cervello che perde colpi. Senza contare le chat di WhatsApp, sempre a disposizione di chi ha bisogno di un chiarimento, di una risposta, o tra noi insegnanti per cercare di arrivare a qualcuno o qualcosa. Numeri di telefono ai genitori di ragazzi problematici, fili diretti, riunioni extra a gogò in aule virtuali. Meet ormai è casa mia. Dunque: come vi permettete?

Come al solito parlano persone che non sanno niente di scuola, che mai sono stati in una scuola se non come studenti, ma loro sono ESPERTI, e ben pagati, noi invece siamo numeri, caselle da spostare da un colore all’altro. Non c’è giorno in cui l’Invalsi e la sua cricca non rimarchi la necessità di lavorare a luglio, ad agosto per recuperare il learning loss (parla come mangi, diceva un antico adagio!) tanto per avvalorare quella tesi così popolare secondo la quale noi non lavoriamo, noi siamo fannulloni, noi siamo dei privilegiati con il nostro stipendio rubato alle tasche dei contribuenti. Infatti nel dibattito di quest’ultimo periodo molte mamme, molti studenti che si ammalano dentro (ma sono in trincea? Combattono? Fanno la fame? Non hanno da vestirsi?) ma mai insegnanti, l’unica che spopola è la comica Mannino con le sue parodie sulla dad.

Di fatto noi non abbiamo più un “tempo scuola”, noi abbiamo da mesi una vita connessa senza spazi né tempi.

La scuola pubblica, baluardo della Repubblica, con buona pace di Calamandrei e quelli che si ama citare, è un mosaico informe di polipi e tentacoli. Le parole e i fatti.

E io, dovrei sentirmi una privilegiata?

Se siete arrivati in fondo, voi che leggete, non posso che ringraziarvi, nonostante non avessi voglia ho scritto questa lunga memoria riflessione soltanto perché sono stanca, stanca dentro, anche se nessuno se ne accorgerà mai perché accendo la telecamera con il sorriso e la carica giusta. Dentro c’è l’amarezza di una voce che abbiamo perso, insieme all’autorevolezza del ruolo

In prima ho una ragazzina cinese, parla poco l’italiano, negli ultimi giorni mi manda spesso messaggi su WhatsApp per farmi domande sulle cose da fare. Io le rispondo, le mi risponde con emoticon: cuoricini e faccette arrossate. IO LO SO che questa ragazzina sta traendo quel po’ di spinta che le serve da questi insignificanti contatti, in virtù del semplice fatto che le rispondo, perché anni di esperienza mi dicono che in assenza di altri e più consoni mezzi, intendo fisici, questo è un modo per rinsaldare l’autostima. C’è una mamma che mi ha chiamato giorni fa per dirmi che sua figlia, in prima anche lei, beh, non era così contenta di studiare da anni (la ragazza ha una storia di bullismo alle scuole medie) mi ha confessato che, con tutti i suoi limiti, è rinata. Mi ha ringraziato, non solo me, ma anche gli altri insegnanti.

Ecco, sono arrivata alla fine. Qui sta il mio lavoro, la mia esperienza, il mio mondo: nelle ultime righe.

Per tutto il resto c’è MasterCard.

VOGLIO RACCONTARVI UNA STORIA

Così inizia….

Perché comprare un libro come questo? Alla domanda si può rispondere soltanto dopo averlo avuto  tra le mani.

Molto tempo fa, erano gli anni ’80, un amico si trasferì come tanti dalla Calabria a Firenze per studiare architettura. C’era tra di noi una fitta corrispondenza e ricordo che i primi tempi mi raccontava che quando si sentiva solo, o perso, o a disagio, si infilava nella Libreria Feltrinelli e si aggirava tra gli scaffali. La cosa lo faceva stare meglio e dunque la proporzione del malessere era misurata dalle frequenze di quelle visite.

Questo episodio, che attiene al rapporto con i libri, è riaffiorato quando ho aperto questo piccolo volume: non è tanto, o solo, quello che vi si legge, quanto la sua bellezza.

Naviga tra le tue stelle è già un meraviglioso titolo: il libro  ed  è il discorso  che Jesmyn Ward ha tenuto alla cerimonia d’inaugurazione dell’anno accademico alla Tulane University, in Mississipi, dove insegna Letteratura creativa e narra l’esperienza di una donna afroamericana del Sud che si confronta con un mondo razzista e sessista.

È davvero un piccolo gioiello di parole e immagini (e farei un torto al libro se ve ne mostrassi qualcuna) in una pregiata edizione per chi i libri li ama a prescindere come luogo di ispirazione, di fuga, di gioia: un volumetto blu con dettagli dorati, con le bellissime illustrazioni di Gina Triplett, che arricchiscono il racconto breve di una vita di sacrifici, di lavoro, di perseveranza.

Se la vita è dura per tutti, bisogna sempre ricordarsi che per alcuni è più dura che per altri: per la nonna di Jesmyn, ad esempio, intento della vita è stato garantire un’istruzione che consentisse ai suoi figli ed ai suoi nipoti una vita senza le crudeltà che era stata costretta a vivere come afroamericana dell’America del Sud negli anni Quaranta, anni di povertà.

Un inno alla perseveranza che di questi tempi fa bene al cuore e alla mente.

Non posso dire altro, le parole non servono a molto, i piccoli gioielli di carta non si possono raccontare se non con aggettivi retorici. Si devono possedere, nel senso buono.

Come il mio amico che si sentiva meno perso nella Feltrinelli di Firenze, provate a navigare tra le stelle. Io, insieme all’autrice, “vi auguro ogni bene




Jesmyn Ward, Naviga le tue stelle, Ed. NN (Traduzione di Alessio Forgione)

Partitura per cinque minuti

Cinque minuti.

La chiave era in tasca. Apre la porta ed entra. La finestra del soggiorno è aperta, le tende sembrano fantasmi danzanti. Lascia che l’aria entri e le tende volino. C’è un cono di luce tra le imposte e il pavimento: dentro brilla un pulviscolo iridescente.

Sorride.

Quattro minuti.

Attraversa l’appartamento a piedi scalzi. Si guarda intorno alla ricerca del particolare che avrebbe rivelato l’assenza.

Sorride.

È il disordine.

Comincia a vagare tra una poltrona e una sedia e si accorge che la borsa è lì, appesa, proprio dove l’ha lasciata.

Sorride.

Scivola sul pavimento tiepido. La finestra lascia entrare i riverberi di una bella giornata di primavera. Si abbraccia accarezzandosi le spalle mentre i suoi piedi si muovono rapidi.

Quanto le piaceva alzarsi al mattino e spalancare quella finestra nella bella stagione.

Sorride.

Danza.

Tre minuti.

Va in camera da letto. Il letto è sfatto, il cuscino adagiato sul suo lato del letto, senza neanche una piega. È rimasto ad aspettare il sonno di una notte.

Sorride.

Danza.

Uno due tre.

Più lento.

Uno. Due. Tre.

Poi rapidamente, un passo avanti e uno indietro. I fianchi disegnano un movimento rotondo, mentre i piedi segnano il passo. Uno avanti e uno indietro.

Ha mai ballato così? Non lo ricorda. Adesso è tutto più naturale.

Sorride.

Danza.

Due minuti.

La cucina. Vuol vedere la cucina. Danza intorno al tavolo. Una. Due. Tre volte. Sul ripiano è abbandonata una gran quantità di oggetti: bollette tazze vuote di caffè con fondi scuri un cucchiaio abbandonato una rivista aperta un calendario fermo al mese precedente un libro chiuso foto in bianco e nero sparse ovunque fogli bianchi con appunti illeggibili una piuma d’uccello un fiore secco una pigna d’abete avanzi di cibo in un piatto un bicchiere una bottiglia di plastica vuota della sua acqua due cioccolatini una lattina un santino l’agenda aperta due penne una nera e una rossa un pennarello nero gomme da masticare.

Danza intorno al tavolo. Sempre più rapida. E ancora. E ancora. Sempre più leggera. Accarezza gli oggetti.

Bollette, tazze vuote di caffè con i fondi scuri un cucchiaio abbandonato, una rivista aperta, un calendario fermo al mese precedente, un libro chiuso, foto in bianco e nero sparse ovunque, fogli bianchi con appunti illeggibili, una piuma d’uccello, un fiore secco, una pigna d’abete, avanzi di cibo in un piatto, un bicchiere, una bottiglia di plastica vuota della sua acqua, due cioccolatini, una lattina, un santino, l’agenda aperta, due penne, una nera e una rossa, un pennarello nero, gomme da masticare.

Sorride.

Danza.

Che meraviglia quel disordine! È così che vive adesso?

Un minuto.

Accarezza con i palmi gli scaffali, apre i cassetti, uno dopo l’altro. Apre. Chiude. Apre. Chiude. Cosa manca? Cosa manca? È tutto in ordine? Cosa manca?

Sorride.danza.

Cinquanta secondi.

Torna nel soggiorno, si avvolge nella tenda e ci volteggia dentro facendosene un drappo. Il sole la colpisce in pieno petto. Peccato non poter esplodere.

Trenta secondi.

Posa un bacio sulla foto in cui erano insieme a guardare un orizzonte sparito.

Sorride.

Danza.

Venti secondi.

Danza ancora.

Volteggia nell’ingresso. I piedi scalzi. Non porta scarpe.

Guarda la mensola.

Sorride.

Dieci secondi.

Posa la sua chiave nel piatto d’argento, proprio dove era solita lasciarla sempre.

Sorride.

L’avrebbe notata?

Smise di danzare.

Cinque secondi.

Riapre la porta. Si volta un’ultima volta indietro.

La luce. La luce.

Ricordati la luce.

“Vivi”.  

Chiude la porta.

Sorrise.

Un secondo.

E sparì.

Le mani in tasca letto in Litweb

Le mani in tasca letto in Litweb:

Le mani in tasca: La storia siamo noi. Noi uomini per sopravvivere rimuoviamo tutto e pensiamo che solo il presente sia difficile mentre il passato ci appare migliore e pacificato. Quel periodo di cui si racconta era orribile. Lo leggiamo e lo viviamo dal di dentro, dal carcere.

L’autrice è riuscita a creare personaggi credibili e ha dato a noi lettori una vicinanza affettiva alle vicende. Alla fine mi sono trovata accanto ad Oriana, a Michele.

Le mani in tasca ci riporta al periodo precedente la bomba esplosa alla Stazione di Bologna, il boato dell’esplosione rimbomba nel libro deflagrando sui personaggi e unendo destini che mai avrebbero avuto occasione di incontrarsi ma incontrarsi servirà a far vivere ancora una volta nel ricordo storie personali.

“Le mani in tasca” come “La città sommersa” di Marta Barone, come “Padrenostro” il film presentato a Venezia dove il regista racconta nelle prime sequenze l’attentato a suo padre, ci riportano gli anni settanta, una idea di cosa furono quegli anni.

Un libro da leggere perché è la nostra storia

Ippolita Luzzo

Libri che piacciono un sacco

Mi piacciono un sacco (ho pensato di usare “adoro” ma ho desistito perché ho anche pensato che adorare è un verbo da snob) i romanzi che fanno ridere e sorridere e nel contempo ti raccontano storie di amara umanità, per cui sono felice di aver incrociato questo libro di Benedetto Ferrara, La ballata di Sant’Orsola.

Mi ha riportato alla Firenze dei miei vent’anni, quella che ho amato: la Firenze dei vicoli, dei toscanacci, degli odori di vita vissuta per strada e nei circoli dove si beveva cuba libre a due lire.

Il “circolino” è il luogo dove Francesco, il protagonista, dopo le mattinate al Liceo corre perché gestisce bar e blatte del caffè, dove incontra la politica, come si faceva negli anni Settanta, dove conosce adulti strambi con vite ai margini, di cosa non si sa bene, ma sempre ai margini di qualcosa. È il luogo del passato e delle storie incredibili, mentre il presente è Francesco, uno “splendido cinquantenne” con il frigo vuoto, pochi soldi in tasca, la Playstation, un vicino di casa che gli suona il campanello a orari improbabili, in realtà un bambino con una storia tragica che lui chiama Karma.

La sua esistenza, come la Firenze che abita, finisce per perdere la linea retta che si fa sghemba, contempla una serie di fallimenti amorosi e mancate occasioni in nome di un’indipendenza malinconica che gli piace riempire di improbabili avventure con personaggi surreali, originali, creando situazioni di autentica  comicità alternati a momenti di tristezza da toni poetici: Il Campione (perché è stato campione di boccette), il poeta Nencini (poeta perché in gioventù così lo appellò una fidanzata) incazzato con i cinesi che con le loro botteghe invadono i quartieri, Faliero alcolizzato che per “curarsi con le erbe”, come la sua donna gli suggerisce, finisce intossicato di Amaro Montenegro, che come è noto è a base di erbe. A questi si aggiunge un misterioso somalo dall’improbabile nome Pierabdul.

Accade ad esempio che Francesco sia convocato dalla strana banda dei tre amici in via Pietrapiana a notte fonda, di fronte alle poste, dove c’era la Standa, poi diventata Billa, poi diventata Conad (io lì facevo la spesa ndr):

Questi bambini della notte ormai vivono in un mondo parallelo e il fatto che mi ci trovi a passare anch’io dalle loro strade imprevedibili e spesso inspiegabili, non mi fa stare tranquillo.

“Ragazzi, io torno a casa.”

E la cosa turba il poeta Nencini, che mi guarda storto: “Il mondo crolla e tu vai a casa? La gente si fa domande profonde e tu la guardi con disprezzo? Ma non eri nostro amico? Tu che sei un giornalista spiegaci perché la Standa ha abitato qui per una vita, poi sono arrivati i tedeschi e hanno cambiato un’altra volta l’insegna e a tutti sembra una cosa normale?”

… io non è che abbia da fare chissà cosa ma una discussione in mezzo di strada sull’evoluzione urbana della grande distribuzione alimentare e sull’invasione cinese, non mi sembra un buon motivo per far tardi con tre alterati psichici.”

Si respira vita vera in questo romanzo che mi ha fatto rivivere il mio amore per una città dove ho vissuto per lunghi anni e che mi ha restituito alla disillusione del momento in cui ho deciso di lasciarla, visto che non era più il luogo dove avevo respirato quella vita.

“Pedalo contromano verso Porta San Frediano per attraversarla. Questo punto della mia città mi tocca sempre il cuore, perché è un luogo osmotico dove la storia e un futuro mai arrivato si incrociano. La città vecchia e la città nuova che si incontravano in via Pisana: un bacio, una carezza, contatto carnale urbanistico, se vogliamo chiamarlo così. Poi, come spesso accade, la città vecchia è rimasta affascinante come sempre, mentre il nuovo è invecchiato subito e male, trasformando un’illusione di futuro in qualcosa di indefinito, di vago, di impersonale.”

E poi c’è la musica (come potrei non amare un romanzo dove c’è così tanta musica?), il cinema Universale (dove Francesco ha visto Woodstock) le Cascine (il suo Hyde Park) e i concerti di Joe Cocker, Lou Reed, Peter Gabriel, il Tenax e su tutti: Neil Young, Harvest, no, dico, Neil Young, HARVEST:

un fratello, un amico. Penso che alla fine mi basti poco. Io, Neil e la notte”

Grazie a Benedetto Ferrara per aver scritto questa storia, ricordando quel complesso di Sant’Orsola che custodisce i suoi segreti dolorosi, un edificio abbandonato sempre sul punto di diventare qualcosa, ma non si sa mai bene cosa. Un po’ come tutti. Forse.

Benedetto Ferrara, La ballata di Sant’Orsola, Edizioni Clichy, 2019

Benedetto Ferrara, giornalista, firma di «La Repubblica», ha seguito il Motomondiale, le Olimpiadi di Londra, i mondiali in Sudafrica e le avventure della Fiorentina, la squadra della sua città. Come documentarista e autore ha realizzato documentari a sfondo sociale in Burkina Faso, Perù, India, Brasile e Siria. Come autore e protagonista ha portato in teatro Violapop e Tutta mia la città. Nel 2019 pubblica con Clichy La ballata di Sant’Orsola.

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