BREVE CORSO DI AUTOSTIMA

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A leggere e studiare si impara. Oggi ho trovato questo:

Bisogna superare i propri limiti. Quando scrivi devi sentire che sei il più grande scrittore mai esistito. Sei più di Dio, sei Shakespeare. Devi sentirlo, è un’illusione necessaria. Devi pensare che scrivi qualcosa che non è mai stato scritto prima. Non puoi pensare che sei uno scrittore mediocre. Se ti siedi a scrivere con questo spirito, con l’idea di essere uno dei settemila, uno dei tanti, è la fine. Il sentimento che io provo quando ho finito di scrivere è che non potrò scrivere nien’altro. Perché tutto quello che sapevo è finito lì dentro.” Ian McEwan.

Ecco, mi sono detta, ora imparalo a memoria.

C’è bisogno di pensiero…..

Tolstoj1…. quindi auguri a Lev Tolstoj, nato il 9 settembre del 1828.

Auguri per l’opera immensa di narrazioni, riflessioni, stimoli.

Auguri perché mancano all’oggi giganti come questi.

«Basterebbe che gli uomini credessero alla necessità di adempiere all’unico comandamento dell’Amore, così come essi credono oggi alla necessità di compiere questi o quei sacramenti, queste o quelle preghiere; basterebbe che così come credono oggi alla necessità delle loro scritture, dei loro templi, delle raffigurazioni incise sui calici, essi credessero che esiste al mondo un solo santuario indubitabile, l’uomo, e che l’unica cosa che l’uomo non può e non deve profanare e offendere sia ancora e sempre l’uomo stesso, il portatore del principio divino, e diverrebbero impossibili non soltanto le esecuzioni capitali e le guerre ma anche tutte le violenze che l’uomo può fare all’uomo».

 

L’amore è il cuore di tutte le cose

1496880_659680994088174_615754500_nSTORIA DI VLADIMIR E LILI

Vladimir Majakovskij e Lili Brik si conoscono nel 1915; si innamorano, ma lei è sposata al suo Osip e non cade mai nella tentazione di tradirlo. Majakoskij fu così “adottato” dai coniugi Brik e decisero di convivere in un appartamento con stanze separate, uniti da legami diversi, ma nutrendo affetto e stima nei confronti dell’altro. Osip divenne il suo editore e Lili continuò a essere la sua musa ispiratrice.
Per quindici anni si scambiarono lettere, telegrammi, biglietti, impregnati di un amore costante. Ci furono litigi e dolori, crisi e separazioni, nuovi amori e relazioni parallele sorrette da un patto: il giorno potevano dedicarlo alle nuove amicizie, ma la notte apparteneva a loro.
Dal 1923 il poeta attraversò numerose crisi depressive e l’inquietudine veniva accentuata dalla lontananza emotiva di Lili, lei non ricambiò mai i sentimenti nel modo in cui avrebbe desiderato quel “Cucciolo” disperato.
Il 14 Aprile 1930 Majakovskji si tolse la vita.
Risale al Febbraio del 1923 una tra le più belle lettere d’amore di Majakovskij:

Vladimir Majakovskij a Lili Brik – lettera/diario mai spedita
“Io ti amo, ti amo nonostante tutto e grazie a tutto, ti ho amato, ti amo e ti amerò, sia tu dura con me o gentile, mia o di un altro. Comunque, ti amerò. Amen.
E’ ridicolo scrivere queste cose, le sai da sola.
Qui avrei voglia di scrivere moltissimo. Mi sono appositamente lasciato un giorno per pensare con precisione. Ma questa mattina ho come l’insopportabile sensazione che per te tutto questo sia inutile. Soltanto il desiderio di mettere ordine tra i miei pensieri mi ha spinto a buttar giù queste righe. E’ poco probabile che un giorno tu legga quello che è stato scritto in queste pagine. E’ bene, quindi, che ne convenga per tempo. E’ una pena che nei giorni in cui volevo essere forte per te, persino al mattino si sia fatta sentire questa infinita sofferenza. Se non avrò il più completo controllo su me stesso – non mi metterò più a scrivere.

Di nuovo parliamo del mio amore. Della famigerata attività. Per me nell’amore si esaurisce forse tutto? Tutto, solo in un altro modo. L’amore è la vita, è la cosa principale. Dall’amore di dispiegano i versi, e le azioni, e tutto il resto. L’amore è il cuore di tutte le cose. Se il cuore interrompe il suo lavoro, anche tutto il resto si atrofizza, diventa superfluo, inutile. Ma se funziona, non può non manifestarsi in ogni cosa. (Mosca,Febbraio 1923)

Imparando da Virginia Woolf

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Lo scrittore – e questa è la sua diversità e il suo continuo rischio – è tremendamente esposto alla vita. Altri artisti, almeno in parte, se ne ritraggono: per settimane intere si chiudono in una stanza con un piatto di mele e una scatola di colori, con un rotolo di carta da musica e un pianoforte. E quando ne riemergono è per dimenticarsene e distrarsi. Ma il romanziere non se ne dimentica e raramente si distrae. Si versa da bere e si accende una sigaretta, gode presumibilmente di tutti i piaceri della tavola e della conversazione, ma sempre con la sensazione di essere continuamente sollecitato e dominato dall’oggetto della sua arte. Il gusto, il movimento, il suono di qualcosa, una parola udita qui, un gesto colto lì, un uomo che entra, una donna che esce, perfino l’automobile che attraversa la strada e il barbone che si trascina sui marciapiedi, e i rossi, i blu, le luci e le ombre della scena che lo circonda richiedono la sua attenzione e suscitano la sua curiosità. Non smette mai d ricevere impressioni più di quanto un pesce in mezzo all’oceano possa evitare che l’acqua gli entri nelle branchie.

Ma se questa sensibilità è una delle condizioni della vita del romanziere, è ovvio che tutti gli scrittori i cui libri sopravvivono al tempo abbiano imparato a padroneggiarla e a renderla funzionale ai loro propositi. Hanno finito di bere il vino, hanno pagato il conto e se ne sono andati, da soli, in qualche stanza solitaria dove, con fatica e indugio, talvolta in agonia (Flaubert), tra ansie e conflitti, o in modo tumultuoso (come Dostoevskij) hanno saputo padroneggiare le loro percezioni, le hanno condensate e trasformate nel tessuto della loro arte.

Buon compleanno Calvino: due racconti

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L’avventura di due sposi

L’operaio Arturo Massolari faceva il turno della notte, quello che finisce alle sei. Per rincasare aveva un lungo tragitto, che compiva in bicicletta nella bella sta-gione, in tram nei mesi piovosi e invernali. Arrivava a casa tra le sei e tre quarti e le sette, cioè  alle  volte  un  po’  prima  alle  volte  un  po’  dopo  che  suonasse  la  sveglia  della moglie, Elide.   Spesso  i  due  rumori:  il  suono  della  sveglia  e  il  passo  di  lui  che  entrava  si sovrapponevano  nella mente  di  Elide,  raggiungendola in  fondo al  sonno, il  sonno compatto  della  mattina  presto  che  lei  cercava  di  spremere  ancora  per qualche secondo col viso affondato nel guanciale. Poi si  tirava su dal letto di strappo e già filava le braccia alla cieca nella vestaglia, coi capelli sugli occhi. Gli appariva così, in  cucina,  dove  Arturo  stava  tirando  fuori  i  recipienti  vuoti  dalla  borsa  che  si portava con sé sul lavoro: il portavivande, il termos, e li posava sull’acquaio. Aveva già  acceso  il  fornello  e  aveva  messo  su  il  caffè.  Appena  lui  la  guardava,  a  Elide veniva  da  passarsi  una mano  sui  capelli,  da  spalancare  a  forza gli  occhi,  come  se ogni volta si vergognasse un po’ di questa prima immagine che il marito aveva di lei entrando  in  casa,  sempre  così  in  disordine,  con  la  faccia  mezz’addormentata. Quando  due  hanno  dormito  insieme  è  un’altra  cosa,  ci  si  ritrova  al  mattino  a riaffiorare entrambi dallo stesso sonno, si è pari.

Alle volte invece era lui che entrava in camera a destarla, con la tazzina del caffè, un minuto prima che la sveglia suonasse; allora  tutto era più naturale, la  smorfia per  uscire  dal  sonno  prendeva  una  specie  di  dolcezza  pigra,  le  braccia  che s’alzavano  per  stirarsi,  nude,  finivano  per  cingere  il  collo  di  lui.  S’abbracciavano. Arturo  aveva  indosso  il  giaccone  impermeabile;  a  sentirselo  vicino  lei  capiva  il tempo  che  faceva:  se  pioveva  o  faceva  nebbia  o  c’era  neve,  a  secondo  di  com’era umido  e  freddo.  Ma  gli  diceva  lo  stesso:  –  Che  tempo  fa?  –  e  lui  attaccava  il  suo solito brontolamento mezzo ironico, passando in rassegna gli inconvenienti che gli erano occorsi, cominciando dalla fine: il percorso in bici, il tempo tro-vato uscendo di  fabbrica, diverso da quello di quando c’era entrato la sera prima, e le grane sul lavoro, le voci che correvano nel reparto, e così via.

A quell’ora, la casa era sempre poco scaldata, ma Elide s’era tutta spogliata, un po’  rabbrividendo, e  si lavava,  nello  stanzino  da  bagno. Dietro  veniva lui,  più  con calma, si spogliava e si lavava anche lui, lentamente, si toglieva di dosso la polvere e l’unto dell’officina. Così stando  tutti e due intorno allo stesso lavabo, mezzo nudi, un po’ intirizziti, ogni  tanto dandosi delle spinte,  togliendosi di mano il sapone, il dentifricio, e  continuando a  dire le  cose  che avevano  da  dirsi,  veniva il momento della confidenza, e alle  volte, magari aiutandosi a  vicenda a strofinarsi la schiena, s’insinuava una carezza, e si trovavano abbracciati.

Ma tutt’a un tratto Elide: – Dio! Che ora è già! – e correva a infilarsi il reggicalze, la gonna, tutto in fretta, in piedi, e con la spazzola già andava su e giù per i capelli, e sporgeva il viso allo specchio del comò, con le mollette strette tra le labbra. Arturo le veniva dietro, aveva acceso una sigaretta, e la guardava stando in piedi, fumando, e ogni volta pareva un po’ impacciato, di dover stare lì senza poter fare nulla. Elide era pronta, infilava il cappotto nel corridoio, si davano un bacio, apriva la porta e già la si sentiva correre giù per le scale.

Arturo  restava  solo.  Seguiva  il  rumore  dei  tacchi  di  Elide  giù per  i  gradini,  e quando  non  la  sentiva  più  continuava  a  seguirla  col  pensiero,  quel  trotterellare veloce per il cortile, il portone, il marciapiede, fino alla fermata del tram. Il tram lo sentiva bene, invece: stridere,  fermarsi, e lo sbattere della pedana a ogni persona che  saliva.  “Ecco,  l’ha  preso”,  pensava,  e  vedeva  sua  moglie  aggrappata  in  mezzo alla  folla  d’operai  e  operaie  sull’”undici”,  che  la  portava  in fabbrica  come  tutti  i giorni. Spegneva la cicca, chiudeva gli sportelli alla finestra, faceva buio, entrava in letto.

Il letto era come l’aveva lasciato Elide alzandosi, ma dalla parte sua, di Arturo, era quasi intatto, come fosse stato rifatto allora. Lui si coricava dalla propria par-te per  bene,  ma  dopo  allungava  una  gamba  in  là,  dov’era  rimasto  il  calore  di sua moglie, poi ci allungava anche l’altra gamba, e così a poco a poco si spostava tutto dalla parte di Elide, in quella nicchia di tepore che conservava ancora la  forma del corpo  di  lei,  e  affondava  il  viso  nel  suo  guanciale,  nel  suo  profumo,  e s’addormentava.

Quando Elide tornava, alla sera, Arturo già da un po’ girava per le stanze: aveva acceso  la  stufa,  messo  qualcosa  a  cuocere.  Certi  lavori  li  faceva  lui,  in  quelle  ore prima di cena, come rifare il letto, spazzare un po’, anche mettere a bagno la roba da  lavare.  Elide  poi  trovava  tutto  malfatto,  ma  lui  a  dir  la  verità  non  ci  metteva nessun  impegno  in  più:  quello  che  lui  faceva  era  solo  una  specie  di  rituale  per aspettare lei,  quasi  un  venirle incontro  pur  restando  tra le  pareti  di  casa, mentre fuori  s’accendevano  le  luci  e  lei  passava  per  le  botteghe  in  mezzo  a quell’animazione  fuori  tempo dei quartieri dove ci sono  tante donne che  fanno la spesa alla sera.

Alla  fine  sentiva  il  passo  per  la  scala,  tutto  diverso  da  quello  della  mattina, adesso appesantito, perché Elide saliva stanca dalla giornata di lavoro e carica della spesa.  Arturo  usciva  sul  pianerottolo,  le  prendeva  di  mano  la  sporta,  entravano parlando. Lei si buttava su una sedia in cucina, senza  togliersi il cappotto, intanto che lui levava la  roba  dalla  sporta.  Poi:  –  Su,  diamoci  un  addrizzo,  – lei  diceva,  e s’alzava,  si  toglieva  il  cappotto,  si  metteva  in  veste  da  casa.  Cominciavano  a preparare  da mangiare:  cena  per  tutt’e  due,  poi  la merenda  che si  portava lui in fabbrica  per  l’intervallo  dell’una  di  notte,  la  colazione  che  doveva  portarsi  in fabbrica  lei  l’indomani,  e  quella  da  lasciare  pronta  per  quando  lui  l’indomani  si sarebbe svegliato.

Lei un po’ sfaccendava un po’ si sedeva sulla seggiola di paglia e diceva a lui cosa doveva fare. Lui invece era l’ora in cui era riposato, si dava attorno, anzi voleva far tutto lui, ma sempre un po’ distratto, con la  testa già ad altro.  In quei momenti lì, alle volte arrivavano sul punto di urtarsi, di dirsi qualche parola brutta, perché lei lo  avrebbe  voluto  più  attento  a  quello  che  faceva,  che  ci  mettesse  più  impegno, oppure che fosse più attaccato a lei, le stesse più vicino, le desse più consolazione.

Invece lui, dopo il primo entusiasmo perché lei era  tornata, stava già con la  testa fuori di casa, fissato nel pensiero di far presto perché doveva andare.   Apparecchiata  tavola,  messa  tutta  la  roba  pronta  a  portata  di  mano  per  non doversi più alzare, allora c’era il momento dello struggimento che li pigliava tutti e due d’avere così poco tempo per stare insieme, e quasi non riuscivano a portarsi il cucchiaio alla bocca, dalla voglia che avevano di star lì a tenersi per mano.

Ma non era ancora passato tutto il caffè e già lui era dietro la bicicletta a vedere se  ogni  cosa  era  in  ordine.  S’abbracciavano.  Arturo  sembrava  che  solo  allora capisse com’era morbida e tiepida la sua sposa. Ma si caricava sulla spalla la canna della bici e scendeva attento le scale.

Elide lavava i piatti, riguardava la casa da cima a fondo, le cose che aveva fatto il marito, scuotendo il capo. Ora lui correva le strade buie, tra i radi fanali, forse era già dopo il gasometro. Elide andava a letto,  spegneva la luce. Dalla propria  parte, coricata, strisciava un piede verso il posto di suo marito, per cercare il calore di lui, ma  ogni  volta  s’accorgeva  che  dove  dormiva  lei  era  più  caldo,  segno  che  anche Arturo aveva dormito lì, e ne provava una grande tenerezza.

Da: Italo Calvino, L’avventura di due sposi, in I racconti

 

il_dubbio-2 COSCIENZA

Venne una guerra e un certo Luigi chiese se poteva andarci, da volontario. Tutti gli fecero un sacco di complimenti. Luigi andò nel posto dove davano i fucili, ne prese uno e disse: – Adesso vado a ammazzare un certo Alberto.

Gli chiesero chi era questo Alberto. – Un nemico – rispose, – un nemico che ci ho io. Quelli gli fecero capire che doveva ammazzare dei nemici di una data qualità, non quelli che piacevano a lui.

– E che? – disse Luigi – Mi pigliate per ignorante? Quel tale Alberto è proprio di quella qualità, di quel paese. Quando ho saputo che ci facevate la guerra contro, ho pensato: vengo anch’io, così posso ammazzare Alberto. Per questo son venuto. Alberto io lo conosco: è un farabutto e per pochi soldi mi ha fatto fare una brutta parte davanti a una. Sono faccende vecchie. Se non ci credete, vi racconto tutto per disteso. Loro dissero che sì, che andava bene.

– Allora – fece Luigi – mi spiegate dov’è Alberto, così ci vado e ci combatto. Loro dissero che non ne sapevano.

– Non importa – disse Luigi, – mi farò spiegare. Prima o poi lo troverò bene. Quelli gli dissero che non si poteva, che lui doveva fare la guerra dove lo mettevan loro, e ammazzare chi capitava, di Alberto o non Alberto loro non sapevano niente.

– Vedete – insisteva Luigi – bisogna proprio che vi racconti. Perché quello è proprio un farabutto e fate bene a farci la guerra contro. Ma gli altri non ne volevano sapere.

Luigi non riusciva a farsi ragione: – Scusate, per voi se ammazzo un nemico o se ne ammazzo un altro è lo stesso. A me invece di ammazzare qualcuno che magari con Alberto non ha niente a che vedere, dispiace. Gli altri persero la pazienza. Qualcuno gli spiegò di tante ragioni e di come era fatta la guerra e che uno non poteva andarsi a cercare il nemico che voleva.

Luigi alzò le spalle. – Se è così – disse – io non ci sto.

– Ci sei e ci stai! – gridarono quelli.

– Avanti-march, un-duè, un-duè! – E lo mandarono a far la guerra.

Luigi non era contento. Ammazzava dei nemici, così, per vedere se gli capitava di ammazzare anche Alberto o qualche suo parente. Gli davano una medaglia ogni nemico che ammazzava, ma lui non era contento. – Se non ammazzo Alberto – pensava -ho ammazzato tanta gente per niente. – E ne aveva rimorso.

Intanto gli davano medaglie su medaglie, di tutti i metalli. Luigi pensava: – Ammazza oggi ammazza domani, i nemici diminuiranno e verrà pure la volta di quel farabutto.

Ma i nemici si arresero prima che Luigi avesse trovato Alberto. Gli venne il rimorso di aver ammazzato tanta gente per niente, e siccome c’era la pace, mise tutte le medaglie in un sacco e girò per il paese dei nemici a regalarle ai figli e alle mogli dei morti.

Girando così, successe che trovò Alberto.

– Bene – disse – meglio tardi che mai – e lo ammazzò.

Fu la volta che lo arrestarono, lo processarono per omicidio e lo impiccarono. Al processo badava a ripetere che l’aveva fatto per mettersi a posto con la coscienza, ma nessuno lo stava a sentire.

BUON COMPLEANNO FITZGERALD

f-scott-fitzgeraldMio Caro Francis…. le confesso che amerei iniziare una lettera con queste parole, come si faceva molto tempo fa, per farle gli auguri di buon compleanno. Le devo confessare che non ricordavo fosse oggi, ma ormai questo è un tempo in cui veniamo informati di tutto e su tutto. E così un post su un social network me l’ha ricordato. Queste parole le sembreranno strane, ma io vivo in questo futuro al di qua del mondo.

Lei non conosce neanche la parola blog: infatti io non le invierò questa “lettera”, la sto invece scrivendo su un blog, dove rimarrà. Il mio è un blog che parla di libri e di scrittura ed essendo lei uno dei miei autori preferiti non potevo fare a meno di festeggiarla, ovviamente a modo mio.

Questo non è un blog di critica letteraria, quindi mi perdonerà se le mie parole, come sempre cerco di fare, saranno semplici: è un blog di testimonianza, di militanza quasi, di passione se vuole. La cultura ormai “è” militanza.

E siccome di solito lascio che a parlare siano i libri, perchè la curiosità si possa muovere dalle parole in cammino,  quelle di seguito, sono le sue:

19-19508-the-great-gatsby-book-cover-2” … la condotta può fondarsi sulla roccia salda o sulle paludi malfide, ma a un certo punto non mi importa più su che cosa si fondi. L’autunno scorso, quando ritornai dall’Est, mi pareva di desiderare che il mondo intero fosse in uniforme e in una specie di eterno “attenti” morale; non volevo più scorrerie ribelli e indiscrezioni privilegiate nel cuore umano. Soltanto Gatsby, colui che dà nome a questo libro, restava fuori dalla mia reazione. Gatsby che rappresentava tutto ciò che in me suscita disprezzo genuino. Se la personalità è una serie ininterrotta di gesti riusciti, allora c’era in lui qualcosa di splendido, una sensibilità acuita alle promesse della vita, come se egli fosse collegato a una di quelle macchine complicate che registrano terremoti a ventimila chilometri di distanza…”

“… una notte d’autunno, cinque anni prima, avevano passeggiato lungo la strada. Cadevano le foglie. Erano giunti a un luogo dove non c’erano alberi e il marciapiede era bianco sotto il chiaro di luna. Qui si erano fermati e si erano voltati l’uno verso l’altra. Era una notte fresca. C’era quell’esaltazione misteriosa che avviene durante i due cambiamenti di stagione dell’anno. Le luci tranquille delle case ronzavano nell’oscurità, c’era un fruscio e bisbiglio tra le stelle. Con la coda dell’occhio Gatsby vedeva che gli edifici sui marciapiedi costituivano una vera e propria scala e salivano a un luogo segreto al di sopra degli alberi: poteva arrampicarsi, e se lo faceva da solo, una volta in cima avrebbe potuto succhiare la linfa della vita, trangugiare il latte incomparabile della meraviglia. Il cuore gli battè sempre più in fretta mentre il viso bianco di Daisy si accostava al suo. Sapeva che baciando quella ragazza, incatenando per sempre le proprie visioni inesprimibili all’alito di lei, la sua mente non avrebbe più spaziato come la mente di Dio. ”

46164Come un’indifferenza costantemente alimentata o lasciata a se stessa si trasforma in un vuoto, così lui aveva imparato a essere vuoto di Nicole, comportandosi con lei con negazione e distacco sentimentale. Si parla di cicatrici guarite, una vaga similitudine tratta dalla patologia della pelle, ma nella realtà non esiste una cosa simile. Esistono ferite aperte, a volte piccole come una puntura di spillo, ma sono pur sempre ferite. I segni della sofferenza possono essere paragonati al massimo alla perdita di un dito o di un occhio; potremmo non perderli mai, nemmeno per un minuto all’anno, ma se capitasse non ci sarebbe più nulla da fare”

“Buona notte bambina. È un gran peccato. Dimentichiamo tutto questo… Tanta gente si innamorerà di te e sarà più bello incontrare il tuo primo amore tutta intatta, anche emotivamente. È un’idea antiquata vero?”

150px-Beyifuldamed-2E questo mi ha insegnato che non si può avere niente, non si può avere assolutamente niente. Perché il desiderio inganna.È come un raggio di sole che guizza qua e là in una stanza. Si ferma e illumina un oggetto insignificante, e noi poveri sciocchi cerchiamo di afferrarlo: ma quando lo afferriamo il sole si sposta su qualcos’altro e la parte insignificante resta, ma lo splendore che l’ha resa desiderabile è scomparso..

C’era una certa benignità nell’ubriachezza c’era quell’indescrivibile splendore che essa recava, simile ai ricordi di serate effimere e svanite.

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“Fitzgerald sarebbe diventato Anthony nella vita come sarebbe diventato Dick nel fallimento e Gatsby nella morte.” (F. Pivano)

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Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.

Buon compleanno Mr Fitzgerald!

Se tutti fossero sensibili come me il mondo sarebbe diverso

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L’ascensore

Io e le mie borse di plastica in mano ce ne stavamo li’, cose tra le cose, per conto nostro, ignari di noi stessi e del mondo attorno, quando a un tratto le porte dell’ascensore si aprirono.

Capita che a volte voi ve ne stiate per i fatti vostri, dimentichi di tutto e di tutti, quand’ecco che si aprono  le porte all’improvviso e…

Una bella donna. Aspetta: una bella donna? Nemmeno di questo siete certi. Avete intravisto il suo corpo di profilo per un attimo, di sfuggita. Il suo viso poco più di una fantasia, o forse neanche questo. L’esperienza vi rende dubbiosi, l’esperienza di vita e di viaggi in ascensore: forse non è nemmeno una bella donna. Forse l’avete soltanto immaginata. Ma anche se l’ascensore è inebriato dal suo profumo, voi pensate alla vostra vita.

Che piano?

Nel rispondere avete tenuto gli occhi sulla pulsantiera, non sulla donna. La sua mano, la sua mano che sembra provenire da un’altra galassia, ha premuto prima il pulsante del vostro piano. Ognuno ha le proprie mani, ognuno ha la propria vita. Da dentro queste vite, loro vi guardano e fantasticano sulla vostra. Un uomo. Un estraneo.

Ecco cosa sono. Ormai c’ho fatto l’abitudine a essere “un uomo”. L’imbarazzante silenzio degli ascensori non mi mette più a disagio: ho smesso di dirmi, come ai tempi del liceo e dell’università, adesso bacio la persona che c’è con me oppure la uccido. Invece mi sottometto umilmente alle regole del mondo e dell’ascensore. Tutti i piani ad uno a uno, tante porte e tante vite, tutte simili tra loro.

Mi è venuto in mente tutt’a un tratto: come ho fatto a non pensarci prima! Devo dare un’occhiata all’orologio. Ho sollevato il braccio, con un gesto deciso ed elegante ho piegato il polso. Il mio orologio è un rolex, ma non importa.

Io sono un bell’uomo, mamma mia che ore sono? Sono un uomo molto impegnato. O almeno è cosi’ che mi atteggio. Prego, guardatemi: vediamo che ore sono, sono cosi’ indaffarato! Ecco. Mi perdoni bella signora, non è a lei che penso, mi sono perso a riflettere su questioni importanti come il destino del mondo e il senso della vita. Guardo l’ora – mi state guardando? – e mi chiedo se riuscirò ad arrivare in tempo per i miei importanti impegni. Magari adesso il mio telefono sta squillando e dall’altro capo del filo c’è il presidente del consiglio. Forse fantasticherete che ho un allevamento di cavalli. Forse avete intuito che ho avuto una vita tragica e avventurosa. Ma nelle borse che ho in mano ci sono solo: un chilo di mele, un chilo di arance, mezzo filone, del tonno in scatola e due libri nuovi. No, questi non li avrà visti di certo. Pero’ una cosa l’avrà senz’altro notata: io in ascensore non voglio dar fastidio a nessuno, per questo non guardo le belle donne in viso.

Se tutti fossero sensibili come me, il mondo sarebbe diverso.

Eppure, stare qui con voi, con voi in ascensore, senza dire una parola, rende la vita, come dire? un po’ bizzarra. Sarà per questo che all’ultimo momento, proprio mentre esco dalla porta, rivolgo a voi, proprio a voi, uno sconsolato:

“Arrivederci”.

O.  Pamuk

Il vagabondo delle stelle

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Ho sempre avuto, nel corso della mia intera esistenza, la netta sensazione di aver vissuto in altri tempi e in altri luoghi, di aver addirittura ospitato in me altre persone. Ma credimi, lo stesso vale per te che leggerai queste righe: torna con la mente alla tua fanciullezza, e rivivrai come tua l’esperienza di cui parlo. Eri, allora, qualcosa di instabile, di non ancora cristallizzato, eri un’anima in mutamento, una coscienza e un’identità che si andavano formando e che nel formarsi apprendevano anche a dimenticare.
Hai dimenticato molto caro lettore, eppure, nel leggere queste pagine, ti si pareranno davanti visioni d’altri tempi, di altri luoghi su cui si soffermo’ il tuo sguardo di bambino e che oggi ti sembrano sogni. E tuttavia, ammesso che fossero sogni, da dove traevano la loro sostanza? I sogni sono un fantastico impasto di cose a noi note, è dalle nostre esperienze che traggono il loro contenuto. Quand’eri piccolo, hai sognato di cadere da grandi altezze, di volare come fanno le creature alate, di essere atterrito da ragni striscianti. Ebbene, queste visioni infantili erano segni di altri mondi, di altre vite, di cose che nella tua vita reale non avevi mai visto. Da dove venivano? Forse, quando sarai giunto in fondo al mio racconto troverai risposta a queste domande.

Il vagabondo delle stelle (J. London)

 

 

 

 

Felicità

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… Bertha Young viveva ancora momenti come questo, in cui aveva voglia di correre invece di camminare, di eseguire passi di danza su e giù per il marciapiede, giocare al cerchio, lanciare in aria qualcosa e poi riafferrarla, oppure starsene lì ferma a ridere, a ridere di nulla. Che cosa ci volete fare se avete trent’anni e, voltando l’angolo della strada, vi sentite sopraffatti, all’improvviso, da un senso di felicità, di assoluta felicità, come se aveste d’un tratto inghiottito un pezzo lucente di quel tardo sole pomeridiano che vi bruciasse dentro, spandendo una pioggerella di scintille in ogni intima fibra, in ogni dito delle mani e dei piedi? Non c’è dunque altro modo di esprimere questo stato d’animo senza essere “ebbro e sconvolto”. Com’è idiota la civiltà. Perchè avere un corpo, se bisogna tenerlo chiuso come un rarissimo violino…. (K. Mansfield, Felicità)

Descrizioni esemplari

Imparare dai classici: descrivere

Madame Vauquer ( da Papà Goriot, H. de Balzac)

La casa in cui viene esercitata la pensione familiare è della signora Vauquer. E’ situata nel tratto basso della via Neuve- Sainte-Geneviève, nel punto in cui il piano stradale digrada verso la via dell’Arbalète con un pendio così brusco e aspro, che i cavalli la salgono o la scendono di rado. Tal circostanza è favorevole al silenzio che regna in queste strade strette fra la cupola di Val-de-Grace e quella del Panthéon, due monumenti che fanno mutare le condizioni dell’atmosfera gettandovi toni gialli, tutto oscurando con le tinte severe proiettate dalle loro cupole.

Là, il selciato è arido, i rigagnoli non hanno né melma né acqua, l’erba cresce lungo i muri. L’uomo più spensierato vi si rattrista come ogni altro passante, il rumore di una carrozza è un avvenimento, le case sono tetre, le mura fanno pensare a una prigione. Un Parigino smarrito vedrebbe là solo pensioni familiari o istituti, miseria e noia, vecchiaia che muore, allegra gioventù costretta a lavorare. Nessun quartiere di Parigi è, più di questo, orribile e, diciamolo pure, più sconosciuto. La via Neuve-Sainte- Geneviève, soprattutto, è come una cornice di bronzo, la sola che convenga a questo racconto, per preparare la comprensione del quale non saranno mai troppi i colori foschi e le idee gravi; proprio come, di gradino in gradino, la luce diminuisce e la voce della guida si fa cavernosa quando il viaggiatore discende nelle Catacombe. Paragone esatto! Chi deciderà che cosa è più orribile a vedersi: cuori inariditi, o crani vuoti ?

La facciata della pensione dà su di un giardinetto, in modo che la casa forma un angolo retto con la via Neuve-Sainte-Geneviève, donde la vedete secondo il senso della profondità. Lungo la facciata tra la casa e il giardino corre un acciottolato a cunetta, largo una tesa, dinanzi al quale c’è un viale cosparso di ghiaia, fiancheggiato da gerani, da oleandri e da melograni piantati entro grandi vasi di maiolica blu e bianca. Si entra in questo viale da una porta sormontata da una targa su cui è scritto: CASA VAUQUER e sotto: “Pensione familiare per uomini, donne e altri”. Durante il giorno, un cancello di legno, munito di un campanello dal suono stridente, lascia vedere, al termine del breve selciato, sul muro opposto alla strada, un’arcata dipinta in color marmo verde da un artigiano del quartiere. Sotto la prospettiva simulata da tale pittore si leva una statua che raffigura l’Amore. Guardando la vernice screpolata che la ricopre, gli amatori di simboli ci scoprirebbero forse un mito dell’amore parigino, che viene curato a qualche passo da lì. Sotto lo zoccolo, la seguente epigrafe mezzo cancellata ricorda il tempo a cui risale questo oggetto ornamentale, testimone dell’entusiasmo suscitato da Voltaire rientrato a Parigi nel 1777:

Chiunque tu sia, ecco il tuo maestro.

Lo è, lo fu, lo sarà.

Al cader della notte il cancello è sostituito da una porta. Il giardinetto, largo quanto è lunga la facciata, rimane incassato tra il muro della strada e il muro divisorio della casa vicina, lungo la quale pende un manto d’edera che la nasconde interamente e richiama gli occhi dei passanti per il suo effetto, in Parigi, pittoresco. Ognuna delle sue mura è tappezzata di spalliere e di viti, i cui frutti gracili e polverosi sono l’oggetto dei timori annuali della signora Vauquer e delle sue conversazioni coi pensionanti. Lungo ogni muro corre uno stretto viale che conduce a un luogo ombroso di tigli, parola che la signora Vauquer, benché nata de Conflans, pronuncia ostinatamente “tiglie” malgrado i rilievi grammaticali dei suoi ospiti. Tra i due viali laterali c’è un campo di carciofi, fiancheggiato da alberi da frutto tagliati in forma di conocchia e orlato d’acetosella, lattuga o prezzemolo.

Sotto i tigli c’è una tavola rotonda dipinta in verde, e alcune sedie intorno. Li, durante le giornate canicolari, i commensali abbastanza ricchi da permettersi di prendere il caffè, vanno a gustarlo, sotto un caldo capace di far schiudere le uova. La facciata, alta tre piani e sormontata da soffitte, è costruita in pietra e tinteggiata in quel color giallo che conferisce un carattere ignobile a quasi tutte le case di Parigi. Le cinque finestre d’ogni piano hanno piccoli vetri e sono guarnite di persiane nessuna delle quali è a filo con le altre, di modo che tutte le loro linee stonano reciprocamente. La profondità della casa comporta due finestre che, al pianterreno, sono ornate d’inferriate a grata. Dietro l’edificio c’è un cortile largo circa venti piedi, dove vivono in buon accordo maiali, galline, conigli, e in fondo al quale sorge una tettoia per il deposito della legna.

Tra questa e la finestra della cucina sta sospesa la dispensa, e sotto scolano le acque grasse dell’acquaio. Sulla via Neuve- Sainte-Geneviève, il cortile ha una porta stretta da cui la cuoca getta le immondizie di casa, pulendo la sentina a forza d’acqua, per evitare una pestilenza.

Il pianterreno, naturalmente destinato all’esercizio della pensione familiare, si compone di un primo vano che prende luce dalle due finestre che danno sulla strada e in cui si entra per una porta-finestra. Questa sala comunica con quella da pranzo, separata dalla cucina dalla tromba di una scala i gradini della quale sono di legno e di mattonelle colorate e lustrate. Nulla è più triste di questa sala, ammobiliata con poltrone e seggiole foderate di stoffa di crine a righe alternativamente opache e lucide. Al centro c’è una tavola rotonda con un piano di marmo Sant’Anna decorata da uno di quei vassoi di porcellana bianca filettata d’oro mezzo cancellato, che oggi si trovano dappertutto.

La stanza, pavimentata piuttosto male, è rivestita di legno ad altezza d’uomo. Il resto delle pareti è tappezzato con una carta da parato sulla quale sono raffigurati i principali fatti di Telemaco e i cui classici personaggi sono colorati. Il pannello tra le finestre a grate presenta ai pensionati il quadro del festino offerto al figlio d’Ulisse da Calipso. Da quarant’anni tale pittura provoca i motteggi dei giovani pensionanti, i quali si ritengono superiori alla loro posizione dileggiando il pranzo cui le ristrettezze li condannano. Il camino in pietra, con focolare sempre pulito, dimostrazione che il fuoco vi si accende solo nelle grandi occasioni, ha per ornamento due vasi pieni di fiori artificiali, stinti e pigiati, e una pendola di marmo bluastro di pessimo gusto. In questa prima sala si respira un cattivo odore indefinibile, che potrebbe esser chiamato “odor di pensione”. Odore di rinchiuso, di muffa, di rancido; mette freddo, è umido al naso, penetra negli abiti; ha il tanfo di una sala dove si è mangiato; puzza di servitù, di dispensa, di ospizio. Forse potrebbe essere descritto se si trovasse un procedimento per analizzare le quantità elementari e nauseabonde immessevi dalle atmosfere catarrali e “sui generis” di ciascun pensionante, giovane o vecchio. Eppure, malgrado tali orrende volgarità, se paragonaste questa sala a quella da pranzo, che le è attigua, trovereste la prima elegante e profumata come uno spogliatoio per signora. La sala da pranzo, dalla parete interamente rivestita di legno, fu tinta un tempo d’un colore oggi indistinto, che forma un fondo su cui l’unto ha impresso i suoi strati in modo da disegnarvi figure bizzarre. Ai muri, credenze appiccicose sulle quali sono disposte caraffe sbeccate, appannate, tondi di metallo marezzato, pile di piatti di spessa porcellana, orlati di blu, fabbricati a Tournai. In un angolo c’è una scatola a caselle numerate che serve a tenere riposte le salviette, sporche e macchiate di vino, di ciascun pensionante. Vi si trovano poi quei mobili indistruttibili, ovunque proscritti, ma messi là come i resti della civiltà agli Incurabili. Vi vedrete un barometro col cappuccino che esce fuori quando piove, incisioni esecrabili da togliere l’appetito incorniciate in legno nero verniciato a filetti d’oro, una pendola di madreperla incrostata di rame, una stufa verde, lucerne d’Argand dove la polvere si combina con l’olio, una lunga tavola coperta d’incerata unta quanto basta perché un allegro studente in medicina “esterno” ci scriva il proprio nome servendosi del dito come di uno stilo, sedie zoppe, miserevoli piccole stuoie di sparto che si disfa sempre e non finisce mai, poi scaldini dai buchi rotti, dalle cerniere sconnesse, dove il legno si carbonizza. Per spiegare quanto questa mobilia è vecchia, screpolata, tarlata, tremolante, logora, monca, orba, invalida, spirante, se ne dovrebbe fare una descrizione che ritarderebbe troppo l’interesse di questa storia e che i lettori che hanno fretta non perdonerebbero. Il pavimento, rosso, è pieno di avvallamenti prodotti dallo strofinio o dalle riverniciature.

Insomma, là regna la miseria senza poesia; una miseria economa, concentrata, consunta. Se non è ancora infangata, è per lo meno macchiata; se non ha né buchi né stracci, sta per andare in putrefazione.

Questa stanza è in tutto il suo splendore nel momento in cui, verso le sette del mattino, il gatto della signora Vauquer precede la sua padrona; salta sulle credenze, vi annusa il latte contenuto in varie tazze coperte dal piattino, e fa sentire il suo ronron mattinale. Subito dopo appare la vedova, agghindata con la sua cuffia di tulle sotto la quale pende un giro di capelli finti, in disordine; essa cammina trascinando le sue pantofole raggrinzite.

Il viso vecchiotto, grassottello, dal mezzo del quale esce un naso a becco di pappagallo, le piccole mani paffutelle, il personale grassoccio come un “topo di chiesa”, il seno troppo pieno e ondeggiante, sono in armonia con la sala che trasuda l’infelicità, dove s’è rannicchiata la speculazione e di cui la signora Vauquer respira l’aria calda e fetida senza esserne disgustata. Il viso fresco come una prima gelata d’autunno, gli occhi pieni di rughe, l’espressione dei quali passa dal sorriso prescritto alle ballerine all’amaro cipiglio dell’esattore, insomma tutta la sua persona spiega la pensione come la pensione implica la sua persona. Il bagno penale non può non avere l’aguzzino, non potreste immaginarvi l’uno senza l’altro. La pinguedine pallida di questa piccola donna è il prodotto di questa vita, come il tifo è la conseguenza delle esalazioni d’un ospedale. La sua sottana di lana a maglia, più lunga della gonna ricavata da un abito vecchio e la cui imbottitura esce dalle fenditure della stoffa scucita, compendia il salotto, la sala da pranzo, il giardinetto, annuncia la cucina e fa presentire i pensionanti. Quando lei è là, lo spettacolo è completo. Di circa cinquant’anni, la signora Vauquer somiglia a TUTTE LE DONNE CHE HANNO SUBITO DISGRAZIE. Ha l’occhio vitreo, l’aria innocente di una mezzana che fa la difficile per farsi pagare di più, ma invece disposta a tutto per addolcire la sua sorte, a dar nelle mani della giustizia Giorgio o Pichegru, se Giorgio o Pichegru dovessero ancora essere arrestati. Tuttavia, è “in fondo una buona donna”, dicono i pensionanti, che la ritengono una disgraziata, sentendola gemere e tossire come loro. Chi era stato il signor Vauquer? Lei non dava mai particolari sul defunto.

 

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