15 novembre

31063_1263901885576_3700607_nStasera il mio diario prende la strada del passato: nell’aula c’era sole, questo lo ricordo bene. Il resto è un ricordo indistinto, non saprei dire su cosa stessimo facendo lezione, sono passati più di dieci anni.
G. entra in classe e da subito fu chiaro che era un ragazzino particolare: biondo, capelli rasta, occhi e pelle chiarissimi, fare impacciato, spalle leggermente ricurve. Si era trasferito da un altro istituto, eravamo ai primi dell’anno, aveva capito che l’indirizzo che aveva scelto non faceva per lui.
Così eccolo arrivare in quella prima formata in gran parte da ragazzine agguerrite, lui timido e schivo. Leggeva malissimo, scriveva peggio, faceva fatica a integrarsi, studiava poco, aveva un’organizzazione e un’autonomia pessimi.
Però aveva un nonno anziano che durante l’intervallo veniva a trovarlo spesso, era uno spettacolo vederli insieme, parlare fitto, tra quei due si percepiva un dialogo e una comprensione straordinari: il ragazzino magro e rasta e il nonno distinto e ben vestito, ex partigiano. Erano belli insieme.
Il tempo passò. Ricordo in particolare i temi di italiano: G. era pieno di idee, di spunti, di cose da dire, ma non sapeva dar forma al caos. Per farlo aveva bisogno di un procedimento dialettico, ovvero lui parlava, io interagivo cercando di suggerire senza dire, lui scriveva e così si procedeva. Il più delle volte G. era testardo e andava comunque per la sua strada. Se una cosa gli sembrava giusta da dire la diceva, non importava come e spesso non capiva quale fosse il limite oltre il quale bisognava pur rendersi consapevoli di ciò che c’era da imparare, che non bastava “sentire”, bisognava anche imparare ad esprimerlo decentemente.
Stasera pensavo a quel ragazzino, mentre sul palcoscenico un ragazzo bello, alto, con una bellissima voce perfettamente modulata sciorinava versi di Baudelaire, di Ferlinghetti, di Garcia Lorca e perfino di Vincenzo Cardarelli.
Ha uno stile attoriale dolce e suadente quando legge e recita versi, ma può diventare rude e aggressivo nei ruoli, ovvero ciò che nella vita non è. G. è diventato un ottimo attore. Ma non solo: è anche un educatore che segue ragazzi problematici, è questo il suo lavoro. E fa bene entrambe le cose, dotato com’è di grande sensibilità.
È stato il laboratorio teatrale scolastico a fare di G. quel ragazzo che stasera sul palco vince e convince. Un laboratorio promosso all’interno della classe dapprima, della scuola poi. È stata anche la mia prima esperienza di un laboratorio teatrale a scuola con l’aiuto di un attore e regista teatrale. È stata una delle esperienze più estenuanti e nello stesso tempo più belle di tutta la mia carriera scolastica.
Il talento di G. stava lì, nella recitazione. È diventato primo attore di quel laboratorio e lo è stato per qualche anno. Ricordo che non capiva sempre il senso delle parole, ma non importava, perché dove non arrivava con la testa, lui arrivava con la pancia. Era un animale, un istinto e sul palcoscenico tutta la sua insicurezza spariva ieri come sparisce oggi.
G. alla fine si è diplomato egregiamente e ha fatto tanta strada da allora. È diventato un bellissimo ragazzo sempre pieno di dubbi e con una gran voglia di cercare.
Mi commuove sempre un po’ quando vengo a vederlo recitare, come stasera, che è insieme a un compagno con cui ha formato un duo: Tipi di-versi. Uno suona, trova le note, l’altro recita, trova il colore delle parole.
Si esibiscono per lo più per un pubblico giovane, ed è una piccola rivoluzione, loro che parlano un linguaggio poetico a coloro che poesia non ne ascoltano più.
Nella vita sono importanti gli incontri e la scuola dovrebbe servire a favorirli, perché esistono molti G. che hanno un talento nascosto da qualche parte, ma troppo spesso passa inosservato senza gli adeguati strumenti per scoprirlo e tirarlo fuori.
Ho sempre avuto una inesauribile fiducia in quel ragazzino testardo e cocciuto, guardavo con simpatia alla sua anarchia e mentre osservo, adesso, nel buio della platea, la sua figura ben stagliata sul palcoscenico, così composta, così disciplinata, così concentrata, penso che qualsiasi sarà la sua strada porterò sempre con me quel ragazzino che più di dieci anni fa entrò in classe con la testa chinata, quasi a schivare gli sguardi.

Eccolo là adesso. Ti guarda e ti sfida. Un titano.

19 ottobre

Pitbull_combattimento_TpOggiSono le dodici e mezza, sono in seconda, faccio appena in tempo ad accordare cinque minuti di pausa che scatta la mossa automatica. Praticamente tutti afferrano il cellulare. Faccio notare il livello di dipendenza patologica, ma siccome rimango ovviamente inascoltata mi rassegno a questi cinque minuti di spippolamento compulsivo.
V. – un ragazzino minuto che sembra più piccolo della sua età – si avvicina alla cattedra. Da qualche parte qualcuno fa una battutaccia ad alta voce a proposito dei cani randagi, che andrebbero uccisi. Non commento, ma V. prende a raccontarmi del suo pitbull, mi dice che il cane gli addentava l’avambraccio senza morderlo e lui lo sollevava e lo faceva penzolare. Io guardo scettica i suoi quaranta chili scarsi e sorrido. Fa il grosso, ma proprio non ha la stazza del grosso.
Si siede e mi dice che questo pitbull adesso è morto, pare fosse un cane da combattimento e lui lo allenava.
“Tu?” Chiedo incredula.
“Sì, per le gare”
“Ma le gare tra cani sono illegali”
“Qui, ma in Bulgaria no. È legale, anzi, ci vanno pure i poliziotti. Mio zio lì ha un allevamento di cani, si possono vincere fino a 5000 euro in un combattimento.”
“Ma a te piace guardare due cani che si ammazzano?”
Fa spallucce, si vede che non vuole ammetterlo apertamente ma sì, gli piace. Mi racconta di cani eroici, insanguinati e con arti strappati che dopo aver vinto un combattimento vengono rimessi in pista a combattere ancora. Sento l’adrenalina mentre parla gesticolando.
“Ma è terribile”
“Sì, ma lo fanno”
“Torni spesso in Bulgaria?”
“Sì, ogni estate, i miei sono separati, per le vacanze vado da mio padre.”
Mi racconta poi che gli piace andare in motorino, ma non ha il patentino e in Bulgaria nella sua città i poliziotti lo hanno beccato, ma lì – dice – basta pagare.
“La multa?” Azzardo io ottimista.
“Ma quale multa prof! I poliziotti! Mio padre gli dà 50, 100 euro e loro mi lasciano andare.”
Andiamo bene!
Intanto i cinque minuti sono passati e io mi sono fatta una cultura sul combattimento tra cani.
Chiedo di mettere via i cellulari, dedichiamo gli ultimi venti minuti alla lettura del romanzo su Oscar. Protestano un po’, soprattutto A., penultima fila, aria da finto bullo ma buono come il pane.
Comincio a leggere.
Tanto lo so che sarà proprio lui, A. Succede quasi sempre, mi segue con lo sguardo, la bocca semiaperta e lo sguardo lucido. D’altronde ormai è chiaro che Oscar morirà. Nel gioco dei dodici giorni è invecchiato.
Quando suona la campanella c’è un silenzio imbarazzato. In fondo molti di loro sono maschi duri.

Qualche giorno dopo, nell’introdurre un modulo sul loro libro dedicato a scritti sulla mafia, chiedo cosa ne sappiano.
Proprio V. risponde subito : sono dei furbi, dei grandi. Chiedo spiegazioni, ma ovviamente non sa bene cosa rispondere, è confuso. Eccetto, dice, che a lui l’idea piace perché lui da grande vorrebbe fare il criminale. Proprio così mi dice.
“Io vorrei fare il criminale.”
V. da qualche giorno si è tagliato i capelli: un taglio rasato con una striscia più lunga nel mezzo. Sulla nuca il rasoio gli ha disegnato uno strano, indecifrabile segno.
Tra l’altro, a lui così piccolo, quel taglio sta proprio male (oltre ad essere oggettivamente un brutto modo di ridursi la testa) ma questo non posso dirglielo.
Dovrò farglielo capire in un altro modo. Così come smontargli la sua visione mitica dei criminali.

16 ottobre

adolescenti-al-computer-300x358In tanti anni di insegnamento in istituti professionali ho sempre avuto difficoltà a far digerire le poesie degli stilnovisti e affini, è quanto di più lontano dalla sensibilità della maggior parte dei ragazzi che frequentano quella scuola. Ma mi ostino, così ogni volta mi tocca inventare espedienti, buttare sassi e far loro compiere un percorso a ritroso tipo Pollicino.
Qualche giorno fa, ad esempio, per introdurli alla lettura di “Tanto gentile e tanto onesta pare” (io comincio sempre a lavorare su periodi e correnti letterarie partendo dal lavoro sul  testo) ho chiesto quale fosse il loro ideale di donna. Ho scritto al centro della lavagna la parola “donna”  e li ho invitati a scrivere le doti che vorrebbero avesse. La parola più ricorrente è stata “amica”. Poi affidabile, comprensiva, spiritosa, ma qualcuno anche stronza e arrogante. Solo pochi hanno messo fedele e uno solo onesta. Naturalmente questa mi ha dato il la per agganciarmi alla donna del sonetto dantesco e al concetto di amore ideale, spesso astruso per loro.
Oggi avrei dovuto proseguire con la seconda lezione e apro il libro alla pagina dove si trova Guinizelli e “Io voglio del ver la mia donna laudare, ed asembrarli la rosa e lo giglio”. Ma si è verificata una strana coincidenza che provo a riassumere, nonostante contenga qualche elemento scabroso che forse necessiterebbe di qualche approfondimento.
Mentre dopo l’intervallo prendono posto, sento parlare qua e là di “quella”: ma è sempre quella, mi fai vedere quella, io quella la prenderei a schiaffi e così via.
Richiamo all’ordine per iniziare la lezione, ma loro continuano a parlottare quando parte la parola “troia”. La rosa e il giglio impallidiscono e io intimo “adesso basta”. Al primo banco oggi c’è Francesco, uno che parla sempre più del dovuto e ride su tutto, ha foga di spiegarmi perché sono così agitati e vuole il mio parere su una faccenda. Lo ascolto.
Non l’avessi mai fatto. È stato come un rompere un argine e lasciare che arrivasse la piena a sommergerci. Intanto “quella” è una che si è fatta un selfie con un insegnante che pare abbia già delle denunce però intanto lei con “quello” ci è andata in una non ben identificata casa. Poi, sempre “quella” ha comunque una pessima reputazione.
Da qui al resto il passo è breve. Mi raccontano di quattordicenni, quindicenni, sedicenni che postano foto nei gruppi su whatsapp esibendosi seminude, nude e in pose maliziose. Di fidanzatini arrabbiati, mollati o traditi che per vendicarsi rendono pubbliche foto private.
Cerco di arginare la piena, arraffo cose come la privacy, i reati che proteggono la persona. Per loro non esiste, d’altro canto se hai tutta questa foga di darti in pasto mica dopo puoi appellarti alla privacy, il rischio del gioco lo conosci in partenza. Queste adolescenti secondo loro postano  per loro libera volontà, ergo tutti sono autorizzati a condividere.
Cerco di sproloquiare a proposito di effetti dannosi e usi impropri dei social network, ma intanto a riprova della mia perplessità mi vengono esibite le prove, ovvero sempre Francesco mi mette sotto il naso un cellulare con una collezione di tette, che pare sia la gara più ambita. Qualcuna mostra anche delle scritte. Mi dice “secondo lei cos’è una che mette una foto come questa con questa scritta?”. Mi astengo dal riportare la suddetta scritta.
Stop. Fermi tutti. Qui non stiamo parlando di adulti che sono libero di fare o meno cose del genere. Qui parliamo di adolescenti giovani e giovanissime. Non posso non ammettere che alcune foto sono raccapriccianti.
Ma i genitori? Chiedo. Mi sembra incredibile che con foto che circolano così diffusamente i genitori non sappiano niente.
Qualcuno dice “certe mamme sono peggio delle figlie, basta vedere le foto su fb”.
Andiamo bene!  Io oggi dovevo parlare di “null’ om pò mal pensar fin che la vede” e guarda in che ginepraio mi sono cacciata. Anziché fare lezione io a loro la stanno facendo loro a me. Motivo per cui mi convinco che DEVO assolutamente spiegarglielo Guinizelli, che ne hanno bisogno, anche se faranno i meccanici chissenefrega.

Allora fine dell’ora ero frustrata. Non sono una bacchettona, so che queste cose esistono. Ma un conto è saperle, un conto è vederle, spiattellate con tanta violenza di immagini come se fossero lì a dirmi “continuate a fare finta di niente, voi e i vostri poeti”. Confesso: mi sono sentita impotente.
Quale deserto sahariano devono avere intorno queste adolescenti che svendono ciò che hanno di più sacro (il corpo, l’età, se stessi, la propria sessualità) solo per un gusto così brutale di esibirsi?
Quanta ipocrisia c’è nel non vedere queste cose e continuare a parlare di FAMIGLIA come il simulacro senza il quale tutto crolla. Qui ci sono già le macerie.
Tutti hanno alle spalle una FAMIGLIA, magari proprio una di quelle tradizionali di cui tanto si parla e che tutti difendono con un padre, una madre, dei fratelli, delle sorelle. Ma cosa accade quando ciascuno si rinchiude nella propria stanza con la propria tv, il proprio pc, il proprio smartphone (che è un must, obbligo averlo, mentre a noi insegnanti ci asfissiamo con il tetto di spesa sui libri!)
Qual è il vuoto,  il grado di abbandono a se stessi, l’incapacità di vivere il conflitto in modo sano (tutti siamo cresciuti per conflitti) in nome di un quieto vivere che non parla e non si guarda in faccia e tutti alla ricerca del dio benessere, l’unico che sovrintende tutto?
Mi fermo, perché sarebbe facile oggi lasciarsi prendere la mano dalla retorica e dal moralismo.
Di fronte a tutte quelle tette che hanno invaso l’aula, io come glielo spiego che medesmo Amor per lei rafina meglio? Vorrei chiamare la Mastrocola a farlo.
Esco arrabbiata, con tutti. Con noi che facciamo finta, che non affrontiamo queste che secondo me sono emergenze.

Vorrei solo avere davanti uno di questi genitori (che magari fa parte di quella schiera che ogni tanto si presenta a scuola per difendere i presunti diritti del suo pargolo)
Oggi potrei pestarlo a sangue.

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