Ogni dettaglio racconta una storia

Il mio scopo è rintracciare il drammatico nelle situazioni quotidiane, il meraviglioso della piccola cronaca anzi, della piccolissima cronaca

Vittorio De Sica

Questa cartolina viene spedita con colpevole ritardo, e non posso prendermela con le poste che pare ormai funzionino. Non potevo tuttavia non scriverla (mi ha aspettato buona buona) perché il libro di cui parlo mi sta sul cuore, sì lo so, starete pensando che si dice “a cuore” e non “sul cuore”.

Invece non è un errore, è proprio “sul cuore”, ovvero poggiato lievemente sul quell’organo vitale al quale attribuiamo la funzione dei sentimenti e delle emozioni, là dove i racconti di Ottavio Mirra fanno breccia.

Ho aspettato che l’autore si decidesse a pubblicare i suoi meravigliosi racconti e quando finalmente l’ha fatto io ne sono stata felice come una bambina che finalmente ha ottenuto il suo zucchero filato, la sua nuvola bianca. Mi ci sono adagiata e da lì li ho letti.

Non è un caso che abbia scelto una frase di una grande napoletano; Vittorio De Sica, per inviare questa cartolina a Ottavio Mirra: Ottavio ha il dono della scrittura realistica ed equilibrata, mutevole quanto basta al cambio di contesti e personaggi. Una scrittura cinematografica, che procede per descrizioni e immagini, grazie alla quale leggendo si sentono odori, sapori e colori, mai edulcorati dalla penna, ma sempre aderenti alla realtà, cruda o poetica che sia.

Quattordici racconti: il primo lo richiamo per il titolo VICOLI, che è una passione che ho in comune con l’autore, storia di Salvatore Procolo che apre la raccolta:

“Salvatore non era tipo da lasciarsi intimorire da un tuffo. Sarà stato anche lo scoglio più alto sul quale fosse mai salito, ma ormai non poteva più tornare indietro. Da lì si tuffava solo Annibale, muscoli, altezza e dieci anni di vita più avanti. Quando c’era burrasca tirava in secca il gozzo da solo. Quando c’era da vendere fichi d’india e lenticchie, ceci e fagioli, caricava la barca fino al bordo, la faceva andare un po’ a vela un po’ a remi, e arrivava a Castellammare o a Sorrento sempre prima degli altri. Annibale era forza e coraggio, era l’esempio. Chiunque si fosse arrampicato lassù sarebbe diventato un suo pari. Annibale era un traguardo.”

Tra i miei preferiti c’è ‘o cecato che “tiene il posto all’angolo dove via Toledo si affaccia su Piazza Dante“ nel racconto Un giorno sotto al porticato, il posto migliore perché se piove o c’è il sole lui sta sempre riparato. E’ uno dei racconti che mi ha commosso di più.

Storie di verità, storie raccontate con la sensibilità dell’animo che si guarda intorno e non chiude gli occhi, anzi li spalanca per raccoglierne il succo distillato, intimo.

Compito della letteratura è mostrarci le cose che non vediamo, quelle che ci passano accanto (cose, avvenimenti, persone) e ci sembrano normali, ma niente lo è mai veramente. Sta a noi raccontare e leggere, per comprendere.

Ottavio, con la sua penna limpida, le ha scritte in quattordici racconti, diversi uno dall’altro. Io sono lieta di aver letto.

Leggetelo anche voi: lo sguardo cinematografico richiamato nella quarta di copertina è un punto di osservazione che non tutti possiedono: è dono di coloro che sono dotati di sensibilità, ancor prima che di talento.

Ottavio Mirra

Dal Porticato, Il seme bianco

Nuova Yorke

La mattina del 3 luglio 1919 Cesira prese il fagotto, si accertò che i soldi fossero nelle tasche sotto i vestiti e uscì di casa alle quattro e trenta, verso un nuovo destino. Lasciò il portone socchiuso – nella casa tutti dormivano – nessuno avrebbe fatto un affronto a Don Attilio Ceravolo entrando in casa sua. Percorse la strada principale del paese diretta al negozio di Gaspare, ad aspettarla c’era Nicola. Presero un viottolo tra le campagne procedendo rapidi, senza parlare, fino alla casa di Carmine Bonfanti. Là li aspettava il carretto che li avrebbe portati fino a Guadalla, dove avrebbero preso la corriera per Napoli. Man mano che il carretto si mangiava la strada che portava a Guadalla la paura di Cesira cominciò a scemare e cessò un’ora e mezzo dopo, quando salì sulla corriera. A quel punto fu certa che ce l’avrebbe fatta. Era la prima volta che Cesira usciva dal suo paese, non si era mai spinta oltre le quattro case di Cirrisi e quando la corriera partì era ormai giorno. Cesira non badò alla comitiva che sonnecchiava, aveva occhi solo per quel mondo là fuori che vedeva per la prima volta. Accanto a lei era seduto Nicola, pure lui stava lasciando quella terra per sempre. Stavano andando all’America.

Nel paese dov’era nata Cesira, le donne crescevano in casa, imparavano a ricamare e aspettavano che i genitori trovassero u zzitu. Si facevano il corredo con le loro mani e si spostavano da una casa a un’altra: smettevano di essere figlie e diventavano mogli, avevano figli e facevano quello che le madri avevano fatto prima di loro.
Cesira però era nata ribelle e per quei tempi era una cosa grave se eri femmina, peggio di una malattia. Sua madre, Donna Filomena, stava sempre a chiamarla dalle finestre, nera di rabbia, era inviperita con la sorte che le aveva dato una figlia ‘ndomita come un cavallo pazzo, diceva. Diceva pure che non pareva figlia sua, al contrario di Tonia, la seconda figlia, che piccirilla s’era ammalata di poliomelite.  In casa a Cesira la comandavano e basta: Cesira fai questo, Cesira fai quello e lei non sopportava d’essere comandata, tranne quando la mandavano a portare le lenzuola che sua madre lavava per Donna Giulia, la moglie del sindaco. In quella casa si sentiva benvoluta.
Donna Giulia aveva avuto due figli: il più grande, Tonio, era un maschio faticatore che era andato sempre appresso al padre. L’altra era una femminuccia che poverella era volata in cielo di appena due mesi. Si diceva che era morta per colpa di Don Attilio, che a Donna Giulia gli aveva avvelenato il latte nel petto per via delle femmine, che gli piacevano assai. Don Attilio guardava voglioso pure a Cesira, le diceva che stava diventando il fiore più bello di Cirrisi.
Certe notti a Cesira piaceva starsene alla finestra a guardare le stelle, la campagna di notte era magica e silenziosa, piena di profumi. A volte usciva a camminare al buio, fuori c’era aria che le riempiva il petto, dentro invece l’aria le mancava. Di giorno invece andava per i campi, si nascondeva tra l’erba alta e ci passava le ore.  Sentiva la voce di sua madre che chiamava e siccome tanto sapeva che quella sera il padre l’avrebbe curriata, che allora la cinghia usavano, tanto valeva che quella bell’aria se la godesse. Solo là in mezzo si sentiva libera. E lei libera voleva essere.
Successe poi che Cesira si innamorò di Nico, un bracciante povero e senza niente. I primi tempi si incontravano di nascosto all’Addolorata, una chiesetta diroccata nel mezzo della campagna di Vallo. La leggenda diceva che là stavano le anime di morti che per la fame se n’erano partiti per combattere con Garibaldi, ma di loro non era tornato nessuno. Pareva anche che certe notti si sentivano spari e lamenti e nessuno c’andava mai. Cesira a queste dicerie non ci badava, le anime dei morti non le facevano paura, che anzi certe volte erano quelle dei vivi a fargliene. All’Annunziata c’andava per raccogliere i gelsi quando era il tempo. Lì gli alberi erano pieni di frutti e così se ne poteva stare in pace perché tornava con la cesta piena per fare la marmellata che a Tonia piaceva assai, con buona pace di sua madre, che quando tornava con i gelsi buoni per Toniuccia sua non le chiedeva dov’era stata. Le anime dell’Addolorata invece lo sapevano, che per la prima volta dopo cent’anni sorridevano tutte quante a vedere Cesira e Nico, belli e innamorati com’erano. Però Nico si mise in testa che doveva andare all’America, dove si facevano i soldi. Le diceva: “Con le pezze al culo che c’ho ora, tuo padre non mi vorrebbe nemmeno sentire. Invece io parto, vado all’America che c’ho già la fatiga, torno e ti prendo. Altro che sto’ paese che ci lascia solo gli occhi per piangere. Io voglio farti regina. Quando torno ricco, tuo padre niente più mi può dire”.
Voleva andare a Nuova Yorke, dove suo cugino aveva trovato la fatiga. Vero era che il padre di Cesira non l’avrebbe fatta maritare a un bracciante che viveva a Stanizzi  in una casa di pietre e mattoni in mezzo alla campagna dove manco l’acqua c’era. Suo padre diceva che i braccianti erano muli di fatiga, bestie, no uomini. Diceva pure che se le figlie sue si dovevano maritare, si dovevano maritare come si deve, se no se ne potevano rimanere a casa, che mangiare non ne mancava.
Così Nico se ne partì, al paese non aveva nessuno, nella stamberga di Stanizzi c’era rimasto da solo. Come tanti partì solo con la speranza, senza sapere che lo aspettavano quattro settimane di viaggio, ammassato su una nave con altri centinaia d’altri come lui, in mezzo al fetore e agli stracci. La mattina in cui Nico partì, Cesira si svegliò presto, alla finestra si toccava le labbra dove ancora i baci bruciavano. Sentiva l’odore forte e pungente della sua terra e si chiedeva che odore c’era a Nuova Yorke. Cesira non lo sapeva dove si trovava Nuova Yorke, e manco l’America sapeva dov’era, e nemmeno quant’era il mare per arrivarci. Lei il mare non l’aveva visto mai.
Tanti al paese se ne stavano partendo, certi morivano nel viaggio e certi altri che là avevano visto i soldi veri, del paese se n’erano scordati.  “Se Nico non torna mi ammazzo.” Giurò Cesira  davanti al cielo che lo stava vedendo partire dove c’era l’ultima stella della notte che si stava squagliando.
A Donna Filomena in quei giorni sua figlia parve rintronata: era muta, mangiava poco, s’era smagrita. A Cesira diceva che stava diventando brutta e nessuno l’avrebbe voluta, na fimmina senza nu masculu nenti mbali.  Cesira non rispondeva.
Una domenica mattina dopo la messa Donna Giulia avvicinò Donna Filomena e si appartarono facendosi grandi sorrisi. Quando furono a casa Cesira e Tonia sentirono la madre cantare “Tri fimmini a ‘na funtana, una strica e ‘n’atra lava, una prega a santu Vitu, ma nce manda ‘nu bonu maritu, biancu russu e culuritu, comu la faccia de santu Vitu…”.  Era raro che Donna Filomena fosse di buon umore.

Il fatto era che Donna Giulia aveva invitato la famiglia a prendere il caffè perché Don Attilio ci doveva parlare: siccome Tonino, il figlio, era in età di maritarsi e Cesira pure, c’era in ballo una proposta di matrimonio. Cesira quel giorno urlò, che lei mai si sarebbe presa a uno come Tonino, si sarebbe ammazzata piuttosto che sposarsi a quello. Ma la verità è che Cesira mai avrebbe potuto rifiutare il figlio del sindaco. Così quel pomeriggio Donna Filomena fece indossare a tutta la famiglia il vestito delle grandi occasioni e andarono a far visita a Don Attilio.

Era primavera, le notizie dall’America erano lente ad arrivare e invece per Cesira le cose cominciarono ad andare di fretta. Le famiglie si accordarono che a giugno si sarebbe annunciato il fidanzamento ufficiale con una grande festa e poi lei e Tonino si sarebbero sposati a settembre. Nel frattempo Don Attilio disse che Cesira doveva stare a casa loro per conoscere il futuro sposo e prendere possesso della casa in cui era prossima a diventare nuora della padrona. Tonino era una specie di fantoccio, aveva la pelle bruna dal sole dei campi, lo sguardo spento e il naso lungo, non contava niente, era abituato a fare quello che gli comandavano e in fondo era contento che il padre avesse scelto una fimmina bella come a Cesira.
Nel tempo che Cesira passò in quella casa, Donna Giulia le insegnò come comandare la servitù, come trattare i sottoposti che lavoravano sulle loro terre, cosa piaceva a Tonino e cosa a Don Attilio. Le diceva quello che era sconveniente per una donna della sua posizione, chi doveva guardare in faccia e di fronte a chi doveva abbassare lo sguardo in segno di ossequio. Cesira ascoltava, sempre con la testa da un’altra parte. Quella donna era nata padrona, si teneva perfino le corna di Don Attilio, che tutti lo sapevano, e pure lei.
In quella casa Cesira diventò una specie di statua muta, Tonino le sembrava un mammalucco. Solo il pensiero di Nico le accendeva la carne e quando ero vicino a Tonino le prendeva una specie di disgusto come quando assaggi mangiare andato a male.
Il disegno vero di quel matrimonio, Cesira lo scoprì una domenica dopo un pranzo che avrebbe sfamato una decina di famiglie di braccianti là intorno, che in casa di Don Attilio la domenica era giorno di magnificenza a Dio, come diceva Donna Giulia, contenta di distribuire gli avanzi alla servitù per celebrare il rito della sua bontà. Don Attilio quella domenica disse che si doveva ritirare nello studio a guardare certe carte e ordinò che nessuno lo doveva disturbare.
«Cesì – disse prima di lasciare la stanza – il caffè me lo porti tu là
Quando il caffè fu pronto, Donna Giulia ci mise due cucchiaini di zucchero e disse: «Ad Attilio il caffè ci piace dolce Cesì, arricordatillo, tieni, vai
Cesira camminò per il lungo corridoio buio come un condannato. Quella casa la inquietava. Don Attilio nello studio l’aspettava, si bevve il caffè bollente con un sorso solo, avido era quell’uomo, con tutto quello che toccava, pure quando si prendeva il caffè. Cesira riprese la tazzina vuota,  fece per andarmene.
«Aspetta Cesì che ti devo parlar – dietro a quella scrivania era un uomo possente, pareva Dio che là decideva le sorti del mondo – «lo vedo che sei sperduta, che credi? Pari una pecorella, ma qui non c’è nessun lupo che ti vuole mangiare. Tu qua la padrona devi diventare – si alzò, prese la tazza dalle mani di Cesira e la posò sul tavolo – Cesì tu sei una femmina bella e forte e io lo so che Tonino non è il masculo per una femmina come te, è debole, sottomesso, stranito. Ma tu Cesira mia non ti devi preoccupare. Tu solo a me devi rendere conto. Intendi bene e ricordatelo – Cesira si trovò stretta a suo suocero con le labbra sul collo – ancora non puoi sapere quale paradiso ti aspetta, devi pazientare fino al momento giusto, per ora lo puoi solo sentire…. lo senti Cesì? Sentilo, grande e grosso, tutto per te. A una femmina come te questo ci vuole, io lo so e tu lo sai. Lo devi sentire Cesì, perché quando sarà il momento sarai la femmina più felice della terra. E pure io, che da te voglio un masculo come a me. Ora che l’hai sentito, qualche altra volta ti insegno come prenderlo, fino a che non potrai averlo. Vai adesso.»  Don Attilio tornò a sedersi come se niente fosse.
Cesira uscì dalla stanza che si sentiva perduta. A nessuno lo poteva raccontare. Don Attilio non era per il figlio che la voleva, la voleva per sé, e quegli scimuniti della moglie e del figlio lo sapevano pure. Suo padre e sua madre l’avrebbero ammazzata se avesse raccontato quello che era successo, di sicuro l’avrebbero accusata d’essere una bugiarda senza riconoscenza.
Così, diventata la fidanzata di Tonino e la nuora di Don Attilio, Cesira aveva addosso tutti gli sguardi del paese. E diventò una femmina furba.  Niente aveva, se non il fatto che era nata bella e non si voleva arrendere a quel destino. Doveva scappare.
Nico intanto aveva fatto arrivare una cartolina alla rivendita di Don Mico per farle sapere che era sano e salvo dove doveva essere. E lei là voleva andare, a quella Nuova Yorke che tutti dicevano era la speranza.
In casa di Don Attilio si preparavano cose in grande per la festa di matrimonio. Cesira usò tutto il potere di femmina padrona e cominciò a tormentare una serva, Concetta, che aveva dodici anni ed era ottava di dieci figli. Se avesse perso quel lavoro suo padre l’avrebbe ammazzata per i soldi, che ne abbisognava assai, e perché essere cacciata dalla casa di Don Attilio sarebbe stato un disonore. Cesira si vergognò di sé stessa, pregava Dio perché la perdonasse per quel peccato, ma usò Concetta  con la minaccia di cacciarla via: la mandava in giro a cercare aiuto dalle persone giuste per vedere come andare a questa Nuova Yorke.
I soldi li mise insieme più facilmente, a cominciare dall’anello di fidanzamento, che quando Tonino glielo mise al dito nel bel mezzo di una festa in pompa magna, perfino un bacio sulla guancia gli dette. Tutti la videro felice, nessuno sapeva che era perché quell’anello valeva il suo biglietto per l’America. Una femmina a quei tempi doveva diventare forte con l’inganno. Cesira giurò che nessuno, manco Nico, la doveva comandare mai più. Si mostrò contenta per la buona sorte e soprattutto riconoscente con Don Attilio: quando gli portava il caffè gli si accendevano gli occhi come a un pazzo, la toccava dappertutto, impaziente che arrivasse il giorno in cui l’avrebbe presa, che nove mesi dal matrimonio dovevano passare per quel figlio che voleva da lei. Avrebbe potuto chiedergli qualsiasi cosa che lui gliel’avrebbe data. E Cesira chiedeva, più gli prometteva più gli piaceva ed era generoso.
«Cesì – le diceva – tu sì che sei una femmina vera. Mi fai impazzire. Io e te saremo felici, te lo giuro, quando partorirai il figlio mio avrai il regalo più bello, degno di una regina
Pure Nico così le aveva detto, che lei in America come una regina doveva andare e così le carezze di Don Attilio Cesira manco le sentiva, le facevano schifo, ma i regali che ne venivano erano la sua libertà, altro non c’era.

Comunque Nico non si era sbagliato, perché Cesira partì come una regina. Se ne andò dal paese senza lasciare una parola, solo per Tonia le dispiacque, ma quando fu davanti al mare nel porto di Napoli gli occhi non si stancavano di guardare quell’immensità e si sentì piena di coraggio. La nave era impressionante da quanto era grande, come il mare, che quel giorno Cesira vide per la prima volta.
Tre settimane impiegarono, ma quando fu il momento di scendere, in mezzo alla folla sul molo, Cesira il viso di Nico lo vide subito e lo chiamò a gran voce. Pure Nico la vide subito. In quell’istante Cesira si sentì così libera che avrebbe potuto morirne. Una sensazione grande come l’America.

In America Cesira visse una vita lunga, l’unica cosa che le mancò sempre fu l’odore che c’era al suo paese, quello in America non lo trovò da nessuna parte. Al paese non tornò più, ci vollero anni perché si scordassero di lei e dell’affronto che aveva procurato. Don Attilio impazzì come una bestia, che nessuno aveva mai osato sfidarlo, figuriamoci una femmina che l’aveva derubato e raggirato a quel modo.  Ma rimorsi Cesira non ne ebbe mai, nemmeno per suo padre e sua madre, che si portarono addosso il marchio di una figlia indegna.  Nuova Yorke era troppo lontana perché potessero arrivare le loro maledizioni.
Quando arrivò per Cesira il momento di lasciare questa vita, chiamò a sé la figlia Mary e le disse: «Mariuccia mia sono contenta che ti lascio in un mondo dove nessuno ti tratta più come carne di vacca. È legge di natura che i genitori se ne vadano prima dei figli, tuo padre se n’è andato troppo presto e ora che sono stanca sono felice di andare dove c’è lui. Ho lavorato tutta la vita e non mi sono fatta più comandare da nessuno.  Tu vivrai Mariù, è la vita. Ma non te lo scordare, nessuno ti deve comandare, mai. E qualche volta, tornaci tu al paese mio. Prova a sentire l’odore che c’è, di erba tagliata e grano. Sono sicura che è rimasto lo stesso»

Premio Mimosa, Narni, 2016

Motivazioni della giuria
Una ribellione che risolve la vita quando l’ambiente che ti circonda è fermamente intenzionato a riproporre e tramandare l’archetipo della Donna figlia-madre-moglie
sottomessa ai desideri degli uomini, anche quelli più tenebrosi.

Un viaggio verso la luce, l’aria, la libertà, l’amore cercato e scelto. L’autrice si muove con sagacia nel descrivere, scolpendoli, luoghi geografici e sociali in cui l’angustia delle visioni è scardinata dall’entusiasmo di una
gioventù capace di farsi evoluzione, emancipazione e affermazione di un pensiero differente

Il bizzarro e l’ortodosso

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Ed eccoci a due libri di racconti, letti durante le vacanze: Adorata nemica mia di Marcela Serano e Dieci dicembre di George Saunders. Al primo sono arrivata per la mia passione per la letteratura femminile e già conoscevo l’autrice per Arrivederci piccole donne, libro che ho amato. Al secondo invece perché ne avevo letto molto, e sempre in maniera entusiastica, su blog e giornali.

Con mio rammarico i racconti della Serano non mi sono piaciuti, nonostante  la quarta di copertina recitasse “donne le cui voci e storie si imprimono a fuoco nella memoria dei lettori.” Una volta chiuso il libro a me non ne è rimasta neanche una. Racconti scritti benissimo, si sente il mestiere ma non il cuore, tutti costruiti attorno a idee che assomigliano più a stereotipi: gran parte sono casalinghe appartenenti alla ricca borghesia con la sindrome del nido vuoto. Non mancano le storie di violenze, non mancano i mariti violenti, non mancano le donne popolane che la rivoluzione l’hanno fatta cucendo bandiere. Insomma, tutto al proprio giusto posto, talmente giusto che è quasi irritante. Sembra un libro scritto su commissione, della serie parliamo di donne visto che se ne parla tanto. Peccato.

Il secondo invece ….. wow! Ho avuto le mie brave difficoltà nella lettura: è un libro per lettori forti, come vengono definiti quelli che leggono per salda abitudine. E Saunders è un fabbro con la scrittura: la piega a ogni esigenza sperimentando stili a seconda dell’ambientazione e del personaggio. Non c’è un racconto che somigli minimamente a un altro, si passa da laboratori dove si creano psicofarmaci, a sobborghi dove donne filippine penzolano dagli alberi per decorare il giardino, a figli che tornano dalla guerra, a famiglie normali. Il tutto scritto in uno stile bizzarro, a tratti scomposto, destrutturato, fino a essere in qualche caso complesso (ma chi l’ha detto che un libro deve essere facile? i capolavori quasi mai lo sono). Saunders  fa ridere, sorridere, commuovere, ovvero ci fa fare tutte quelle cose che un libro deve fare per viverci dentro. L’ultimo racconto Dieci dicembre, che dà il titolo al libro, vale da solo tutto lo sforzo: storia di un vecchio che salva un bambino che voleva salvare il vecchio: una delle cose più belle che abbia letto negli ultimi tempi, dopo averlo finito l’ho anche riletto!

Buon compleanno Calvino: due racconti

italo-calvino

 

 

 

L’avventura di due sposi

L’operaio Arturo Massolari faceva il turno della notte, quello che finisce alle sei. Per rincasare aveva un lungo tragitto, che compiva in bicicletta nella bella sta-gione, in tram nei mesi piovosi e invernali. Arrivava a casa tra le sei e tre quarti e le sette, cioè  alle  volte  un  po’  prima  alle  volte  un  po’  dopo  che  suonasse  la  sveglia  della moglie, Elide.   Spesso  i  due  rumori:  il  suono  della  sveglia  e  il  passo  di  lui  che  entrava  si sovrapponevano  nella mente  di  Elide,  raggiungendola in  fondo al  sonno, il  sonno compatto  della  mattina  presto  che  lei  cercava  di  spremere  ancora  per qualche secondo col viso affondato nel guanciale. Poi si  tirava su dal letto di strappo e già filava le braccia alla cieca nella vestaglia, coi capelli sugli occhi. Gli appariva così, in  cucina,  dove  Arturo  stava  tirando  fuori  i  recipienti  vuoti  dalla  borsa  che  si portava con sé sul lavoro: il portavivande, il termos, e li posava sull’acquaio. Aveva già  acceso  il  fornello  e  aveva  messo  su  il  caffè.  Appena  lui  la  guardava,  a  Elide veniva  da  passarsi  una mano  sui  capelli,  da  spalancare  a  forza gli  occhi,  come  se ogni volta si vergognasse un po’ di questa prima immagine che il marito aveva di lei entrando  in  casa,  sempre  così  in  disordine,  con  la  faccia  mezz’addormentata. Quando  due  hanno  dormito  insieme  è  un’altra  cosa,  ci  si  ritrova  al  mattino  a riaffiorare entrambi dallo stesso sonno, si è pari.

Alle volte invece era lui che entrava in camera a destarla, con la tazzina del caffè, un minuto prima che la sveglia suonasse; allora  tutto era più naturale, la  smorfia per  uscire  dal  sonno  prendeva  una  specie  di  dolcezza  pigra,  le  braccia  che s’alzavano  per  stirarsi,  nude,  finivano  per  cingere  il  collo  di  lui.  S’abbracciavano. Arturo  aveva  indosso  il  giaccone  impermeabile;  a  sentirselo  vicino  lei  capiva  il tempo  che  faceva:  se  pioveva  o  faceva  nebbia  o  c’era  neve,  a  secondo  di  com’era umido  e  freddo.  Ma  gli  diceva  lo  stesso:  –  Che  tempo  fa?  –  e  lui  attaccava  il  suo solito brontolamento mezzo ironico, passando in rassegna gli inconvenienti che gli erano occorsi, cominciando dalla fine: il percorso in bici, il tempo tro-vato uscendo di  fabbrica, diverso da quello di quando c’era entrato la sera prima, e le grane sul lavoro, le voci che correvano nel reparto, e così via.

A quell’ora, la casa era sempre poco scaldata, ma Elide s’era tutta spogliata, un po’  rabbrividendo, e  si lavava,  nello  stanzino  da  bagno. Dietro  veniva lui,  più  con calma, si spogliava e si lavava anche lui, lentamente, si toglieva di dosso la polvere e l’unto dell’officina. Così stando  tutti e due intorno allo stesso lavabo, mezzo nudi, un po’ intirizziti, ogni  tanto dandosi delle spinte,  togliendosi di mano il sapone, il dentifricio, e  continuando a  dire le  cose  che avevano  da  dirsi,  veniva il momento della confidenza, e alle  volte, magari aiutandosi a  vicenda a strofinarsi la schiena, s’insinuava una carezza, e si trovavano abbracciati.

Ma tutt’a un tratto Elide: – Dio! Che ora è già! – e correva a infilarsi il reggicalze, la gonna, tutto in fretta, in piedi, e con la spazzola già andava su e giù per i capelli, e sporgeva il viso allo specchio del comò, con le mollette strette tra le labbra. Arturo le veniva dietro, aveva acceso una sigaretta, e la guardava stando in piedi, fumando, e ogni volta pareva un po’ impacciato, di dover stare lì senza poter fare nulla. Elide era pronta, infilava il cappotto nel corridoio, si davano un bacio, apriva la porta e già la si sentiva correre giù per le scale.

Arturo  restava  solo.  Seguiva  il  rumore  dei  tacchi  di  Elide  giù per  i  gradini,  e quando  non  la  sentiva  più  continuava  a  seguirla  col  pensiero,  quel  trotterellare veloce per il cortile, il portone, il marciapiede, fino alla fermata del tram. Il tram lo sentiva bene, invece: stridere,  fermarsi, e lo sbattere della pedana a ogni persona che  saliva.  “Ecco,  l’ha  preso”,  pensava,  e  vedeva  sua  moglie  aggrappata  in  mezzo alla  folla  d’operai  e  operaie  sull’”undici”,  che  la  portava  in fabbrica  come  tutti  i giorni. Spegneva la cicca, chiudeva gli sportelli alla finestra, faceva buio, entrava in letto.

Il letto era come l’aveva lasciato Elide alzandosi, ma dalla parte sua, di Arturo, era quasi intatto, come fosse stato rifatto allora. Lui si coricava dalla propria par-te per  bene,  ma  dopo  allungava  una  gamba  in  là,  dov’era  rimasto  il  calore  di sua moglie, poi ci allungava anche l’altra gamba, e così a poco a poco si spostava tutto dalla parte di Elide, in quella nicchia di tepore che conservava ancora la  forma del corpo  di  lei,  e  affondava  il  viso  nel  suo  guanciale,  nel  suo  profumo,  e s’addormentava.

Quando Elide tornava, alla sera, Arturo già da un po’ girava per le stanze: aveva acceso  la  stufa,  messo  qualcosa  a  cuocere.  Certi  lavori  li  faceva  lui,  in  quelle  ore prima di cena, come rifare il letto, spazzare un po’, anche mettere a bagno la roba da  lavare.  Elide  poi  trovava  tutto  malfatto,  ma  lui  a  dir  la  verità  non  ci  metteva nessun  impegno  in  più:  quello  che  lui  faceva  era  solo  una  specie  di  rituale  per aspettare lei,  quasi  un  venirle incontro  pur  restando  tra le  pareti  di  casa, mentre fuori  s’accendevano  le  luci  e  lei  passava  per  le  botteghe  in  mezzo  a quell’animazione  fuori  tempo dei quartieri dove ci sono  tante donne che  fanno la spesa alla sera.

Alla  fine  sentiva  il  passo  per  la  scala,  tutto  diverso  da  quello  della  mattina, adesso appesantito, perché Elide saliva stanca dalla giornata di lavoro e carica della spesa.  Arturo  usciva  sul  pianerottolo,  le  prendeva  di  mano  la  sporta,  entravano parlando. Lei si buttava su una sedia in cucina, senza  togliersi il cappotto, intanto che lui levava la  roba  dalla  sporta.  Poi:  –  Su,  diamoci  un  addrizzo,  – lei  diceva,  e s’alzava,  si  toglieva  il  cappotto,  si  metteva  in  veste  da  casa.  Cominciavano  a preparare  da mangiare:  cena  per  tutt’e  due,  poi  la merenda  che si  portava lui in fabbrica  per  l’intervallo  dell’una  di  notte,  la  colazione  che  doveva  portarsi  in fabbrica  lei  l’indomani,  e  quella  da  lasciare  pronta  per  quando  lui  l’indomani  si sarebbe svegliato.

Lei un po’ sfaccendava un po’ si sedeva sulla seggiola di paglia e diceva a lui cosa doveva fare. Lui invece era l’ora in cui era riposato, si dava attorno, anzi voleva far tutto lui, ma sempre un po’ distratto, con la  testa già ad altro.  In quei momenti lì, alle volte arrivavano sul punto di urtarsi, di dirsi qualche parola brutta, perché lei lo  avrebbe  voluto  più  attento  a  quello  che  faceva,  che  ci  mettesse  più  impegno, oppure che fosse più attaccato a lei, le stesse più vicino, le desse più consolazione.

Invece lui, dopo il primo entusiasmo perché lei era  tornata, stava già con la  testa fuori di casa, fissato nel pensiero di far presto perché doveva andare.   Apparecchiata  tavola,  messa  tutta  la  roba  pronta  a  portata  di  mano  per  non doversi più alzare, allora c’era il momento dello struggimento che li pigliava tutti e due d’avere così poco tempo per stare insieme, e quasi non riuscivano a portarsi il cucchiaio alla bocca, dalla voglia che avevano di star lì a tenersi per mano.

Ma non era ancora passato tutto il caffè e già lui era dietro la bicicletta a vedere se  ogni  cosa  era  in  ordine.  S’abbracciavano.  Arturo  sembrava  che  solo  allora capisse com’era morbida e tiepida la sua sposa. Ma si caricava sulla spalla la canna della bici e scendeva attento le scale.

Elide lavava i piatti, riguardava la casa da cima a fondo, le cose che aveva fatto il marito, scuotendo il capo. Ora lui correva le strade buie, tra i radi fanali, forse era già dopo il gasometro. Elide andava a letto,  spegneva la luce. Dalla propria  parte, coricata, strisciava un piede verso il posto di suo marito, per cercare il calore di lui, ma  ogni  volta  s’accorgeva  che  dove  dormiva  lei  era  più  caldo,  segno  che  anche Arturo aveva dormito lì, e ne provava una grande tenerezza.

Da: Italo Calvino, L’avventura di due sposi, in I racconti

 

il_dubbio-2 COSCIENZA

Venne una guerra e un certo Luigi chiese se poteva andarci, da volontario. Tutti gli fecero un sacco di complimenti. Luigi andò nel posto dove davano i fucili, ne prese uno e disse: – Adesso vado a ammazzare un certo Alberto.

Gli chiesero chi era questo Alberto. – Un nemico – rispose, – un nemico che ci ho io. Quelli gli fecero capire che doveva ammazzare dei nemici di una data qualità, non quelli che piacevano a lui.

– E che? – disse Luigi – Mi pigliate per ignorante? Quel tale Alberto è proprio di quella qualità, di quel paese. Quando ho saputo che ci facevate la guerra contro, ho pensato: vengo anch’io, così posso ammazzare Alberto. Per questo son venuto. Alberto io lo conosco: è un farabutto e per pochi soldi mi ha fatto fare una brutta parte davanti a una. Sono faccende vecchie. Se non ci credete, vi racconto tutto per disteso. Loro dissero che sì, che andava bene.

– Allora – fece Luigi – mi spiegate dov’è Alberto, così ci vado e ci combatto. Loro dissero che non ne sapevano.

– Non importa – disse Luigi, – mi farò spiegare. Prima o poi lo troverò bene. Quelli gli dissero che non si poteva, che lui doveva fare la guerra dove lo mettevan loro, e ammazzare chi capitava, di Alberto o non Alberto loro non sapevano niente.

– Vedete – insisteva Luigi – bisogna proprio che vi racconti. Perché quello è proprio un farabutto e fate bene a farci la guerra contro. Ma gli altri non ne volevano sapere.

Luigi non riusciva a farsi ragione: – Scusate, per voi se ammazzo un nemico o se ne ammazzo un altro è lo stesso. A me invece di ammazzare qualcuno che magari con Alberto non ha niente a che vedere, dispiace. Gli altri persero la pazienza. Qualcuno gli spiegò di tante ragioni e di come era fatta la guerra e che uno non poteva andarsi a cercare il nemico che voleva.

Luigi alzò le spalle. – Se è così – disse – io non ci sto.

– Ci sei e ci stai! – gridarono quelli.

– Avanti-march, un-duè, un-duè! – E lo mandarono a far la guerra.

Luigi non era contento. Ammazzava dei nemici, così, per vedere se gli capitava di ammazzare anche Alberto o qualche suo parente. Gli davano una medaglia ogni nemico che ammazzava, ma lui non era contento. – Se non ammazzo Alberto – pensava -ho ammazzato tanta gente per niente. – E ne aveva rimorso.

Intanto gli davano medaglie su medaglie, di tutti i metalli. Luigi pensava: – Ammazza oggi ammazza domani, i nemici diminuiranno e verrà pure la volta di quel farabutto.

Ma i nemici si arresero prima che Luigi avesse trovato Alberto. Gli venne il rimorso di aver ammazzato tanta gente per niente, e siccome c’era la pace, mise tutte le medaglie in un sacco e girò per il paese dei nemici a regalarle ai figli e alle mogli dei morti.

Girando così, successe che trovò Alberto.

– Bene – disse – meglio tardi che mai – e lo ammazzò.

Fu la volta che lo arrestarono, lo processarono per omicidio e lo impiccarono. Al processo badava a ripetere che l’aveva fatto per mettersi a posto con la coscienza, ma nessuno lo stava a sentire.

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