17 anni, secondo liceo classico, un tema che mi segue

Ho alle spalle una vita randagia, fatta di spostamenti, traslochi, cambiamenti. Nel corso di questi salti, un’esistenza come il gioco “si loca” che facevamo sulla strada, per chi lo ricorda, ho perso molte cose, molte le ho gettate via di proposito, altre mi seguono. Questo che riporto l’ho ritrovato qualche giorni fa per l’ennesima volta, ripiegato in un quaderno.

La brutta copia di un tema, a ricordarmi che se i pastorelli a Fatima ebbero la Madonna in visione (detto senza intento di dissacrazione) io ho avuto il Living Theatre a segnare una pietra miliare sulla mia strada, un incontro che mi ha cambiato la vita che ricordo come fosse adesso, in un teatro sconvolto che non si aspettava quella piéce, uno spettacolo nello spettacolo.

Impressionante come a distanza di più di quarant’anni siamo di nuovo là, anzi siamo sempre là.

Adesso con le griglie di correzione questo sarebbe forse “fuori argomento”, ma sorrido a quella ragazzina forte e idealista che sono stata e, forse in parte, rimasta. Per questo ho deciso che era giunta l’ora di archiviarlo qui. Anche se non ricordo che voto ho preso.

Tema

I lager, le torture della Cambogia, l’esodo dei vietnamiti ed altri simili episodi, testimoniano che il nazismo non fu solo un movimento particolare di un’epoca storica, ma un atteggiamento ricorrente con una frequenza maggiore di quanto non si creda e verso il quale gli uomini dovrebbero mostrare più viva e decisa opposizione

Svolgimento

Il sipario si apre, l’azione sul palcoscenico è lenta, esasperante. Gli attori hanno facce bianche, di pietra. Hanno sguardi potenti, fissano i burattini che in platea si muovono a disagio, inquieti, al limite dell’imbarazzo, forse perfino spinti della voglia di andarsene. Poi il suono di una sirena coglia tutti impreparati, si alza la tensione. I volti sono fermi, continuano a fissare quelli del pubblico in preda alle reazioni più disparate.

Improvvisamente appare lui: il suo volto è orrendo, la sua maschera terrificante: incute timore e ribrezzo ma nel contempo fascino. Tra le rughe del suo viso bianco, plastificato, scorrono rigagnoli di sangue vivo, lucido. Dentro si leggono chiare le immagini di fucili che sparano, di schiene che si piegano. Disperazione e morte.

E proprio quando la morte domina la scena appare lei: piccola, minuta, fragile nel corpo, ma nello sguardo ha una luce intensa, viva. La sua voce si impone sulla scena e distoglie l’attenzione dai disagi.

Lei è Antigone, come nel 400 a.c. viva ancora oggi a replicare una tragedia insieme al padre, Creonte, che eternamente si ripete. Un bisogno di rivolta anima suoi i gesti, per dimostrare che contro il tiranno e la ragion di stato si può e si deve combattere.

Quanti morti, quanta distruzione hanno causato queste tragedie, non c’è evoluzione dei costumi, progresso tecnologico che possa frenare l’impulso distruttivo che è parte universale dell’individuo. Senza dubbio oltre a questo ci sono motivi politici, economici, ideologici che sfociano nelle dittature più crudeli, assurde, perché assurda e inconcepibile è la volontà di supremazia di un uomo sulla massa, assurda è l’oppressione e la repressione dei diritti naturali dell’uomo. Fascismo e nazismo sono esempi chiave quando si parla di dittature, ma oggi assistiamo al Vietnam, al Cile, all’imperialismo russo e quello egemone americano che fanno scorrere sangue in tutto il mondo. Senza dimenticare episodi misconosciuti come lo sterminio dei pellerossa e dei neri d’America.

Ciò che colpisce in maniera sconvolgente è il cinismo con il quale si portano avanti azioni di guerra ancora oggi: non solo gli scrontri frontali e le nuove armi, ma le torture come pratica diffusa, perfino la diffusione di droghe pesanti che incidono su popolazioni inermi.

La sete di potere, il bisono di dominio, tutto maschile, è una componente irrazionale che ha cause profonde “da ricercare in quel capitolo della storia occupata da una menzogna e censurato: il capitolo dell’inconscio” (Lacan).

Il problema si mostra di nuovo in dimensioni mondiali, sempre più drammatico, proprio in un periodo di crisi, tutti serrano i denti in nome dei propri schifosi interessi. L’impotenza nella quale ci veniamo a trovare è causa del nostro perderci in un mondo che non sentiamo nostro e per il quale non crediamo valga la pena di lottare e reagire. Ogni discorso su questa apatia, dovuta al tenore di vita che conduciamo in questa società consumistica, è scontato e retorico: siamo vittime di un sistema che si è impadronito del nostro pensiero, dei nostro corpi, niente è più espressione pura e sincera, ma tutto fa parte di un gioco nel quale noi siamo le pedine che si muovono su una scacchiera perfettamente squadrata per noi.

In questo contesto è fuori luogo il discorso di coloro che definiscono alienati quelli che rifiutano il sistema, una vita programmata, un percorso obbligato, che scelgono ad esempio la droga non come rifugio, ma come modo di essere e comunicare, spesso non importa neanche più se è la morte che con essa si avvicina, perché in mancanza di ideali, valori e un mondo che si sta disfacendo, dove regna la psicosi della bomba nucleare “qualche ora o qualche anche d’attesa è assolutamente la stessa cosa, una volta che si è perduta l’illusione di essere eterni” (J.P. Sartre)

Tuttavia per quanto difficile possa essere, è vitale riuscire a trovare in noi il coraggio per uscire da questo malessere che ci lega mani e piedi, non ci si deve lasciar andare, non si può essere passivi: un passo falso e siamo al baratro.

Forse sarò stupida a pensare che nonostante tutto valga ancora la pena di parlare d’amore, perché da esso scaturiscono vita e dalla mancanza di esso oppressione. Finché si vive è necessario crederci, credere nella rivoluzione, nel cambiamento.

Creonte è vivo da secoli e sempre lo sarà, ma lo sarà anche Antigone, la voglia di alzarsi e dire no, l’amore al posto del raziocinio senza senso.

L’amore come forza totale che sconvolge e smuove i meccanismi più profondi. Niente può fermare Antigone, questa forza cosmologica che ci trae nel flusso delle cose, nel gioco di atomi che si attraggono e si respingono, la rivoluzione  possibile di un cambiamento.

VUOTI A RENDERE

Daisy Euan Uglow

Nevica. La neve scende lenta, copiosa, rallenta ogni forma di vita, ogni facoltà .
“Chi c’è in corridoio zia?”
Nevica, fuori. La memoria diventa un mare calmo, disteso, sorgono i ricordi come il sole all’alba, appena ne torna uno alla mente, trascina con sé altri ricordi. Si dispongono in fila come sentinelle. Li cataloghiamo per non perderli.
Sandra è dietro i vetri, guarda la neve posarsi.
“Chi c’è in corridoio zia?”
“Hai visto l’arcobaleno Delia?”
Fuori continua a nevicare. È più naturale fermarsi, è un gioco che ti prende con delicatezza. Sandra ha la neve negli occhi e un arcobaleno in testa.
“Chi c’è in corridoio zia?”
“Hai visto l’arcobaleno Delia?”
“Sta suonando ‘quella’ musica”
I ricordi sono vuoti a rendere, anelli perfetti nella catena degli eventi della nostra esistenza.
“Chi c’è in corridoio zia?”
“Hai visto l’arcobaleno Delia?”
“Sta suonando ‘quella’ musica”
“Parti subito Sandra”
Erano passati sei anni da quando alle cinque del pomeriggio, mentre la macchina stava portando via sua madre, Sandra aveva alzato la testa e aveva visto un arcobaleno tra i tetti, nitido nei suoi sette colori. Aveva cercato sua sorella Delia tra la folla all’uscita della chiesa. Le aveva fatto un cenno e a sua volta Delia l’aveva visto. Si erano guardate commosse mentre la macchina si allontanava. Era una sorta di prodigio, l’ultimo di quei giorni.
Sua madre, che in vita era stata una roccia, che sembrava invincibile, che aveva vinto battaglie, sconfitto malattie, se n’era andata.
Anche quell’ultima volta avevano pensato si sarebbe ripresa.
«Parti Sandra – le aveva invece detto Delia – non è come sempre.»
Sandra aveva preso il primo treno. Nel giro di qualche giorno il quadro clinico si era aggravato, avevano deciso di riportarla a casa e di avvertire Mauro, il fratello che viveva all’estero. Sua madre sembrava essere alla fine.
Le notti, quando nel silenzio della casa il respiro affaticato portava con sé un carico di apprensione senza rimedio, furono la parte più dura da sopportare. Sandra tentava di accarezzare sua madre eppure lei sembrava rifiutare quel contatto, scuoteva il corpo con un sussulto, come se non volesse essere sfiorata. Era in coma, ma comunicava. E Sandra comprese che non stava morendo, piuttosto aveva deciso di morire. Voleva che la lasciassero andare.
In quei giorni la casa era stato un viavai faticoso, le stanze erano invase di gente, parole e odore di caffè. Fu una di quelle mattine, mentre era in cucina, che Sandra a un tratto sentì qualcosa che le bloccò le gambe. Era una musica, ma non una musica qualunque, era proprio “quella” musica. Quella che suo fratello Mauro si era sempre rifiutato di suonare alla madre che la chiedeva insistentemente nelle rare occasioni in cui lui tornava a casa. Mauro in risposta rideva e diceva di no. Lei allora lo canzonava dicendogli “accidenti a te! me la suonerai quando sarò morta.” E ora Mauro era lì, accanto al letto. E stava suonando.
Note attente, curate, implacabili e bellissime. Sua madre stava morendo e lui la stava accompagnando. Con quella musica.
Un’energia indecifrabile si mosse tra le stanze, un brivido potente che immobilizzò chiunque si trovasse in quella casa. Ognuno rimase muto e sospeso in un fermo immagine per il tempo che durò quella musica. Non era solo la forte commozione, era molto di più. Quella non era la morte. Era la vita nel suo senso struggente.
Insieme erano rimasti a vibrare come le corde di quella chitarra che stava suonando e solo quando l’ultima nota li aveva lasciati, Sandra si era accorta che stava piangendo. Ma fu certa che la stessa cosa stava accadendo anche agli altri, sparsi tra le stanze, così quelle lacrime non furono vero dolore. Dopo, nessuno disse niente, perché non c’era niente da dire.
Il pomeriggio di quel giorno ci furono gli ultimi arrivi, la famiglia era ormai al completo. Tutti riuniti, persi, fecero insieme l’unica cosa che restava da fare: aspettare.
Alle sette di sera arrivò il medico per un controllo. Disse che quella donna aveva tempra e cuore forti, che si preparassero a una lunga agonia perché non era ancora alla fine. Era quasi ora di cena, ma nessuno aveva voglia di preparare un pasto qualsiasi, così ordinarono delle pizze: quattordici per l’esattezza.
Come ai vecchi tempi, davanti ai cartoni di pizza, qualcuno cominciò a raccontare qualche barzelletta e accadde che avevano preso a ridere, la pizza aveva un buon sapore ed erano tutti affamati. A turno ogni tanto qualcuno andava a controllare la madre, che ormai non aveva più reazioni, se ne stava con gli occhi chiusi e chissà dov’era.
«Chi c’è in corridoio zia?» Le aveva chiesto Mara.
Sandra si era guardata intorno e aveva contato con lo sguardo.
«Nessuno Mara, siamo tutti qui.»
Mara si era alzata senza dire niente ed era uscita dalla stanza. Poi era rientrata perplessa.
«Sei andata a dare un’occhiata alla nonna?»
«Sì, sembra tranquilla. Strano, m’era sembrato di vedere qualcuno in corridoio»
Mara si sedette e dopo un secondo dimenticò qualsiasi cosa avesse visto un attimo prima. Continuarono a ridere, a chiacchierare, a gonfiarsi la bocca di pizza calda. Era da così tanto tempo che non stavano così, tutti insieme.
Poi Delia si alzò, andò in camera da letto e dopo qualche secondo arrivò. Un grido stridulo. Temuto. Una parola soltanto. Corsero tutti.
Lei, la grande regista, la madre, se n’era andata. Li aveva diretti in quell’ultima scena: li aveva aspettati, uno dopo l’altro, tutti, e lei in quel letto con gli occhi chiusi, senza mai una parola, i medici che ti dicono che non sente niente. Li aveva lasciati lì, insieme, a ridere. Loro ridevano e lei moriva.
Si chiama coincidenza? Noi abbiamo un nome per tutto.
Ma l’arcobaleno, il giorno seguente: altra coincidenza? Proprio nel momento in cui lei se andava per sempre, cessava la pioggia del pomeriggio e un arcobaleno si apriva in quell’angolo tra la chiesa e il cielo.
Per quanto l’intelletto indaghi e spieghi, esistono fenomeni imponderabili, come la morte, come la vita, come il modo di vivere e di morire. Come le cose che non comprendiamo.
Chi fosse quell’ombra, ad esempio. Mara ne rimase sconvolta per giorni. Lei, che aveva una laurea in scienze, era abituata a pensare che tutto ha un’evidenza e può essere spiegato. Eppure era sicura. Aveva visto un’ombra chiara poco prima che sua nonna morisse, era passata rapida nel corridoio buio. Non era stata una visione, lei non credeva alle visioni, lei stava ridendo insieme agli altri, mangiava come gli altri, era presente come gli altri, era nella realtà che li teneva insieme come gli altri. Eppure quell’ombra era comparsa. Lei l’aveva vista. Un uomo, vestito di chiaro.

La neve scende e si posa. Imbianca gli angoli e li arrotonda, addolcisce gli spigoli e il cuore. Il passato è passato, non esiste, ma ricordo dopo ricordo, scriviamo la storia della nostra vita in una sequenza di attimi che non accadono più, ma sono là, incastonati nella nostra mente in uno spazio e in un tempo che ci appartiene.
E in quella trama, tutto, perfino la morte, finisce per avere un senso.
Come il testamento di sua madre quella sera. Vi lascio così, vi voglio così.

Sandra richiude la porta. Nevica dolcemente adesso.

 

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Dedico questo racconto a Lino, Lilia, Virginia e Maurizio, ma anche a Carmelo, Paolo, Doretta, Edo, Emanuela, Cristina, Emilio e Giulia, insieme a Giampiero, Aldina, Consuelo e Massimo. A quelli che sanno e che c’erano

LA SPESA GROSSA DA MICHELINO

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I supermercati non c’erano ancora, la spesa si faceva dal macellaio e al mercato, dove – in mezzo a polli vaganti e scacazzanti, a uova nelle ceste, a fichi d’India sbucciati e pesati sulle bilance di ferro arrugginite (oggi l’ufficio di igiene  nella persona del suo funzionario perderebbe i capelli unitamente, se maschio, agli attributi di sotto che per questione di buon gusto non nomino, ma forse palle si potrà anche dire) –  i contadini ti vendevano (rigorosamente senza scontrino che allora non c’erano le partite iva) ortaggi, frutta, formaggio, ricotte calde e se li volevi anche i polli (che però poi ti dovevi scannare a casa).
Al mercato tutte le mattine andava mio padre, prima che entrasse in ufficio alle otto. Era la generazione di Andreotti, democristiani e mattutini, tendenzialmente insonni  (ma tengo a precisare che mio padre con Andreotti aveva in comune la democrazia cristiana in buona fede e l’insonnia).
Poi, una volta al mese, accadeva il rito prodigioso, che non era la messa la domenica perché quella ci toccava appunto tutte le domeniche (almeno fino all’età della ragione) ma era la spesa grossa. Premetto che in famiglia eravamo in sette, ma spesa grossa non si riferisce a quello, almeno non solo.
Andavamo un pomeriggio in un negozio senza nome e senza insegna, che chiamavano “da Michelino Amatruda”, il proprietario. In pratica un negozio di generi alimentari che all’apparenza poteva sembrare piccolo, con il suo vecchio bancone di legno e il pavimento grigio di granito, ma dietro agli scaffali nascondeva un magazzino con ogni ben di dio.
Del resto la merce non era esposta secondo criteri di marketing, appeal e merchandising, ma  come de-dè, ovvero affastellata alla rinfusa in ogni angolo dove era stato possibile stipare qualcosa, a eccezione delle bottiglie di liquore, quelle erano ben in fila in alto sullo scaffale: la grappa Julia, la Ferrochina Bisleri, la Sambuca, lo Strega, il Cynar, l’amaro Ramazzotti e così via.
Michelino, il “principale” stava alla cassa sulla sinistra. A dire il vero la cassa non c’era, ma c’era una calcolatrice che lui manovrava con una velocità ipnotica, producendo un  rumore metallico simile a una piccola cascata di chiodi sottili.
Va detto che il nome era fuorviante, in realtà Michelino era un bell’uomo corpulento che teneva sempre tra le labbra una sigaretta accesa e aveva una gran bella voce robusta, una voce d’attore.
Com’è che quello fosse uno dei miei luoghi preferiti, com’era che quando eravamo in procinto di finire le provviste mi montasse dentro quella panna di eccitazione e per nessuna ragione al mondo avrei mancato quell’appuntamento, non so spiegarlo.
Non arrivavo neanche al bancone, per vedere cosa accadeva lì dietro mi ci aggrappavo con le mani e all’occorrenza dovevo stare sulle punte per seguire l’andirivieni dei lavoranti (che niente avevano dei commessi odierni, non so i contributi, ma credo neanche quelli) che depositavano la merce richiesta sul banco costruendo una specie di montagna di ogni sorta di prodotto  bene in vista.
Chili di pasta di ogni forma e dimensione, scatole esagonali di cartoni di latte (in buste triangolari, un packaging invidiabile) e poi salami provole, scatole a pila di formaggini come torrette di guardia, confezione bianche rosse e blu mega di biscotti Wamar, (me lo sento il correttore metterà Weimar..) bottiglie di olio materne, confezioni di carta igienica a gogò, marmellate, nobili pezzi di cremini da tagliare a fette avvolti in elegante carta dorata.
Su, giù, dietro prendi, avanti posa.  Su, giù, dietro prendi, avanti posa.
E poi c’era lui, l’anziano signore, alto, che sovrastava tutti, non aveva l’aria di essere un lavorante come gli altri, ero bellissimo, con gli occhi verdi, la barba rada, i baffi e un sorriso sornione che sembrava prenderti in giro. Diceva sempre:
“E per questa bella bambina niente?” . E mi faceva l’occhiolino.
Io avevo imparato cosa voleva dire. Era l’ora di scendere dalle punte e tirare un sospiro di sollievo, eravamo al termine delle operazioni e lui si era ricordato di me.
Si passava così al conto, l’epilogo: tutta quella manna accumulata in un angolo, veniva contabilizzata e spostata via via dall’altra parte.
“Cinque provole mangerotti. Sette scatole milkana. Dieci spaghetti. Dieci penne. Dieci rigatoni. Cinque avemaria. Cinque pastina. Sei cartoni latte da dieci. Cinque salami. Dieci eridania. Sei caffè. Otto farina….”
E così via. Non c’erano articoli e sostantivi. C’era solo sostantivo numero marca.
E Michelino batteva sui tasti alla velocità della luce da sembrare Jonathan Archer a bordo della sua  Enterprise.
“Cinque provole mangerotti. Sette scatole milkana. Poi? Dieci spaghetti. Dieci penne. Dieci rigatoni. Cinque avemaria. Cinque pastina. Poi? Sei cartoni latte da dieci. Cinque salami. Poi? Dieci eridania. Sei caffè. Otto farina. Poi?”
Ripeteva tutto con la sua bella voce da attore.
Nel frattempo mio madre, mio padre e mio fratello stavamo attenti, a guardare. E infine era la volta di mio padre che parlottava con Michelino, pagava una parte, mentre l’altra finiva in un quaderno, che allora le rate si pagavano così, sulla fiducia.
Tuttavia la parte più bella doveva ancora venire. Di solito arrivava la sera stessa, a volte il pomeriggio del giorno dopo, quando la manna arrivava a casa scaricata da un lavorante che depositava quattro o cinque scatoloni nell’ingresso.
Era il mio momento. Li aprivo febbrilmente e cominciavo a frugare dappertutto. Conoscevo il contenuto eppure provavo uno stupore autentico, mi sorprendevo davanti ai formaggini, alle scatole di latte, alle confezioni di pasta. Insomma non c’erano né Barbie né Ken (peraltro mai conosciuti)  là dentro, ma c’era troppo di più. Io svuotavo l’Enterprise con la scusa di aiutare.
Il vero motivo però era che lì dentro c’era il mio regalo.
“E per questa bella bambina niente?” .
Lui manteneva ogni volta  la promessa, perché da qualche parte di sicuro c’era un cartoccio bello grosso incellofanato colmo di  cioccolatini perugina, caramelle rossana, caramelle alla frutta, caramelle alla menta.
Fortuna (o sfortuna?) mia madre era beatamente ignara dell’attentato alle carie di quel malloppo. Quindi quel regalo non aveva gusto di proibito, né portava con sé alcun senso di colpa. Era un regalo che arrivava con la spesa grossa.  Punto.
Che dire? Era bello, ogni mese, quel piccolo batticuore di entusiasmo.

 

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