LA SPESA GROSSA DA MICHELINO

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I supermercati non c’erano ancora, la spesa si faceva dal macellaio e al mercato, dove – in mezzo a polli vaganti e scacazzanti, a uova nelle ceste, a fichi d’India sbucciati e pesati sulle bilance di ferro arrugginite (oggi l’ufficio di igiene  nella persona del suo funzionario perderebbe i capelli unitamente, se maschio, agli attributi di sotto che per questione di buon gusto non nomino, ma forse palle si potrà anche dire) –  i contadini ti vendevano (rigorosamente senza scontrino che allora non c’erano le partite iva) ortaggi, frutta, formaggio, ricotte calde e se li volevi anche i polli (che però poi ti dovevi scannare a casa).
Al mercato tutte le mattine andava mio padre, prima che entrasse in ufficio alle otto. Era la generazione di Andreotti, democristiani e mattutini, tendenzialmente insonni  (ma tengo a precisare che mio padre con Andreotti aveva in comune la democrazia cristiana in buona fede e l’insonnia).
Poi, una volta al mese, accadeva il rito prodigioso, che non era la messa la domenica perché quella ci toccava appunto tutte le domeniche (almeno fino all’età della ragione) ma era la spesa grossa. Premetto che in famiglia eravamo in sette, ma spesa grossa non si riferisce a quello, almeno non solo.
Andavamo un pomeriggio in un negozio senza nome e senza insegna, che chiamavano “da Michelino Amatruda”, il proprietario. In pratica un negozio di generi alimentari che all’apparenza poteva sembrare piccolo, con il suo vecchio bancone di legno e il pavimento grigio di granito, ma dietro agli scaffali nascondeva un magazzino con ogni ben di dio.
Del resto la merce non era esposta secondo criteri di marketing, appeal e merchandising, ma  come de-dè, ovvero affastellata alla rinfusa in ogni angolo dove era stato possibile stipare qualcosa, a eccezione delle bottiglie di liquore, quelle erano ben in fila in alto sullo scaffale: la grappa Julia, la Ferrochina Bisleri, la Sambuca, lo Strega, il Cynar, l’amaro Ramazzotti e così via.
Michelino, il “principale” stava alla cassa sulla sinistra. A dire il vero la cassa non c’era, ma c’era una calcolatrice che lui manovrava con una velocità ipnotica, producendo un  rumore metallico simile a una piccola cascata di chiodi sottili.
Va detto che il nome era fuorviante, in realtà Michelino era un bell’uomo corpulento che teneva sempre tra le labbra una sigaretta accesa e aveva una gran bella voce robusta, una voce d’attore.
Com’è che quello fosse uno dei miei luoghi preferiti, com’era che quando eravamo in procinto di finire le provviste mi montasse dentro quella panna di eccitazione e per nessuna ragione al mondo avrei mancato quell’appuntamento, non so spiegarlo.
Non arrivavo neanche al bancone, per vedere cosa accadeva lì dietro mi ci aggrappavo con le mani e all’occorrenza dovevo stare sulle punte per seguire l’andirivieni dei lavoranti (che niente avevano dei commessi odierni, non so i contributi, ma credo neanche quelli) che depositavano la merce richiesta sul banco costruendo una specie di montagna di ogni sorta di prodotto  bene in vista.
Chili di pasta di ogni forma e dimensione, scatole esagonali di cartoni di latte (in buste triangolari, un packaging invidiabile) e poi salami provole, scatole a pila di formaggini come torrette di guardia, confezione bianche rosse e blu mega di biscotti Wamar, (me lo sento il correttore metterà Weimar..) bottiglie di olio materne, confezioni di carta igienica a gogò, marmellate, nobili pezzi di cremini da tagliare a fette avvolti in elegante carta dorata.
Su, giù, dietro prendi, avanti posa.  Su, giù, dietro prendi, avanti posa.
E poi c’era lui, l’anziano signore, alto, che sovrastava tutti, non aveva l’aria di essere un lavorante come gli altri, ero bellissimo, con gli occhi verdi, la barba rada, i baffi e un sorriso sornione che sembrava prenderti in giro. Diceva sempre:
“E per questa bella bambina niente?” . E mi faceva l’occhiolino.
Io avevo imparato cosa voleva dire. Era l’ora di scendere dalle punte e tirare un sospiro di sollievo, eravamo al termine delle operazioni e lui si era ricordato di me.
Si passava così al conto, l’epilogo: tutta quella manna accumulata in un angolo, veniva contabilizzata e spostata via via dall’altra parte.
“Cinque provole mangerotti. Sette scatole milkana. Dieci spaghetti. Dieci penne. Dieci rigatoni. Cinque avemaria. Cinque pastina. Sei cartoni latte da dieci. Cinque salami. Dieci eridania. Sei caffè. Otto farina….”
E così via. Non c’erano articoli e sostantivi. C’era solo sostantivo numero marca.
E Michelino batteva sui tasti alla velocità della luce da sembrare Jonathan Archer a bordo della sua  Enterprise.
“Cinque provole mangerotti. Sette scatole milkana. Poi? Dieci spaghetti. Dieci penne. Dieci rigatoni. Cinque avemaria. Cinque pastina. Poi? Sei cartoni latte da dieci. Cinque salami. Poi? Dieci eridania. Sei caffè. Otto farina. Poi?”
Ripeteva tutto con la sua bella voce da attore.
Nel frattempo mio madre, mio padre e mio fratello stavamo attenti, a guardare. E infine era la volta di mio padre che parlottava con Michelino, pagava una parte, mentre l’altra finiva in un quaderno, che allora le rate si pagavano così, sulla fiducia.
Tuttavia la parte più bella doveva ancora venire. Di solito arrivava la sera stessa, a volte il pomeriggio del giorno dopo, quando la manna arrivava a casa scaricata da un lavorante che depositava quattro o cinque scatoloni nell’ingresso.
Era il mio momento. Li aprivo febbrilmente e cominciavo a frugare dappertutto. Conoscevo il contenuto eppure provavo uno stupore autentico, mi sorprendevo davanti ai formaggini, alle scatole di latte, alle confezioni di pasta. Insomma non c’erano né Barbie né Ken (peraltro mai conosciuti)  là dentro, ma c’era troppo di più. Io svuotavo l’Enterprise con la scusa di aiutare.
Il vero motivo però era che lì dentro c’era il mio regalo.
“E per questa bella bambina niente?” .
Lui manteneva ogni volta  la promessa, perché da qualche parte di sicuro c’era un cartoccio bello grosso incellofanato colmo di  cioccolatini perugina, caramelle rossana, caramelle alla frutta, caramelle alla menta.
Fortuna (o sfortuna?) mia madre era beatamente ignara dell’attentato alle carie di quel malloppo. Quindi quel regalo non aveva gusto di proibito, né portava con sé alcun senso di colpa. Era un regalo che arrivava con la spesa grossa.  Punto.
Che dire? Era bello, ogni mese, quel piccolo batticuore di entusiasmo.

 

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