Dialogo tra mia madre e un’adolescente con jeans strappati

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Chi t’ha ridotto così?

Qualche giorno fa mi trovavo in una piazza dove gruppi di adolescenti all’uscita di scuola aspettano gli autobus per far ritorno a casa. Una statistica direbbe che il 99% indossava pantaloni e jeans strappati, secondo quella che è la moda. Di recente ho appreso che per ridurre i jeans in quello stato occorre satinarli (credo sia questo il termine) con delle macchine e una procedura nociva per chi la esegue. Quindi sarebbe meglio almeno fare da sé.
Ad ogni modo mentre osservavo una ragazza con un paio di pantaloni neri aderenti tutti completamente tagliuzzati, mi è venuto da ridere perché ho immaginato cosa sarebbe successo se mia madre avesse incontrato una di queste fanciulle. Ne sarebbe nato un dialogo pressappoco come il seguente (lo scrivo a metà in italiano e non tutto in dialetto, come sarebbe stato):
“Figlia mia… che t’è successo?” Il tono di mia madre è spaventato a morte.
La ragazza  la guarda perplessa
“Cara mia…. ” Mia madre senza alcuna remora si avvicina e l’abbraccia.
La ragazza è spiazzata, ma di fronte a quella premurosa donna anziana che sembra fuori di testa si lascia abbracciare, senza peraltro contraccambiare. Rimane rigida come uno stoccafisso.
Mia madre prende ad accarezzarle il viso, con le lacrime che stanno per arrivare.
“Chi è stato sto’ disgraziato?”
La ragazza la guarda, stavolta con aria interrogativa. Si convince che la donna, poverina, dev’essere davvero fuori di cotenna.
“Che t’ha fatto sto’ figlio di malafemmina, cara mia… come ti senti? Hai chiamato tua mamma, a qualcuno?”
“Signora.. ma… io sto bene”
“No, lo devi dire chi è stato, alla tua età ti devi guardare. Lo devi denunciare”.
Mia madre continua ad accarezzare la ragazza mentre guarda quei pantaloni strappati, certamente ridotti in quel modo da qualcuno che ha tentato qualche tipo di violenza, con quegli strappi non può essere diversamente.
“Chi devo denunciare? Signo’ forse non state bene… vi siete persa?”
“O figliama, ho un’età, certe cose le capisco, voi quatrarelle vi appendete alle labbra del primo che passa, ma dovete stare attente a dare confidenza, che poi succedono queste cose e una è segnata per tutta la vita”.
“Signò, io non capisco quello che state dicendo!”
“T’ha ridotto così e pure lo proteggi? Tu a dì parrare, lo devi dire! Stì disgraziati in galera ani jiri!”
“Signò.. ridotto a chi? ma che state dicendo?” La ragazza comincia a essere stufa.
“L’amore deve essere una cosa bella, se ti mettono le mani addosso diventa un’altra cosa.”
“Ma a me nessuno mi ha messo le mani addosso”
“No? E chini t’arridduciu accussì?” Mostra alle ragazza gli strappi sulle gambe, sulle ginocchia, sul sedere.
“Signo’…. voi siete pazza, questi sono i pantaloni che sono così!”
Mia madre si ferma, gelata. Non riesce a smettere di guardare i pantaloni.
“Tutti strazzati?”
“E’ la moda signo’…” Risponde la ragazza con aria trionfante. Quella vecchia da dove usciva fuori?
“Oh malanova… e come vi viene in mente mu vi strazzati  sti’ pantaloni i sta’ manera??” Mia madre è definitivamente incredula.
“Non li ho fatti io, si comprano così. E li ho pagati pure 98 euro”
“E mammata nduv’era? 98 euro???”
“E manco assai li ho pagati, che erano allo sconto!”
“Oh disgrazia mia….. cumu v’aviti cunzatu….”
Mia madre scioglie l’abbraccio. Pensa ai 98 euro per un paio di jeans stracciati.
La ragazza finalmente soddisfatta e sollevata si allontana e raggiunge le amiche. Mia madre nota che in effetti tutte hanno i pantaloni in quel modo.
Si avvia verso casa. E’ incazzata.
“Non ce l’ho con loro, ma cu li mamme che non le guardano prima ca nescinu. Oh Signuri miu… e puru l’anu pagati. Chi mundu… nduvi arrivammi. Nà vota ti vrigugnavi si giravi cu na’ toppa. E sì che ndamu misu toppi e rattoppi. Mo’ pagano p’essere sciancati. Nun c’è chiu’ nu parmu i niettu. E c’è genti ca mori di fame”.

Eh… cara mamma….. tu, se lei non t’avesse bloccato, tu di sicuro te la saresti portata pure a casa, le avresti fatto da mangiare e poi avresti chiamato a casa sua: venitela a prendere, ca poverella ha avuto na mala jurnata!

NON REGALATE ORSACCHIOTTI AGLI SCONOSCIUTI

???????????????????????????????????????«Non posso, davvero non posso accettarlo»
«E’ così che di solito ringrazi per i regali?»
«Ma questo non è un regalo!»
«Per me lo è e tu lo stai rifiutando!»
Ammettiamolo, nella mia testa girava un’espressione che non osavo articolare. “Ma sei scemo?”.  Avrei voluto dirgli. Ma come si fa a ferire un ragazzo così tenero, così dolce…. ragazzo poi! Per quel che ricordo non era più tanto un ragazzo. Aveva 27 anni o giù di lì. Era quasi un uomo, anzi, senza quasi.
Già la settimana precedente ero rimasta perplessa davanti al garzone del fioraio…. no, è brutto garzone del fioraio, però  fa tanto film francese, sì, lo so che garcon è cameriere e non c’entra niente, ma il suono in compenso fa molto Parigi e già li vedi i chioschi sulle piazzette all’uscita del metrò con tutti quei fiori di campo dai bellissimi colori, giallo, viola, arancione, rosa. Ti richiamano subito la fisarmonica e la voce di Juliette Greco che intona Sous le ciel de Paris e ti vedi volteggiare in un vestito leggero a maniche corte a fiori minuscoli che svolazza mentre il tuo compagno ti stringe alla vita con presa sicura e a passo di danza girate tutt’intorno alla piazza che è umida di una pioggerellina che sulla pelle è benefica, ballate in mezzo alla gente, voi non li vedete, ma loro muovono la testa a ritmo  seguendo la musica e i passi e sorridono, sorridono, partecipi, compiaciuti….. no, aspetta, non correre, torna indietro.
Era garzone appunto, non garcon. E garzone se mai ricorda il commesso malpagato, il ragazzo di bottega della salumeria di Sor Mario a Tiburtina che fa le consegne a domicilio e odora di mortadella.
Ecco. Aveva sbagliato tutto. Se m’avesse mandato, che so, un panino con la mortadella, di quella rosa, sottile, profumata, con i pistacchi, a me non sarebbero venuti  in mente tutti quei pensieri scemi su Parigi che avevano fatto sì che guardassi il ragazzo del fioraio (che poi magari era proprio il fioraio in persona, che ne so?) in modo strampalato da fargli dire:
«E’ lei M.N.?  perché se è lei, questi sono suoi.»
“Questi” era un mazzone di rose, rosse,  non me lo ricordo quante fossero, ma erano tante. Un mazzone appunto.
Ora, se mi mandi un mazzone di rose rosse, altro che Juliette Greco e la visione romantica di Parigi, a me vengono in mente le vene gonfie del collo di Massimo Ranieri che con piglio virile va dicendo rose rosse per te ho comprato stasera e il mio cuore lo sa cosa voglio da te.
A parte il fatto che il tuo cuore sappia cosa vuole da me, non significa affatto che il mio  voglia la stessa cosa, anzi non mi pare proprio, ma quella canzone dice anche: d’amore non si muore.
E allora se già dichiari in partenza che il tuo non sarà mai un amore per sempre e nonostante tutto che me le mandi a fare tutte ste’ rose?
«Signorina ha capito o no che queste rose sono per lei?»
Presi il mazzo come se fossero carboni ardenti e richiusi la porta. Magari avrei dovuto dargli una mancia, ma secondo me quello era il fioraio in persona, mica si dà la mancia al padrone che oltretutto co sto’ mazzone di rose oggi s’è fatto la giornata.
C’era una bustina bianca con il mio nome tra le rose, discreta, timida, sembrava avesse timore a farsi notare. La apro e dentro c’era un foglio scritto a mano. Una poesia. Bella, per quanto ricordi. Ma è un ricordo vago. Lui scriveva poesie, me le aveva fatte leggere qualche volta, ma quella era proprio per me, l’aveva scritta per me.
Se uno vi dedica una poesia, cioè la pensa, la sente, la scrive, la corregge, la rende unica e poi l’appiccica a un mazzone di rose e ve la manda, spendendo anche dei soldi, beh… vuol dire che nella testa di quella persona siete importanti. La cosa quanto meno vi lusinga e voi quella poesia la mettete in un luogo sicuro dove rimarrà – comunque vada – per sempre. Anche perché che ne sapete voi che magari quello un giorno diventerà un poeta famoso e voi, zacchete!, la tirerete fuori e diventate all’improvviso la musa che lo ha ispirato, l’artefice della sua arte?
Voi, non io.
Io non lo so dove l’ho messa. L’ho persa.
E comunque per quel che ne so non è diventato un poeta famoso, credo sia diventato qualcosa tipo un chimico di qualche casa farmaceutica. Un avvelenatore a mezzo di farmaci. Quindi avevo visto giusto.
Insomma, già ero perplessa per le rose, figuriamoci quando quella mattina questo delicato ragazzo biondo cenere (biondo cenere è quello che assomiglia al castano? Perché se no non è quello giusto, tanto per intendersi) mi piomba alle spalle mentre ero intenta sulle mie sudate carte di un libro in biblioteca e mi dice:
«Puoi interrompere un attimo?»
Mi mette in mano le chiavi di un cassetto di quelli dove era obbligatorio lasciare le borse quando entravi in biblioteca e mi fa:
«Vai ad aprire il numero 35, c’è una cosa per te.»
A dire il vero il numero l’ho inventato, non posso ricordare il numero di un cassetto di più di vent’anni fa, no anzi, 30 (ma com’è che il tempo passa così in fretta che mi sbaglio sempre?)
Insomma, ci vado. Lui mi segue.
Io sono curiosa. Lui è impaziente.
Quando lo apro vedo un orsacchiotto, chiaro, seduto, composto, come se fosse lì tranquillo e ubbidiente ad aspettare.
«Cos’è?» Chiedo
«Non lo vedi?» Risponde.
Lo vedevo sì, ma non era una cosa nuova, bello era bello, ma era vecchiotto.
«E’ mio, è stato il mio amico d’infanzia.»
Mi aveva parlato della sua infanzia difficile, aveva avuto non ricordo bene che malattia, una per cui non poteva correre o affaticarsi, quindi giocava poco con altri bambini. Una cosa triste insomma. Però dell’orsacchiotto non sapevo niente.
«Non si regalano cose così.» Dissi.
«E perché?» Replicò.
«Perché è una cosa importante, un ricordo, un giorno ci ripenserai e lo rivorrai indietro e magari io chissà dove sarò. Te ne pentiresti.» Questo chiamasi mettere le mani avanti.
«Per me è una cosa importante e se voglio regalartelo vuol dire qualcosa.»
«Appunto.» Replicai.
Mi stava davanti, così tenero, con lo sguardo quasi supplichevole. Sentivo che stava cominciando ad offendersi.  In fondo mi stava facendo dono di un pezzo della sua vita e io cosa stavo facendo?  Lo stavo spingendo a razionalizzare un gesto emotivo del quale avrebbe potuto pentirsi. Avrebbe, ma mica era detto. In fondo che diritto avevo io di azzerare quell’illusione? Se gli piaceva regalarmelo, e sia.
Presi l’orsacchiotto, che era davvero bello. Conservato benissimo, doveva averne avuto molta cura.

Chissà dove sarà finito adesso. Non lo so, davvero, non ne ho la minima idea.

La felicità

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Quella era la felicità.
A volte certi pensieri ti scoppiano in testa così, senza che tu li abbia cercati, forse perché oggi, capodanno di un anno qualsiasi, è uno di quei giorni da ricordi e dejà vù. Dev’essere per questo. E comunque sì, ora che ci penso, quella era la felicità.
Ti svegliava al mattino a un’ora impropria per capodanno, tu ti rigiravi nel letto, al caldo, imprecando perché avresti voluto dormire. Invece la musica invadeva le stanze (probabilmente anche quelle dei vicini, visto il volume). Di solito erano intermezzi di opere liriche, sceglieva sempre lo stesso lp per risvegliare la sua casa nelle giornate di festa.
Ti buttava giù dal letto perché per mezzogiorno dovevamo essere pronte per uscire e c’era il pranzo da lasciare sui fornelli e la tavola da apparecchiare, tutto previsto per mettere tutti a tavola al rientro.
Ti alzavi che avevi voglia di un caffè e c’era odore di ragù e di polpette, di pasta al forno già messa a cuocere, di pollo e patate rosolati a dovere.
Lei era tutta un fermento, non era neanche triste: un tempo in quel giorno sarebbe uscita con suo marito, al suo braccio, sorridente ed elegante come le piaceva essere. Vanitosa come poche. Ma dopo che lui si era ammalato e viveva su una poltrona o perfino dopo che se ne fu andato, quella era la sua occasione speciale: il teatro, la bella gente che avrebbe incontrato, gli auguri, l’aria di festa, i suoi gioielli da esibire orgogliosamente, (ovviamente quelli eravamo noi).
Sempre, negli anni, quella era l’occasione in cui tornava la ragazza che aveva amato le feste, quella che avevano eletto “reginetta”, come si usava una volta, quella che amava la vita oltre ogni misura.
Lo sguardo si accendeva di una luce particolare, lo specchio la rifletteva felice, l’armadio era lo scrigno da cui estrarre la chiave per decifrare la sua esistenza: un bel vestito cucito apposta per lei come l’aveva voluto, il cappotto intonato, le scarpe e la borsa, i guanti di pelle.
Tutto in bella mostra sul letto e tutto diceva: ebbene, caschi il mondo, questo è il mio momento e guai a chi si oppone.
La vestizione era una corsa tra la stanza e il bagno, la tua, la sua no, era già programmata fin nei dettagli.
Tu la lasciavi parlare, distratta, ti vestivi alla bell’è meglio e mai niente di quello che avevi addosso le andava bene, ti rimproverava perché non ti eri portata niente di adatto all’occasione, (cosa che neanche avresti avuto a dire il vero, visto che le idee in proposito erano divergenti). Ti proponeva qualche casacca scintillante e tu scuotevi la testa finché lei non si rassegnava.
Poi, puntuali, si usciva di casa, salutando lungo il corso fino all’arrivo in teatro, quando le luci si spegnevano in platea e si accedevano sul palcoscenico, dove l’orchestra era pronta.
Lei continuava a sorridere e non smetteva finché la marcia di Radetzky non aveva esalato l’ultima nota a suon di battimani, ai quali lei partecipava accanitamente come una bambina entusiasta.
Ecco.
Mia madre, al concerto di Capodanno, era la felicità.

LA STORIA DEL PAESE PRESEPE

10151827_800014843388121_259758092455597140_nUna volta – è inutile che ve lo dica – il Natale era una  festa da vivere in famiglia, adesso è soprattutto shopping nei centri commerciali.
Una volta – è inutile che ve lo dica – a Natale si giocava a tombola con i fagioli e le bucce di mandarino che profumavano l’aria, ora, quando e se si gioca, si gioca con la tombola con le finestrelle, che per giunta funzionano peggio.
Una volta – è inutile che ve lo dica – la notte di Natale si usciva di casa per andare a messa anche se non eri credente, tutti cantavano Tu scendi dalle stelle, si baciavano, si scambiavano auguri. Ora la notte di Natale si guarda la tv sul divano satolli di cibo che impedisce perfino di ricordare chi siamo, ci rimane una sola particella vagante in testa che va ripetendo “troppe calorie”.
Una volta – è inutile che ve lo dica – c’era la scelta tra pandoro e panettone. Ora ce ne stiamo inebetiti davanti a torrette di controllo nei supermercati persi tra pandori e panettoni farciti di cioccolata mandorlata, crema limoncellata, panna alla nutella, nutella alla panna, frutta caramellata, chantilly meringata e tu sei lì che vaghi con lo sguardo dall’uno all’altro cercando di controllare che non ti scappi la lingua di bocca, giusto perché sarebbe imbarazzante sbavare lì nel mezzo.
Una volta – è inutile che ve lo dica – Natale era il giorno in cui era nato un tizio, per chi credesse o anche no, che si raccontava avesse cambiato la sorte degli ultimi, ma pare che non durò molto.
Adesso Natale – è inutile che ve lo dica – è un giorno in cui dei tali vi svuotano il portafoglio e voi non avete voglia di pensarci troppo che a natale si può fare di più e poi viene una volta l’anno e poi tutti ci sentiamo più buoni e generosi.
Dunque ho terminato i luoghi comuni sul Natale, altri forse ce ne sarebbero, ma li lascio alla vostra immaginazione, d’altronde non è che devo fare tutto io.
Invece voglio raccontarvi una storia, che ad alcuni potrà sembrare la solita storia natalizia sdolcinata, il che può anche darsi, ma poiché è onesta io ve la racconto ugualmente.
È la storia del paese presepe.

Il paese presepe non era sorto per fare il presepe, in realtà aveva – ed ha – un suo nome. Tuttavia, per rispettare la volontà dei suoi abitanti, lo chiameremo il Paese Senza Nome.
Il paese Senza Nome era un manipolo di case arroccate sul costone di una montagna. La vita scorreva tranquilla, al limite della noia ed era modesta e senza pretese.
Un giorno nel paese Senza Nome capitò per caso un manager di una importante azienda pubblicitaria, una delle più note (non la sveliamo per non fare, appunto, pubblicità)
In realtà quell’uomo si era preso una vacanza, ma – si sa – i veri manager non vanno mai in vacanza, ogni momento può essere buono per avere idee illuminanti.
E fu proprio nel vedere il paese Senza Nome illuminato nella notte che gli fece venire un’idea che gli parve geniale: una nuova campagna pubblicitaria natalizia per una nota marca di una bevanda molto popolare. Quel paese era perfetto, sarebbe diventato il Paese Presepe. Le immagini avrebbero fatto il giro del mondo.
Così, in barba ai buoni propositi di assoluto riposo durante la vacanza, chiese e ottenne un incontro con il sindaco al quale in breve illustrò il progetto, promettendo montagne di soldi che il sindaco avrebbe potuto usare per costruire strade ponti ospedali giardini alberghi viali funicolari trainate da funamboli, senza contare, disse, la grande opportunità di diventare una meta turistica.
“Lo sa quanti arriveranno a vedere il paese presepe?”
Il sindaco – un uomo mite e senza doti particolari – lo ascoltò educatamente senza interromperlo, alla fine ringraziò e disse che doveva consultare i suoi cittadini. Il manager  aveva fretta, erano già i primi di novembre, ormai era quasi impossibile preparare la campagna per le feste imminenti. Disse però che sarebbe tornato per fare un sopralluogo e che avrebbero organizzato comunque tutto per lo spot dell’anno successivo.
I due si lasciarono con una stretta di mano.
Poiché nel Paese Senza Nome le decisioni importanti venivano prese dalla comunità, il sindaco convocò i cittadini, in verità poche anime, i quali in linea di massima non videro di buon occhio l’idea che il proprio borgo natio diventasse una specie di luna park dei divertimenti. Addirittura, su proposta di M.P. (anche le identità dei soggetti di questa storia sono rimaste segrete per loro espressa volontà, che rispettiamo) organizzarono al manager una sorta di scherzo.
Il 18 dicembre, due giorni prima del sopralluogo, il paese  fu evacuato. Gli abitanti, muniti di vettovaglie, cibo, coperte e vestiti ben caldi andarono a nascondersi in alcune grotte poco lontano dal paese.
Quello che però gli abitanti però non avevano previsto fu che la scelta audace e bizzarra per loro si rivelò un’avventura inaspettata, una sorta di miracolo di Natale.
Nascosti nelle grotte avrebbero dovuto rimanere tre giorni, ma una volta montate le cucine, accatastata la legna, messo insieme il cibo, si resero conto che avevano di che andare avanti per più di una settimana. Senza contare che cominciarono a preparare pranzi, a bere per scaldarsi, a stare di notte sotto il cielo stellato con qualcuno che raccontava le costellazioni. I vecchi presero a intonare canti che nessuno ricordava più, le donne intrecciavano agrifogli e corbezzoli con cui furono decorate le grotte, i sette figli del povero Z. mangiarono carne per la prima volta, la giovane S. ebbe finalmente il coraggio di dire a suo padre che amava R., un ragazzo bello e spiantato che proprio quella sera baciò con passione davanti a tutti e perfino L., innamorato di A. fin da quand’era ragazzo, nel vederla così premurosa con la sua famiglia, si disse che non era davvero il caso di consumarsi la vita per un amore impossibile ed ebbe voglia di una donna, così si fidanzò con F., la bella fioraia dalla dubbia reputazione. Anche le sorelle T., nubili senza mai un uomo, si ripulirono dalla loro aria arcigna e sospettosa  e risero e bevvero come se non avessero mai conosciuto né vino né riso in vita loro.
Insomma, come fu o come non fu, gli abitanti del paese Senza Nome si divertirono così tanto da non aver voglia di tornare nelle loro case. Per giunta si dimenticarono del manager, dello scherzo e del sopralluogo.
Il quale manager, giunto puntuale con la sua troupe al paese in un gelido giovedì di dicembre, trovò il paese vuoto, abbandonato, le case chiuse, i comignoli spenti e un silenzio assoluto. Insomma un paese fantasma in cui vagarono per qualche ora. Qualcuno azzardò l’ipotesi  che doveva essere uscito di senno, visto che avevano fatto tutta quella strada per un vecchio paese di quattro case diroccate abbandonato chissà da quanto.
L’inspiegabile episodio costò al manager un pezzo di carriera.

Il giorno di natale gli abitanti del paese Senza Nome erano ancora nelle grotte e per quel giorno preparano un pranzo che rimase nei racconti di tutti i presenti per molte generazioni, cantarono e ballarono fino a notte inoltrata.
Poi, come disposto, il giorno dopo si rimisero in cammino per fare ritorno alle loro case tra le proteste dei bambini che sarebbero rimasti volentieri nelle grotte con i loro musi sporchi e i giocattoli sparsi ovunque che ormai non si capiva cosa appartenesse a chi e soprattutto chi non ne aveva mai avuto aveva sentito di averne qualcuno.
La sera del 26 erano nei loro letti stanchi e felici. Per le strade calò il silenzio della stanchezza.
Solo dalla casa di L. arrivava un pianto di neonato che non voleva smettere.
Sì, perché ho dimenticato di dirvi che il giorno prima, il 25 dicembre , G.L. aveva avuto le doglie in anticipo e aveva partorito nella grotta una bellissima bambina di quasi tre chili alla quale – per non apparire presuntuosi – fu attribuito il nome di Nazarena.

Di Nazarena, nata nella grotta, non abbiamo al momento notizie. Ma ci piace pensare che sia sulle tracce degli ultimi e che abbia cercato e trovato il manager, ormai anziano, giusto per il gusto di fargli una bella pernacchia.

 

 

 

Una stanza bianca

3_22-stanza-bianca2008olio-su-tela-40x30-cmCiao mammì,

eccomi qui: sono in una stanza bianca. Non credo tu ne sia felice, tu – come tutte le antiche madri – hai sempre pensato che fossi una principessa e come tale dovessi vivere in un castello, credo sia più o meno questo che le madri un tempo desideravano per le proprie figlie, soprattutto quelle dalle lunghe trecce. Però dovesti sapere che non ho mai avuto il temperamento della principessa, se lo fossi stata il mio sarebbe stato un regno molto particolare nel quale non ci sarebbero stati sudditi e ai lacchè quanto meno avrei offerto il caffè (scusa la rima orribile ma era inevitabile). In quel regno non ci sarebbero stati limiti né restrizioni e l’unica cosa che avrei perseguito sarebbe stata la concordia, ma non al prezzo della rinuncia alla rabbia, a quella avrei riservato uno spazio di espressione particolare,ché sempre buoni – diciamolo – non si può essere. Ma insomma io quel regno non ce l’ho. In compenso adesso ne ho un altro.

Sai, ho comprato una grande pinza gialla per i capelli, una cosa orrenda, ma l’ho comprata per comodità al negozio qui all’angolo, di quei negozi che compri a un euro pure i servizi di piatti (le famose catrieie, ebbene sì, proprio quelle). Ma la novità non sta nell’averla comprata, sta nel fatto che finalmente sta su una mensola del bagno e so che la trovo lì per usarla in casa. E pensa, finora non l’ho mai persa né, soprattutto, confusa con l’altra, quella di osso, più decente, che uso quando sono fuori. Non bestemmio in turco ostrogoto affannandomi a cercare sempre tutto quello che perdo in giro.

Tu dirai: ma che razza di conquista è questa?

Lo so, può sembrare la cazzata del secolo, invece è una grande, immensa conquista: la conquista degli spazi. Il segno che niente, qui, mi confonde. Il tempo non mi rincorre, né la fretta, né l’uggia di lasciar le cose in giro all’ultimo momento per dover scappare da qualche altra parte. Qui posso misurare i miei gesti, pensarli, articolarli nello spazio circostante, sentire il corpo che si espande in quello spazio senza che questo sia invaso da qualcos’altro. È una sensazione magnifica. Tutti dovrebbero provarla almeno una volta.

Qui al mattino e alla sera c’è un bel silenzio, mi godo i pensieri e la musica, magari un programma alla radio e mi addormento tardi senza timore di dormire troppo poco. Qui sembra possibile una dimensione nella quale le parole inutili non esistono più, si può stare con i propri desideri, le idee e magari fare perfino progetti.

Ieri sera ho spostato il tavolo e adesso al centro della stanza bianca c’è un bello spazio vuoto. A che serve? Ma come? Non te lo ricordi? Io ballo, certo il tempo è passato e il corpo non è lo stesso, ma che ci posso fare… il sangueribelle/ribolle ugualmente quando acchiappo la musica che mi muove. Quindi in quello spazio capiti che ci balli.

Mi pare di sentirti: e io t’ho mandato a studiare fuori pa’ abballari sula ‘ntra na stanza? Lo so, sei incazzata come una bestia. Meno male che là non ti capiscono perché stai jastimando in dialetto….

Una cosa diversa è che non ho ripreso a cantare mentre faccio le cose, la voce me l’ha fottuta il fumo (altra jastima… ferma là che ti sto sentendo). Colpa tua, questa era una delle cose che tu avresti potuto fare, cioè, farmi smettere di fumare voglio dire. Eri un a tale scientifica rottura di palle che pur di non sentirti spegnevo la sigaretta.

In compensi… lo credevi? Scrivo. Senza fretta e senza pretese. Leggo molto e scrivo. Le parole sempre di più danno un senso e inventare storie dà un po’ più di significato a tutto il resto.

È questo che volevo? Mah… credo di no, anzi, ho sempre temuto di diventare questo. Una parte di me che messo sempre a tacere l’ha sempre saputo.

Ma ci sono momenti in cui una stanza bianca è la risposta, quando si scopre che a star bene con se stessi si può smettere di far finta di star bene con il mondo. E questa sì, è una vera conquista. Tutto sommato credo si possa essere felici quando si smette di tentare di esserlo a tutti i costi, quando accetti che le cose andate male sono come mele marce in una cassetta di frutta: scegli quelle che ancora sono buone e butti via quelle andate a male.

E a quel punto, cara la mia mamma….. nessuna strega ti può più fregare.

Mentre finisco alla radio c’è Francesco Di Giacomo che sta cantando… se lo vedi salutamelo…. Non ti puoi sbagliare: è un grassone con la voce di un angelo, sicuramente sta da quelle parti.

Io comunque, sto bene.

Quindi, non rompere le palle come al tuo solito!

LA SPESA GROSSA DA MICHELINO

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I supermercati non c’erano ancora, la spesa si faceva dal macellaio e al mercato, dove – in mezzo a polli vaganti e scacazzanti, a uova nelle ceste, a fichi d’India sbucciati e pesati sulle bilance di ferro arrugginite (oggi l’ufficio di igiene  nella persona del suo funzionario perderebbe i capelli unitamente, se maschio, agli attributi di sotto che per questione di buon gusto non nomino, ma forse palle si potrà anche dire) –  i contadini ti vendevano (rigorosamente senza scontrino che allora non c’erano le partite iva) ortaggi, frutta, formaggio, ricotte calde e se li volevi anche i polli (che però poi ti dovevi scannare a casa).
Al mercato tutte le mattine andava mio padre, prima che entrasse in ufficio alle otto. Era la generazione di Andreotti, democristiani e mattutini, tendenzialmente insonni  (ma tengo a precisare che mio padre con Andreotti aveva in comune la democrazia cristiana in buona fede e l’insonnia).
Poi, una volta al mese, accadeva il rito prodigioso, che non era la messa la domenica perché quella ci toccava appunto tutte le domeniche (almeno fino all’età della ragione) ma era la spesa grossa. Premetto che in famiglia eravamo in sette, ma spesa grossa non si riferisce a quello, almeno non solo.
Andavamo un pomeriggio in un negozio senza nome e senza insegna, che chiamavano “da Michelino Amatruda”, il proprietario. In pratica un negozio di generi alimentari che all’apparenza poteva sembrare piccolo, con il suo vecchio bancone di legno e il pavimento grigio di granito, ma dietro agli scaffali nascondeva un magazzino con ogni ben di dio.
Del resto la merce non era esposta secondo criteri di marketing, appeal e merchandising, ma  come de-dè, ovvero affastellata alla rinfusa in ogni angolo dove era stato possibile stipare qualcosa, a eccezione delle bottiglie di liquore, quelle erano ben in fila in alto sullo scaffale: la grappa Julia, la Ferrochina Bisleri, la Sambuca, lo Strega, il Cynar, l’amaro Ramazzotti e così via.
Michelino, il “principale” stava alla cassa sulla sinistra. A dire il vero la cassa non c’era, ma c’era una calcolatrice che lui manovrava con una velocità ipnotica, producendo un  rumore metallico simile a una piccola cascata di chiodi sottili.
Va detto che il nome era fuorviante, in realtà Michelino era un bell’uomo corpulento che teneva sempre tra le labbra una sigaretta accesa e aveva una gran bella voce robusta, una voce d’attore.
Com’è che quello fosse uno dei miei luoghi preferiti, com’era che quando eravamo in procinto di finire le provviste mi montasse dentro quella panna di eccitazione e per nessuna ragione al mondo avrei mancato quell’appuntamento, non so spiegarlo.
Non arrivavo neanche al bancone, per vedere cosa accadeva lì dietro mi ci aggrappavo con le mani e all’occorrenza dovevo stare sulle punte per seguire l’andirivieni dei lavoranti (che niente avevano dei commessi odierni, non so i contributi, ma credo neanche quelli) che depositavano la merce richiesta sul banco costruendo una specie di montagna di ogni sorta di prodotto  bene in vista.
Chili di pasta di ogni forma e dimensione, scatole esagonali di cartoni di latte (in buste triangolari, un packaging invidiabile) e poi salami provole, scatole a pila di formaggini come torrette di guardia, confezione bianche rosse e blu mega di biscotti Wamar, (me lo sento il correttore metterà Weimar..) bottiglie di olio materne, confezioni di carta igienica a gogò, marmellate, nobili pezzi di cremini da tagliare a fette avvolti in elegante carta dorata.
Su, giù, dietro prendi, avanti posa.  Su, giù, dietro prendi, avanti posa.
E poi c’era lui, l’anziano signore, alto, che sovrastava tutti, non aveva l’aria di essere un lavorante come gli altri, ero bellissimo, con gli occhi verdi, la barba rada, i baffi e un sorriso sornione che sembrava prenderti in giro. Diceva sempre:
“E per questa bella bambina niente?” . E mi faceva l’occhiolino.
Io avevo imparato cosa voleva dire. Era l’ora di scendere dalle punte e tirare un sospiro di sollievo, eravamo al termine delle operazioni e lui si era ricordato di me.
Si passava così al conto, l’epilogo: tutta quella manna accumulata in un angolo, veniva contabilizzata e spostata via via dall’altra parte.
“Cinque provole mangerotti. Sette scatole milkana. Dieci spaghetti. Dieci penne. Dieci rigatoni. Cinque avemaria. Cinque pastina. Sei cartoni latte da dieci. Cinque salami. Dieci eridania. Sei caffè. Otto farina….”
E così via. Non c’erano articoli e sostantivi. C’era solo sostantivo numero marca.
E Michelino batteva sui tasti alla velocità della luce da sembrare Jonathan Archer a bordo della sua  Enterprise.
“Cinque provole mangerotti. Sette scatole milkana. Poi? Dieci spaghetti. Dieci penne. Dieci rigatoni. Cinque avemaria. Cinque pastina. Poi? Sei cartoni latte da dieci. Cinque salami. Poi? Dieci eridania. Sei caffè. Otto farina. Poi?”
Ripeteva tutto con la sua bella voce da attore.
Nel frattempo mio madre, mio padre e mio fratello stavamo attenti, a guardare. E infine era la volta di mio padre che parlottava con Michelino, pagava una parte, mentre l’altra finiva in un quaderno, che allora le rate si pagavano così, sulla fiducia.
Tuttavia la parte più bella doveva ancora venire. Di solito arrivava la sera stessa, a volte il pomeriggio del giorno dopo, quando la manna arrivava a casa scaricata da un lavorante che depositava quattro o cinque scatoloni nell’ingresso.
Era il mio momento. Li aprivo febbrilmente e cominciavo a frugare dappertutto. Conoscevo il contenuto eppure provavo uno stupore autentico, mi sorprendevo davanti ai formaggini, alle scatole di latte, alle confezioni di pasta. Insomma non c’erano né Barbie né Ken (peraltro mai conosciuti)  là dentro, ma c’era troppo di più. Io svuotavo l’Enterprise con la scusa di aiutare.
Il vero motivo però era che lì dentro c’era il mio regalo.
“E per questa bella bambina niente?” .
Lui manteneva ogni volta  la promessa, perché da qualche parte di sicuro c’era un cartoccio bello grosso incellofanato colmo di  cioccolatini perugina, caramelle rossana, caramelle alla frutta, caramelle alla menta.
Fortuna (o sfortuna?) mia madre era beatamente ignara dell’attentato alle carie di quel malloppo. Quindi quel regalo non aveva gusto di proibito, né portava con sé alcun senso di colpa. Era un regalo che arrivava con la spesa grossa.  Punto.
Che dire? Era bello, ogni mese, quel piccolo batticuore di entusiasmo.

 

Prossimo romanzo: Rocco, il camionista brocco

Camionisti-e-camion-07Qualche giorno fa ho ricevuto la scheda di lettura del mio secondo romanzo da un premio molto prestigioso, che ho conosciuto e seguito in questi due ultimi anni e nei confronti del quale nutro profonda stima per il lavoro che svolge, ovvero quello scouting di autori emergenti che le case editrici non fanno più. Ho letto anche diversi romanzi che a seguito della menzione a questo premio sono stati pubblicati, tutti di buon livello, e lo dico da lettrice assatanata quale ormai sono.

Con la scrittura ho un rapporto disincantato, non nutro ambizioni di fuoco e se partecipo a delle competizioni come queste è solo perché mi metto in gioco per capire come funziona quello che scrivo e se mai trarne esperienza e possibilità di miglioramento. Mi dà, inoltre, un obiettivo per lavorare.

Tuttavia il giudizio che ho ricevuto dell’opera mi ha lasciato perplessa. Il mio primo libro parlava di donne, erano storie di donne, so perfettamente che da un punto di vista narrativo il romanzo era fragile, era una bella idea trattata male, sono sempre stata consapevole dei limiti di quella storia, anche se conteneva belle pagine, delle quali ho avuto ampia testimonianza.

Nel secondo romanzo invece il protagonista è un uomo: un critico teatrale con un amore doloroso alle spalle, una donna che mi serviva per creare la metafora del SE cui fa riferimento il titolo.

In gioventù è stato un ragazzo timido, sensibile, non un trombeur de femme per intendersi, penso che nella vita reale ne esistano, o no?

Ebbene, se nel primo romanzo avevo accettato di sentirmi dire che i personaggi maschili erano dei coglioni sullo sfondo (ho semplificato il concetto ma di fatto questo era), questa volta leggere che oggetto del romanzo è il “genere femminile”…. (boh!) o che “il personaggio maschile nel suo vivere di luce riflessa finisce per rivelare un’inconsistenza non bilanciabile con il femminile rappresentato da Oriana”…. Non riesco a capirlo.

Se mi dici: lo stille è lezioso, troppo femminile, è un fatto, non va bene, allora posso capire dove ho sbagliato. Ma qui sembra che parlare di fragilità, anche maschile, sia qualcosa duro a digerire.

Mi si dice che ho “immolato” il protagonista nel finale (facendo riferimento a un episodio storico pesante nella storia d’Italia) beh.. non sono io che immolo, è la vita che immola. Questo romanzo ha avuto il suo inizio da una fotografia, non svelo i meccanismi. Solo mi sono chiesta: come sarebbe stata la vita di quest’uomo? E da lì sono partita.

Mi si può obiettare il come, ma non il cosa.

Ebbene sì, sono imbevuta di letteratura femminile, ma non sono forse le donne che ora leggono di più? Non lo dico io ma le statistiche. E se anche la mia scrittura fosse “femminile” (cioè, credo, con tutto quello che questo comporta in termini di sensibilità diversa) sarebbe un limite? Io non mi sono mai posta il problema. Anche perché non ho mai scritto di marinai facendoli parlare come dame in un salotto o donne al mercato.

Ho scritto racconti duri con personaggi maschili incazzati, sì. La scrittura è un punto di vista, tuo o del personaggio al quale dai vita.

Forse che Virginia Woolf o Simone de Beauvoir sono lette in gran parte da uomini? Mi piacerebbe saperlo.

Forse che in Italia scrittrici di successo come Marcela Serano che ha spudoratamente una scrittura femminile e scrive praticamente di donne  non ci può stare e sia in sé un limite? Forse che non c’è spazio per le voci diverse?

Non so, sono dubbi, ma sono dubbi che mi fanno pensare che devo dare sfogo alla mia anima da marinaio, perché ne possiedo una e ne sa qualcosa qualche mio amico.

36989_1528401693059_1325198766_1409247_8260005_n1Ecco perché la prossima volta manderò un romanzo con la storia di Rocco, un camionista, e del suo viaggio su una autostrada un 31 di luglio prima di arrivare a destinazione.

 

Chiacchiere nell’armadio

rack«Che caldo, non ne posso più di stare al buio, e poi avrei bisogno di una spazzolata, mi sento la polvere dappertutto. »

«Hai proprio ragione, anche a me sembra di perdere colorito in questa penombra desolante.»

«Fatela finita di lamentarvi, proprio oggi che mi sento così bene, di un colore acceso, fatto apposta per una giornata così.»

«Ma va là!? Ma ti sei visto? Verde vomito! Tu sei stato uno sbaglio, non dovresti essere qui, bada piuttosto a non gonfiarti troppo, che l’acrilico si strappa!»

«Pensa a te, stupido, che sei di tela e nessuno ti si fila, troppo complicato da portare a giro. Io invece acrilico o no, sono sempre pronto. »

«Alt, smettetela, non dimenticate che siamo di mattina e la mattina, si sa, è sobria, voi dunque sareste sbagliati.»

«Ma di che ciarlate? Avete dimenticato che giorno è?»

«Che c’entra che giorno è…. Il nero va sempre bene e il mio è perfetto in tutte le occasioni.»

«È sabato, sabato, sa-ba-to! Non si esce mai  il sabato mattina, non si lavora, si sta in relax, si fanno faccende, si sta in casa. Quindi la tuta è perfetta, rassegnatevi, oggi tocca  a me»

«Però…  sbaglio ….. ma qualcuno di voi è stato al supermercato in settimana?»

«Al supermercato? No, io no»

«Io nemmeno»

«Nemmeno io»

«Ecco, quindi oggi si esce, cara la mia tuta…. Oggi non ti tocca, vedrai, oggi prendo aria io. Gonna zingara e sahariana. Siamo due compagne fatte l’una per l’altra.»

«Mah…  vi piace così tanto ascoltarvi? Sarà che qui dentro ci sono invecchiato, so come va il mondo. Neanche ci state più voi, là fuori, siete out, fuori uso, proprio come me. Non datevi troppe arie, che siamo abiti stipati alla polvere e nessuno di noi vede la luce da quel dì. Questa è la verità.»

«Vecchio uccello del malaugurio, non è perché sei diventato vecchio (brutto lo sei sempre stato) che devi tirarcela a noi…. Magari ti gettasse via, e diciamola tutta, puzzi anche! Ma di che t’hanno fatto? Povero te, due lire spese male.  Sei diventato trasparente a furia di non vedere la luce…. Comincia a salutare il tuo futuro da straccio, magari sarai proprio tu il prossimo a levarci la polvere di torno!»

«Stracci siete tutti, e vedrete la fine che farete anche voi un giorno, si invecchia, e le mode passano, e le  persone pure. Vi illudete tutti i giorni di uscire da qui, ma da quand’è che non prendete aria? Io sarò vecchio e noioso, ma una faccia la so riconoscere, voi non fate che agitarvi e non capite un bel niente!  Ma l’avete mai guardata in faccia? Ma vi sembra che sia una faccia da indossare pois, fiori, frou frou… diciamolo, siete abiti deliziosi, ma siete inadeguati. Non sono più i bei tempi cari miei. Rassegnatevi!»

«Ecco, appunto, la tuta va  sempre bene, quale sia l’umore, o la stagione… vedrete, oggi uscirò io a godermi il sole. Ma state tranquilli che al mio ritorno vi racconterò tutto»

«Ehm…. Scusate…. »

«No, no, io sono giovane, fresco,  io non mi rassegno per niente, faccio venir voglia solo a guardarmi. È per questo che sono qui.»

«E perché io?  Guarda che azzurro, ispira vita nuova, voli  alti. Sto benissimo, sento che è la mia giornata.»

«Ehm…. Scusate… Posso parlare?»

«Che vuoi tu laggiù?»

«Lo so, sono inadeguato, non sono alla vostra altezza, sono vecchio logoro e nero, vivo sempre buttato in quest’angolo… ma vorrei ricordarvi che sono io che esco più di tutti, a colpo sicuro. La maglia è sempre la stessa, abita nel cassetto qui sotto, è  nera come me, ormai facciamo coppia fissa.»

«Ma sì ma sì…. Ma lo sai anche tu, è stato un caso, è stata la fretta negli ultimi tempi.»

«Ma quale fretta? Ma se non si va da nessuna parte! Ma dove volete che vi porti? Per camminare basto io. Vi piaccia o no.»

«Perché, vorresti dire che non starei bene nel verde di un bosco? O su un sentiero di ghiaia e di tigli?»

«E come no?!  Con quelle alette leggiadre sui fianchi sei perfetto, soprattutto se piove, o  se c’è fango, adattissimo sei! Metti le ali!»

«In effetti ha ragione…. Nessuno di noi è più adatto…. O forse è lei che non è più adatta a noi…  »

«Non vi montate la testa e non lamentatevi troppo,  vi assicuro che  me ne starei volentieri nel mio angolo, sono stanco di uscire ogni giorno, d’essere lavato ogni due giorni, steso, indossato scaraventato nell’angolo e via di nuovo così. È un’esistenza faticosa, cosa credete?  Sono io che uscirò anche oggi e badate che non è un buon segno per nessuno. Cari graziosissimi abiti, jeans, pantaloni, gonne e casacche. Non ci sono occasioni per voi. Quindi vinco io, se proprio volete vederla così.»

«Shhhh silenzio, ho sentito i passi, è l’ora.»

L’armadio si apre,  tra gli abiti serpeggia speranza, timore, rassegnazione e voglia, ma  la mano di nuovo raggiunge senza esitazione l’angolo da dove sfila i vecchi pantaloncini neri.

La maglia è già addosso.

03_02_armadio_a_muroRichiuse le ante, là dentro scende qualche lacrima e si ode qualche sospiro. La tuta rabbrividisce, e proprio non lo comprende, no, sussurra con amarezza:

«Ma perché quel coso vecchio? Io, comunque, sarei perfetta per le camminate. Ma perché non io, nuova come sono?»  Blatera e  si restringe di rabbia.

 

 

 

 

Footing o futting?

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Intorno ai quindici anni – erano i fatidici anni 70 – ero una ragazzina sveglia e impegnata parecchio tra scuola, sociale e politica. A quei
tempi la forma fisica non era propriamente un pallino e del resto il mio incontro con le attività sportive si era già rivelato una catastrofe. Intanto alle medie la mia insegnante aveva il naso con la punta all’insù, portava con eleganza anche le buste della spesa e ci faceva stare sulle punte con la schiena dritta perché, della serie, eravamo femmine, e niente di meglio di questo per risvegliare in me l’istinto da masculazza. Il secondo tentativo fu con la pallacanestro, che era una sport che mi appassionava. Ma fu una relazione breve e burrascosa con una rottura infelice: primo perché la mia statura quella era e quella restava e per quanto mi consolassi dicendo che potevo sempre giocare da playmaker che mica tutti sono alti, la mia carriera franò una domenica mattina durante un torneo che si disputava su un campo di cemento alle scuole elementari. La partita l’ho rimossa, ma l’inizio no e nemmeno quell’affabile ragazzino che subito appena avviai la mia performance mi disse dalla linea:

“ O numero dieci, e nduvi a jiri????”

Inutile dire che questo ha decretato la fine del mio amore per la pallacanestro.

Poi al liceo: un’insegnante memorabile (zoppa e anziana) che tanto per capirsi mi negava gli esercizi alla spalliera perché secondo le sue conoscenze avevo le tette grandi e poteva essere pericoloso!!

Comunque verso i quindici anni  prese anche a me l’idea della forma fisica, così io e un’altra pazza come me decidemmo che la mattina prima di andare a scuola avremmo fatto footing (mi viene in mente che oggi non si chiama più così).
“Futting?” Chiese  mia madre  alla notizia (mia madre con le parole inglesi era una vera potenza).
“No mamma, futing”. Non c’è stato mai verso: per mia madre quelli che correvano in giro sono sempre rimasti quelli che andavano a futting.

Ma l’avventura delle due amiche pazze non si ferma qui: noi dovevamo ottimizzare al massimo quell’allenamento, per cui il metodo prevedeva che non solo avremmo corso, ma ci saremmo impacchettate come due trote nelle buste di plastica per sudare di più, e non solo, per giunta nere perché attiravano il sole, secondo noi il massimo dell’effetto! Quindi a correre ben impacchettate nelle buste della spazzatura alle 7 di mattina.
C’era un solo problema: che tutte quelle buste grosse e nere attorno alla pancia e alle gambe sotto la tuta, prima di aderire alla pelle producevano uno sfrigolio rumoroso che a muoverci sembravamo due astronavi che hanno sbagliato manovra e  strusciano contro i muri.
Mentre uscivo di casa nel silenzio al mattino presto, mia madre dal letto apriva un occhio e bofonchiava:
“Ma nduvi vai a st’ura cu stu sgrusciu ca ti piano pi’ pazza!”
E in effetti che parevamo due statuine plastificate, lo potevamo leggere sulle facce di quelli che incontravamo. Era vero: facevamo uno sgruscio strano.
Che poi a dirla tutta mica me lo ricordo se abbiamo mai corso e quanto è durata.
Però, in compenso, mi ricordo il colore del cielo primaverile di mattina presto e l’odore degli alberi di arancio: dolceamaro come la nostra età.

 

I’ BUTTIGGHI

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Erano in tutto tre i giorni dell’anno in cui mia madre non era in casa: il giorno delle grispelle per natale, il giorno delle cuzzupe per pasqua e il giorno delle bottiglie per l’inverno.
Il giorno delle bottiglie cadeva verso la fine d’agosto. Io mi svegliavo e in casa c’era un silenzio insolito. Dopo la colazione, mi sciacquavo il muso e andavo al vecchio forno di mia zia, poco distante, dove gli adulti erano già tutti all’opera. C’era profumo di basilico e pomodori e da fare per tutti. Due quintali circa di pomodori erano stati lavati e messi nelle cassette al sole. Poi era la volta del lavaggio delle bottiglie, le migliori erano quelle della birra da tre quarti, riciclate, anno dopo anno. Erano sempre le stesse.
A me era riservato il basilico, dovevo lavarlo e sfogliarlo, facendo attenzione a lasciare intatta la cima. Quella serviva per le bottiglie con i pomodori a pezzi, che dovevano essere pressati per bene, “mungiuti” , altrimenti il rischio era che rimanesse aria e le bottiglie sarebbero scoppiate. Lavoro di responsabilità che di solito mi lasciavano iniziare, ma ahimè, a finire la bottiglia “bella mungiuta” era sempre mia madre.
Si passava quindi alla spaccatura, mia madre lavorava di polso e coltello, quando era soddisfatta ripeteva “belli, belli chini“, il che voleva dire che i pomodori erano sani, grossi e maturi. Giusti insomma.
Chini e spaccati  riempivano  “i quadari piccirrilli”  e venivano messi a bollire sulla legna fino a “squadarsi“.
La fase successiva toccava a mio padre, che aveva fissato la macchinetta dei pomodori al tavolaccio con due vaschette: una davanti raccoglieva la salsa e una dietro per le bucce che venivano espulse. I mestoli pieni di pomodori bollenti andavano e venivano dal bocchettone della macchinetta. La salsa tonfava nella vaschetta e mia madre la trasferiva nelle bottiglie.
Ah, io c’avevo già infilato le foglie di basilico lavate. Mica dormivo!
Poi le bucce: venivano passate più volte. Più il pomodoro era chino, più le bucce erano succose e quindi venivano rigirate nella macchinetta, perché quello era il cuore del pomodoro, finché non ne uscivano secche e  incolori.
Le bucce da quelle parti allora non si buttavano, c’erano appositi secchi destinati alla “vrudata” per i maiali di qualcuno che in campagna non mancavano mai.

bidoni-2Si arrivava alla sera, con le bottiglie che mio padre aveva chiuso ermeticamente e via via,  una per una, mia madre sistemava nella quadara grande, con vecchie coperte a  coprire gli spazi vuoti. Poi il fuoco veniva alimentato e le bottiglie coperte “avianu i vulliri na nuttata“… e quella era la notte dell’attesa.
Il rischio che le bottiglie scoppiassero c’era sempre.
Il giorno dopo, al mattino presto, mia madre e mio padre erano già lì  a svuotare la quadara grande e trasferire le bottiglie nelle cassette.
Quante ne erano scoppiate? Due, tre, quattro…. era andata bene! Fino a dieci era un successo.

Negli ultimi anni della sua vita mia madre, rimasta sola, ancora si ostinava a voler fare qualche bottiglia, in casa. L’ultima volta sperimentò un metodo che le avevano suggerito: Le bottiglie chiuse e ancora calde lasciate avvolte nelle coperte, senza farle bollire.
Beh, quella notte dell’attesa fu costellata da rumori … bum… bum… bummm…

Una tragedia!
Mia madre il giorno dopo pianse, pianse sul pomodoro che aveva invaso il pavimento e sui cocci.
Pianse per la salsa andata a male? No
Per la fatica sprecata? No
Perché doveva raccogliere il pomodoro? No
Perché si era rovinato il pavimento? No
Pianse perché erano scoppiate i buttiggli… le sue, che conservava da più di 30 anni,  anno dopo anno, quasi fossero una cosa preziosa appartenuta alla famiglia.

Fu la volta buona: smise di fare i pomodori e si convertì ai pelati.

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