Io libro, tu libri, essi librano

Oggi in una chat (ottimo strumento per comunicazioni, pessimo strumento di dialogo) ho letto la seguente frase “.. i rari cittadini che leggono, meno di quelli che scrivono e pubblicano e presentano settimanalmente libri” accompagnata da una definizione di un’abitudine ormai “borghese” (ovviamente ogni riferimento era puramente casuale)

Cerco, ove possibile, di evitare di rispondere alle “provocazioni” via chat, anche quando queste rivestono carattere di spunto di riflessione, perché le chat da questo punto di vista sono uno strumento perverso: semplicemente in chat mi rifiuto di discutere, ci sono i luoghi di incontro per quello, fisici, nei quali mi assumo la responsabilità di metterci la faccia.

Però – e lo dico esattamente come sta nel mio pensiero – mi sono rotta di queste battute, di queste generalizzazioni: ognuno ha la sua storia e bisognerebbe conoscerle, le storie.

La mia, “librescamente” parlando, è nata molto presto, in una casa in cui i libri giravano, ti arrivavano come regali di natale, ti inchiodavano nel letto nelle giornate di pioggia quando ancora neanche sapevi il mondo che ti aspettava fuori e cosa fosse la vita. I libri sono stati i miei grandi maestri, da sempre, ed è in quel mondo che ho imparato tutto quello che c’è da imparare (o quasi) e che mi hanno reso la persona che sono della quale, tutto sommato, sono abbastanza contenta, pur nelle botte prese (ma quelle non hanno a che fare con i libri, per l’appunto)

La mia infanzia era la felicità di andare nella cartolibreria sul corso (l’unica che vendesse libri) e poter prendere un libro nuovo da leggere che l’anziano proprietario segnava su un quaderno (conto aperto, pagamento a rate sulla fiducia, sono figlia di un impiegato ed eravamo cinque figli) poi da adolescente è stata in parte in una libreria (la prima vera libreria nel luogo in cui sono cresciuta) che stava all’angolo di casa mia, quando le generazioni credevano nella politica, nella partecipazione, e si formavano i capannelli fuori, musica e libri erano pane quotidiano.

Salto le tappe, che sarebbero lunghe a raccontarsi, ma l’oggetto “libro” nella mia vita c’è sempre stato, ed era qualcosa da scagliare “contro” non stava nei salotti borghesi con i quali non ho mai avuto a che fare. Quel “contro” conteneva autori, mondi, conoscenza, lontani dalla piccola provincia calabrese eppure intrinsecamente collegati e legati.

Poi, molto tardi, è arrivata la scrittura, alla quale ho sempre guardato con estremo disincanto, senza mai ergermi su un piedistallo inesistente, ed è arrivata per caso (anche se scrivevo da sempre) accompagnata da una mancanza di coraggio della neofita che si sente un elefante nel negozio di cristalli. Rispetto, ho sempre avuto massimo rispetto per quel mondo.

Ho cominciato a scrivere anche di libri su uno tra i primi siti che se ne occupavano, anche perché da insegnante ho sempre pensato che la conoscenza sia il primo strumento di riscatto (mica l’ho detto io eh..), di acquisizione di senso critico che oggi, mi pare, sia difficile da trovare.

Ho cominciato a partecipare a concorsi, perché la mia autostima è sempre stata bassa e quel senso di rispetto invece molto alto. Ho perso il conto di quanti ne ho vinti, e lo dico senza falsa modestia e anche qui bisognerebbe discernere: ci sono concorsi e concorsi, come siamo pieni di libri, di presentazioni di tutto e il contrario di tutto, c’è una marea di concorsi per rafforzare il proprio ego: ma un conto è se ti scelgono scrittori veri, altro è se ti scelgono per pubblicarti nell’antologia che poi ti vendono.

Anche qui sarebbe lunga a spiegare ma qualche sera fa mi sono sentita dire: “non si invitano autori locali perché poi tutti vorrebbero esserci”…. quando poi vedo che “autori locali” ben forniti di stretti legami che si rifanno ai patti lateranensi ci sono. Mi è venuto da ridere. Perché, ormai, c’è solo da ridere.

Io leggo di tutto e leggo senza pregiudizi di sorta, i grandi e le schifezze (ma le schifezze si scoprono solo vivendo, non presumendo)

E poi diciamolo una volta per tutte: scrittori sono quelli che fanno quel mestiere lì, che vivono di quella cosa lì, come diceva il buon Stephen King, ed oggi si contano sulla punta delle dita: ma cazzarola un conto è se scrivi poi mandi il manoscritto a una casa editrice a pagamento (scelta sacrosanta, per carità, se pensi di avere qualcosa da dire) e vedi il tuo bel nome in copertina. Un altro è se scegli le case editrici a cui mandarlo (conoscendo questo mondo), quelle che possono fare al caso tuo ed è la casa editrice che TI SCEGLIE.

Per cui, alla fine di questo micro sfogo (tanto altro avrei da dire) e beh…. anche basta: conosco autori validissimi, a volte molto di più di autori compratissimi, e gente presuntuosa e saccente che legge quando pubblica (il proprio)

Può darsi che appaia io presuntuosa, non posso escluderlo, ma vorrei avere tempo e luogo per dispiegare un discorso, una riflessione che nel mare magnum forse andrebbe fatta, ma non ora e non qui.

Però: non siamo tutti uguali, non possiamo mettere tutti nello stesso calderone e soprattutto: “borghese” nel senso dispregiativo del termine, nella fattispecie, lo dici a qualcun altro. Non appartiene in alcun modo alla mia storia, alla mia formazione, alla mia provenienza, alla mia vita. Che è fatta di mille piccole e grandi cose, mille grandi e piccole lotte quotidiane, decine e decine di amici con cui condivido ancora mondi sospesi, del mio lavoro e della mia esperienza su questa terra, dove nessuno è dio tranne non si chiami Pasolini, Tolstoj e un altro centinaio di nomi che mi sfuggono come il tempo e tra i quali non c’è né il mio né il vostro. Con buona pace di tutti.

L’immagine è un libro il cui sottotitolo è : Cose da Fare Mentre Fai la Cacca: Libro di Attività Divertenti per Adulti e Ragazzi con Giochi, Curiosità e Molto Altro. Goditi il Momento!

Sto in serie C, A e B però mi ha pubblicato! Ecco.

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