Malavuci soffiate nel vento da una cantastorie

Molto tempo fa nel secolo decimonono, Honoré de Balzac diede alle stampe “La signorina Cormon”, titolo originale “La vieille fille” che letteralmente significa “La zitella”.

Storia  esilarante di  Rose-Marie-Victorie Cormon, attempata quarantenne, corpulenta e ingenua, discendente di una ricca famiglia borghese che cerca marito. Inutile dire che i pretendenti mirano al suo patrimonio, più che alla povera Rose-Marie. Il romanzo, crudele e grottesco, nel quale sono frequenti doppi sensi a sfondo erotico,  forte per quei tempi, è considerato un capolavoro del romanzo moderno, anche se non è molto conosciuto.

Con Malavuci di Antonella Perrotta, La signorina Cormon non ha molto a che fare per trama o stile, ma nel leggere l’opera di Antonella ho ripensato a questo romanzo di Balzac che lessi molto tempo fa, e questo credo dica già molto.

L’abilità narrativa, il tenere insieme la storie e le storie, il creare personaggi a tutto tondo pur nei rapidi tratteggi, il restituire l’atmosfera di un piccolo paese pettegolo, San Zefiro, dove le chiacchiere viaggiano con il vento e soffiano malamente sulle vite di uomini e donne, mi ha ridato il piacere di una lettura che non provavo da tempo, un po’ come sedersi accanto a un ruscello che scorre e trovare il piacere della frescura lontano dall’afa, sotto l’ombra di fronde mosse dal vento.

In un panormara letterario che ci offre eccellenze, ma spesso anche storie pretestuose, pseudo-intellettuali, che talvolta nascondono l’incapacità di costruire degnamente una storia, una trama, dei luoghi, Malavuci, nei suoi toni che virano sapientemente dall’ironico al drammatico, possiede quella narrazione che crea un affresco, geografico, fisico e umano, come avviene nei “grandi” romanzi.

Pagine ironiche, talvolta comiche, altre volte tristi da far velare gli occhi: le reazioni di chi legge si snodano su un solido filo narrativo che suscita empatia e antipatia, ma sempre coinvolgimento.

Ambientato a San Zefiro, un piccolo borgo calabrese immaginario, siamo nel 1919 e dopo la guerra arriva ad ammazzare pure la Spagnola , che alcuni credono si mandi via con gli scongiuri perché causata da qualche magara. La magara è una ragazza, Lela, colpevole di essere forestera: è lei  la strega della quale liberarsi (ah! i pregiudizi!)

Poi c’è Sasà, figlio di Antonio e Caterina Bellosguardo, famiglia di carriamorti (ovvero proprietari dall’agenzia di pompe funebri, Il Trapasso) che sulle labbra dei paesani diventa  la fimminella di cui sparlare, con grande rabbia della madre che farà di tutto per sfatare questa malavuce (ah! i pregiudizi!)

Un intreccio di vite che l’autrice ci racconta in veste di “cantastorie” e che in un momento di pausa dalla lettura ho preso in mano perché la sera prima di dormire devo comunque guidare la mia insonnia con qualche pagina al letargo della mente e del corpo, ma che invece mi ha catturato completamente, tenendomi sveglia, e mi ha fatto scoprire una narratrice di stoffa! (devo recuperare Giuè, il primo romanzo, che pure ho)

Non ultimo vorrei segnalare la grande cura grafica ed estetica di questo romanzo e voglio dirlo, visto che mi sta capitando di leggere romanzi di accreditate case editrici con refusi e impaginazioni penose. Ecco, l’ho detto.

Antonella Perrotta, Malavuci, Ferrari Editore

Antonella Perrotta nasce in Calabria, dove vive e lavora. Laureata in giurisprudenza, appassionata da sempre di storia, scrittura e letteratura. Suoi racconti sono presenti in volumi collettanei. Collabora, inoltre, con riviste e blog culturali. “Malavuci” è il suo secondo romanzo, dopo “Giuè.

Fadia: un romanzo d’amore e di viaggi

Com’è una storia d’amore che non ti aspetti? È quella che racconta Sandro Gioffré nel suo ultimo romanzo Fadia tra un “mulo” e una novizia.

I “muli” sono i figli di una terra, la Calabria, che per fare strada devono scalciare, masticare polvere, erba e veleno, ma in quanto muli sono testardi e mirano al riscatto, tirano dritto senza contare le volte che hanno dovuto battere la testa, piangere di dolore e di rabbia. Figli non riconosciuti dai padri e non desiderati da madri costrette. Sono coloro che si imbattono nelle regole del tu vieni dopo, per ultimo, perché non sei nessuno e devono ingoiare fiele per fare quello che desiderano, nel caso del protagonista, il “mulo di questa storia, il medico.

Con un sapiente espediente letterario il romanzo inizia da una fine, perché è quando stiamo per perdere tutto che lottiamo ostinatamente per tenerci la vita, i sogni, i desideri, le illusioni, tutto ciò che è rimasto insoluto e inappagato. E forse solo così la vita torna.

Il “mulo” è Andrea Bisi il quale anche grazie a un insegnante dall’esistenza complessa che, come un marchio, gli lascia in eredità la storia di una passione (quella tra la principessa Spinelli e il compositore Giavanbattista Pergolesi) diventa medico nonostante il baronato.

Andrea trova la sua principessa, bellissima e inafferrabile: Fadia. Se ne innamora, lei è promessa a Dio, è una novizia cattolica in terra siriana. La perde.

Nel perderla Andrea perde anche il mondo che intimamente cerca, le voci della grotta dov’è cresciuto lo raggiungono anche quando sono lontane nel tempo e nello spazio, quando avrebbe dovuto e potuto dimenticarle. Ma non si cambia la sostanza di cui siamo fatti.

Andrea cercherà Fadia, tornerà in Siria (che l’autore conosce bene per esserci stato) ricca di bellezze, di monumenti e fascino religioso, là dove ha conosciuto Boulos Yazigi, arcivescovo di Aleppo: la ritroverà martoriata e succube di una guerra feroce, le cui atrocità non risparmiano nessuno.

Riuscirà a trovare Fadia?

Ho letto il romanzo di Santo Gioffrè rapita non solo dalla storia, ma anche dalle descrizioni di luoghi e situazioni che mi sono resa conto conosco molto poco. Sono partita in viaggio con Andrea Bisi, il protagonista.

Su tutto (la storia di riscatto, di ricerca, l’amore vero, quello autentico e passionale come la vita, come le scelte che ci conducono alle nostre “voci”, alla nostra sostanza) c’è anche la mancata storia d’amore tra un Oriente dalla storia millenaria in preda agli scenari di guerra dei quali si tace, a scapito di altre guerre che ci sembrano più “nobili” perché c’è in ballo il nostro Occidente: un filo spezzato tra due mondi che corrono distanti verso l’autodistruzione e non conoscono la comprensione, la storia, ciò che lega un uomo e una donna e un mondo all’altro mondo.

“In quella grotta, la sua grotta, trascorreva le notti di tempesta: le pecore, come in un’immagine sacra, gli fornivano il tepore necessario. Fantasticava su tutti gli incomprensibili segni incisi su quelle pareti. Quando era stanco, trovava conforto nel passare il dito indice su quelli che nella sua ingenuità chiamava semplicemente disegni (..) pensò perfino che un altro bambino, prima di lui, avesse abitato in quella grotta disegnandone le pareti. (..) quando entrava in quella grotta, ed era triste, il suo umore cambiava. C’era una sorta di protezione benevola, la sensazione di una pace antica voluta da esseri di altri mondi”

Un romanzo denso, intriso di spiritualità mai retorica, scritto con una prosa altrettanto densa e appassionata, che ho letto vivendo e viaggiando:

“Ora, nel momento dell’abbandono, sento le cicale cantare tra gli alberi d’ulivo, dove mi raccontavi che sta la sacra grotta. Sento i loro friniti e le vibrazioni delle ali, il canto che esprime la rinascita tra un ciclo naturale che si rinnova sempre, mentre io mi annullo. Come me, anche loro hanno vissuto una sola stagione, nell’estate più torrida. Loro si accoppiano e danno vita, morendo. Io nemmeno quella sono riuscita a dare.”

Fuori, mentre chiudevo le pagine di questa storia così bella e intensa, c’era il silenzio della notte, ma ugualmente ho ascoltato frinire le ciccale in questa strana estate che sembra non arrivare mai, anche se se ne sta lì, fuori dalla finestra.

Oltre il fragore della guerra, della malattia, delle vite spezzate, alla ricerca di quella intersezione con l’unico punto che ci può darci la sostanza di umani che amano e si toccano.

SANTO GIOFFRE’, FADIA, CASTELVECCHI EDITORI, 2022

SANTO GIOFFRÈ

Medico e scrittore calabrese, è stato consigliere nel suo comune di origine, Seminara, e assessore alla Cultura della provincia di Reggio Calabria. Nel 2015 è commissario straordinario dell’Asp reggina. È autore, tra gli altri, di Artemisia Sanchez (Mondadori, 2008) da cui la Rai ha tratto una fiction televisiva di grande successo. Castelvecchi ha pubblicato il romanzo L’opera degli ulivi (2018) e il saggio Ho visto. La grande truffa nella sanità calabrese (2020). Nel 2020 ha vinto il Premio CRONIN, mentre nel 2021 è stato proclamato Medico Scrittore dell’Anno e ha vinto il Premio Internazionale “Tulliola-Filippelli” per la letteratura.

Alright, compa’. Tutto a posto

Non è un bel periodo, dentro di me e fuori di me: la stanchezza e l’incertezza incombono come macigni. Le parole confondono, se ne stanno appese nella testa con mollette di plastica a un filo che sembra non avere fine.

Giornate faticose, spesso insignificanti. Non le vorresti perché vorresti vivere, respirare, riflettere, amare, scrivere e camminare senza essere incalzata da ombre che ti ostacolano il passaggio e tolgono valore al tempo. Che manca, mi manca.

Freddo. Fa freddo. Giornate troppo fredde per queste latitudini, scruto i giorni del calendario per vedere quanto manca allo sbocciare del primo esemplare, uno qualsiasi che ti dica: l’inverno ha ceduto il passo.

Poi arriva la sera, finalmente tutto si ferma e la zavorra che ti inchioda se ne può anche andare a quel paese. Sotto il caldo di una coperta prendi dalla pila il libro che stai leggendo: lo apri alla pagina dove hai lasciato il segnalibro e, finalmente, te ne vai.

In quest’ultima settimana c’è stato lui ad aspettarmi ed è stato un compagno perfetto: un momento rotondo, magico, un incontro fortunato e benedetto.

Compa’, si chiama, perché l’autore a quest’io narrante non ha dato un nome, altro che un appellativo, compa’, come si chiamano qui in Calabria i compari, a volte gli amici. E sì, pensatelo, compari, Calabria, luoghi molto comuni, ma non è quello!

L’autore si fa beffa di voi che leggendo il titolo Alright compa’ vi fate un’idea: quell’idea. Quella sbagliata.

Lo fa lentamente, con malinconia e sagacia, snodando i fili di una storia “piccola”, di una trama sottile, smentendo qualsiasi idea preconcetta vi potreste esser fatti dal titolo, come spesso accade alle cose che accadono a noi, nati in questa terra, magari vissuti altrove.

Compa’ è stato con me in queste serate e mi ha consolato molto, moltissimo: come vederlo, seduto in un angolo ad attendermi, dinoccolato, pigro, incerto e così pieno di pensieri belli. Lui raccontava, io ascoltavo.

Con lui ho qualcosa in comune: la stessa città, Firenze, la stessa esperienza dell’afa e delle notti insonni, gli amici a Piazza Santo Spirito, a ridere, le stesse attese.

“Sudo. Soffoco. Cammino a fatica. Poi mi fermo, a cercare una macchia d’ombra. Chiudo gli occhi. Li riapro, uno alla volta, la mano curva sulla fronte. Quintali di cielo sopra di me.”

Il senso del vagare, il chiedersi a cosa si appartenga davvero, gli appartamenti condivisi, la precarietà. Il cielo uguale ovunque. La bellezza diversa. La vita com’è e come sarà quando cammini con le mani in tasca e non hai una destinazione precisa.

“Osservo e scruto ridendo le loro occhiate rapide; i piccoli movimenti delle labbra, delle dita. Ogni cinque minuti leviamo i calici in nostro onore, alla nostra felicità. Ma fossi da solo, lontano dallo sguardo di tutti, al posto di questo sorriso insano e sconcludente, avrei labbra serrrate a ghigno, a piangere con la faccia sul tavolo.”

Compa’ aspetta la sua chiamata di supplente annuale, calabrese insegnante precario a Firenze, ma se ne va: Londra, Manchester e poi chissà.

Chissà se torna.

Va a trovare un amico che ha un ristorante a Manchester, uno ormai sedimentato nella sua vita stagliata su cieli inglesi spesso cupi in compagnia del suo cane, Nero, che gli ripete: alright, tutto a posto, compa’. Tutto a posto.

Tutto a posto?

“Firenze sarebbe fantastica, se avessi la testa o fossi ancora all’università. Qui mi sento meglio, oppure no, forse non starei bene da nessuna parte, neppure a Cosenza, o a Manchester”.

Per un po’ di giorni sono andata a letto con questo romanzo, al caldo, via dalla pazza folla, a lasciarmi coccolare dalle parole giuste, sempre quelle giuste (come avrà fatto l’autore, Rino Garro, a trovarle con così tanta cura?) come se i mondi paralleli, quelli del giorno e della notte, fossero giunti a un punto tale di rottura da essere inconciliabili. Mi sono addormentata con Compa’ tra le braccia, tanto da centellinare le ultime pagine perché non volevo se ne andasse, come accade quando stai bene in compagnia di qualcuno che sta per partire.

Andarsene. Qui o altrove.

La cosa che mi è venuta in mente, sorridendo al pensiero, è che Compa’ è quel Massimo Troisi di Ricomincio da tre, quello al quale Mirabella dà un passaggio mentre fa l’autostop:

Venite da lontano?

Da Napoli

Emigrante?

Nnno, io c’avevo pure un lavoro a Napoli, una cosa normale, come tutti quanti… no, so’ partito così, pe’ viaggià, per conoscere un poco…

Conoscere.

Ecco, io ringrazio Rino Garro per il tempo che mi ha regalato, come grata sarò in eterno a Massimo Troisi.

Rino Garro, Alright, compa’, Rubbettino Editore

RINO GARRO
È nato a Rovito, in provincia di Cosenza. Vive a Firenze, dove insegna. Suoi racconti e contributi sono apparsi in Repubblica.it, Nazione Indiana, FlanerìL’immaginazione; e in antologie come Dei Mali (Avagliano, a cura di Idolina Landolfi), Sotto La Lente (Perrone Lab, a cura di Gabriele Ametrano), Libera Tutti (Zona, a cura di Federico Batini), La fortuna del racconto in Europa (Carocci, a cura di Milly Curcio).

Se volete leggere due bellissime recensioni (vere) qui i link

MARTINO CIANO su Gli amanti dei libri

http://www.gliamantideilibri.it/alright-compa-rino-garro/?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=facebook&utm_source=socialnetwork&fbclid=IwAR1pILtRYA0cm2lSmuRNB7apRiVj2e0s6ZwPH7AVQaG66uw2NA4tsiIJ9GU

GIANFRANCO CEFALI’ su Borderline

https://borderliber.wordpress.com/2022/01/18/rino-garro-alright-compa-rubbettino-editore/?fbclid=IwAR34PWt7wM2hW_rRzMrR1GzxizECMT8y0RYJnIacEtGUfN4Cievhr1hckHo

Il nostro meglio

Oggi i nostri appartamenti profumano di olezzi di deodoranti e vaporizzatori: sono vietati gli odori sgradevoli, come ad esempio quello del fritto.

Ricordo invece quando la domenica spesso rientravamo in casa ed era proprio l’odore del fritto che ci guidava in cucina a rubare le polpette o le patate: era giornata di pasta al forno e pollo, mia madre ci scacciava con “finitela che poi non mi bastano”, noi figli e nipoti allungavamo le mani come potevamo per agguantarne più possibile, calde e fumanti, patate o polpette che fossero.

Inizio da qui: dalle case com’erano e come sono.

Dai detersivi che oggi liquidano gli odori.

Quando ho iniziato a leggere Il nostro meglio da lettrice dei romanzi precedenti di Alessio Forgione avevo aspettative alte, è un autore che ho amato molto. Eppure ho fatto fatica: le prime pagine non mi “prendevano”, la storia del piccolo Amoresano a Bagnoli, il rapporto con la nonna e le vicende quotidiane di una famiglia come tante, una nonna che gli dice sempre che dopo pranzo bisogna mettersi sul letto per riposare un po’ gli occhi, confesso,è stato difficile entrarci.

Così l’ho lasciato per un po’, lì sul comodino, e ho letto un altro romanzo, sconclusionato, con una bella scrittura, rapida e ardita fino ai limiti dello spericolato.

Amoresano però era lì a guardarmi: io non penso mai che un libro non mi piaccia se ho avuto un inizio difficile, penso che deve arrivare il momento.

Infatti, quando è arrivato, beh, avevo torto io e le 260 pagine del romanzo le ho lette in cinque giorni.

Un libro dal quale lasciarsi portare, come ascoltare il gorgoglio di un ruscello montano senza fare altro una qualsiasi domenica di luglio quando vi siete lasciati l’afa alle spalle, una storia di ritmi equilibrati nella quale il respiro si adatta con una naturalezza sorprendente al respiro della narrazione, piano, in silenzio, lasciando  che le immagini della casa, dei luoghi, ci riempiano gli occhi, accogliendo nella nostra testa i pensieri, le parole eleganti e piccole del protagonista, uno che crescendo mal si adatta alla vita che cambia.

Bisogna essere un po’ il fanciullino di Pascoli, ho pensato leggendo, o avere la poesia delle piccole cose, lo stupore con cui si guarda ai legami che sono la cosa assoluta, la vita prima di ogni altra cosa, e poi la morte quando ci lascia un abbraccio.

È stato qui, soprattutto, che ho anche pianto: ho vissuto quell’abbraccio dipinto come un quadro in quello stesso modo, con quella forza, quella disperazione, quella speranza, quel groviglio di lacrime e braccia.

È un romanzo molto bello, l’ultimo di Alessio Forgione, questa è la semplice verità da dire.

Ho letto un’intervista all’autore nella quale raccontava la difficoltà di trovare un titolo, quello convincente e definitivo, quando è arrivato, come tutti i lampi che ti colpiscono tra capo e collo e illuminano per un secondo il buio delle cose e delle parole, ha capito che non poteva essere altro che quello: il nostro meglio (la trovate qui https://www.illibraio.it/news/dautore/alessio-forgione-il-nostro-meglio-1407728/)

La cucina di mia madre, le polpette e le patate, il giorno in cui è morta mentre noi ridevamo tutti insieme,  ho vissuto questo romanzo, più che letto, ritrovando  anche il mio meglio: se crescere è fatto naturale, salvare il meglio di ciò che ci accompagna in quel percorso è invece un fatto mentale, non si tratta di ricordi, ma molto di più: di consapevolezze che una volta scavato il solco dentro, non ci abbandoneranno mai, e abbasso i detersivi che rendono asettiche le nostre case e cancellano odori e umori indispensabili.

“Nonnì….
“Dimmi Chiccù…..
“Me la racconti quella storia….
“Mo’ riposa gli occhi Chiccù, dormi…..

Alessio Forgione, Il nostro meglio, La Nave di Teseo

Alessio Forgione è nato a Napoli nel 1986. Il suo romanzo d’esordio, Napoli mon amour (NN), ha vinto il premio Berto 2019 e il premio Intersezioni Italia-Russia; è stato tradotto in Francia e Russia. Il suo secondo romanzo, Giovanissimi (2020, NN), ha vinto il premio Comisso giovani 2020 ed è stato selezionato nella dozzina del premio Strega.

aMalavita, la vita è quella che puoi amare dove è dato nascere

Antonio Cannone è giornalista e scrittore nato e vissuto a Lamezia Terme, in Calabria, ed io che leggo sempre volentieri quello che scrivono i miei conterranei per interesse personale, non potevo mancare l’appuntamento con il suo ultimo romanzo aMalavita, Edizioni Città del Sole.

Coincidenza è stata che ho iniziato a leggere il romanzo quando è uscita la famigerata intervista di Pietro Castellitto, diventata virale sui social per l’infelice affermazione di “Roma nord come il Vietnam”, sintesi e premessa della narrazione dell’adolescenza difficile del pargolo contenuta nel suo romanzo.

La cosa dapprincipio mi ha fatto sorridere, come del resto a molti, ma sulla scia della lettura delle pagine di aMalavita confesso mi ha fatto (lo dico) incazzare. Il motivo è presto detto: nel romanzo di Antonio Cannone c’è la storia di un’infanzia in Calabria dove Totò, il protagonista, cresce in un quartiere della città vecchia e qui ha le sue prime esperienze amorose, i suoi amici fedeli, la sua famiglia, ma soprattutto scopre quanto in certe realtà la vita diventi una questione di scelte indotte, mai veramente libere: quando la delinquenza è la tua vicina di casa è inevitabile che l’amico cresciuto con te, che pensavi immune, cada nella trappola.

Totò la ‘ndrangheta che altri leggono sui giornali la respira, la vede, la conosce nella sua evoluzione: sa come gli uomini affiliati si muovono, tessono relazioni, incidono sul territorio e comandano muovendo i fili delle vite altrui.

Totò cresce con mille domande in testa e nessuno che dia le risposte, così lui se le cerca da solo, lui, che pure ha una famiglia alle spalle con una storia diversa da quelle che lo circondano, vuole capire, sperimentare, indagare (diventerà giornalista da grande?)

Così accade che in questi quartieri, cresci con il figlio del medico e del professore e con il figlio della povertà che si lascia abbacinare dal potere e dai soldi e quindi dalla malavita: sono tutti allo stesso nastro di partenza ma non sono e non saranno uguali.

Esemplare è la storia di Rosa, figlia di Annina (e padre sconosciuto) prostituta per necessità che fa prostituire Rosa stessa, una ragazza sveglia e ribelle che potrebbe creare problemi al manovratore e viene mandata via, finisce in un convento, a vivere sofferenze indicibili proprio nel luogo dove al contrario avrebbe dovuto trovare “protezione”.

Un romanzo di formazione che non fa sconti a nessuno, Chiesa e politica, la cui lettura è stata scandita dall’emozione di vivere una storia ambientata nella mia città, in quei vicoli dove io stessa sono cresciuta e ho maturato convinzioni ed esperienze su cosa sia l’emarginazione.

La storia di Totò (scritta con uno stile rapido e fluido) è la storia di Antonio Cannone e di molti della mia generazione che quei luoghi e quei tempi li hanno vissuti con percezioni diverse a seconda del “quartiere in cui sono nati”, molti probabilmente non ne hanno neanche contezza, cresciuti in nidi dorati lontani da quelle realtà.

“Ehi, che vuoi fare la rivoluzione? Occupi le scuole, fai sciopero contro la guerra, la mafia, protesti di qua e di là. Che vuoi fare l’intellettuale dei miei coglioni? Quelli come te non sanno un cazzo della vita reale. Ricordati che quegli amici sono persone perbene. Hanno un codice d’onore e sono gente di rispetto. Qui lo sai che non cambierà mai niente e che le cose si sistemano solo se appoggi determinate persone anche in politica. Solo loro, quelli che tu sai, possono farci vedere un po’ di luce di paradiso. Qui il lavoro lo dà solo chi sappiamo. Anche quelli che tu reputi puri si rivolgono ai mafiosi, come li chiami tu. Sei un ingenuo caro mio. Non hai capito niente. Se non c’è lavoro che c’entra la legalità? Qua la legalità la facevano solo i morti, per questo non ci sono più.”

Parole di Franchino, che a differenza di Totò, non si salva (o si salva a modo suo) in un mondo a dimensioni ridotte nel quale aMalavita ha un duplice significato, e non a tutti è consentito di amarla, la vita (o magari la ama a modo suo).

Antonio Cannone, aMalavita, Città del Sole Edizioni

Antonio Cannone, giornalista professionista e scrittore. È stato caposervizio delle pagine di cronaca, economia e politica del quotidiano “il Domani della Calabria”; nonché coordinatore editoriale del settimanale “il Domani del Lunedì”. Autore e regista di numerose inchieste televisive sociali, politiche e sulle minoranze etniche calabresi. È stato redattore del Tg calabrese di Vuellesette Cinquestelle. Ha fondato il primo Centro Informagiovani della Calabria, ricoprendo il ruolo di esponente del Coordinamento nazionale sistemi informativi giovanili-Area Sud. Esperto in Piani di comunicazione e consulente sui temi della legalità per produzioni televisive e convegni. Collabora con giornali e tv. Ha scritto romanzi e saggi ottenendo numerosi riconoscimenti. Per Città del Sole Edizioni ha pubblicato “Gli Intrusi. Fascino mortale” (2014) per il quale ha ricevuto il Premio Letterario internazionale Holmes Awards Napoli 2018 per l’Alto Merito Narrativo. Ha inoltre ricevuto la menzione d’onore del Premio Letterario internazionale Metamorfosi 2020 per l’opera inedita “aMalavita”.

Link di presentazione del romanzo in cui si parla dei ragazzi di strada

https://www.youtube.com/watch?v=lWmCKCSoTS4&ab_channel=cristianpalaia

Maid ed Eudoscopio, ovvero dove stiamo andando


Maid è una mini serie televisiva in onda su Netflix tratta dalla storia vera di Stephanie Land che dalla sua esperienza qualche anno fa  scrisse un libro ““Lavoro duro, Paga Bassa, e la voglia di sopravvivere di una Madre” diventato un best seller.

Avevo letto alcuni post molto positivi sulla serie, ma devo ammettere, fuorvianti, perché Maid, al contrario di quello che avevo letto nei post, non è una serie a tema violenza sulle donne: è molto, molto di più.

Raccontata, girata e interpretata benissimo (su tutte una Andie MacDowell in stato di grazia con le sue rughe e i lunghi capelli grigi) la serie racconta la storia di Alex: una giovane madre che vuole fuggire da una vita di tensione costante con un marito alcolista. Alex sa cosa vuol dire per sé e la sua bambina di soli tre anni, perché ha vissuto sulla propria pelle essere una bambina trascinata via da una madre libera e oppressa dal marito con problemi di alcol. Con il tempo le è anche toccato diventare madre di sua madre, che comunque degli uomini oppressivi non è riuscita mai a liberarsi.

La violenza non si vede: si percepisce, si odora, non c’è sangue che la provi o botte o lividi che la raccontino  (e questo, ad esempio, per i servizi sociali è un limite all’accesso di aiuti governativi), è piuttosto la condizione costante di un destino che sembrerebbe già scritto.

Quella che si vede invece benissimo è l’America dei soldi e dei poveri, di un sistema che espelle chi non ce la fa o non ha possibilità di farcela. Quella del lavoro precario, a giornata, delle rette degli asili da saldare se vuoi lavorare per sottrarti a una storia di violenza domestica e a una vita squallida. Il duro prezzo da pagare per essere libera e liberare tua figlia è pulire cessi a due lire, umiliata fino allo sfinimento.

Alex non è ingenua, non è sfortunata (della serie capitano tutte a lei) è che se non hai niente, sei più soggetta alla Legge di Murphy: se può andar male, lo farà. Non è matematico, è statisticamente più probabile (e questa sì che è una statistica da considerare, non quella di cui parleremo tra poco).

Alex per due anni si trascina dietro l’aspirapolvere in case lussuose e fredde, abitate da benestanti infelici, porta a casa otto dollari e cinquanta l’ora (lordi), per coprire l’affitto da 550 dollari, pagare l’asilo per Mia, pagare da mangiare, le bollette, la benzina, un’auto mezza scassata. Ma è felice di tornare a casa e trovare sua figlia: sogna di costruire per lei un diverso futuro, e comincia a scrivere un diario sulle case che visita e che pulisce.

Insomma non ci sono tanto vittime e carnefici, ma un sistema che produce vittime e carnefici e tutto il calvario che deve subire chi voglia sottrarsi e avere una possibilità di riscatto, compreso chiedere l’elemosina quando ti mancano tre dollari per fare benzina per andare a pulire come un fantasma che passa da villa con vialetto ad abitazioni di accumulatori seriali.

C’è luce e c’è rabbia in questa serie, c’è dolore e mostri da combattere, perché se non hai da vivere con i mostri tocca pure tornarci ad avere a che fare.

Ma cosa ha a che fare Maid con Eudoscopio?

In questa settimana è uscita la “classifica delle scuole d’Italia” che lo slogan sul sito di Eudoscopio spiega così “Scopri quali scuole della tua zona danno una marcia in più per l’università e il mondo del lavoro e scegli quella più giusta per te. Oltre 7.500 scuole messe a confronto a partire dagli esiti universitari e lavorativi di 1.267.000 diplomati”. Cifre che a prima vista impressionano. Ma davvero “raccontano” una scuola e possono indirizzare le scelte?

Ho visto molti post di condivisione che mostravano il “Liceo migliore in Calabria”, il “liceo migliore nella mia città”, siamo oramai tutti alla ricerca di un primato da mostrare, qualcosa di cui andare fieri, perfino quando il senso sfugge. E qui sfugge parecchio.

Eudoscopio è una costola della Fondazione Agnelli che a sua volta è un istituto indipendente di ricerca nelle scienze sociali, senza scopo di lucro.
“È nata nel 1966 a Torino, dove ha la sede, per volontà dell’Avvocato Agnelli, in occasione del centenario della nascita del fondatore della Fiat, il Senatore Giovanni Agnelli. Ha a cuore il miglioramento dell’istruzione pubblica e ne studia le tre dimensioni fondamentali: l’equità, in termini di sostanziale diritto allo studio per tutti, l’efficacia, in termini di qualità degli apprendimenti e delle competenze, e l’efficienza, in termini di migliore impiego possibile delle risorse (fonte e informazioni qui https://eduscopio.it/il-progetto)

Detto così sembra encomiabile: che una Fondazione privata abbia così a cuore la scuola pubblica, sembrerebbe cosa buona; ma attenzione: sono anni che proprio attraverso una politica che ha innescato un forte senso di competizione tra gli istituti scolastici parlando di performance con dati statistici basati su rilevazioni Invalsi e presunti successi o insuccessi universitari degli studenti, che il vero scopo è svuotare di senso la funzione educativa della scuola, la sua capacità di accesso e rinforzare un sistema che oramai è in atto da anni: i poveri al professionale (devono lavorare) la classe media ai tecnici (devono amministrare) la classe agiata ai licei (devono dirigere diventare i professionisti di domani). Non ve n’eravate accorti? Ebbene funziona più o meno così e molto di più che in passato, in barba ai proclami.

Perché nessuno ci offre uno studio che invece di partire dall’esito parta dagli inizi e ci mostri come veramente stanno le cose?

Alex, la protagonista di cui sopra, in quel sistema che espelle i poveri in America e li strozza con la burocrazia caso mai pensino a un riscatto sociale ed economico, vorrebbe andare al College, l’avrebbero anche presa: a lei piace scrivere. Ma caspita, costa! E lei non ha i soldi. Lei deve pulire cessi.

Ecco perché quando condividete un post che esalta la scuola con “un” primato sulla base di presunte “performance” (che potrebbe andar bene per le scuole private, che non cito a caso), fatevi due domande sul disegno che c’è dietro. Molti ragazzi e ragazze con le loro famiglie scelgono sulla base di un futuro già scritto o accessibile “per” loro, anche se i desideri, i talenti, le ambizioni e i sogni sarebbero altri (e chi dovrebbe averli in carico, questi individui con sogni, se  non la Scuola?)

Fatevi un regalo: guardate Maid, che ha un finale molto bello perché è consolante e grandioso che Alex ce la faccia e anche il modo in cui alla fine passa quel limite maledetto. Lei è quell’uno su mille della canzone.

Ma l’amara domanda è: e gli altri 999? Che fine faranno? Noi, sempre di più, ci avviciniamo a quel sistema in cui a decidere per gli individui sono le regole del mercato, i ricchi e i poveri e dipende in quale parte del mondo nasci o in quale famiglia vieni al mondo.

Eudoscopio, Fondazione Agnelli e Confindustria, a braccetto.

La Scuola è, o dovrebbe essere, ben altro.

La tigna, o dell’ostinazione

Roberto Contu La tigna, Castelvecchi

L’occhio che fa capolino tra i capelli corvini sul volto dell’adolescente in copertina è rimasto a fissarmi per diverse settimane dal lato sinistro della scrivania nella casa vicino al bosco, il mio luogo dell’anima e dell’altrove.

Quell’occhio rimandava a una richiesta muta: fissare nero su bianco le impressioni sul romanzo La tigna, di Roberto Contu.

È una storia che ho “sofferto” di quel particolare tipo di sofferenza che non è affatto negativa, piuttosto risponde alla condizione per cui con la lettura molto spesso ci si proietta al di là di noi stessi, in una forma partecipe, autentica e viva.

Roberto Contu con questa storia ha il grande pregio di raccontare in maniera semplice quel congegno (molto) complicato che è la vita, o meglio, quel che noi pensiamo sia la vita se la restringiamo alla circonferenza della nostra esistenza con noi al centro esatto. E questo accomuna adolescenti e adulti in una sorte condivisa.

La storia (che come sempre non racconterò) si svolge a Perugia, nel 1989, un liceo e un quasi oggi che ci mostra adolescenti senza il filtro dagli standard fotografati da Instagram in cui appaiono sotto mentite spoglie: sono ingannati, falsi, confusi.

Protagonista è Benedetta Ferri all’ultimo fatidico anno di liceo, la quale scopre di essere incinta di un suo coetaneo: l’aborto sembra essere la soluzione più semplice per ovviare a questo “incidente”. Benedetta si confida con il suo migliore amico, Luca, che tuttavia non saprà mantenere il segreto e sarà l’inconsapevole tramite di una soluzione a epilogo della vicenda.

Poi c’è “lui”, il professore di italiano, Renato Contro (nomen omen) scontroso e a tratti aggressivo, che in quello stesso liceo ha chiesto di essere trasferito.

Dunque il quindici settembre millenovecentottantanove inizia l’anno scolastico che coincide con la narrazione del primo capitolo: tutti i protagonisti sono all’inizio di un percorso e alle sette di mattina ciascuno di loro si mette in moto con il proprio vissuto e i propri conti in sospeso, ignari l’uno dell’altro. Oltre a quelli già citati c’è la preside Valentini (preside, non dirigente) che è anche madre di Luca e Don Andrea Clementi, insegnante di religione che dopo la messa al convento a cavallo della sua vespa raggiunge la scuola.

Il quindici settembre millenovecentottantanove, alle otto e un quarto iniziava la scuola. Il viale era intasato di traffico, di ragazzi e ragazze, di mani che mischiavano isteriche l’aria, di profumo di diari appena usciti dalle cartolerie e puzza di Marlboro light nascoste tra i pugni. Si chiudevano finalmente gli sportelli sulle prediche non finite dei genitori, iniziava un altro anno, iniziava come da sempre nel chiasso, nella percezione che, come radiazione invisibile, la vita si appiccicava a tutti quei visi.

Perché, nonostante l’inerzia che da sempre spinge gli umani verso il basso fino al giorno in cui  vengono strappati dalla terra, quello resta l’avamposto estremo dell’almeno adesso si vola.”

Ve le lascio qui queste parole: quello resta l’avamposto estremo dell’almeno adesso si vola.

Insegnanti, alunni, scuola, un mondo a parte nel quale convergono non soltanto i presupposti connaturati alla scuola come istituzione, ma le vite di centinaia di uomini, donne e adolescenti che lì dentro hanno un proprio quotidiano campo di battaglia di scontri e incontri, con desideri, ambizioni, dolori, insofferenze, dove passato e futuro si incontrano come in nessun altro luogo.

E proprio in questo luogo, il professor Renato Contro, senza troppi giri di parole fa quello che deve fare, ovvero parlare di Petrarca, Fenoglio, Leopardi, e il primo giorno si presenta così:

“Mi chiamo Renato Contro, ho quarantaquattro anni, sono di Roma ma vivo in Umbria dai tempi dell’università. Mi alzo alle sei, rivedo in un’ora la lezione che ho preparato il giorno prima in altre due ore, in genere dalle tre alle cinque del pomeriggio. Sommato alle sei ore di scuola più una appena alzato significa che per voi lavoro il giusto e siccome non mi piace lavorare gratis voi farete altrettanto. Questo significa pure che non ci saranno problemi di disciplina, se io lavoro, voi lavorate, se io mi riposo, solo tra un’ora e l’altra e per cinque minuti, voi vi riposate.”

Poi butta fuori dalla classe un alunno reo di aver tacitamente ironizzato e prosegue, distribuendo fotocopie con un testo di Fenoglio, Il gorgo, perché inizia così: “Nostro padre si decise per il gorgo e in tutta la nostra famiglia soltanto io lo capii, che avevo nove anni, ed ero l’ultimo.” Un testo corto e bello, annuncia.

Il professore: anche lui nasconde un segreto terribile, un dolore indicibile, ma non arretra di un passo dall’espletare il suo ruolo nel modo in cui ritiene sia giusto e doveroso.

Su tutto c’è poi la tigna, quel sostantivo che a pronunciarlo fa paura, un’infezione che colpisce la pelle di uomini e animali a causa di un parassita. Una parola che spaventa, ma che qui è usata nel suo significato figurato di ostinazione.

Forse non lo siamo abbastanza ostinati, nessuno in realtà ha mai le risposte per gli altri, inutili i giudizi moralisti o peggio le certezze da elargire a buon mercato, può esserci però la convinzione che così come può attecchire il parassita del male, altrettanto può accadere con quello del bene ma  ciò richiede testardaggine, puntigliosità, tutti sinonimi di: ostinazione.

Ciò che fa dire a Renato Contro, l’ultimo giorno di scuola, a vicende ormai narrate, in un dialogo con la preside (preside, non dirigente):

… andare oltre quel caos, questo è il vero oltraggio.” E, qualche riga dopo: “.. o la letteratura ha il coraggio di osare oltre quelle colonne d’Ercole, e con lei la vita, la sua vita, la mia vita o allora sì che diventa irrilevante, allora sì che davvero si muore: ma non si muore preside, no che non si muore, la domanda più importante che dovrebbe assillarci non è perché si muore, ma perché si vive.”

Lascio qui anche queste, di parole: la domanda più importante che dovrebbe assillarci non è perché si muore, ma perché si vive.

Allora le vite, ogni vita, possono essere belle.

Tutto questo, e molto molto altro, è La tigna, e forse avrete capito perché ho lasciato quell’occhio in copertina  a scrutarmi, perché è un romanzo davvero bello quello che ha scritto Roberto Contu, romanzo che quest’anno ho deciso di leggere con una classe terza perché anch’io ho i miei segreti inconfessabili come altri, paturnie che mi accompagneranno nel viaggio di un anno scolastico, ma mi ritrovo comunque tutti i giorni a dover mostrare un po’ di luce oltre quel caos che la oscura e la confonde, nel tentativo di ricostruire una possibile armonia.

Un po’ come il professor Contro, per dirla con una frase abusata di de andriana memoria, ma sempre efficace: in direzione ostinata e contraria.

Roberto Contu

Insegnante, si occupa e scrive di letteratura italiana, didattica della letteratura, mondo della scuola. Ha pubblicato con Aguaplano Anni di piombo, penne di latta (1963-1980. Gli scrittori dentro gli anni complicati) nel 2015 e Insegnanti. Il più e il meglio nel 2019, con Castelvecchi il romanzo Il Vangelo secondo il ragazzo nel 2017. Nel 2021, sempre per Castelvecchi, è uscito il suo ultimo romanzo, La tigna.

di lui ho scritto anche qui https://danielagrandinetti.blog/2020/07/08/intervista-in-3d-a-roberto-contu-su-pangea-news/

Uccido chi voglio

Ho finito di leggere questo libro la notte scorsa in sospeso tra la voglia di arrivare all’ultima pagina e il desiderio che non finisse.

Non conoscevo l’autore e mi riprometto di recuperare gli altri perché questo romanzo mi ha letteralmente rapita: un giallo per lettori, attenzione, non per lettori di gialli e affini, proprio per chi ama leggere.

Eh sì, perché Vince Corso, il protagonista, di mestiere cura la gente consigliando libri e si trova suo malgrado ad essere al centro di una curiosa vicenda, intrecciata in modo pregevole, ovvero essere presente sul luogo del delitto di una Roma nella quale vaga come un estraneo, smarrito tra quartieri e vicoli; e se al primo omicidio potrebbe sembrare una coincidenza, nei successivi evidentemente non lo è, tanto da ritrovarsi a essere il principale sospettato, se non fosse che qualcuno viola la sua abitazione mettendola a soqquadro e avvelenando Django, il suo cane.

Sulle scene dei crimini, Vince nota sempre la presenza di un cieco e diventa così nel contempo detective involontario, indiziato e vittima nel mirino di un intricato piano criminoso nel quale cecità e lettura sono intrecciati.

Non è tuttavia soltanto la trama ad avermi colpito, anche se alquanto originale: senza svelare niente del mistero che sottende alla tessitura narrativa a essere incriminati e nel contempo salvati, qui sono i lettori:

“.. se porta alle estreme conseguenze la tesi che la lettura è una forma dell’esperienza, le apparirà evidente che ogni lettore è anche l’esecutore materiale di tutto quello che legge, di ogni singola violenza inferta o subita, e anche di ogni omicidio. E’ questo il suo desiderio più istintivo: usurpare il posto di chi scrive.”

Come dire: leggere non ci rende innocenti, o migliori, ci rende complici e Vince Corso proprio ricostruendo gli indizi grazie alle pagine di romanzi riuscirà a scoprire la verità sugli omicidi che lo perseguitano: e la pagine di quei romanzi lo salveranno.

“Quante volte si era chiesto che faccia avrebbero avuto Anna Karenina o Mima Pedrell se di loro fossero esistite delle riproduzioni digitali o analogiche, una semplice fototessera o uno scatto rubato a una festa. Ora sapeva la risposta. Se fosse esistita anche soltanto una fotografia di un personaggio d romanzo avrebbe avuto la faccia di quella fioraia perché sarebbe stata l’immagine di una cieca che ha al collo la fotografia di sé stessa con al collo un’altra foto, all’infinito. Una foto scattata da un confine: da un lato la realtà nella quale si vive, dall’altro un pozzo dove ci si può calare, ma da cui si resterà comunque esclusi. Nessuna fotografia avrebbe mai potuto dire cosa vedeva quella donna. Quella scritta era l’emblema o il simbolo del massimo che sappiamo di noi stessi e dell’universo.. (…) Di sé avrebbe potuto dire soltanto “Uomo che legge” e forse davvero, dalla notte dei tempi, ogni racconto tramandato dagli uomini non era che la diceria di un cieco.”

Avete capito? Un professore che cura con i libri, una congrega di ciechi e dei morti ammazzati.

A voi l’enigma.

Nei gialli come negli individui, siano in carne e ossa o frutto dell’immaginazione, a ciascuno il proprio (enigma).

Fabio Stassi, Uccido chi voglio, Sellerio

Ipnosi collettiva

Sono quasi le otto, entro in una scuola semideserta, fa uno strano effetto aggirarsi per corridoi senza incontrare nessuno. Qualche sparuto collega, facciamo perfino fatica a riconoscerci talvolta, con questi volti semicoperti, basta un diverso taglio di capelli per chiedersi “scusa chi sei?”.

Oggi è giorno di DDI, ovvero metà presenza metà DAD, queste sigle ormai identificano il nostro agire quotidiano nella schizofrenia delle settimane e dei giorni alternati, delle chiusure e riaperture a singhiozzo, un gioco di stop and go tale che al mattino apri agli occhi e ti chiedi nell’ordine: che giorno é, settimana dispari o pari? in presenza o in dad? esco o sto a casa? Senza contare quelli che hanno richiesto la DAD e a scuola non vengono comunque.

Entro in classe, studenti e studentesse sembrano piccole lumache languide che strisciano sulla foglia verde d’insalata: si muovono piano, prendono posto a piccoli gruppi, distanziati ma almeno più vicini, le porte rimangono aperte, le finestre, se la temperatura lo consente, lo stesso. Un’atmosfera rarefatta, pesante, come muoversi in un ambiente che non si (ri)conosce.

Saluti quei cinque o sei, quasi mai arrivano a dieci, seduti in fondo all’aula, i primi banchi rimangono vuoti, ed è proprio il senso di vuoto che prevale su tutto, la dimensione irreale di questa scuola “in presenza”.

Sfili dallo zaino il “tuo” tablet e ti connetti, apri la classe virtuale e il registro on line: è l’ora dell’appello; ti sposti da una schermata all’altra chiedendo silenzio ai pochi presenti in classe (che hanno giustamente voglia di chiacchierare) perché hai difficoltà a sentire quelli che sono a casa; quando sei in un’aula semivuota quei francobolli sullo schermo ti sembrano ancora più piccoli, sfuggenti, difficili da controllare. Ed è così durante tutta la lezione, non puoi usare strumenti altri nel gestire i due gruppi. Alle volte qualcuno di là dello schermo ti chiama, vuol rispondere o fare una domanda e tu non lo senti, e quello deve insistere “prof, prof… prooof” magari solo per dirti mi sono connesso in ritardo, ma sono “presente”, finché non rispondi. Esigi il silenzio per comunicare decentemente.

Dobbiamo adattarci, va bene. Va tutto bene. Va tutto bene ragazzi, dobbiamo resistere e resisteremo: fai fatica a dirlo a te stessa ma a loro devi dirlo convintamente, altrimenti è la fine.

Cambio d’ora, cambi aula, ricominci. I ragazzi non possono uscire se non a intervalli, non hanno pausa d’intervallo e i capannelli che al mattino ci sono fuori dalla scuola qui si disperdono e diventano come tanti soldatini dritti alle postazioni.

Reclamano la vita sociale, quelli che stanno fuori da qui, piangono per gli adolescenti che non ce l’hanno, continuano a imporci inchieste e sondaggi: ma la vita sociale a scuola è lo sciamare vivo nei corridoi, tra le classi, uscire all’aria nell’intervallo, nel “posso dare un morso al tuo panino?” nell’incontrare quel ragazzo o quella ragazza che fa tremare le palpebre e il cuore, nel parlare con i compagni attorno a un banco, nel darsi le pacche perché la squadra del cuore ha vinto, nello spiare il quaderno del vicino di banco, nel timido attaccato al termosifone che osserva i compagni: tutte cose che a scuola adesso non si possono fare più

La retorica dell’informazione: l’adolescente intervistato al tg di spalle che afferma che gli manca la scuola, i compagni, la presenza. Cose vere, perché mancano, come si farebbe a dire il contrario, ma che a dirla tutta a scuola non possono ritrovare e, siccome non siamo in lockdown, non ne sono del tutto privi, perché escono, si incontrano, frequentano locali.

Ma a scuola: a scuola adesso la vita sociale semplicemente non c’è. La verità è che ad andarci è un grande contenitore spento, semivuoto, una tv fulminata: troppo silenzio, troppa immobilità, la sala insegnanti vuota, il timore di avvicinarsi troppo, l’ansia di controllare tutto, le macchinette di bibite e snack piene, i disinfettanti ovunque.

E perfino io, che lo scorso anno ho avversato l’idea che la DAD fosse “scuola” con tutta me stessa, contro la pletora di interventi dal tono “si apre il mondo nuovo nell’istruzione, la dad è il futuro“, confesso che adesso preferisco una buona dad a questa soluzione di compromesso in cui la maggior parte ha comunque scelto di stare a casa e la frustrazione collettiva se mai accresce.

Io nel frattempo, come molti altri, la DAD ho imparato a usarla, a metterla a punto, so interagire, so condividere, so integrare lezioni con video, racconti e quant’altro, so come coinvolgerli, come farli lavorare e poi mostrare a tutti i risultati di un’attività svolta, tecnicamente va molto meglio, ci “siamo(NOI) attrezzati, noi, senza aspettare che dall’alto ci aiutassero a farlo. Adesso so come dialogare con lo studente più fragile, come correggere individualmente un lavoro e farlo ragionare. Certo è più faticoso, richiede più tempo, più energia, usiamo contemporaneamente strumenti e chat che invadono le nostre giornate e tutto l’arco delle ore è tempo di lavoro, ma è come scegliere fra una pastasciutta al dente e una pastasciutta scotta: la scuola in DDI, almeno per me lo è: incolore, insapore, ho difficoltà a mettere a frutto il tempo-scuola-in-presenza-dad.

Abbiamo fatto il callo a tutti coloro che parlano di scuola senza sapere di cosa si tratti realmente, alle campagne mediatiche guidate con complicità dei giornalisti che cavalcano l’onda perché quella cosa che si chiama senso critico o farsi due domande non esiste più.

Viviamo in una sorta di manto sottoposti a ipnosi collettiva e se adesso leggiamo la notizia “Riapertura scuole, Draghi non vuole tornare indietro. Ipotesi lezioni in musei e spazi all’area aperta” (peraltro ventilata anche lo scorso anno) o uno dei ministri che afferma “Draghi era convintissimo sul ritorno in aula, il più convinto di tutti. Su questo sono certo che non tornerà indietro, vuole i ragazzi in classe. La scuola prima di tutto, ha detto mentre decidevamo delle riaperture, ricordandoci come l’istruzione sia rimasta drammaticamente indietro in questo anno di pandemia“. La parola d’ordine resta ‘ripartire in presenza’, noi ci crediamo: che bello Presidente, finalmente! LA SCUOLA PRIMA DI TUTTO!

Vorrei dirlo alla mamma di quel mio ex alunno che qualche giorno fa mi diceva aver preferito la dad: “professoressa, dovrebbe alzarsi alle 6 per prendere l’autobus e poi stare in giro due ore prima di entrare a scuola, e cosa vuole che facciano? si assembrano da qualche parte. Io ho paura” Ecco signora, Dragonik e il suo governo ha pensato anche a lei!!

Si lavora al potenziamento dei mezzi pubblici – vero tallone d’Achille del sistema scuola, soprattutto alle superiori – ai tracciamenti, agli ingressi scaglionati per evitare assembramenti……. ma che meraviglia Presidente! E’ dall’anno scorso che ne sentiamo parlare, ci voleva lei, il banchiere Dragonik e il suo problem solving prima di tutto, lo dicono che lei è uomo dei miracoli, competente e preparato, è vero!

Oggi, 20 aprile, a scuola ormai finita, senza una parola verso coloro che da un anno e mezzo lavorano con lo stop and go e tutto il marasma che questo comporta in ogni scuola (che non è un ristorante o un bar o una palestra, la scuola: centinaia di persone ogni giorno tra autobus e aule) loro “LAVORANO“… E noi non possiamo che esserne felici.

Dragonik, dallo sguardo assassino, come si dice, ce la sa eccome!!

Liberi tutti: e se i numeri suggeriscono cautela e in alcuni casi perfino pericolo, che importa. Bisogna tornare a essere normali.

Lo dicono loro.

Risolvono tutto per la prossima settimana, garantito da Dragonik.

Ricamare, o del dolore di un bambino

La cosa bella del vagare nella letteratura cosiddetta indipendente è che puoi scoprire piccoli gioielli e farli tuoi, come nel caso di questo romanzo di un autore francese, tradotto e pubblicato in Italia da Vague Edizioni.

L’autore è un compositore e cantante famoso in Francia, nome d’arte Cali e Solo i bambini sanno amare è il suo secondo romanzo.

Prendete una mano delicata, datele un filo bianco sottile e un uncinetto dalla punta molto piccola, facciamo che quella mano sappia muoversi abilmente nell’intrecciare quel filo e costruire catenelle, punti alti, punti bassi: ne avrete una trama preziosa, fine e leggera, frutto di un lavoro paziente e meticoloso.

Questo è il romanzo in questione:

Non mi è permesso di essere con loro. Hanno detto che ero troppo giovane per affrontare la morte. Non abbastanza grande per stare al tuo fianco, per camminare con loro dietro di te. Laggiù ci sono anche persone che conosco. So come ti ricopriranno di terra e ti rinchiuderanno nella notte. Solo che il “piccolo” non deve sentire il rumore della cassa giù nella buca, quel rumore sordo e profondo quando toccherai il fondo della tua ultima capanna.

Così pensa Bruno, sei anni, che perde sua madre: lui non può vivere il dolore, il dolore non deve appartenere ai bambini, a lui è concesso soltanto spiarlo da dietro le persiane.

Ma com’è davvero vivere la morte della propria madre a soli sei anni?

Cali, un tema così tragico, ce lo racconta in circa 150 pagine in modo delicato ma inesorabile e preciso, reazione dopo reazione, pensiero dopo pensiero, lacrima dopo lacrima, facendoci dimenticare il tema della morte e restituendoci invece l’innocenza, la spietatezza, la capacità di penetrazione che solo i bambini sanno avere, ovvero quella parte di noi stessi che un giorno o l’altro sarà orfana della vita che l’ha generata.

Stiamo nella testa di Bruno, diventiamo bambini, abbiamo con lui pensieri che gli adulti ritengono improbabili a quell’età:

Carlo Bobè mi guarda! Non l’ho mai detto a nessuno, la amo. Oh, non come te. Tu sei un’altra cosa. Un giorno, se ne avrò il coraggio, non esiterò a dirglielo in faccia. Appena si avvicina, la mia pelle comincia a bruciare. Ma tengo duro… Quella specie di dolore invade così in fretta il corpo da far venire quasi voglia di piangere. Un po’ lo so il perché: questo fuoco ha una sua dolcezza, una sorta di sciroppo della felicità. Si diventa forti mandandolo giù. In quei momenti la mia vita, come posso dire, la mia vita s’inspessisce. Si moltiplica, come se fossi, al tempo stesso, me e diecimila volte me.

Si entra così facilmente nella testa di Bruno, abitiamo quel trauma e la sua storia nei giorni che si dipanano mentre è costretto a fare i conti con l’assenza.

Un romanzo che si adagia addosso, sulla pelle, con una prosa semplice e diretta, costruita come un merletto, come una musica, nessuna retorica del dolore, nessuna pietà per un bambino: noi siamo lui, e lui è la vita, e benché destinato a essere un perdente, noi saremo sempre dalla sua parte.

Cali, Solo i bambini sanno amare, Vague Edizioni, Collana Atlantique

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