Ipnosi collettiva

Sono quasi le otto, entro in una scuola semideserta, fa uno strano effetto aggirarsi per corridoi senza incontrare nessuno. Qualche sparuto collega, facciamo perfino fatica a riconoscerci talvolta, con questi volti semicoperti, basta un diverso taglio di capelli per chiedersi “scusa chi sei?”.

Oggi è giorno di DDI, ovvero metà presenza metà DAD, queste sigle ormai identificano il nostro agire quotidiano nella schizofrenia delle settimane e dei giorni alternati, delle chiusure e riaperture a singhiozzo, un gioco di stop and go tale che al mattino apri agli occhi e ti chiedi nell’ordine: che giorno é, settimana dispari o pari? in presenza o in dad? esco o sto a casa? Senza contare quelli che hanno richiesto la DAD e a scuola non vengono comunque.

Entro in classe, studenti e studentesse sembrano piccole lumache languide che strisciano sulla foglia verde d’insalata: si muovono piano, prendono posto a piccoli gruppi, distanziati ma almeno più vicini, le porte rimangono aperte, le finestre, se la temperatura lo consente, lo stesso. Un’atmosfera rarefatta, pesante, come muoversi in un ambiente che non si (ri)conosce.

Saluti quei cinque o sei, quasi mai arrivano a dieci, seduti in fondo all’aula, i primi banchi rimangono vuoti, ed è proprio il senso di vuoto che prevale su tutto, la dimensione irreale di questa scuola “in presenza”.

Sfili dallo zaino il “tuo” tablet e ti connetti, apri la classe virtuale e il registro on line: è l’ora dell’appello; ti sposti da una schermata all’altra chiedendo silenzio ai pochi presenti in classe (che hanno giustamente voglia di chiacchierare) perché hai difficoltà a sentire quelli che sono a casa; quando sei in un’aula semivuota quei francobolli sullo schermo ti sembrano ancora più piccoli, sfuggenti, difficili da controllare. Ed è così durante tutta la lezione, non puoi usare strumenti altri nel gestire i due gruppi. Alle volte qualcuno di là dello schermo ti chiama, vuol rispondere o fare una domanda e tu non lo senti, e quello deve insistere “prof, prof… prooof” magari solo per dirti mi sono connesso in ritardo, ma sono “presente”, finché non rispondi. Esigi il silenzio per comunicare decentemente.

Dobbiamo adattarci, va bene. Va tutto bene. Va tutto bene ragazzi, dobbiamo resistere e resisteremo: fai fatica a dirlo a te stessa ma a loro devi dirlo convintamente, altrimenti è la fine.

Cambio d’ora, cambi aula, ricominci. I ragazzi non possono uscire se non a intervalli, non hanno pausa d’intervallo e i capannelli che al mattino ci sono fuori dalla scuola qui si disperdono e diventano come tanti soldatini dritti alle postazioni.

Reclamano la vita sociale, quelli che stanno fuori da qui, piangono per gli adolescenti che non ce l’hanno, continuano a imporci inchieste e sondaggi: ma la vita sociale a scuola è lo sciamare vivo nei corridoi, tra le classi, uscire all’aria nell’intervallo, nel “posso dare un morso al tuo panino?” nell’incontrare quel ragazzo o quella ragazza che fa tremare le palpebre e il cuore, nel parlare con i compagni attorno a un banco, nel darsi le pacche perché la squadra del cuore ha vinto, nello spiare il quaderno del vicino di banco, nel timido attaccato al termosifone che osserva i compagni: tutte cose che a scuola adesso non si possono fare più

La retorica dell’informazione: l’adolescente intervistato al tg di spalle che afferma che gli manca la scuola, i compagni, la presenza. Cose vere, perché mancano, come si farebbe a dire il contrario, ma che a dirla tutta a scuola non possono ritrovare e, siccome non siamo in lockdown, non ne sono del tutto privi, perché escono, si incontrano, frequentano locali.

Ma a scuola: a scuola adesso la vita sociale semplicemente non c’è. La verità è che ad andarci è un grande contenitore spento, semivuoto, una tv fulminata: troppo silenzio, troppa immobilità, la sala insegnanti vuota, il timore di avvicinarsi troppo, l’ansia di controllare tutto, le macchinette di bibite e snack piene, i disinfettanti ovunque.

E perfino io, che lo scorso anno ho avversato l’idea che la DAD fosse “scuola” con tutta me stessa, contro la pletora di interventi dal tono “si apre il mondo nuovo nell’istruzione, la dad è il futuro“, confesso che adesso preferisco una buona dad a questa soluzione di compromesso in cui la maggior parte ha comunque scelto di stare a casa e la frustrazione collettiva se mai accresce.

Io nel frattempo, come molti altri, la DAD ho imparato a usarla, a metterla a punto, so interagire, so condividere, so integrare lezioni con video, racconti e quant’altro, so come coinvolgerli, come farli lavorare e poi mostrare a tutti i risultati di un’attività svolta, tecnicamente va molto meglio, ci “siamo(NOI) attrezzati, noi, senza aspettare che dall’alto ci aiutassero a farlo. Adesso so come dialogare con lo studente più fragile, come correggere individualmente un lavoro e farlo ragionare. Certo è più faticoso, richiede più tempo, più energia, usiamo contemporaneamente strumenti e chat che invadono le nostre giornate e tutto l’arco delle ore è tempo di lavoro, ma è come scegliere fra una pastasciutta al dente e una pastasciutta scotta: la scuola in DDI, almeno per me lo è: incolore, insapore, ho difficoltà a mettere a frutto il tempo-scuola-in-presenza-dad.

Abbiamo fatto il callo a tutti coloro che parlano di scuola senza sapere di cosa si tratti realmente, alle campagne mediatiche guidate con complicità dei giornalisti che cavalcano l’onda perché quella cosa che si chiama senso critico o farsi due domande non esiste più.

Viviamo in una sorta di manto sottoposti a ipnosi collettiva e se adesso leggiamo la notizia “Riapertura scuole, Draghi non vuole tornare indietro. Ipotesi lezioni in musei e spazi all’area aperta” (peraltro ventilata anche lo scorso anno) o uno dei ministri che afferma “Draghi era convintissimo sul ritorno in aula, il più convinto di tutti. Su questo sono certo che non tornerà indietro, vuole i ragazzi in classe. La scuola prima di tutto, ha detto mentre decidevamo delle riaperture, ricordandoci come l’istruzione sia rimasta drammaticamente indietro in questo anno di pandemia“. La parola d’ordine resta ‘ripartire in presenza’, noi ci crediamo: che bello Presidente, finalmente! LA SCUOLA PRIMA DI TUTTO!

Vorrei dirlo alla mamma di quel mio ex alunno che qualche giorno fa mi diceva aver preferito la dad: “professoressa, dovrebbe alzarsi alle 6 per prendere l’autobus e poi stare in giro due ore prima di entrare a scuola, e cosa vuole che facciano? si assembrano da qualche parte. Io ho paura” Ecco signora, Dragonik e il suo governo ha pensato anche a lei!!

Si lavora al potenziamento dei mezzi pubblici – vero tallone d’Achille del sistema scuola, soprattutto alle superiori – ai tracciamenti, agli ingressi scaglionati per evitare assembramenti……. ma che meraviglia Presidente! E’ dall’anno scorso che ne sentiamo parlare, ci voleva lei, il banchiere Dragonik e il suo problem solving prima di tutto, lo dicono che lei è uomo dei miracoli, competente e preparato, è vero!

Oggi, 20 aprile, a scuola ormai finita, senza una parola verso coloro che da un anno e mezzo lavorano con lo stop and go e tutto il marasma che questo comporta in ogni scuola (che non è un ristorante o un bar o una palestra, la scuola: centinaia di persone ogni giorno tra autobus e aule) loro “LAVORANO“… E noi non possiamo che esserne felici.

Dragonik, dallo sguardo assassino, come si dice, ce la sa eccome!!

Liberi tutti: e se i numeri suggeriscono cautela e in alcuni casi perfino pericolo, che importa. Bisogna tornare a essere normali.

Lo dicono loro.

Risolvono tutto per la prossima settimana, garantito da Dragonik.

Ricamare, o del dolore di un bambino

La cosa bella del vagare nella letteratura cosiddetta indipendente è che puoi scoprire piccoli gioielli e farli tuoi, come nel caso di questo romanzo di un autore francese, tradotto e pubblicato in Italia da Vague Edizioni.

L’autore è un compositore e cantante famoso in Francia, nome d’arte Cali e Solo i bambini sanno amare è il suo secondo romanzo.

Prendete una mano delicata, datele un filo bianco sottile e un uncinetto dalla punta molto piccola, facciamo che quella mano sappia muoversi abilmente nell’intrecciare quel filo e costruire catenelle, punti alti, punti bassi: ne avrete una trama preziosa, fine e leggera, frutto di un lavoro paziente e meticoloso.

Questo è il romanzo in questione:

Non mi è permesso di essere con loro. Hanno detto che ero troppo giovane per affrontare la morte. Non abbastanza grande per stare al tuo fianco, per camminare con loro dietro di te. Laggiù ci sono anche persone che conosco. So come ti ricopriranno di terra e ti rinchiuderanno nella notte. Solo che il “piccolo” non deve sentire il rumore della cassa giù nella buca, quel rumore sordo e profondo quando toccherai il fondo della tua ultima capanna.

Così pensa Bruno, sei anni, che perde sua madre: lui non può vivere il dolore, il dolore non deve appartenere ai bambini, a lui è concesso soltanto spiarlo da dietro le persiane.

Ma com’è davvero vivere la morte della propria madre a soli sei anni?

Cali, un tema così tragico, ce lo racconta in circa 150 pagine in modo delicato ma inesorabile e preciso, reazione dopo reazione, pensiero dopo pensiero, lacrima dopo lacrima, facendoci dimenticare il tema della morte e restituendoci invece l’innocenza, la spietatezza, la capacità di penetrazione che solo i bambini sanno avere, ovvero quella parte di noi stessi che un giorno o l’altro sarà orfana della vita che l’ha generata.

Stiamo nella testa di Bruno, diventiamo bambini, abbiamo con lui pensieri che gli adulti ritengono improbabili a quell’età:

Carlo Bobè mi guarda! Non l’ho mai detto a nessuno, la amo. Oh, non come te. Tu sei un’altra cosa. Un giorno, se ne avrò il coraggio, non esiterò a dirglielo in faccia. Appena si avvicina, la mia pelle comincia a bruciare. Ma tengo duro… Quella specie di dolore invade così in fretta il corpo da far venire quasi voglia di piangere. Un po’ lo so il perché: questo fuoco ha una sua dolcezza, una sorta di sciroppo della felicità. Si diventa forti mandandolo giù. In quei momenti la mia vita, come posso dire, la mia vita s’inspessisce. Si moltiplica, come se fossi, al tempo stesso, me e diecimila volte me.

Si entra così facilmente nella testa di Bruno, abitiamo quel trauma e la sua storia nei giorni che si dipanano mentre è costretto a fare i conti con l’assenza.

Un romanzo che si adagia addosso, sulla pelle, con una prosa semplice e diretta, costruita come un merletto, come una musica, nessuna retorica del dolore, nessuna pietà per un bambino: noi siamo lui, e lui è la vita, e benché destinato a essere un perdente, noi saremo sempre dalla sua parte.

Cali, Solo i bambini sanno amare, Vague Edizioni, Collana Atlantique

Io, insegnante, una privilegiata

Era ottobre, novembre, a volte anche primi di dicembre, non era mai dato sapere.

Non c’era WhatsApp, nessun mezzo rapido di comunicazione.

Era un sentirsi per telefono, fare il solco agli uffici del provveditorato, (allora si chiamava così) i punteggia sbagliati, le file interminabili. Era uno scambiarsi di informazioni febbrili.

Era il caos delle graduatorie provinciali ogni anno, il fiato sospeso nell’attesa di sapere se avresti lavorato, quando, come e dove.

Poi erano le convocazioni, la fiera delle chiamate a servizio, in scuole o sedi che quasi mai erano idonee ad ospitare centinaia di insegnanti.

Era il bivacco nei corridoi come sacchi, la ricerca di una sedia ogni tanto, le ore di attese e di “esci a fumare una sigaretta?”

Se ti capitano le medie a Borgo prendi o lasci?” Erano le domande, per qualcuno che si piazzava su una graduatoria era la speranza per qualcun altro.

Era, a volte, gran parte delle volte, arrivare alla sera e sentir dire interrompiamo riprendiamo domani. Poi magari l’indomani c’era sempre qualcosa da correggere e si andava al pomeriggio, e di nuovo al giorno dopo ancora.

Ci sono incubi peggiori, certo. Ci sono sempre incubi pegnori, ma era il lavoro, lo stipendio, il pagare affitti e bollette.

Credo di aver vissuto insieme a migliaia come me la stagione più lunga di quello che non a caso era ritenuto il precariato storico, nella scuola non c’era ombra di assunzioni e non c’è stata per anni. Per me sono stati circa 15 anni, di cui relativamente più stabili soltanto gli ultimi cinque quando, scalata finalmente la graduatoria, arrivavi alla fatidica supplenza al 31 agosto che equivaleva a non dover fare la pratica di disoccupazione per i mesi estivi.

Quello delle convocazioni era un rito desolante, un ciondolare di corpi esausti a un mercato di elemosina di nomine, persone che scaricavano l’ansia soltanto quando uscivano finalmente con un foglio in mano e una nomina e a quel punto dove e quando non importava, dritti a prender servizio, si tornava a scuola.

Ricordo un anno in cui un collega di lettere che aveva superato i 50, con una storia burocratica kafkiana (che in quegli anni – attenzione – era la norma, perché le regole cambiavano in continuazione) a settembre fu assunto: contratto a tempo indeterminato. Alle convocazioni successive l’impiegata del provveditorato quando arrivò al suo nome ancora in elenco si fermò e disse: “questa è una soddisfazione personale che devo prendermi”. Si alzò e pronunciò il nome e poi aggiunse “assunto”. Inutile dire che scattò l’applauso generale, sia per chi come noi lo conoscevano, ma anche per gli altri.

Molti di noi, in alcuni casi ormai amici più che colleghi, il giorno in cui firmarono il fatidico contratto di assunzione piansero, non si trattava del famigerato posto fisso, ma della continuità, che soltanto gli addetti ai lavori possono comprendere: finalmente avresti lavorato in una scuola, la tua. Eh sì, perché ogni anno era un giro di danza: nuove destinazioni, nuove scuole, nuove classi, nuovi alunni, migliaia di studenti che non vedevano mai gli stessi insegnanti anno dopo anno, ogni partenza dell’anno scolastico si ricominciava sempre da capo, tutti. Era così che funzionava la scuola, in maniera molto maggiore che adesso e non stiamo parlando del secolo scorso, ma di una quindicina di anni fa. Questo è il modo in cui hanno tenuto in considerazione la scuola e i suoi attori: insegnanti, studenti e famiglie.

Ecco anche perché io per circa dieci anni, residente a Firenze, preferivo fare la pendolare, speravo sempre che alle convocazioni “rimanesse” Borgo San Lorenzo, sede da molti considerata disagiata e professionale difficile (anche perché era la regola che gli ultimi arrivati beccassero le classi peggiori e ne ho visti volare sedie e pugni) ma almeno sentivo quel senso di familiarità, di essere parte, di costruire un percorso. Mi alzavo prima delle 6, prendevo il bus che era ancora buio per andare alla stazione, da lì avevo circa un’ora di viaggio. Rientravo alle tre e mezzo, ma molto più spesso alle sei di sera, visto che allora si facevano i pomeriggi.

Certo c’è di peggio, c’è sempre di peggio, eppure eravamo insegnanti, in teoria un pezzo importante della società, in pratica eravamo precari che baciavano a terra per la grazia del lavoro ricevuto (no, non esagero, tre mesi senza stipendio, ed erano stipendi minimi) a un’età che ci portò a varcare i 30 e poi i 40 ad aspettare le assunzioni.

Poi vennero gli anni in cui istituirono la SSIS, le scuole di specializzazione, mi pare fosse proprio Berlinguer, a noi precari parve subito chiaro che fosse un bel regalo alle università, visto che i corsi erano a pagamento. La scusa era che bisognava far entrare i giovani, e certo, noi nel frattempo eravamo invecchiati. Con le SSIS il diritto alle supplenze e alle assunzioni si dimezzò: 50% su una graduatoria, 50% su un’altra. Fu una guerra, eravamo inviperiti, agguerriti gli uni contro gli altri. Si allontanava la parola fine alla precarietà, si creavano altri precari. Manovre politiche, che niente cambiavano “dentro” la scuola.

Oppure l’istituzione dei corsi di perfezionamento: la corsa ai punti, ogni corso valeva 1 punto e costava dalle 350 alle 400 euro. La parte da leone la faceva la Facoltà di Scienze della Formazione. E qui non posso non ricordare la scarsa, scarsissima qualità di quei corsi PAGATI per avere quel maledetto punto in più, almeno fossero stati formativi: era un bieco mercato di punti. Un anno ne scelsi uno Educare alla Lettura, vai, mi dissi, almeno questo mi interessa, ebbene la cosa che ricordo è l’aula Magna del Liceo Michelangelo di Firenze quando arrivò un’avvenente giovane assistente universitaria da Pisa che tenne una lezione su: Jack Frusciante uscito dal gruppo, il Giovane Holden, la cacca in non ricordo più quale romanzo della Pitzorno. Lei sarebbe stato inutile ucciderla, visto che innocente, ma la frustrazione era tanta che qualcuno al Ministero sì, lo avresti ucciso volentieri. Tempo e soldi sprecati. A lei avremmo solo potuto dire: ma come ti permetti? Ma da quale cacchio di pianeta arrivi? Il giovane Holden? Al massimo ti fai una risata! Educare alla lettura!

Eravamo invisibili. Questa è stata la scuola dei Ministri delle riforme, dell’innovazione, della mancanza di investimenti.

Un privato non avrebbe potuto fare quello che faceva lo stato, non era legale: c’era la continuità, il licenziamento annuale di fatto era un sopruso.

Nel 2008 un sindacato avviò una vertenza con migliaia di ricorsi  e denunce alla Commissione Europea, perché un lavoratore precario poteva essere chiamato anche un numero di volte illimitato ad accettare un contratto a tempo determinato (le supplenze annuali) e quando nel 2014 arrivò  Renzi con la Buona scuola spacciò le assunzioni come un suo miracolo, in realtà erano dovute perché quell’annuncio sbandierato come “il più grande investimento” sulla scuola italiana degli ultimi decenni era, ripeto, atto dovuto: i precari che hanno superato il 36 mesi di insegnamento devono essere assunti, oppure risarciti, il che per il governo sarebbe stato davvero un grossissimo guaio.

Noi del precariato storico eravamo stati assorbiti da poco, ma alle spalle avevamo anni come quelli che ho cercato di raccontare.

Abbiamo subito la Riforma Gelmini (che non era una riforma ma soltanto un taglio dei posti di lavoro tanto per ritagliare risorse da destinare alla scuola privata) ed io personalmente ho preso parte alla manifestazione a Roma, una cosa mai vista, non siamo riusciti neanche a raggiungere il luogo di partenza, le metropolitane erano intasate, migliaia di autobus e nessuno che si aspettasse quella reazione. È successo qualcosa in risposta? No.

Abbiamo contestato allo stesso modo la 107 di Renzi, uno sciopero con adesione imponente. Hanno tenuto di conto cosa diceva il mondo della scuola? No. (Ne scrissi qui https://danielagrandinetti.blog/2016/01/23/23-gennaio)

Ci siamo beccati il suo sottosegretario Faraone, che parlava di scuola come se fosse casa sua ma non era neanche laureato (ah, poi la laurea l’ha presa, a 16 anni dalla sua iscrizione, in Scienze Politiche, forse perché poverino gli era venuto il complesso e sia chiaro, non perché la laurea equivalga a intelligenza, anzi, ma visto che scassavano tanto con quella riforma sul famigerato riconoscimento del “merito”, l’ironia era d’obbligo).

C’è stato il ministro Profumo che diceva che con gli insegnanti bisognava usare il bastone e la carota, abbiamo poi avuto le idee brillanti della Ministra Fedeli, solo per ricordare gli ultimi anni, nella quale qualcuno aveva anche riposto speranze vista la sua esperienza nel sindacato, ma che ricordiamo perché a un certo punto tirò fuori dal cilindro l’uso dei cellulari nella didattica, i corsi di formazione per insegnanti sui videogiochi (ne ho scritto qui, poi il post è stato condiviso oltre le mie aspettative https://danielagrandinetti.blog/2017/09/12/w-luso-del-cellulare-a-scuola/ )

E arriviamo alla Dad

In questo scritto di memoria, non posso esimermi dal fare un riferimento agli ultimi due anni, quello scorso e quello in corso: ebbene lo scorso anno per la ministra Azzolina eravamo eroi anche noi come il personale sanitario, perché avevamo retto l’impatto della pandemia con la didattica a distanza. E giù l’esaltazione della tecnologia, del tesoro che l’esperienza avrebbe costituito anche per il futuro. E io, e tanti scettici come me, a dire: attenzione, questa è emergenza, ma la dad non è scuola, la scuola ha bisogno di presenza, di contatti, di respiri, di sguardi. Eppure l’abbiamo fatto, in massa, magari con le debite eccezioni, per carità, ma la scuola (leggi insegnanti, e qui davvero, INSEGNANTI) ha retto l’urto.

Quest’anno la situazione si è ribaltata: la Dad non è scuola dice la Ministra, bisogna riaprire (ma nel frattempo a parte le rotelle non abbiamo visto grandi misure per questa “scuola in sicurezza”, che poi qualcuno me lo spiegherà come fa a essere sicuro un luogo dove comunque, anche al meglio dell’organizzazione, circolano centinaia di persone ogni giorno e di vaccini per noi non se ne parla, siamo in coda con gli altri). La parola d’ordine è supportata da un movimento d’opinione che vede quotidianamente articoli sulla solitudine degli adolescenti, improvvisamente vittimizzati da schiere di madri (padri se ne sentono pochi, come mai?) e opinionisti, come se questi millenium non vivessero già da prima una vita sociale connessa. Io, dal mio piccolo angolo, parlo con studenti e studentesse ogni giorno, e mi pare che responsabilmente dicano che sì, preferirebbero la scuola in presenza, eccome se no, ma la situazione è tale che meglio sarebbe non rischiare. Certo, ho lunga esperienza nei professionali da sapere che in alcune scuole il rischio di dispersione è più alto, ma attenzione: la dispersione c’era prima come adesso, solo che adesso serve da baluardo politico, perché la scuola improvvisamente è terreno di scontro politico. Io ho la nausea.

Non ultimo non c’è giorno in cui l’Invalsi con le sue ramificazioni amiche (IlSole24ore, Confindustria) non esca con qualche articolo allarmista sul learning loss, sul fatto che questi due anni sono anni PERSI. E qui, mi perdonerete, alzo la voce: ma come ti permetti tu, Anna Maria Ajello, Presidente Invalsi, con la tua cricca e con una ministra che anziché difendere il settore in cui opera sta dalla vostra parte e dice le stesse cose, di continuare a propinarci teorie sulla MISURAZIONE DEL SAPERE CHE METTE A RISCHIO – DICIAMOLO – LA TUA BARACCA, QUELLA CHE VI FORNISCE LAUTI STIPENDI MA NIENTE, DICO NIENTE, CHE ABBIA REALI RICADUTE SULL’ISTRUZIONE E I SUOI SISTEMI? COME SI PERMETTE?

Io mi alzo alle 8 ogni mattina, accendo il pc, sono stanca, dopo tutti questi mesi, ma so che non posso permettermi di mostrarlo, accendo la telecamera su volti e più spesso su icone, ma non per questo mi arrendo, non per questo perdo il mio e il loro tempo, faccio lezione tutti i santi giorni, poi pranzo e il pomeriggio in gran parte trascorre a caricare attività su classroom, scannerizzando materiali frutto di ricerche, perché è necessario  trovare mezzi e modalità che mi consentano di tenere una buona attenzione, di stimolare la partecipazione. Certo se stessi ogni giorno a fare la mia bella spiegazione autogratificante e dicessi studiate da pagina a pagina sarebbe più semplice e meno faticoso, ma in questo frangente sappiamo di non poter agire così. Quindi tutti i giorni tra leggere compiti svolti e caricare materiali è altro tempo, tanto tempo, con il cervello che perde colpi. Senza contare le chat di WhatsApp, sempre a disposizione di chi ha bisogno di un chiarimento, di una risposta, o tra noi insegnanti per cercare di arrivare a qualcuno o qualcosa. Numeri di telefono ai genitori di ragazzi problematici, fili diretti, riunioni extra a gogò in aule virtuali. Meet ormai è casa mia. Dunque: come vi permettete?

Come al solito parlano persone che non sanno niente di scuola, che mai sono stati in una scuola se non come studenti, ma loro sono ESPERTI, e ben pagati, noi invece siamo numeri, caselle da spostare da un colore all’altro. Non c’è giorno in cui l’Invalsi e la sua cricca non rimarchi la necessità di lavorare a luglio, ad agosto per recuperare il learning loss (parla come mangi, diceva un antico adagio!) tanto per avvalorare quella tesi così popolare secondo la quale noi non lavoriamo, noi siamo fannulloni, noi siamo dei privilegiati con il nostro stipendio rubato alle tasche dei contribuenti. Infatti nel dibattito di quest’ultimo periodo molte mamme, molti studenti che si ammalano dentro (ma sono in trincea? Combattono? Fanno la fame? Non hanno da vestirsi?) ma mai insegnanti, l’unica che spopola è la comica Mannino con le sue parodie sulla dad.

Di fatto noi non abbiamo più un “tempo scuola”, noi abbiamo da mesi una vita connessa senza spazi né tempi.

La scuola pubblica, baluardo della Repubblica, con buona pace di Calamandrei e quelli che si ama citare, è un mosaico informe di polipi e tentacoli. Le parole e i fatti.

E io, dovrei sentirmi una privilegiata?

Se siete arrivati in fondo, voi che leggete, non posso che ringraziarvi, nonostante non avessi voglia ho scritto questa lunga memoria riflessione soltanto perché sono stanca, stanca dentro, anche se nessuno se ne accorgerà mai perché accendo la telecamera con il sorriso e la carica giusta. Dentro c’è l’amarezza di una voce che abbiamo perso, insieme all’autorevolezza del ruolo

In prima ho una ragazzina cinese, parla poco l’italiano, negli ultimi giorni mi manda spesso messaggi su WhatsApp per farmi domande sulle cose da fare. Io le rispondo, le mi risponde con emoticon: cuoricini e faccette arrossate. IO LO SO che questa ragazzina sta traendo quel po’ di spinta che le serve da questi insignificanti contatti, in virtù del semplice fatto che le rispondo, perché anni di esperienza mi dicono che in assenza di altri e più consoni mezzi, intendo fisici, questo è un modo per rinsaldare l’autostima. C’è una mamma che mi ha chiamato giorni fa per dirmi che sua figlia, in prima anche lei, beh, non era così contenta di studiare da anni (la ragazza ha una storia di bullismo alle scuole medie) mi ha confessato che, con tutti i suoi limiti, è rinata. Mi ha ringraziato, non solo me, ma anche gli altri insegnanti.

Ecco, sono arrivata alla fine. Qui sta il mio lavoro, la mia esperienza, il mio mondo: nelle ultime righe.

Per tutto il resto c’è MasterCard.

ERBACCE

Angelo Russo è un bambino nato a Fondo Gesù, il quartiere più degradato della città di Pitagora, Crotone, dove i segni della Magna Grecia sembrano essere scomparsi.

Angelo è una creatura delicata, ama i fiori selvatici e le erbacce, tenaci e strafottenti, forse perché assomigliano al suo unico amico, Mario Amerigo, che quando parla “usa il tono di un adulto e si atteggia a uomo di mondo”, lui, che invece fa parte di una gang di teppistelli destinati alla delinquenza.

Qualche settimana fa ho avuto il piacere immenso di dialogare con Maurizio Fiorino, autore di questa storia e di romanzi (l’ultimo, Ora che sono nato, ed. e/o), che on line ha interagito con centinaia di studenti della mia scuola in un modo tale da farli innamorare: con semplicità, un fondo di timidezza negli occhi, una capacità di comunicare la sua storia e le sue storie che li ha tenuti inchiodati a seguire (e questo lo so perché ne constatato le reazioni e i commenti)

Molti anni fa quando scrivevo sul sito Youbookers mi capitò di incrociare un libro, Fondo Gesù. La casa editrice mi fornì il pdf perché ne scrivessi, cosa che ho fatto non perché obbligata (come a volte succede in queste situazioni) ma perché FOLGORATA dalla bellezza della storia, tanto che oggi io possiedo la copia cartacea di quel romanzo, che ho comprato perchè avevo bisogno di toccarlo, vederlo e conservarlo.

Qualche settimana fa Crotone è stata flagellata da un’alluvione e Maurizio Fiorino non ha esitato: ha fatto la prima cosa che in poco tempo avrebbe potuto fare per la sua città. Ha rispolverato il prequel di quel romanzo (che era stato pubblicato nel 2016 in lingua inglese sulla rivista internazionale Dust e lo ha pubblicato in e-book perché il ricavato andasse a favore di coloro che da quell’evento sono stati colpiti. E’ nato così Erbacce, in ebook, da e/o. Io ho appena finito di leggerlo.

Maurizio, va detto, è una persona speciale, prima di essere un autore dall’indubbio talento.

L’e-book è in vendita a una cifra simbolica di € 2,99 su tutte le piattaforme digitali. Da Ibs ad Amazon.https://www.edizionieo.it/book/9788833573106/erbacceInutile aggiungerlo: il ricavato sarà interamente devoluto per aiutare Crotone.

E dopo fatevi un regalo: leggete il romanzo, Fondo Gesù.

Se ti chiami Wertmuller

Ma quanto ci piace la cultura? Siamo o non siamo, noi, italiani, questo paese, l’Italia, culla di civiltà classiche che ci rendono ricchi?

Non siamo quelli che diciamo sempre che la cultura è il vero patrimonio di questo paese, delle regioni, delle città, dei borghi?

La cultura tutta: arte, teatro, letteratura, cinema, cibo.

Poi accade che leggi una cosa come questa, e ti prende la tristezza.

Pensi: ma come funziona? E sì che lo sai anche tu, come funziona.

Funziona male, funziona che se ti chiami Massimo Wertmuller, con una carriera cinematografica e teatrale di tutto rispetto, devi fare il provino per tre pose e la risposta…. beh, la risposta leggetevela voi, sta qui, nelle parole che l’attore ha scritto oggi su suo profilo facebook.

Tristezza.

Scusate il disturbo, volevo raccontarvi una storia personale ma non troppo. Lo faccio qui su facebook perchè deve poter valere anche un po’ come denuncia. Però io non ce la faccio più, con qualcuno ne devo parlare, a qualcuno glielo devo dire. Volevo parlarvi un minuto del mio lavoro.Dunque, oggi, nel mio ambiente, se non ti rendi disponibile per un provino diventi un fuorilegge. Anche se hai l’età mia, che non è quella di Matusalemme, ahò, ma che è quella comunque di chi fa questo mestiere da 44 anni, sei costretto a ricordare di te, a riproporti. Una incombenza, questa, che un edicolante e un ingegnere non hanno. Ma comunque, io la trovo pure una via giusta, e doverosa, da parte di un regista, per vedere se quell’attore è giusto in quel personaggio che lui ha sempre avuto in testa. E qui , però, già cominciano i guai, perchè grazie soprattutto al “reference system”, in realtà chi porta ,assieme al suo nome, più lavoro fatto, più premi, più nomination, lavora più di quello che magari per quel personaggio era più giusto. Lo dico per quelli che non sono addetti, lo so che gli addetti lo sanno. Dispiace, anche perchè non solo non esiste ,in realtà, alcun nome che fa fare le file di sacchi a pelo ,dalla notte prima della prima, davanti a nessun cinema, ma anche perchè in altri paesi vedi facce bellissime e attori sconosciuti, bravissimi, impegnati magari in meravigliose fiction televisive. E, anche se questa legge del “reference system” oggi è meno attiva, comunque ha fatto disastri incalcolabili. Una legge elitaria, che è stata pure voluta dalla sinistra eh….Ma vengo umilmente a me….Mi chiamano per l’opera prima di un regista che non avrebbe manco l’età del figlio che non ho mai avuto. E già non mi dicono, però, non solo che non sono per niente ancora stato scelto, e io invece da quando entro nell’ufficio mi comporto come uno scritturato, facendo già la mia bella figura, ma manco che avrei dovuto leggere una scena con lui. Quindi, dopo aver capito che era un vero e proprio provino, una parte dell’incontro si è passata a cercare qualcuno che avesse un paio di occhiali da prestarmi, anche perchè la prima mia lettura sembrava fatta da un cyborg. Sono entrato in quell’ufficio come uno scritturato, e me ne vado invece sapendo di dover attendere una risposta. E stiamo parlando di un ruolo divertente, bello, ma piccolo, da tre , quattro pose. Oggi arriva questa sentenza: ” Massimo, se il protagonista giovane del film che viene scelto è quello con un certo nome, il personaggio puoi farlo tu, se invece quello che viene scelto è quello con meno nome devono trovare per il tuo ruolo un attore più famoso di te…”. Testuale. Hai capito sì? 44 anni di lavoro, ma un curriculum cominciato con Ettore Scola, Gigi Magni, Giuseppe Patroni Griffi, Antonello Falqui e tanti altri magnifici nomi, oggi non mi serve quasi a niente….Certo, se non avessi avuto appunto le mie conferme sul fatto che questo mestiere avrei anche potuto farlo, ne avrei scelto subito un altro, ma per me ha scelto la vita. Comunque, non passa giorno che io non mi chieda, mi dovete credere, in relazione a certi traguardi odierni che io mi aspettavo di raggiungere, e senza lamentarmi di una carriera che invece credo bellissima, dove ho sbagliato io. Ma per quanto me lo chieda non trovo tutti questi errori, devo essere sincero. Ne trovo invece in un sistema che è difficile da sovvertire. Fa parte endemica, ormai, di un comportamento acquisito. Lo stesso poi che fa fare una foto, o un selfie, assieme a un attore di un cinepanettone invece che con un attore che ha interpretato con successo un Amleto in un teatro pieno. Lo stesso che fa passare sotto silenzio i premi della Biennale di Venezia per il teatro, a fronte del baccano per quelli al cinema. Ma quello che dico io, e tutto quello che dico lo dico per tanti altri colleghi, è che almeno il meccanismo sia giusto. Non è possibile che questo mestiere abbia così la memoria corta, sia così distratto e irriconoscente. Questa mancanza di considerazione che in troppi casi esiste per l’esperienza, i curricula, il merito e il talento. Non sempre agisce così, per fortuna, il meccanismo, e quando vedi un bravo attore o una brava attrice che hanno successo , che sono giusti per quel ruolo che ricoprono, ti si apre il cuore e sei orgoglioso del tuo lavoro. Ma in generale funziona male. Troppo, davvero troppo figlio, questo lavoro, dell’occasione giusta, della furbizia, del sapersi proporre, delle conoscenze, dei posti giusti….Ecco, insomma, non ce la facevo più a tenermelo per me, perchè comunque c’è sempre troppo silenzio attorno a una questione sofferta da tante attrici e attori, rispetto a poche e pochi, e che nessuna associazione, sindacato, unione, sembra poter mai scalfire…Ah, poi, se qualcuno mi viene ancora a dire ” ma se uno è bravo lavora sempre…” gli parto proprio de capoccia eh….

MIMI’ E LA ROSA

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Una notte d’inverno, qualche mese fa, mi sono svegliata sulla scia di un’intuizione, a volte mi capita, forse legata a qualche sogno, va’ a sapere: ho “visto” l’inizio di uno spettacolo su Mia Martini, alcune donne al centro della scena.
Tre sere dopo su Rai3 va in onda uno speciale su Mia Martini, molto bello. Quella sera mi sono convinta avrei dovuto farlo: scrivere un testo.
Ho iniziato, ho fatto ricerche, ho scritto, poi la chiusura dei luoghi condivisi mi ha bloccato, mi sembrava non avesse più senso, anche se quella cosa che chiamiamo ispirazione è stata forte, come una spinta verso di lei, Mia persona.
Se cercate delle foto di Mia Martini in alcune appare bellissima, in altre è l’esatto opposto, quasi brutta, “sgangherata”. In alcune è scarmigliata in altre è così composta da risultare falsa.
Se leggete la storia di Mia Martini è stata quella di una rivoluzionaria negli anni ’70, poi da adulta approdata a Fini, un’amicizia o chissà, una voglia di essere contro gli altri o sé stessa.
Legata alla sua città, Bagnara, ci tornava sempre, si definiva una bagnarota orgoliosa perché quel luogo, come lei stessa è diventata, era figlio di una leggenda:

C’era un pastore dell’Aspromonte, sai è una montagna che va a picco sul mare, questo mare dove si pesca il tonno e il pesce spada. In questo Aspromonte vive questo pastore che si chiama Gaziano. Un giorno, mentre sta riposando, si mette a suonare un flauto fatto da lui con un ramo di castagno. Poi, si addormenta sotto un albero e improvvisamente viene svegliato da una musica meravigliosa. Guarda verso la fine della roccia che va giù profonda, perché siamo in alta montagna, da dove si vede uno scorcio di mare, dal quale esce una Ninfa bellissima.  Lui si innamora pazzamente di questa Ninfa, la quale poi sparisce nelle acque. Gaziano cerca di richiamarla ma non riesce a farla riaffiorare e allora va a cercarla. Scende dalla montagna, si costruisce una zattera, va al largo e finisce nelle montagne del Dio Eolo, il Dio dei Venti. Rimane sette anni con lui, che gli insegna tutti i segreti dei venti e del mare, Trascorsi questi sette anni, Gaziano continua il suo viaggio e approda nell’antro della Maga Circe, alla quale racconta il suo dolore e le dice che sta ancora cercando ancora questa Ninfa meravigliosa e Circe gli svela che quella Ninfa è un’ancella della Dea Teti, la Dea Dei Mari.Gli spiega come deve fare per evocarla e chiederle di fargli vedere di nuovo il suo grande amore. Gaziano ritorna sull’Aspromonte, fa questo rito e finalmente riesce a rivedere la sua Ninfa. Questa riaffiora dalle acque cantando una dolcissima melodia e lui può finalmente svelarle tutto il suo amore. La Ninfa non rimase molto toccata da questa storia stupenda e gli dice che non le interessa assolutamente di essere amata da lui e sparisce di nuovo nel mare.  A questo punto, Gaziano impazzisce dal dolore, comincia a piangere e si piega sulle ginocchia e piange, piange talmente tanto che si trasforma in acqua e poi in un torrente pazzesco, che va ad inondare questa montagna. Finalmente riesce a scendere giù e si fonde proprio nel mare, riuscendo così a raggiungere la sua Ninfa. E’ proprio lì, in quel punto, dove le sue lacrime si congiungono con il mare, che nasce Bagnara.”

E’ il suo primo disco che mi piacerebbe raccontare: un disco censurato, (Padre davvero), un disco poetico e dissacrante, dove si narra di amore e di stupri. Un disco al quale collaborarono Claudio Baglioni (che nessuno ancora conosceva) con testi scabrosi e assolutamente nuovi per i tempi (Amore un corno) e canzoni con testi suoi su musiche di Cat Stevens (Nel rosa)

Chissà come è morta Mia, me lo sono sempre chiesta: se accidentalmente o semplicemente perché stanca. Per scegliere di morire ci vuole un amore per la vita che non tutti possono provare, ci vuole molto coraggio per fermarsi e dirsi: sono stanca, ho vissuto, me ne vado. E svanire così.

Mimì e la rosa. Bella, bellissima, a volte appassita, con le sue spine.

Una dieci cento Mimì, sarebbe stato il titolo dello spettacolo, con tanti cappelli di paglia a un attaccapanni, uno per ogni Mimì.

La vergine e il mare, dall’album Oltre la collina, 1971 (brano censurato)

Il gufo tre volte cantò.
Col vento la porta si aprì.
La bianca candela morì in un
momento.
Due occhi guardavano me.
In gola il mio grido fermai.
Son solo una donna,
tentai di fuggire.
La veste, ridendo, strappò.
Un vergine petto scoprì.

E pregando gridavo pietà.
Mi prese dai fianchi,
piegò la mia schiena.
Fu, fu su di me.
Dalla nuda parete il quadro dei
Santi e Dio, Dio mi maledì: mi
piacque giacere con lui.
Il gufo tre volte cantò.
Col vento la porta si aprì.
Le alghe sui piedi, la schiena
possente.
Nel mare in tempesta svanì.
Nel mare in tempesta svanì

Diario di una giornata di quarantena

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Non so perché scrivo, in realtà non ne avrei voglia, più che altro perché lo scopo per cui scrivo è del tutto vano e quando sai di scrivere inutilmente la motivazione sta a zero.
Però alla fine mi sono detta che se è tutto il pomeriggio che ci penso faccio meglio a seguire l’istinto che mi spinge a mettere nero su bianco uno stato d’animo, nello specifico un malessere.
Sì, perché io appartengono a quella schiera di esseri umani dotati di una sensibilità forse eccessiva per i quali le parole hanno un peso e quando dai piccoli sassi si creano macigni fatti di parole che non aiutano a capirsi, anzi, creano malintesi e fraintendimenti, ci sto male. E ancora di più ci sto male quando le persone che contribuiscono a far crescere questa marea sono persone che stimi, alle quali vuoi bene, con cui hai legami, affinità, interessi in comune.
Cos’è che ci rende così – talvolta – riottosi, così pronti a scattare l’uno contro l’altro?
I social amplificano questa tendenza, e questo è un fatto. Io mi sono ripromessa da un po’ di cercare di fare buon uso dei social, di evitare le polemiche sterili, di non entrare in conflitto laddove è dialogo tra sordi, di seguire che le cose che mi piacciono e mi fanno star bene. O quelle utili, che pure ci sono.
Nel mio piccolo mi sono perfino illusa di poter creare qualcosa io stessa in questo senso di impotenza e avevo pensato a una pagina “Solidarietà in rete” ovvero mettere in rete iniziative e possibilità di dare una mano a quelli che in questo giorni difficili avrebbero potuto aver bisogno. Niente di che, ma sembrava una buona idea: peccato che il nostro uso dei social – ho constatato anche con questa esperienza – è distratto, è funzionale allo sfogo, alla curiosità, al commento polemico o al like facile, ma mai ci rendiamo conto (o abbiamo voglia di farlo) se quello strumento che stiamo usando per caso potrebbe avere anche una finalità diversa, magari di aiuto, perché no? Diciamo che in linea di massima regna la superficialità, sempre di più nella vita reale come nei social.
Oggi giornataccia che nasce con un post.
Un post.
Un libero cittadino con responsabilità politiche (consigliere comunale del movimento di sinistra di cui io stessa faccio parte, ribadisco, un movimento, non un partito, che raccoglie tanti orfani di sinistra come me) scrive un post su un fatto accaduto, finito nei tg nazionali con un video che ha fatto il giro (a me lo aveva mandato un amico ieri sera dall’Inghilterra, per dire)
Il video riprendeva il funerale di un pover’uomo (e su questo tornerò a dire) il cui feretro esce di casa in quartiere abitato prevalentemente da persone di etnia rom. Nel video si vede un discreto numero di persone che lo accompagnano, come è giusto che sia, ma senza alcuna protezione, senza distanza, senza niente di tutto quello che stiamo cercando di fare.
Il post in questione si limitava a registrare l’accaduto e a riferirne la pericolosità, ribadendo un concetto elementare: le regole che andrebbero rispettate, che stiamo cercando tutti di rispettare a denti stretti.
Non parlava di altro se non di questo: eppure apriti cielo. Sono piovute accuse, improperi, trattati sociologici sul senso della morte dei rom, sul noi e loro, sulla storia del campo rom, sulle responsabilità politiche e non so cosa altro perché a un certo punto ho abbandonato il campo.
La brutta sensazione (da qui il malessere) che ci sono momenti in cui tanti avvoltoi escono perché c’è lì la preda e quindi tutti giù a raffica a colpire, a beccare, ognuno col suo ragionamento e la sua accusa.
Qualcuno ha detto “bel post di destra da uno di sinistra” (semplifico) come se il buon senso dovesse avere sempre e comunque un’etichetta, qualcuno ha gridato ai nuovi untori, molti mi hanno scritto in privato.
Un putiferio. Perché? La pensiamo forse diversamente? No, ma i duri e puri escono allo scoperto quando possono tuonare, essere contro, darti lezione di morale, e vengono da sinistra, cioè da quelli da cui ti aspetteresti in un momento così tragico e una sanità allo sbando di fare fronte comune.
Quel post non aveva niente di razzista e figuriamoci se era contro i rom, si sa che è un campo minato, sai che se lo scrivi corri un rischio e infatti così è stato. I duri e puri sono spuntati puntuali, uno dopo l’altro, a parlare dei massimi sistemi e di cose che nulla NULLA avevano a che fare con il caso specifico.
E del pover’uomo? Di un padre di 51 anni con sei figli morto forse per negligenza (della qual cosa confesso allo stato dei fatti non sono sicura) a qualcuno interessa? Sono tutti insorti per difendere il diritto a una sepoltura degna di una società civile? Macché, sono tutti insorti per dare all’untore, figuriamoci farsi scappar un’occasione come questa per dare del razzista a chi sa bene che razzista non è anzi si spende per il contrario.
I duri e i puri.
Io so da testimonianze di amici che in quest’ultimo periodo ahimè nessuno ha potuto avere sepolture degne di una società civile e tutti abbiamo un senso della morte che viene metabolizzato e passa attraverso la ritualità, cristiani e non cristiani, ortodossi e islamici, atei e agnostici, ognuno ha i propri. Eppure tutti hanno dovuto rinunciare perché le regole lo hanno impedito.
Non vado oltre.
Se non per concludere che poche cose da insegnante cerco insegnare ogni santo anno da venticinque anni a questa parte: il senso critico, la libertà di pensiero e il rispetto delle regole condivise.
Non accetto lezioni di morale da nessuno che non sia meglio di me (perché MAI e dico MAI parto dal presupposto di essere migliore o nel giusto, cerco sempre di ascoltare per quanto posso); non sono migliore di altri, ma sono di sicuro una che nelle cose mette passione e impegno, perfino se penso che in questo periodo di isolamento posso creare una pagina che serva a qualcuno, poi mi guardo intorno e vedo il deserto.
Ma eccoli lì, pronti a darti lezioni e darti del fascista e/o razzista (a me come ad altri è uguale) e dire sei uguale a loro, senza accorgersi che hanno prestato il fianco proprio a quelli (razzisti e fascisti) che vorrebbero attaccare.
Mi viene da ridere. Meglio magari, visto che oggi, confesso, c’ho pianto dalla rabbia.
Stop.
Passo e chiudo.

Le cose dell’amore

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Il viaggio e l’utopia, l’avventura e la politica, l’amore e la guerra, l’ironia e il mistero, il vino e le camere d’albergo, l’amicizia e la lealtà, la passione e il rispetto per la natura, sono i temi ricorrenti del mondo narrativo di Luis Sepulveda. Stanno lì a ricordare che per lui esistono ancora valori e sentimenti che possono aiutare ad affrontare le asprezze della vita a procedere, come ha detto una volta, “di sconfitta in sconfitta fino alla vittoria finale” (B. Arpaia, Prefazione a Tutti i racconti, Guanda Ed.)

Ciao Luis, per sempre

** LE COSE DELL’AMORE **

Quando ci vedemmo per la prima volta, riflessi negli specchi dell’enorme salone dei banchetti del Centro Catalano di Santiago, avevamo tutti e due quattordici anni. Eravamo alla cerimonia di chiusura del corso di galateo a cui le famiglie cittadine della classe media iscrivevano i figli perché imparassero a star seduti a tavola, a usare in modo appropriato forchette e coltelli, e a non confondere il bicchiere dell’acqua con quello del vino rosso, del vino bianco o dello spumante. Ci insegnavano anche a ballare, valzer, pasodoble, cueca, ma fra tutti io preferivo gli audaci passi del tango perché il tubare dei bandoneón mi faceva sentire più uomo.

Il maestro di cerimonie ci fece sedere di fronte e dentro di me imprecai perché non ci aveva sistemato accanto impedendomi così di sfoggiare i miei modi da cavaliere, ormai perfetti, e cioè di scostare la sedia della dama tenendola per lo schienale e spingerla leggermente in avanti mentre la ragazza si accomodava. Dovetti accontentarmi di farle un lieve inclino, a cui lei rispose con un garbato cenno del capo.
Lei, ah lei!, aveva una lunga chioma castana che le scendeva fino a metà schiena e che sembrava un caldo accessorio del vestito di mussola bianca. Io, con lo smoking, lo sparato rigido e il papillon, avevo come tutti gli altri ragazzi una bell’aria da pinguino artritico.
Quando i suoi occhioni si posarono su di me, sentii che iniziavano a sudarmi le mani, che il papillon mi soffocava e che dovevo subito fare qualcosa. Allora presi il tovagliolo e, fedele alle istruzioni del professore di buone maniere, lo scossi perché si spiegasse e me lo posai sulla gamba destra.
“Che le prende, vuol ballare una cueca, una samba o un chamamé?”* chiese dal capo del tavolo il maestro di cerimonie.
Le ragazze soffocarono le loro risatine e arrossirono, i ragazzi sghignazzarono apertamente, io mi sentii morire, ma lei, senza togliermi gli occhi di dosso, prese il tovagliolo, lo scosse e se lo lasciò scivolare in grembo.
Il maestro di cerimonie ignorò quell’infrazione al protocollo e suonò una campanella dando inizio alle presentazioni. Quando fu il nostro turno, spinsi indietro la sedia con le gambe, mi alzai in piedi, dissi il mio nome e poi aggiunsi che frequentavo il liceo statale e che era un piacere conoscerla. Lei, dopo un leggero cenno del capo, disse che si chiamava Marly, che era allieva del Santiago College e che era molto lieta di fare la mia conoscenza.
La faccenda del Santiago College mi preoccupò. Era una scuola frequentata dalle figlie della borghesia, mentre il liceo statale era noto per il carattere rivoltoso e le tendenze rosse dei suoi studenti.
Quella parodia di cena andò avanti senza grossi incidenti. Nessuno fece rumore mangiando la minestra e nessuno fece stridere la forchetta sul piatto al momento di tagliare a pezzetti gli asparagi. Nessuno sbagliò posate con il pesce o con la carne e nessuno confuse i bicchieri. Lo stesso accadde con la conversazione. Marly disse che gli asparagi le sembravano deliziosi e io risposi che condividevo la sua opinione. Io dissi che gli specchi facevano apparire più grande la sala e Marly rispose che condivideva il mio interessante punto di vista. Ogni coppia si scambiò un migliaio di parole, ma nessuno disse assolutamente nulla di compromettente o di stonato. Con gioia del maestro di cerimonie, ci comportammo come dei gran cinici o come degli impareggiabili idioti.
Dopo il dessert annunciarono che potevamo passare nella sala da ballo. E stavolta ebbi modo di mettere in pratica le regole che mi erano state insegnate: le scostai la sedia, aspettai che posasse il tovagliolo sul tavolo e le offrii il braccio. Con la speranza di restarle al financo per ore, la condussi nel salone accanto.
Naturalmente tutti avremmo preferito ballare musica rock, però erano presenti anche i genitori e volevano vedere i progressi compiuti dai figli, così il maestro dette ordine di mettere un valzer e ballammo coi corpi ben dritti e separati. La mia mano destra le sfiorava appena la vita, ma sentivo l’intenso calore della pelle nascosta sotto la mussola. Finimmo il valzer, continuammo con un pasodoble, ma quando stavano annunciando una cueca, il nostro ballo nazionale, Marly con sorpresa di tutti si avvicinò all’inserviente che metteva i dischi, gli disse qualcosa all’orecchio e subito la sala fu invasa dalle note di una canzone di Leonardo Favio.
Il maestro di cerimonie, furibondo, diede ordine di far tacere quella musica volgare, ma dalla fila dei progenitori si alzò allora il vocione del nonno di Marly.
“Io pago per finanziare questo centro e mia nipote balla quel che vuole!”
Din dan din don, son le cose dell’amor, cantava Leonardo Favio e le coppie si avvicinavano, si toccavano si stringevano con disperazione del maestro di cerimonie che preferiva guardare altrove quando le ragazze si attaccavano al collo del loro compagno e noi ragazzi le abbracciavamo allacciando le mani dietro la schiena.
Din dan din don, son le cose dell’amor, mi cantava Marly all’orecchio, e io sudavo mentre le mie mani palpavano il duro inizio delle sue natiche.
Mentre ballavamo ci dicemmo la nostra età; condividevamo la passione per i Beatles, per Piero, per Leo Dan e naturalmente per Leonardo Favio. Io mentii quando le assicurai che neppure a me interessava il calcio. E non so se lei fu sincera quando dichiarò che le piaceva l’aroma della mia acqua di colonia e i film di Stanlio e Ollio. Ci raccontammo quanto bastava per fissare un appuntamento il giorno dopo, nei giardini della Biblioteca Nazionale, e capii che era valsa la pena di seguire le odiose trenta lezioni del corso accelerato da gentiluomo.
Quando tornai a essere me stesso, con il vestito da pinguino piegato con cura in una valigetta, uscii per strada con un sorriso da orecchio a orecchio e la voglia di saltare, di gridare, di cantare din dan din don, son le cose dell’amor.
L’appuntamento era alle cinque del pomeriggio, un’ora fatidica, come è noto. Marly non venne. Contai le palme, i gigli, i cestini della spazzatura, le panchine di ferro verde, la gente che usciva dalla biblioteca, i carrettini dei venditori di noccioline, i tambores* delle venditrici di cialdoni e le colombe che cacavano sulla statua di Benjamín Vicuña Mackenna. Alle otto di sera non sapevo più cosa contare.
Quel boccone amaro mi colmò d’incertezza e di rancore. La prima cosa che pensai fu: certo, una figlia di papà del Santiago College non si mette con un rosso del liceo statale. Che vada a fare in culo. Ma poi la immaginai in lacrime, chiusa in casa, sorvegliata da una famiglia odiosa e da un militare in pensione a servizio come portiere.
Din dan din don, son le cose dell’amor, di sicuro aveva preso l’influenza, poverina, e doveva essere a letto col naso congestionato e il mal di gola. Il giorno successivo disertai le lezioni e andai al Santiago College all’ora dell’entrata. Ma fu tutto inutile. Marly non si vide.
Dopo una settimana che ripetevo quotidianamente la scena di piazzarmi davanti al portone della scuola, mi resi conto che le allieve e quelli che le aspettavano all’uscita iniziavano a guardarmi con sospetto. Così, per evitare di essere cacciato via con la forza, decisi di compiere un gesto audace ed entrai a chiedere notizie dell’assente.
”E perché vuol vedere questa signorina Marly di cui non sa neppure il cognome?” mi domandò una donna che puzzava terribilmente di autorità.
“È che questa signorina ha smarrito un oggetto di valore e voglio restituirglielo. L’ho conosciuta al corso di galateo del Centro Catalano.”
La donna controllò una lunga lista e concluse che non c’era alcuna allieva di nome Marly.
La dimenticai. No, non la dimenticai, ma non lasciai nemmeno che mi rovinasse la vita. Ogni volta che vedevo mio padre ascoltare il suo programma di tango con occhi sognanti, mi dicevo che l’amore doveva offrire altre possibilità oltre alla sofferenza. Non la dimenticai e il suo nome mi servì a inventare una storia d’amore con una figlia di papà del Santiago College che i miei amici presero per vera.
Passarono i quattordici anni e la mia vita pian piano acquistò i tratti di una straordinaria avventura perché c’era un mondo che implorava dei cambiamenti sociali. Ricordo che la vidi una mattina d’inverno… Avevo diciott’anni ed ero un dirigente del movimento studentesco impegnato a tempo pieno sulle barricate del nostro sessantotto. Invocavamo una riforma che facesse dell’università un vero centro di agitazione sociale, che la aprisse agli operai, che la rendesse insomma il cuore del grande cambiamento e della rivoluzione. Tutto ciò naturalmente non piaceva granché al governo e la polizia si impegnava a fondo per far cadere tutto il peso della legge sulle teste di noi studenti. Gli inverni a Santiago sono orribili e quello del sessantotto lo fu ancora di più perché al solito inquinamento si aggiunsero i gas lacrimogeni e le pallottole.
Stavo intonando a squarciagola l’Internazionale assieme a un gruppo di compagni, quando una voce di donna iniziò a cantare un’altra canzone.
Din dan din don, son le cose dell’amor.
Era lei. Anche se non portava il vestito di mussola bianca, ma dei jeans e un eskimo, e aveva mezzo viso coperto da un fazzoletto per smorzare l’effetto dei lacrimogeni, riconobbi immediatamente i suoi occhi.
Mi abbracciò come se ci fossimo visti appena due giorni prima e io risposi al suo abbraccio. La polizia caricò, finimmo le pietre, corremmo per evitare le manganellate e ci ritrovammo seduti faccia a faccia al tavolino di un caffè.
Din dan din don, son le cose dell’amor, canticchò mentre girava il cucchiaino.
“La ragazza del Santiago College. Scusa, la compagna del Santiago College” dissi.
“Ora milito nei Giovani Comunisti” replicò.
“Ti chiami ancora Marly?”
Per tutta risposta si alzò dalla sedia, si chinò verso di me e mi dette un lungo bacio sulla bocca.
Uscimmo abbracciati. Ogni due o tre passi ci fermavamo e ci baciavamo con ansia. Non fece alcuna obiezione quando le mie mani si infilarono sotto l’eskimo per palpare la durezza dei suoi seni, né quando le scesero sui fianchi ricordando la durezza delle sue natiche. Parlammo della causa, della lotta, dell’assemblea a cui avremmo partecipato al pomeriggio.
“Sei andato all’appuntamento?” chiese all’improvviso.
Le risposi di sì, ma non feci parola della settimana che avevo passato seduto davanti al Santiago College e della delusione che avevo sentito scoprendo che non aveva mai studiato lì.
All’assemblea, che si teneva nella facoltà di pedagogia, ci sedemmo in ultima fila. Là, fra un bacio e l’altro, applaudimmo i delegati del MIR, i comunisti e i socialisti, fischiammo i filocinesi e alzammo la mano quando si votò per continuare lo sciopero e la lotta nelle strade.
Quella sera decidemmo di dormire all’accademia. Come molti altri, anch’io andavo sempre in giro con un sacco a pelo perché noi dirigenti avevamo il dovere di essere da tutte le parti a qualsiasi ora.
Ci sistemammo nella sala prove della scuola d’arte drammatica. Il nero delle quinte dava un certo tocco di romanticismo alla candela che avevamo acceso. Bevemmo qualche sorso di vino, ci accarezzammo, ci baciammo, la spogliai, mi spogliò e continuammo con le carezze, din dan din don, son le cose dell’amor, al calduccio del sacco a pelo.
“Ti chiami Marly, epoi?” chiesi mordicchiandole un orecchio.
La sua lingua si intrecciò alla mia. Erano baci stregati, come dice un tango.
“E poi? Voglio sapere il tuo nome” insistetti, ma proprio in quell’istante entrarono a cercarmi due delegati.
“Mi dispiace, ma ci sono dei problemi più importanti dell’amore “ dichiarò uno di loro.
“Non berti tutto il vino. E non ti addormentare” le dissi mentre mi vestivo.
Din dan din don, son le cose dell’amor, rispose lei.
I problemi sarebbero stati discussi nell’aula di scultura. Mentre vi andavamo, uno dei delegati commentò:
“È proprio un bel bocconcino la compagna. Un vero schianto”.
“Cosa studia?” s’informò l’altro.
Non seppi rispondere. Solo allora mi resi conto di non averle chiesto né cosa faceva, né dove viveva.
La riunione durò varie ore. Allo sciopero studentesco si sarebbero uniti gli operai del cuoio e delle calzature, e gli spazzini municipali si sarebbero fermati ventiquattr’ore in segno di solidarietà con gli studenti. Il grosso problema erano i filocinesi della facoltà di filosofia, che continuavano a condannare lo sciopero come borghese.
Discutemmo e convenimmo di ringraziare chi era solidale con un’assemblea nel conservatorio e di rafforzare il lavoro dei volontari nelle cucine per preparare da mangiare agli operai che si sarebbero uniti a noi. Quanto ai filocinesi, decidemmo di lasciare aperta la possibilità di prenderli a calci in culo o con un piede o con l’altro.
Tornai nella sala prove. La candela era ormai ridotta a metà. Lo stesso era successo alla bottiglia di vino, ma il sacco a pelo era vuoto e i vestiti di Marly erano scomparsi.
L’aspettai, la cercai per tutta l’accademia, ma niente.
Nei giorni che seguirono, per trovarla, tenni un occhio sulla polizia e l’altro dalla mia parte della barricata. Ripetei centinaia di volte la stessa domanda: qualcuno ha visto la compagna che era con me? Ma la risposta fu sempre quella: no, non l’ho vista. Davvero carina la compagna, non l’avevo mai vista prima.
Lo sciopero trionfò. Si fece la riforma. Victor Jara compose un inno che diceva: “Tutti i riformisti sono rivoluzionari”: I giovani furono i protagonisti delle dure giornate che portarono alla grande vittoria elettorale di Salvador Allende, la seconda tappa della nostra rivoluzione, e io dimenticai marly.
No, non la dimenticai. Avevo troppi compiti da svolgere per potermi permettere che una storia confusa e senza epilogo mi distraesse dai miei impegni. Ma ogni volta che mi infilavo nel sacco a pelo, riconoscevo il suo odore e sentivo la sua voce canticchiare: din dan din don, son le cose dell’amor.
I mille giorni del governo di Allende passarono molto in fretta. Poi giunse la lunga notte del terrore e della morte. L’addio definitivo e forzato a tanti compagni di barricata e di sogni.
Compii venticinque anni in un carcere del sud, molto lontano da Santiago. Venivano a trovarmi poche persone e dovevo accontentarmi delle lettere dei miei genitori e dell’esiguo numero di amici che erano sopravvissuti o che si trovavano in esilio, così mi fece piacere quando una mattina di pioggia mi annunciarono che avevo una visita.
Il parlatorio era una baracca e prigionieri e visitatori dovevano sedersi su delle panche di legno, faccia a faccia, con due soldati sempre lì a censurare la conversazione.
Marly era ancora bellissima. Adesso portava i capelli corti e i suoi venticinque anni le avevano modellato definitivamente il corpo.
Din dan din don, son le cose dell’amor, mi salutò tendendomi le braccia.
“Vietato toccarsi!” ringhiò un soldato.
Ci guardammo a lungo. Vidi lacrime nei suoi occhi, ma non di dolore. Erano il suo modo di dire che il tempo ci aveva giocato un brutto tiro e che, anche se non sapevo il suo cognome o il suo vero nome, in un libro al sicuro da qualsiasi rogo erano scritti i nostri nomi e la nostra storia d’amore.
Senza dare importanza ai latrati dei militari, Marly allungò le mani e mi accarezzò il viso. Tolse un pidocchio che mi passeggiava impunemente sulla testa rapata e disse:
“Quando uscirai, sarò ad aspettarti. Non so dove, ma sarò ad aspettarti”.
Due anni dopo uscii dal carcere e un misto di timore e di desiderio mi fece esitare davanti alla soglia della libertà. E se Marly fosse stata la morte? La morte innamorata di me e io innamorato di lei. Non c’era nessuno ad aspettarmi e così, in bilico fra gioia e tristezza, m’incamminai.
La vita ha molti posti, uno si chiama il proprio paese, un altro si chiama esilio. Un altro ancora si chiama dove diavolo sono.
La dimenticai? No. Amai onestamente altre donne che mi amarono allo stesso modo. A volte l’amore si spense e non potei riaccenderlo, altre volte si affievolì e non seppi rinfocolarlo.
Passarono gli anni. Le canzoni di Leo Dan, dei Beatles, di Piero e di Leonardo Favio divennero echi della parte felice della memoria. Il sentiero della solitudine mi si aprì davanti come un invito pieno di bar dove il vino è gratis e le donne fanno da stampella a un’anima zoppicante.
Venticinque anni dopo il mio primo incontro con Marly conservavo ancora le buone maniere apprese al Centro Catalano e forse per questo, nel corso di un viaggio a Santiago, tornai a cercare quel vecchio palazzo per aggiungerlo, in una cerimonia colma d’intima nostalgia, al mio inventario delle perdite.
Nel salone dei banchetti c’era un negozio di elettrodomestici e nella sala da ballo un tetro locale con le ragazze in topless. Entrai, mi avvicinai al bancone e chiesi un whisky con ghiaccio alla barista dai seni cadenti che faceva di tutto per sembrare attraente.
“Mi offri da bere?” mi propose un’altra donna dalle tette enormi.
“Ora no, scusi. Forse più tardi” risposi con le buone maniere di un tempo.
Bevvi lentamente il mio whisky. Una superficie morbida sotto i piedi mi informò che l’impeccabile parquet di una volta era stato sostituito da una moquette. Gli occhi, abituandosi alla penombra, mi rivelarono che i ritratti di illustri musicisti catalani erano stati rimpiazzati da foto di “Playboy”.
Proprio allora mi posarono una mano sulla spalla e quando mi voltai con l’intenzione di dire no, mi dispiace, forse più tardi, sentii l’inconfondibile voce di marly.
Din dan din don, son le cose dell’amor.
Uscimmo da lì di corsa. Fuori la luce del giorno quasi mi accecò, ma ne fui felice perché così ebbi modo di scoprirla lentamente. Man mano che le pupille si abituavano allo splendore del sole, io mi abituavo alla sua presenza.
Gli anni erano passati anche per lei. Ci toccammo qualche ruga, qualche capello bianco, qualche ferita, e prendendoci per mano ci avviammo in quella città che un tempo era stata nostra.
“Ti piace ancora Leo Dan?” mi chiese mentre compravamo cartoline per gli amici.
“Sì e anche Leonardo Favio. Din dan din don, son le cose dell’amor.”
“E i poeti? A me piace Benedetti” spiegò.
“Anche a me. E Gelman. E Atxaga” aggiunsi io.
“Anche a me!” esclamò lei avvicinandosi a un venditore ambulante di garofani.
L’albergo ci aspettava come un tempio da lungo tempo predisposto. Ci spogliammo con calma, e non per sfoggiare muscoli o curve perfette, ma perché entrambi avevano capito che, con tutti i loro segni, questi corpi erano il supporto di una storia che iniziava solo adesso. Ci amammo lentamente, e non per le buone maniere apprese al Centro catalano, ma perché cercavano nel piacere la via per trovare la migliore stanchezza. E dopo parlammo, dimenticando ieri e domani poiché le parole sono come il vino: hanno bisogno di respiro e di tempo perché il velluto della voce riveli il loro sapore definitivo.
Ora, accanto al mare, la guardo: so tutto di lei, ma lo dimentico per il piacere di tornare a conoscerla, verità su verità, dubbio su dubbio, certezza su certezza e timore su timore perché, diavolo!, così din dan din don, son le cose dell’amor.

* Tutti questi balli si danzano con una specie di fazzoletto in mano (N.d.T.)
Tambores: tipici contenitori colorati simili a tamburi. (N.d.T.)

Luis Sepúlveda

 

BENVENUTO MIMMO LUCANO a Lamezia

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Io non sono nata per unirmi a chi odia, ma a chi ama
Antigone, Sofocle

Mimmo Lucano è stato ospite a Lamezia nel novembre 2018, un incontro che ha visto la partecipazione di centinaia di persone, organizzato dall’associazione Graziella Riga.

Mimmo sarà con noi Martedì 5 novembre presso il punto incontro di Rosario Piccioni Sindaco

Perché Mimmo Lucano? Qualcuno ha detto che in campagna elettorale potrebbe essere dannoso perché divisivo: ma noi non abbiamo avuto dubbi. Bisogna avere il coraggio di dire da che parte stare e Mimmo Lucano è ormai simbolo di una parte considerevole d’Italia che è contro la cultura dell’odio. Di lui si sa già tutto: era un personaggio noto prima delle sue vicende personali per quello che ha realizzato, lo è stato negli ultimi mesi per quello che è accaduto a Riace: conteso da nord a sud per presenziare a manifestazioni ufficiali, per conferirgli riconoscimenti, cittadinanze onorarie, stasera, domenica 3, sarà ospite in tv da Fazio a Che tempo che fa.

Io sono stata a Riace un paio di anni fa con un gruppo  di amici e ho trascorso con Lucano un’intera giornata. In quell’occasione ho avuto modo non solo di vedere i luoghi, di visitare le botteghe, di sedermi a una tavola, di toccare con mano tutti i progetti in essere in quel piccolo borgo dove prima non c’era niente, ma ho incontrato un uomo che ha toccato nel profondo la sensibilità di quel manipolo di amici, tanto che prima di andar via uno di noi gli ha rivolto queste parole: negli anni Settanta la nostra generazione ha sognato l’utopia, tu l’hai realizzata.

Quando abbiamo pensato a un’iniziativa pubblica con Mimmo Lucano in questa città che tutti sappiamo versa in un uno stato di abbandono e ha costretto all’immobilità, relegandoci a un ruolo di città muta e annichilita dopo tre scioglimenti e un commissariamento che ha prodotto quello che è sotto gli occhi di tutti, abbiamo deciso di agire: mi piace ricordare la manifestazione del 6 ottobre dello scorso anno a Riace, quando Mimmo era agli arresti domiciliari, chi c’era sa di cosa parlo: quella corrente di energia che passa da corpo a corpo rendendo ciascuno la parte di una catena forte, inattaccabile. Sentirsi un corpo unico pur nelle sue parti diverse. Quel giorno c’erano bandiere di diverse appartenenze, c’erano cittadini “normali”, c’erano scout in divisa, anziani, bambini, giovani e meno giovani che provenivano da ogni parte d’Italia. Quando abbiamo visto il fiume umano riversato per le stradine del borgo ripreso dall’alto e ci hanno confermato che eravamo più di seimila, io ho pensato – perdonate – che quello fosse un miracolo e mi sono sentita parte di quel miracolo, un’emozione fortissima che non provavo da così tanto di quel tempo da averla dimenticata.

Perché accade che ovunque Mimmo Lucano compia questo miracolo che, diciamolo pure, non riesce più a nessuno?

Perché Mimmo Lucano non ha appartenenza, è un uomo libero – pur nelle sue convinzioni e nella sua storia politica – che incarna ciò che oggi rischiamo di perdere: quella visione della società e del mondo in cui il messaggio universale di solidarietà e apertura si stagliano netti, chiari e forti. Valori messi sotto duro attacco in questo momento particolare della storia non solo italiana. Mimmo Lucano unisce una sinistra frammentata e rappresenta quel sogno (che lui ha realizzato e qualcun altro frantumato) che non è scomparso, se quel giorno eravamo migliaia.

Mimmo Lucano rappresenta il volto migliore della Calabria in Italia e nel mondo, quella che non vuole arrendersi, quella che è stanca di essere ai margini di una politica che dimentica i bisogni degli esseri umani, tutti gli esseri umani. Ha ridato vita a un borgo abbandonato come lo sono centinaia di paesi nelle nostre montagne in un’area ad alta densità mafiosa. Ha creato un modello di integrazione, non di assistenza, ma di accoglienza vera.

Ecco dove sta la sua forza, che diventa anche la nostra forza. Quel 6 ottobre ne è stata la prova, come lo sono state tutte le manifestazioni che in Italia si sono svolte numerose ovunque.

Con Mimmo Lucano diremo che sono chiari i modelli della città che vogliamo, senza reticenze o timori, onorati e felici di averlo con noi, sì felici di poter avere con noi il sorriso di quest’uomo: per dirgli che siamo con lui nella sua battaglia perché Riace – patrimonio dell’umanità – il cui esempio è stato seguito da altri comuni – deve tornare a vivere. Per la forza che ci trasmette nell’affermare: ci siamo anche noi, dobbiamo rimboccarci le maniche e metterci all’opera con l’impegno di tutti, abbandonare le nostre postazioni al pc o agli smartphone e guardarci in faccia. Riprenderci il senso della giustizia, della partecipazione, di quei valori che stiamo perdendo per strada e stanno riportando la società cosiddetta civile indietro di anni. L’odio e la destra hanno sempre radici nel disagio sociale manipolato, e la storia ce ne ha dimostrato il pericolo e le conseguenze.

Bisogna impegnarci tutti perché la politica nel senso autentico del termine, ritorni ad avere la sua dignità: Riace rappresenta valori in cui tutti dovremmo riconoscerci: solidarietà, accoglienza, integrazione, apertura all’altro, attenzione agli ultimi. In una parola: umanità, la stessa che vogliamo per Lamezia Terme.

Benvenuto Mimmo Lucano, grazie per il messaggio che insieme a Rosario Piccioni, a noi tutti candidati di Lamezia Bene Comune e Lamezia Insieme, contribuirai a dare con forza alla città di Lamezia alla vigilia di un voto importante.

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La politica: non può più promettere, deve chiedere

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È domenica mattina, c’è un po’ di sole, ma il cielo promette ancora pioggia. È giusto, ce n’è bisogno.
Ho letto alcuni post interessanti: di politici appassionati come Rosario Piccioni, di scrittori legati alla propria terra come alberi antichi quale è Gioacchino Criaco e sono qui che rifletto ad alta voce, scrivendo.
I social non sono un luogo adatto per condividere riflessioni che per loro natura richiedono tempo e approfondimenti, ma utile sì, per lo meno quando l’interazione è proficua e non soltanto meschina o recriminatoria.
Martedì sono invitata a un incontro per parlare di Lamezia città sofferente, città che ha subito tre scioglimenti comunali per mafia. Rifletto su cosa dire, quali siano i punti dolenti da evidenziare in pochi minuti.
La politica è in crisi, non qui, ovunque, la disillusione divide et impera, lo scollamento tra le stanze e le piazze (simbolo di istanze e disagi che vengono da chi vive la sua quotidianità nella necessità di servizi inadeguati) è la stessa differenza tra i luoghi dove si respira aria chiusa e stantia, ormai irrespirabile, e luoghi di aria, di venti che portano nuovi linguaggi, di temporali che ripuliscono e sole che asciuga l’umidità di troppo.
Le logiche non cambiano, l’indignazione non esiste se non su qualche sporadico post che ha i suoi dieci minuti di gloria e le sue decine di condivisioni.
Sarà che ho passato l’estate leggendo molto sugli anni ’70/80, romanzi soprattutto, alcuni bellissimi, quando nel bene e nel male esistevano le utopie, che come diceva un grande qual era Edoardo Galeano “L’utopia è là nell’orizzonte. Mi avvicino di due passi e lei si distanzia di due passi. Cammino 10 passi e l’orizzonte corre 10 passi. Per tanto che cammini non la raggiungerò mai. A che serve l’utopia? Serve per questo: perché io non smetta mai di camminare

Galeano diceva anche che la miglior prova che la diversità della realtà merita di essere progettata in tutte le sue possibilità di sviluppo e cambiamento è proprio nella capacità di sorpresa che la realtà ci offre, sempre.

Ecco, questo il punto nevralgico: la politica ridotta a lista della spesa, a punti da realizzare (leggi promesse elettorali) che se pur necessari non sono però inseriti in una “visione” che sorprenda, che trascini, che smuova le coscienze e la partecipazione.
Quando a scuola parlo di “politica” (accade ad esempio quando è il momento dell’Antica Grecia, dove è nata) alla domanda su cosa sia la politica l’ovvia quanto deludente risposta di decine di giovanissimi è sempre la stessa: persone che rubano. Allora cerco sempre di partire da un punto semplice: quando mangi il panino per strada o bevi lo stramaledetto Estathè e butti l’involucro per strada, stai attento, perché stai facendo politica, stai dicendo con la tua azione che a te non importa niente degli altri e dei luoghi in cui vivi e allora sì, è probabile che sarai rappresentato da persone che rubano, da persone che sono come te, gente che ha a cuore il tornaconto personale (come la mafia nelle sue rappresentazioni) o il proprio potere, o il desiderio di prestigio. Tutta gente che non raccoglierà le cartacce che hai seminato perché proprio come te non gliene importerà niente. Cerco insomma di spiazzarli, è l’unico modo che conosco.

Le risposte alla crisi sono banali: come si recupera il senso civico che in sé racchiude il significato della politica?  Come si supera la logica dei piccoli gruppi ognuno per sé e dio per tutti che non dialogo tra di loro e non riescono a incidere? Io credo creando un solco che faccia sognare, un solco nel quale non è tutto già scritto ma da scrivere, non promettendo, ma CHIEDENDO. Sì, chiedendo, avete capito bene.

Smettere di fare le liste e parlare di buone pratiche e chiedere invece impegno ai cittadini, agli uomini e alle donne, di fare ciascuno la propria parte, di non delegare e aspettare (e magari criticare, che è lo sport nazionale che ci riesce meglio) di mettere in rete la parte buona di decine e centinaia di persone che puliscono le spiagge che producono cultura che sono impegnati quotidianamente nel volontariato che lavorano nel sociale, in una parola che fanno politica, fuori dalle stanze.

Chiedere maggiore responsabilità, ricostruire un senso di appartenenza e avere la capacità di costruire utopie, necessarie per camminare e andare oltre. Difficile? Probabile, messi come siamo. Ma non vedo altra strada.

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