Le cose dell’amore

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Il viaggio e l’utopia, l’avventura e la politica, l’amore e la guerra, l’ironia e il mistero, il vino e le camere d’albergo, l’amicizia e la lealtà, la passione e il rispetto per la natura, sono i temi ricorrenti del mondo narrativo di Luis Sepulveda. Stanno lì a ricordare che per lui esistono ancora valori e sentimenti che possono aiutare ad affrontare le asprezze della vita a procedere, come ha detto una volta, “di sconfitta in sconfitta fino alla vittoria finale” (B. Arpaia, Prefazione a Tutti i racconti, Guanda Ed.)

Ciao Luis, per sempre

** LE COSE DELL’AMORE **

Quando ci vedemmo per la prima volta, riflessi negli specchi dell’enorme salone dei banchetti del Centro Catalano di Santiago, avevamo tutti e due quattordici anni. Eravamo alla cerimonia di chiusura del corso di galateo a cui le famiglie cittadine della classe media iscrivevano i figli perché imparassero a star seduti a tavola, a usare in modo appropriato forchette e coltelli, e a non confondere il bicchiere dell’acqua con quello del vino rosso, del vino bianco o dello spumante. Ci insegnavano anche a ballare, valzer, pasodoble, cueca, ma fra tutti io preferivo gli audaci passi del tango perché il tubare dei bandoneón mi faceva sentire più uomo.

Il maestro di cerimonie ci fece sedere di fronte e dentro di me imprecai perché non ci aveva sistemato accanto impedendomi così di sfoggiare i miei modi da cavaliere, ormai perfetti, e cioè di scostare la sedia della dama tenendola per lo schienale e spingerla leggermente in avanti mentre la ragazza si accomodava. Dovetti accontentarmi di farle un lieve inclino, a cui lei rispose con un garbato cenno del capo.
Lei, ah lei!, aveva una lunga chioma castana che le scendeva fino a metà schiena e che sembrava un caldo accessorio del vestito di mussola bianca. Io, con lo smoking, lo sparato rigido e il papillon, avevo come tutti gli altri ragazzi una bell’aria da pinguino artritico.
Quando i suoi occhioni si posarono su di me, sentii che iniziavano a sudarmi le mani, che il papillon mi soffocava e che dovevo subito fare qualcosa. Allora presi il tovagliolo e, fedele alle istruzioni del professore di buone maniere, lo scossi perché si spiegasse e me lo posai sulla gamba destra.
“Che le prende, vuol ballare una cueca, una samba o un chamamé?”* chiese dal capo del tavolo il maestro di cerimonie.
Le ragazze soffocarono le loro risatine e arrossirono, i ragazzi sghignazzarono apertamente, io mi sentii morire, ma lei, senza togliermi gli occhi di dosso, prese il tovagliolo, lo scosse e se lo lasciò scivolare in grembo.
Il maestro di cerimonie ignorò quell’infrazione al protocollo e suonò una campanella dando inizio alle presentazioni. Quando fu il nostro turno, spinsi indietro la sedia con le gambe, mi alzai in piedi, dissi il mio nome e poi aggiunsi che frequentavo il liceo statale e che era un piacere conoscerla. Lei, dopo un leggero cenno del capo, disse che si chiamava Marly, che era allieva del Santiago College e che era molto lieta di fare la mia conoscenza.
La faccenda del Santiago College mi preoccupò. Era una scuola frequentata dalle figlie della borghesia, mentre il liceo statale era noto per il carattere rivoltoso e le tendenze rosse dei suoi studenti.
Quella parodia di cena andò avanti senza grossi incidenti. Nessuno fece rumore mangiando la minestra e nessuno fece stridere la forchetta sul piatto al momento di tagliare a pezzetti gli asparagi. Nessuno sbagliò posate con il pesce o con la carne e nessuno confuse i bicchieri. Lo stesso accadde con la conversazione. Marly disse che gli asparagi le sembravano deliziosi e io risposi che condividevo la sua opinione. Io dissi che gli specchi facevano apparire più grande la sala e Marly rispose che condivideva il mio interessante punto di vista. Ogni coppia si scambiò un migliaio di parole, ma nessuno disse assolutamente nulla di compromettente o di stonato. Con gioia del maestro di cerimonie, ci comportammo come dei gran cinici o come degli impareggiabili idioti.
Dopo il dessert annunciarono che potevamo passare nella sala da ballo. E stavolta ebbi modo di mettere in pratica le regole che mi erano state insegnate: le scostai la sedia, aspettai che posasse il tovagliolo sul tavolo e le offrii il braccio. Con la speranza di restarle al financo per ore, la condussi nel salone accanto.
Naturalmente tutti avremmo preferito ballare musica rock, però erano presenti anche i genitori e volevano vedere i progressi compiuti dai figli, così il maestro dette ordine di mettere un valzer e ballammo coi corpi ben dritti e separati. La mia mano destra le sfiorava appena la vita, ma sentivo l’intenso calore della pelle nascosta sotto la mussola. Finimmo il valzer, continuammo con un pasodoble, ma quando stavano annunciando una cueca, il nostro ballo nazionale, Marly con sorpresa di tutti si avvicinò all’inserviente che metteva i dischi, gli disse qualcosa all’orecchio e subito la sala fu invasa dalle note di una canzone di Leonardo Favio.
Il maestro di cerimonie, furibondo, diede ordine di far tacere quella musica volgare, ma dalla fila dei progenitori si alzò allora il vocione del nonno di Marly.
“Io pago per finanziare questo centro e mia nipote balla quel che vuole!”
Din dan din don, son le cose dell’amor, cantava Leonardo Favio e le coppie si avvicinavano, si toccavano si stringevano con disperazione del maestro di cerimonie che preferiva guardare altrove quando le ragazze si attaccavano al collo del loro compagno e noi ragazzi le abbracciavamo allacciando le mani dietro la schiena.
Din dan din don, son le cose dell’amor, mi cantava Marly all’orecchio, e io sudavo mentre le mie mani palpavano il duro inizio delle sue natiche.
Mentre ballavamo ci dicemmo la nostra età; condividevamo la passione per i Beatles, per Piero, per Leo Dan e naturalmente per Leonardo Favio. Io mentii quando le assicurai che neppure a me interessava il calcio. E non so se lei fu sincera quando dichiarò che le piaceva l’aroma della mia acqua di colonia e i film di Stanlio e Ollio. Ci raccontammo quanto bastava per fissare un appuntamento il giorno dopo, nei giardini della Biblioteca Nazionale, e capii che era valsa la pena di seguire le odiose trenta lezioni del corso accelerato da gentiluomo.
Quando tornai a essere me stesso, con il vestito da pinguino piegato con cura in una valigetta, uscii per strada con un sorriso da orecchio a orecchio e la voglia di saltare, di gridare, di cantare din dan din don, son le cose dell’amor.
L’appuntamento era alle cinque del pomeriggio, un’ora fatidica, come è noto. Marly non venne. Contai le palme, i gigli, i cestini della spazzatura, le panchine di ferro verde, la gente che usciva dalla biblioteca, i carrettini dei venditori di noccioline, i tambores* delle venditrici di cialdoni e le colombe che cacavano sulla statua di Benjamín Vicuña Mackenna. Alle otto di sera non sapevo più cosa contare.
Quel boccone amaro mi colmò d’incertezza e di rancore. La prima cosa che pensai fu: certo, una figlia di papà del Santiago College non si mette con un rosso del liceo statale. Che vada a fare in culo. Ma poi la immaginai in lacrime, chiusa in casa, sorvegliata da una famiglia odiosa e da un militare in pensione a servizio come portiere.
Din dan din don, son le cose dell’amor, di sicuro aveva preso l’influenza, poverina, e doveva essere a letto col naso congestionato e il mal di gola. Il giorno successivo disertai le lezioni e andai al Santiago College all’ora dell’entrata. Ma fu tutto inutile. Marly non si vide.
Dopo una settimana che ripetevo quotidianamente la scena di piazzarmi davanti al portone della scuola, mi resi conto che le allieve e quelli che le aspettavano all’uscita iniziavano a guardarmi con sospetto. Così, per evitare di essere cacciato via con la forza, decisi di compiere un gesto audace ed entrai a chiedere notizie dell’assente.
”E perché vuol vedere questa signorina Marly di cui non sa neppure il cognome?” mi domandò una donna che puzzava terribilmente di autorità.
“È che questa signorina ha smarrito un oggetto di valore e voglio restituirglielo. L’ho conosciuta al corso di galateo del Centro Catalano.”
La donna controllò una lunga lista e concluse che non c’era alcuna allieva di nome Marly.
La dimenticai. No, non la dimenticai, ma non lasciai nemmeno che mi rovinasse la vita. Ogni volta che vedevo mio padre ascoltare il suo programma di tango con occhi sognanti, mi dicevo che l’amore doveva offrire altre possibilità oltre alla sofferenza. Non la dimenticai e il suo nome mi servì a inventare una storia d’amore con una figlia di papà del Santiago College che i miei amici presero per vera.
Passarono i quattordici anni e la mia vita pian piano acquistò i tratti di una straordinaria avventura perché c’era un mondo che implorava dei cambiamenti sociali. Ricordo che la vidi una mattina d’inverno… Avevo diciott’anni ed ero un dirigente del movimento studentesco impegnato a tempo pieno sulle barricate del nostro sessantotto. Invocavamo una riforma che facesse dell’università un vero centro di agitazione sociale, che la aprisse agli operai, che la rendesse insomma il cuore del grande cambiamento e della rivoluzione. Tutto ciò naturalmente non piaceva granché al governo e la polizia si impegnava a fondo per far cadere tutto il peso della legge sulle teste di noi studenti. Gli inverni a Santiago sono orribili e quello del sessantotto lo fu ancora di più perché al solito inquinamento si aggiunsero i gas lacrimogeni e le pallottole.
Stavo intonando a squarciagola l’Internazionale assieme a un gruppo di compagni, quando una voce di donna iniziò a cantare un’altra canzone.
Din dan din don, son le cose dell’amor.
Era lei. Anche se non portava il vestito di mussola bianca, ma dei jeans e un eskimo, e aveva mezzo viso coperto da un fazzoletto per smorzare l’effetto dei lacrimogeni, riconobbi immediatamente i suoi occhi.
Mi abbracciò come se ci fossimo visti appena due giorni prima e io risposi al suo abbraccio. La polizia caricò, finimmo le pietre, corremmo per evitare le manganellate e ci ritrovammo seduti faccia a faccia al tavolino di un caffè.
Din dan din don, son le cose dell’amor, canticchò mentre girava il cucchiaino.
“La ragazza del Santiago College. Scusa, la compagna del Santiago College” dissi.
“Ora milito nei Giovani Comunisti” replicò.
“Ti chiami ancora Marly?”
Per tutta risposta si alzò dalla sedia, si chinò verso di me e mi dette un lungo bacio sulla bocca.
Uscimmo abbracciati. Ogni due o tre passi ci fermavamo e ci baciavamo con ansia. Non fece alcuna obiezione quando le mie mani si infilarono sotto l’eskimo per palpare la durezza dei suoi seni, né quando le scesero sui fianchi ricordando la durezza delle sue natiche. Parlammo della causa, della lotta, dell’assemblea a cui avremmo partecipato al pomeriggio.
“Sei andato all’appuntamento?” chiese all’improvviso.
Le risposi di sì, ma non feci parola della settimana che avevo passato seduto davanti al Santiago College e della delusione che avevo sentito scoprendo che non aveva mai studiato lì.
All’assemblea, che si teneva nella facoltà di pedagogia, ci sedemmo in ultima fila. Là, fra un bacio e l’altro, applaudimmo i delegati del MIR, i comunisti e i socialisti, fischiammo i filocinesi e alzammo la mano quando si votò per continuare lo sciopero e la lotta nelle strade.
Quella sera decidemmo di dormire all’accademia. Come molti altri, anch’io andavo sempre in giro con un sacco a pelo perché noi dirigenti avevamo il dovere di essere da tutte le parti a qualsiasi ora.
Ci sistemammo nella sala prove della scuola d’arte drammatica. Il nero delle quinte dava un certo tocco di romanticismo alla candela che avevamo acceso. Bevemmo qualche sorso di vino, ci accarezzammo, ci baciammo, la spogliai, mi spogliò e continuammo con le carezze, din dan din don, son le cose dell’amor, al calduccio del sacco a pelo.
“Ti chiami Marly, epoi?” chiesi mordicchiandole un orecchio.
La sua lingua si intrecciò alla mia. Erano baci stregati, come dice un tango.
“E poi? Voglio sapere il tuo nome” insistetti, ma proprio in quell’istante entrarono a cercarmi due delegati.
“Mi dispiace, ma ci sono dei problemi più importanti dell’amore “ dichiarò uno di loro.
“Non berti tutto il vino. E non ti addormentare” le dissi mentre mi vestivo.
Din dan din don, son le cose dell’amor, rispose lei.
I problemi sarebbero stati discussi nell’aula di scultura. Mentre vi andavamo, uno dei delegati commentò:
“È proprio un bel bocconcino la compagna. Un vero schianto”.
“Cosa studia?” s’informò l’altro.
Non seppi rispondere. Solo allora mi resi conto di non averle chiesto né cosa faceva, né dove viveva.
La riunione durò varie ore. Allo sciopero studentesco si sarebbero uniti gli operai del cuoio e delle calzature, e gli spazzini municipali si sarebbero fermati ventiquattr’ore in segno di solidarietà con gli studenti. Il grosso problema erano i filocinesi della facoltà di filosofia, che continuavano a condannare lo sciopero come borghese.
Discutemmo e convenimmo di ringraziare chi era solidale con un’assemblea nel conservatorio e di rafforzare il lavoro dei volontari nelle cucine per preparare da mangiare agli operai che si sarebbero uniti a noi. Quanto ai filocinesi, decidemmo di lasciare aperta la possibilità di prenderli a calci in culo o con un piede o con l’altro.
Tornai nella sala prove. La candela era ormai ridotta a metà. Lo stesso era successo alla bottiglia di vino, ma il sacco a pelo era vuoto e i vestiti di Marly erano scomparsi.
L’aspettai, la cercai per tutta l’accademia, ma niente.
Nei giorni che seguirono, per trovarla, tenni un occhio sulla polizia e l’altro dalla mia parte della barricata. Ripetei centinaia di volte la stessa domanda: qualcuno ha visto la compagna che era con me? Ma la risposta fu sempre quella: no, non l’ho vista. Davvero carina la compagna, non l’avevo mai vista prima.
Lo sciopero trionfò. Si fece la riforma. Victor Jara compose un inno che diceva: “Tutti i riformisti sono rivoluzionari”: I giovani furono i protagonisti delle dure giornate che portarono alla grande vittoria elettorale di Salvador Allende, la seconda tappa della nostra rivoluzione, e io dimenticai marly.
No, non la dimenticai. Avevo troppi compiti da svolgere per potermi permettere che una storia confusa e senza epilogo mi distraesse dai miei impegni. Ma ogni volta che mi infilavo nel sacco a pelo, riconoscevo il suo odore e sentivo la sua voce canticchiare: din dan din don, son le cose dell’amor.
I mille giorni del governo di Allende passarono molto in fretta. Poi giunse la lunga notte del terrore e della morte. L’addio definitivo e forzato a tanti compagni di barricata e di sogni.
Compii venticinque anni in un carcere del sud, molto lontano da Santiago. Venivano a trovarmi poche persone e dovevo accontentarmi delle lettere dei miei genitori e dell’esiguo numero di amici che erano sopravvissuti o che si trovavano in esilio, così mi fece piacere quando una mattina di pioggia mi annunciarono che avevo una visita.
Il parlatorio era una baracca e prigionieri e visitatori dovevano sedersi su delle panche di legno, faccia a faccia, con due soldati sempre lì a censurare la conversazione.
Marly era ancora bellissima. Adesso portava i capelli corti e i suoi venticinque anni le avevano modellato definitivamente il corpo.
Din dan din don, son le cose dell’amor, mi salutò tendendomi le braccia.
“Vietato toccarsi!” ringhiò un soldato.
Ci guardammo a lungo. Vidi lacrime nei suoi occhi, ma non di dolore. Erano il suo modo di dire che il tempo ci aveva giocato un brutto tiro e che, anche se non sapevo il suo cognome o il suo vero nome, in un libro al sicuro da qualsiasi rogo erano scritti i nostri nomi e la nostra storia d’amore.
Senza dare importanza ai latrati dei militari, Marly allungò le mani e mi accarezzò il viso. Tolse un pidocchio che mi passeggiava impunemente sulla testa rapata e disse:
“Quando uscirai, sarò ad aspettarti. Non so dove, ma sarò ad aspettarti”.
Due anni dopo uscii dal carcere e un misto di timore e di desiderio mi fece esitare davanti alla soglia della libertà. E se Marly fosse stata la morte? La morte innamorata di me e io innamorato di lei. Non c’era nessuno ad aspettarmi e così, in bilico fra gioia e tristezza, m’incamminai.
La vita ha molti posti, uno si chiama il proprio paese, un altro si chiama esilio. Un altro ancora si chiama dove diavolo sono.
La dimenticai? No. Amai onestamente altre donne che mi amarono allo stesso modo. A volte l’amore si spense e non potei riaccenderlo, altre volte si affievolì e non seppi rinfocolarlo.
Passarono gli anni. Le canzoni di Leo Dan, dei Beatles, di Piero e di Leonardo Favio divennero echi della parte felice della memoria. Il sentiero della solitudine mi si aprì davanti come un invito pieno di bar dove il vino è gratis e le donne fanno da stampella a un’anima zoppicante.
Venticinque anni dopo il mio primo incontro con Marly conservavo ancora le buone maniere apprese al Centro Catalano e forse per questo, nel corso di un viaggio a Santiago, tornai a cercare quel vecchio palazzo per aggiungerlo, in una cerimonia colma d’intima nostalgia, al mio inventario delle perdite.
Nel salone dei banchetti c’era un negozio di elettrodomestici e nella sala da ballo un tetro locale con le ragazze in topless. Entrai, mi avvicinai al bancone e chiesi un whisky con ghiaccio alla barista dai seni cadenti che faceva di tutto per sembrare attraente.
“Mi offri da bere?” mi propose un’altra donna dalle tette enormi.
“Ora no, scusi. Forse più tardi” risposi con le buone maniere di un tempo.
Bevvi lentamente il mio whisky. Una superficie morbida sotto i piedi mi informò che l’impeccabile parquet di una volta era stato sostituito da una moquette. Gli occhi, abituandosi alla penombra, mi rivelarono che i ritratti di illustri musicisti catalani erano stati rimpiazzati da foto di “Playboy”.
Proprio allora mi posarono una mano sulla spalla e quando mi voltai con l’intenzione di dire no, mi dispiace, forse più tardi, sentii l’inconfondibile voce di marly.
Din dan din don, son le cose dell’amor.
Uscimmo da lì di corsa. Fuori la luce del giorno quasi mi accecò, ma ne fui felice perché così ebbi modo di scoprirla lentamente. Man mano che le pupille si abituavano allo splendore del sole, io mi abituavo alla sua presenza.
Gli anni erano passati anche per lei. Ci toccammo qualche ruga, qualche capello bianco, qualche ferita, e prendendoci per mano ci avviammo in quella città che un tempo era stata nostra.
“Ti piace ancora Leo Dan?” mi chiese mentre compravamo cartoline per gli amici.
“Sì e anche Leonardo Favio. Din dan din don, son le cose dell’amor.”
“E i poeti? A me piace Benedetti” spiegò.
“Anche a me. E Gelman. E Atxaga” aggiunsi io.
“Anche a me!” esclamò lei avvicinandosi a un venditore ambulante di garofani.
L’albergo ci aspettava come un tempio da lungo tempo predisposto. Ci spogliammo con calma, e non per sfoggiare muscoli o curve perfette, ma perché entrambi avevano capito che, con tutti i loro segni, questi corpi erano il supporto di una storia che iniziava solo adesso. Ci amammo lentamente, e non per le buone maniere apprese al Centro catalano, ma perché cercavano nel piacere la via per trovare la migliore stanchezza. E dopo parlammo, dimenticando ieri e domani poiché le parole sono come il vino: hanno bisogno di respiro e di tempo perché il velluto della voce riveli il loro sapore definitivo.
Ora, accanto al mare, la guardo: so tutto di lei, ma lo dimentico per il piacere di tornare a conoscerla, verità su verità, dubbio su dubbio, certezza su certezza e timore su timore perché, diavolo!, così din dan din don, son le cose dell’amor.

* Tutti questi balli si danzano con una specie di fazzoletto in mano (N.d.T.)
Tambores: tipici contenitori colorati simili a tamburi. (N.d.T.)

Luis Sepúlveda

 

BENVENUTO MIMMO LUCANO a Lamezia

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Io non sono nata per unirmi a chi odia, ma a chi ama
Antigone, Sofocle

Mimmo Lucano è stato ospite a Lamezia nel novembre 2018, un incontro che ha visto la partecipazione di centinaia di persone, organizzato dall’associazione Graziella Riga.

Mimmo sarà con noi Martedì 5 novembre presso il punto incontro di Rosario Piccioni Sindaco

Perché Mimmo Lucano? Qualcuno ha detto che in campagna elettorale potrebbe essere dannoso perché divisivo: ma noi non abbiamo avuto dubbi. Bisogna avere il coraggio di dire da che parte stare e Mimmo Lucano è ormai simbolo di una parte considerevole d’Italia che è contro la cultura dell’odio. Di lui si sa già tutto: era un personaggio noto prima delle sue vicende personali per quello che ha realizzato, lo è stato negli ultimi mesi per quello che è accaduto a Riace: conteso da nord a sud per presenziare a manifestazioni ufficiali, per conferirgli riconoscimenti, cittadinanze onorarie, stasera, domenica 3, sarà ospite in tv da Fazio a Che tempo che fa.

Io sono stata a Riace un paio di anni fa con un gruppo  di amici e ho trascorso con Lucano un’intera giornata. In quell’occasione ho avuto modo non solo di vedere i luoghi, di visitare le botteghe, di sedermi a una tavola, di toccare con mano tutti i progetti in essere in quel piccolo borgo dove prima non c’era niente, ma ho incontrato un uomo che ha toccato nel profondo la sensibilità di quel manipolo di amici, tanto che prima di andar via uno di noi gli ha rivolto queste parole: negli anni Settanta la nostra generazione ha sognato l’utopia, tu l’hai realizzata.

Quando abbiamo pensato a un’iniziativa pubblica con Mimmo Lucano in questa città che tutti sappiamo versa in un uno stato di abbandono e ha costretto all’immobilità, relegandoci a un ruolo di città muta e annichilita dopo tre scioglimenti e un commissariamento che ha prodotto quello che è sotto gli occhi di tutti, abbiamo deciso di agire: mi piace ricordare la manifestazione del 6 ottobre dello scorso anno a Riace, quando Mimmo era agli arresti domiciliari, chi c’era sa di cosa parlo: quella corrente di energia che passa da corpo a corpo rendendo ciascuno la parte di una catena forte, inattaccabile. Sentirsi un corpo unico pur nelle sue parti diverse. Quel giorno c’erano bandiere di diverse appartenenze, c’erano cittadini “normali”, c’erano scout in divisa, anziani, bambini, giovani e meno giovani che provenivano da ogni parte d’Italia. Quando abbiamo visto il fiume umano riversato per le stradine del borgo ripreso dall’alto e ci hanno confermato che eravamo più di seimila, io ho pensato – perdonate – che quello fosse un miracolo e mi sono sentita parte di quel miracolo, un’emozione fortissima che non provavo da così tanto di quel tempo da averla dimenticata.

Perché accade che ovunque Mimmo Lucano compia questo miracolo che, diciamolo pure, non riesce più a nessuno?

Perché Mimmo Lucano non ha appartenenza, è un uomo libero – pur nelle sue convinzioni e nella sua storia politica – che incarna ciò che oggi rischiamo di perdere: quella visione della società e del mondo in cui il messaggio universale di solidarietà e apertura si stagliano netti, chiari e forti. Valori messi sotto duro attacco in questo momento particolare della storia non solo italiana. Mimmo Lucano unisce una sinistra frammentata e rappresenta quel sogno (che lui ha realizzato e qualcun altro frantumato) che non è scomparso, se quel giorno eravamo migliaia.

Mimmo Lucano rappresenta il volto migliore della Calabria in Italia e nel mondo, quella che non vuole arrendersi, quella che è stanca di essere ai margini di una politica che dimentica i bisogni degli esseri umani, tutti gli esseri umani. Ha ridato vita a un borgo abbandonato come lo sono centinaia di paesi nelle nostre montagne in un’area ad alta densità mafiosa. Ha creato un modello di integrazione, non di assistenza, ma di accoglienza vera.

Ecco dove sta la sua forza, che diventa anche la nostra forza. Quel 6 ottobre ne è stata la prova, come lo sono state tutte le manifestazioni che in Italia si sono svolte numerose ovunque.

Con Mimmo Lucano diremo che sono chiari i modelli della città che vogliamo, senza reticenze o timori, onorati e felici di averlo con noi, sì felici di poter avere con noi il sorriso di quest’uomo: per dirgli che siamo con lui nella sua battaglia perché Riace – patrimonio dell’umanità – il cui esempio è stato seguito da altri comuni – deve tornare a vivere. Per la forza che ci trasmette nell’affermare: ci siamo anche noi, dobbiamo rimboccarci le maniche e metterci all’opera con l’impegno di tutti, abbandonare le nostre postazioni al pc o agli smartphone e guardarci in faccia. Riprenderci il senso della giustizia, della partecipazione, di quei valori che stiamo perdendo per strada e stanno riportando la società cosiddetta civile indietro di anni. L’odio e la destra hanno sempre radici nel disagio sociale manipolato, e la storia ce ne ha dimostrato il pericolo e le conseguenze.

Bisogna impegnarci tutti perché la politica nel senso autentico del termine, ritorni ad avere la sua dignità: Riace rappresenta valori in cui tutti dovremmo riconoscerci: solidarietà, accoglienza, integrazione, apertura all’altro, attenzione agli ultimi. In una parola: umanità, la stessa che vogliamo per Lamezia Terme.

Benvenuto Mimmo Lucano, grazie per il messaggio che insieme a Rosario Piccioni, a noi tutti candidati di Lamezia Bene Comune e Lamezia Insieme, contribuirai a dare con forza alla città di Lamezia alla vigilia di un voto importante.

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La politica: non può più promettere, deve chiedere

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È domenica mattina, c’è un po’ di sole, ma il cielo promette ancora pioggia. È giusto, ce n’è bisogno.
Ho letto alcuni post interessanti: di politici appassionati come Rosario Piccioni, di scrittori legati alla propria terra come alberi antichi quale è Gioacchino Criaco e sono qui che rifletto ad alta voce, scrivendo.
I social non sono un luogo adatto per condividere riflessioni che per loro natura richiedono tempo e approfondimenti, ma utile sì, per lo meno quando l’interazione è proficua e non soltanto meschina o recriminatoria.
Martedì sono invitata a un incontro per parlare di Lamezia città sofferente, città che ha subito tre scioglimenti comunali per mafia. Rifletto su cosa dire, quali siano i punti dolenti da evidenziare in pochi minuti.
La politica è in crisi, non qui, ovunque, la disillusione divide et impera, lo scollamento tra le stanze e le piazze (simbolo di istanze e disagi che vengono da chi vive la sua quotidianità nella necessità di servizi inadeguati) è la stessa differenza tra i luoghi dove si respira aria chiusa e stantia, ormai irrespirabile, e luoghi di aria, di venti che portano nuovi linguaggi, di temporali che ripuliscono e sole che asciuga l’umidità di troppo.
Le logiche non cambiano, l’indignazione non esiste se non su qualche sporadico post che ha i suoi dieci minuti di gloria e le sue decine di condivisioni.
Sarà che ho passato l’estate leggendo molto sugli anni ’70/80, romanzi soprattutto, alcuni bellissimi, quando nel bene e nel male esistevano le utopie, che come diceva un grande qual era Edoardo Galeano “L’utopia è là nell’orizzonte. Mi avvicino di due passi e lei si distanzia di due passi. Cammino 10 passi e l’orizzonte corre 10 passi. Per tanto che cammini non la raggiungerò mai. A che serve l’utopia? Serve per questo: perché io non smetta mai di camminare

Galeano diceva anche che la miglior prova che la diversità della realtà merita di essere progettata in tutte le sue possibilità di sviluppo e cambiamento è proprio nella capacità di sorpresa che la realtà ci offre, sempre.

Ecco, questo il punto nevralgico: la politica ridotta a lista della spesa, a punti da realizzare (leggi promesse elettorali) che se pur necessari non sono però inseriti in una “visione” che sorprenda, che trascini, che smuova le coscienze e la partecipazione.
Quando a scuola parlo di “politica” (accade ad esempio quando è il momento dell’Antica Grecia, dove è nata) alla domanda su cosa sia la politica l’ovvia quanto deludente risposta di decine di giovanissimi è sempre la stessa: persone che rubano. Allora cerco sempre di partire da un punto semplice: quando mangi il panino per strada o bevi lo stramaledetto Estathè e butti l’involucro per strada, stai attento, perché stai facendo politica, stai dicendo con la tua azione che a te non importa niente degli altri e dei luoghi in cui vivi e allora sì, è probabile che sarai rappresentato da persone che rubano, da persone che sono come te, gente che ha a cuore il tornaconto personale (come la mafia nelle sue rappresentazioni) o il proprio potere, o il desiderio di prestigio. Tutta gente che non raccoglierà le cartacce che hai seminato perché proprio come te non gliene importerà niente. Cerco insomma di spiazzarli, è l’unico modo che conosco.

Le risposte alla crisi sono banali: come si recupera il senso civico che in sé racchiude il significato della politica?  Come si supera la logica dei piccoli gruppi ognuno per sé e dio per tutti che non dialogo tra di loro e non riescono a incidere? Io credo creando un solco che faccia sognare, un solco nel quale non è tutto già scritto ma da scrivere, non promettendo, ma CHIEDENDO. Sì, chiedendo, avete capito bene.

Smettere di fare le liste e parlare di buone pratiche e chiedere invece impegno ai cittadini, agli uomini e alle donne, di fare ciascuno la propria parte, di non delegare e aspettare (e magari criticare, che è lo sport nazionale che ci riesce meglio) di mettere in rete la parte buona di decine e centinaia di persone che puliscono le spiagge che producono cultura che sono impegnati quotidianamente nel volontariato che lavorano nel sociale, in una parola che fanno politica, fuori dalle stanze.

Chiedere maggiore responsabilità, ricostruire un senso di appartenenza e avere la capacità di costruire utopie, necessarie per camminare e andare oltre. Difficile? Probabile, messi come siamo. Ma non vedo altra strada.

Quando il pronto soccorso non è una serie tv (soprattutto al sud)

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Ieri mattina sono finita al pronto soccorso di Lamezia terme. Un malore a scuola, niente di grave, ma quanto è bastato perché i miei colleghi mi spingessero ad andarci. Lo ammetto, come malata non sono un granché. Penso sempre di potercela fare, di potermi difendere, ma ieri ho ceduto. Un po’ di strizza alla fine mi è presa.
Il mio quadro clinico, almeno rispetto al malore, è risultato essere senza rischio, ma non è di questo che voglio scrivere. È da ieri che penso di farlo: per quello che ho visto in quasi nove ore trascorse lì.
Io sono una ritornata in Calabria dalla Toscana, abituata dunque a una sanità che funziona. Ieri mi guardavo intorno e continuavo a chiedermi: com’è possibile ridurre l’ospedale di una città di ormai quasi 80 mila abitanti in queste condizioni? Come abbiamo lasciato – più che altro – che ciò accadesse?
Come mi ha detto la dottoressa, non sono stata fortunata, ho beccato una giornata tremenda, due incidenti, codici rossi e urgenze. Ho avuto tutto il tempo per osservare, ascoltare, pensare.
Pensare alla fragilità della vita, alla paura di perderla, o che la possa perdere un proprio caro. Timore del dolore quando non se ne conosce la causa, angoscia di dover affrontare un percorso fuori dalla vita normale.
Un anziano che piange, lo sguardo fisso al pavimento, gli manca il respiro, la mano di suo figlio che accarezza la testa calva. Un viso e delle mani che raccontano una vita di lavoro. Aveva la febbre e non riuscivano neanche a trovare un termometro per misurargliela. Probabilmente era angosciato per la moglie, anche lei lì, a lamentarsi per un forte dolore allo stomaco. Erano arrivati alle due circa, quando sono uscita io erano quasi le 8 e i figli erano là che imploravano che almeno le dessero qualcosa che placasse il dolore.
Due stanzette, tre lettini ciascuna, due medici e due infermieri costretti a correre da una parte all’altra nel caos totale. In corridoio gente in barella e in carrozzina. Mi sono data da fare anch’io ad aiutare a spostare qualcuno o qualcosa, e come me altri.
Talvolta l’uso improprio del pronto soccorso: tante madri con bambini, giustamente spaventate, che pagano l’ansia per i medici di base che non vanno più a casa e il telefono non basta. Una ragazza con un mal di testa, un codice bianco, portata dalla madre.
Una donna che piange con il giaccone insanguinato, suo marito sulla barella: hanno avuto un incidente. È dolorante, si vede, ma non vuole sedersi, va su e giù accanto al marito, spaventata.
Altri che avrebbero bisogno di un ricovero ma non si trovano i letti.
Qualche sorriso anche: l’infermiere mi dice che l’anziana accanto a me che non smette di parlare ogni due mesi è lì. Hanno una conversazione in dialetto esilarante: tiniti 90 anni, mammama è morta a novant’anni, pace, si mori. Come a dire caustico che non è che lì possano fare i miracoli. Dice alla figlia: ma cumu a sumpurtati? E l’anziana lì che chiede esami su esami. Già che c’è.
Una ragazza giovane, all’accettazione, con la voce rotta spiega confusa che ha delle perdite, che è incinta di sette settimane. Io la guardo e la vorrei abbracciare. Le vorrei dire spero che a te vada bene, ma in ogni caso sei giovane. Hai tempo.
Il tempo: è stato lento e convulso, là dentro, in tutte quelle ore, ad aspettare: aspettare che ti chiamino, che ti facciano il prelievo, che arrivino i risultati. Nel mio caso un errore tecnico ha causato un secondo prelievo e un supplemento d’attesa, altre ore, lì, ad aspettare.
Aspettare. Il mondo ci sta crollando addosso e noi aspettiamo, perché al peggio non c’è mai fine. Penso al piccolo ospedale di Soveria Mannelli, una bella cittadina di montagna, un’eccellenza che hanno chiuso. Ma non hanno chiuso soltanto un ospedale, hanno chiuso la città: l’ospedale era movimento, persone che ci lavoravano, che vivevano. Dopo la chiusura gioco forza molti si sono trasferiti: ecco come avviene l’abbandono dei luoghi da queste parti.
Mi vengono in mente i politici indagati per affari illegali su ciò che ruota intorno alla sanità, eppure la gente se dovesse domani li rivoterebbe, o voterebbe suoi pari. Perché in fondo, chi se ne frega, sono tutti uguali.
A guardarsi intorno c’era un’umanità decadente, per la prima volta mi sono trovata ad ammetterlo, un’ammissione dolente, rassegnata, senza via di scampo: due ragazze obese, ad esempio, con lunghi capelli ricci e fiori finti, forse gemelle, con dei leggins strettissimi e trasparenti, degli stivaletti con tacchi altissimi, talmente alti da essere storti sotto la spinta del peso. Una delle due ha una giacca cortissima di pelo grigio. Sembra un panda. Hanno un aspetto terribile, conciate in quel modo, provo una sorta di vergogna tenera per loro. Le immagino davanti alla tv, a guardare uomini e donne di Maria De Filippi, a sognare chissà che cosa. In fondo a loro non importa un fico secco del politico corrotto, della causa perché questo luogo puzza di stantio e di sporco.
Alla fine ieri sera non ero soltanto stanca, ero soprattutto triste: per tutta quella sofferenza senza risposta, colma di responsabilità che non amiamo attribuirci, pronti come siamo a puntare il dito per spirito di contraddizione.
Lì c’era soprattutto l’umanità povera: quella che non si permette il privato, che non va fuori a curarsi come ormai da queste parti sei costretto a fare. Se non è emergenza da qui scappi.
Quella povertà (non soltanto economica) che magari voterà Salvini perché la sua faccia rubiconda e consolante spunta dalla tv a qualsiasi ora e in qualsiasi programma a raccontare che i neri sono il pericolo, che la sicurezza lo è, mentre basterebbe essere lì, in quel pronto soccorso, per capire se si è al sicuro. Come se a Salvini importasse una cippa di salvare il sud che non si è mai salvato da solo.
Alle sette e trenta non ne potevo più. Ero arrivata al mattino con un malore e se non fossi andata via mi sarei sentita male davvero. Ho chiesto alla dottoressa e lei non ha avuto il coraggio di mentirmi, per tre volte mi aveva assicurato: un’altra ora. Ho firmato per uscire, anche se sul tardi mi ha mandato un messaggio con il risultato di quell’ultimo esame.
Onore ai medici e agli infermieri che lavorano in queste condizioni: senza nulla, in un luogo che dovrebbe essere il primo soccorso, l’accoglienza del malato.
Io me ne torno a casa, spossata. Perfino la rabbia, che in questo casi di solito si impossessa di me che ho un senso civico e politico che quasi sfiora l’ingenuità, scompare. Solo pena, tanta pena.
Lascio l’anziana che si torce per il dolore allo stomaco e spero che presto le diano udienza. E qualcosa che calmi il dolore e la preoccupazione di suo marito, che le sta accanto come un bambino che ha paura.
Spaurito. Come diventiamo tutti quando la vita sembra poter deragliare.

Ps: per la cronaca, sto bene download (1)

UNA PICCOLA NOTA A MARGINE

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Ogni mattina per andare a scuola faccio il tragitto a piedi e passo davanti ai giardinetti pubblici adiacenti alle scuole, che versano in condizioni disastrate.

Stamattina però quello che ho visto mi ha toccato: su una delle strutture in legno (quelle sulle quali i bambini si arrampicano) stavano due ragazzi di colore. Uno era seduto in bilico su un palo, la schiena appoggiata e la testa reclinata. L’altro steso su un altro palo. Entrambi stringevano la giacca sul petto e dormivano. Mi sono chiesta come facessero a dormire abbarbicati a dei pali così stretti, in quel modo così scomodo. Poi, osservando meglio, ho notato che la struttura stava nell’unico spicchio di sole del giardinetto. Doveva essere stato il freddo a portarli lì e la stanchezza li aveva vinti, considerando che a quell’ora di solito c’è un bel viavai con le scuole e il supermercato accanto.
Ho continuato a camminare, indignata perché – diciamolo – siamo uno schifo di umanità.

Poco più avanti poi ho incontrato un cane che ha attirato la mia attenzione perché era di un colore particolare, grigio topo, un grigio brutto devo dire, strano per un cane. Aveva la pelle che pendeva sotto e davanti e – cacchio – leccava una plastica trasparente sulla quale non c’era niente, se non forse uno strato invisibile di qualche sostanza che aveva avvolto. Il cane leccava come un pazzo, talmente famelico che quella pelle avvizzita e pendente mi ha fatto rabbrividire. La fame.

Ho pensato che ai ragazzi sto raccontando di Dante che cammina in una selva oscura e incontra tre fiere e poi va a farsi un giro all’inferno con Virgilio.
Ma l’inferno, se solo cammini e guardi, è intorno, è che non lo vogliamo vedere. Non facciamo altro che giudicare e maledire chi l’inferno lo vive, ma fermarci, mai.

All’uscita di scuola, rientrando, ho poi fatto un altro incontro, doloroso, e non sembri strano: attaccata alla rete che delimita un campo c’era una farfalla bellissima (è nella foto). Grande, colorata. Ho notato che muoveva le ali ma non volava. Così mi sono avvicinata, ho provato a prenderla delicatamente, ho provato a farla volare. Niente. Così l’ho rimessa al suo posto, dov’era prima, perchè forse era lì che voleva stare e chissà perché, scema come sono, non volevo andar via.

Stavo andando alla posta e invece poi neanche ci sono andata, perché ero, lo ammetto, turbata: aver lasciato quella farfalla contro una grata, non so, una così grande bellezza sprecata, imprigionata, fatta fuori. Mi ha provocato una tristezza infinita. Forse è vero che non sono normale, che camminare a piedi comporta che lo sguardo si fermi e indaghi, ma oggi i particolari a margine mi hanno raccontato quanto siamo incapaci, noi che ci definiamo “esseri umani”, a correre sempre per niente.

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Sono una scrittrice?

Quando qualcuno mi definisce “scrittrice” e io mi volto d’istinto per vedere chi c’è dietro di me. Non è modestia, è proprio sano pudore. Se penso alla parola scrittrice mi vengono in mente uno stuolo di nomi e il mio non c’è: Virginia Woolf, Simone de Beauvoir, Doris Lessing, Elsa Morante, Anais Nin, Clarice Lispector, per citare i primi che mi vengono in mente.
Io ho solo pubblicato due romanzi, scrivo su blog, ne ho uno mio, ho collaborato in passato con qualche rivista, ho vinto concorsi letterari, pubblicato racconti in antologie. Ma a quanti succede? Resteremo a futura memoria? Non credo. Ecco, forse perché ho un rispetto quasi reverenziale per la letteratura, per me gli scrittori stanno in quel tempio. Quel che succede ai comuni amanti della scrittura come me è molto lontano.
Dunque che ci faccio qui? Anche questo è un tempio. Confesso non mi sento a mio agio. Forse la mia alla fine sarà solo una provocazione: quand’è che ci si può definire “scrittrici” o “scrittori”?
Io avrei una risposta: quando l’attitudine alla scrittura è totalizzante, viene davanti a tutto. E questo non è il mio caso, o meglio, non lo è stato finora nel mio mezzo secolo di vita. Pertanto offro qui il mio punto di vista e la mia esperienza.

La mia formazione  è arrivata molto presto  in modo esaltante e indolore: non ho conosciuto lacrime e sangue né vomito e ambienti malfamati anzitempo, ma sogno, immaginazione e mondi diversi dal mio. Cominciò a circa otto anni, quando mi fu regalato un piccolo libro del quale ricordo soltanto il titolo “Lodoletta”, poco più che una fiaba, ma era un libro rilegato e con molte pagine: quella consistenza tra le mani mi fece sentire grande. Non ricordo la storia, ma ricordo benissimo che iniziai a leggerlo di pomeriggio e al mattino, per poterlo finire, mi inventai di star male per non andare a scuola. Trascorsi la mattinata nel cucinotto di casa seduta su una piccola sedia impagliata con mia madre che sfaccendava intorno ed io immersa nella lettura. Alzai gli occhi dal libro solo quando arrivò la parola fine sull’ultima pagina.
Una volta spiato in quel mondo, io non ne sono più uscita. Ho ben stampate nella memoria certe avventure domenicali, quando in grigie giornate di pioggia mi sdraiavo sul lettone dei miei e le voci della mia numerosa famiglia diventavano un sottofondo alla lettura. Diamine come sono stata male quando ho finito I ragazzi della via Paal! (mi succede ancora oggi quando finisco di leggere un libro, soffro di una forma di jet lag, prima di passare a quello successivo,  mi sembra quasi di tradire un libro con altro.)
Fuori da quel mondo comunque ero una bambina normale: allegra, creativa, un tantino iperattiva forse, piena di idee e iniziative, una di quelle che cerchi perché insieme ci trascorri bel tempo . Scrivevo piccole poesie che la maestra elogiava, ma la cosa non mi lusingava affatto, anche perché non amavo quella donna severa.
Crescendo sono arrivati i libri seri, progressivamente più impegnativi. Leggevo di tutto, tanti, uno dopo l’altro, ingoiavo Tolstoj come i Gialli Mondadori, i neorealisti italiani come Agatha Christie. Eccetto Liala e la fantascienza che proprio non ho mai digerito, andava bene tutto, fumetti compresi, complici un padre e un fratello lettori.
Al liceo poi ci sono stati i grandi incontri. La letteratura con la L maiuscola, e cominciai anche a covare una certa predilezione per le autrici più che per gli autori, forse perché gli anni settanta qualcosa in eredità mi avevano lasciato. Tuttavia se mi chiedessero di spiegare l’esistenzialismo lo farei malissimo pur avendo letto a quindici anni La nausea di Sartre.
Questa è una caratteristica che ha influenzato la mia vita e il mio lavoro: sono una spugna. Mi immergo e mi impregno completamente fino a essere piena, salvo poi svuotarmi per essere di nuovo pronta a un’altra immersione. Non trattengo quasi mai nulla, o poco, di quel che leggo, per cui non saprei fare sfoggio della mia cultura, non potrei. Io passo prendo mangio e vado oltre, avida, curiosa di tutto, ma senza un obiettivo tranne che placare il mio pensare veloce, conoscere, dedurre, fare esperienza.

E dunque? La scrittura? C’è sempre stata, ho sempre scritto ma senza mai un ordine: lettere, temi scolastici per altri, manifesti (allora si chiamavano tazebao) storie improbabili. Ho sempre difettato in ambizione o voglia di espormi e ancor peggio, vincere. Io volevo vivere, la scrittura è sempre stata uno spettro in agguato: avevo il terrore che si impossessasse di me.
In compenso – so che è difficile crederci – la mia scrittura ha contribuito a “salvare”  persone (amici, parenti, fidanzati, amanti) da crisi, da angosce, da dubbi, da insicurezze o semplicemente dalla noia, difficile che parlassi troppo, in compenso scrivevo. Ho scritto centinaia di lettere. Quando ci penso adesso mi dà quasi fastidio che tanti pezzi di me siano sparsi in giro. Herzog, il protagonista del romanzo di Saul Bellow, passa la vita a scrivere lettere che poi non invia. Io non sono stata abbastanza furba da conservarle e farci un romanzo epistolare, e, quel che è peggio, io quelle lettere le ho recapitate tutte.
Potessi riaverle sarebbero un libro e perché no? Un manuale per giovani e saccenti psicologi “Come porre un limite alla propria onnipotenza”.

La scrittura era là, una donna implacabile con lo sguardo duro di Marlene Dietrich che mi aspettava, lo sapeva, lei, che avrei smesso di avere gambe e le avrei appese al cervello.
Tra i manuali per aspiranti scrittori ho letto tutto quello che c’era da leggere (o quasi) per desistere: Amos Oz, Vargas Llosa, fino a un piccolo libriccino di Erri De Luca dall’illuminante titolo “Tentativi di scoraggiamento (a darsi alla scrittura)”.
Una cosa mi ha colpito, strano me la ricordi per una che non trattiene niente: Amos Oz nel suo “La vita fa rima con la morte”, descrive uno scrittore in sosta a un piccolo caffè dove arriva a servirlo una cameriera. L’uomo, che sta per recarsi a una conferenza letteraria, dapprima osserva la donna e ne fissa i particolari che la definiscono. Poi passa a sentire gli odori, sudore e sapone. Poi la esplora sotto gli abiti finché la donna non si rende conto del suo sguardo lascivo e gli lancia un’occhiata torva. Così lui abbassa lo sguardo e riprende la sua aria educata. Ordina, ma comincia a immaginare il primo amore di questa cameriera, la vede a sedici anni, e vede lui, il portiere di una squadra di non so bene cosa. Avrete capito insomma, la storia aggancia altre intuizioni e diventa altre storie…. La conclusione che si può leggere è: “Vede lui forse cose che noialtri non vediamo ancora?” (lo scrittore, questo guardone…)
E’ stata una pietra che mi ha colpito dritto in testa: è un vizio che ho sempre avuto quello di osservare, posso perfino sembrare maleducata. Io guardo guardo… al ristorante, sul bus, per strada, a volte non mi rendo neanche conto, e in questo caso la spugna assorbe il libro del mondo, come lo chiamava… chi era? Goldoni? Goldoni.

La scrittura è arrivata con la maturità, quando quell’ombra implacabile alle mie spalle ha cominciato ad allungarsi tanto da offuscarmi. Così ho dovuto affrontarla: va bene, vuoi che ti dica che hai vinto? E sia! La chiudo quella maledetta porta, mi siedo in questa stanza, contenta? L’ho fatto. Vuoi proprio spingermi in questo baratro solitario? Eccomi allora.
Accontentata! Ma bada, io non la faccio quell’attività di ragioniere che fanno gli scrittori, ho avuto ed ho una vita tumultuosa io!
Macché. La donna sta lì, affatto spaventata dalle mie minacce, sorniona. Lei lo sapeva meglio di me quel che sarebbe accaduto.

Ho cominciato a scrivere.

Il magma messo insieme nell’arco della mia esistenza costituiva la tela, ciò che dovevo fare era smettere di ascoltare e cominciare a parlare.
Così è nato il mio primo libro, Il mistero della casa del vento,  e poi il secondo, che ho appena finito di scrivere. Io non ho il vuoto della pagina bianca, io non invento i personaggi, sono loro che vengono a cercarmi e mi raccontano la loro storia. Io scrivo di getto e velocemente. Quello che faccio davvero è rileggere e revisionare. Su questo lavoro molto.

Da ultimo, una sola cosa voglio aggiungere a questo anomalo intervento: il mio primo  romanzo è costruito su una trama che ruota attorno a storie di donne, pecca di ingenuità, ne sono sempre stata consapevole. Ma una soddisfazione l’ho avuta: oltre agli apprezzamenti inaspettati che mi sono arrivati, dal romanzo è stata tratta una drammaturgia che è andata in scena. Io ero spaventata: teatro di parola? E chi lo regge? Ma dopo la prima replica con tutto esaurito, ne abbiamo dovuto programmare altre. Poiché sulla scena il testo non mi apparteneva più, quello che ho pensato – sulla scia delle vibrazioni di un pubblico attento – è stato: ma chi lo dice che le belle parole annoiano, o non piacciono? Chi lo dice che se non si parla di morti ammazzati e umanità sbandata non si possano raccontare storie di ordinaria follia puntando non solo e non tanto sulla trama ma sull’intensità del linguaggio? La risposta stava in quelle facce, che non sono elementi del mercato editoriale ma persone in carne ossa e sangue.
Uscendo, la sera dello spettacolo, un uomo che non conoscevo mi ha ringraziato e un altro mi ha detto: “è stato come entrare in un mondo di donne, conoscerle, mi hanno detto cose sulle quali non avevo mai riflettuto.” Mi ha resa felice. Avevo realizzato qualcosa con un senso.

Se sono una scrittrice davvero non lo so, forse neanche mi importa.

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