VUOTI A RENDERE

Daisy Euan Uglow

Nevica. La neve scende lenta, copiosa, rallenta ogni forma di vita, ogni facoltà .
“Chi c’è in corridoio zia?”
Nevica, fuori. La memoria diventa un mare calmo, disteso, sorgono i ricordi come il sole all’alba, appena ne torna uno alla mente, trascina con sé altri ricordi. Si dispongono in fila come sentinelle. Li cataloghiamo per non perderli.
Sandra è dietro i vetri, guarda la neve posarsi.
“Chi c’è in corridoio zia?”
“Hai visto l’arcobaleno Delia?”
Fuori continua a nevicare. È più naturale fermarsi, è un gioco che ti prende con delicatezza. Sandra ha la neve negli occhi e un arcobaleno in testa.
“Chi c’è in corridoio zia?”
“Hai visto l’arcobaleno Delia?”
“Sta suonando ‘quella’ musica”
I ricordi sono vuoti a rendere, anelli perfetti nella catena degli eventi della nostra esistenza.
“Chi c’è in corridoio zia?”
“Hai visto l’arcobaleno Delia?”
“Sta suonando ‘quella’ musica”
“Parti subito Sandra”
Erano passati sei anni da quando alle cinque del pomeriggio, mentre la macchina stava portando via sua madre, Sandra aveva alzato la testa e aveva visto un arcobaleno tra i tetti, nitido nei suoi sette colori. Aveva cercato sua sorella Delia tra la folla all’uscita della chiesa. Le aveva fatto un cenno e a sua volta Delia l’aveva visto. Si erano guardate commosse mentre la macchina si allontanava. Era una sorta di prodigio, l’ultimo di quei giorni.
Sua madre, che in vita era stata una roccia, che sembrava invincibile, che aveva vinto battaglie, sconfitto malattie, se n’era andata.
Anche quell’ultima volta avevano pensato si sarebbe ripresa.
«Parti Sandra – le aveva invece detto Delia – non è come sempre.»
Sandra aveva preso il primo treno. Nel giro di qualche giorno il quadro clinico si era aggravato, avevano deciso di riportarla a casa e di avvertire Mauro, il fratello che viveva all’estero. Sua madre sembrava essere alla fine.
Le notti, quando nel silenzio della casa il respiro affaticato portava con sé un carico di apprensione senza rimedio, furono la parte più dura da sopportare. Sandra tentava di accarezzare sua madre eppure lei sembrava rifiutare quel contatto, scuoteva il corpo con un sussulto, come se non volesse essere sfiorata. Era in coma, ma comunicava. E Sandra comprese che non stava morendo, piuttosto aveva deciso di morire. Voleva che la lasciassero andare.
In quei giorni la casa era stato un viavai faticoso, le stanze erano invase di gente, parole e odore di caffè. Fu una di quelle mattine, mentre era in cucina, che Sandra a un tratto sentì qualcosa che le bloccò le gambe. Era una musica, ma non una musica qualunque, era proprio “quella” musica. Quella che suo fratello Mauro si era sempre rifiutato di suonare alla madre che la chiedeva insistentemente nelle rare occasioni in cui lui tornava a casa. Mauro in risposta rideva e diceva di no. Lei allora lo canzonava dicendogli “accidenti a te! me la suonerai quando sarò morta.” E ora Mauro era lì, accanto al letto. E stava suonando.
Note attente, curate, implacabili e bellissime. Sua madre stava morendo e lui la stava accompagnando. Con quella musica.
Un’energia indecifrabile si mosse tra le stanze, un brivido potente che immobilizzò chiunque si trovasse in quella casa. Ognuno rimase muto e sospeso in un fermo immagine per il tempo che durò quella musica. Non era solo la forte commozione, era molto di più. Quella non era la morte. Era la vita nel suo senso struggente.
Insieme erano rimasti a vibrare come le corde di quella chitarra che stava suonando e solo quando l’ultima nota li aveva lasciati, Sandra si era accorta che stava piangendo. Ma fu certa che la stessa cosa stava accadendo anche agli altri, sparsi tra le stanze, così quelle lacrime non furono vero dolore. Dopo, nessuno disse niente, perché non c’era niente da dire.
Il pomeriggio di quel giorno ci furono gli ultimi arrivi, la famiglia era ormai al completo. Tutti riuniti, persi, fecero insieme l’unica cosa che restava da fare: aspettare.
Alle sette di sera arrivò il medico per un controllo. Disse che quella donna aveva tempra e cuore forti, che si preparassero a una lunga agonia perché non era ancora alla fine. Era quasi ora di cena, ma nessuno aveva voglia di preparare un pasto qualsiasi, così ordinarono delle pizze: quattordici per l’esattezza.
Come ai vecchi tempi, davanti ai cartoni di pizza, qualcuno cominciò a raccontare qualche barzelletta e accadde che avevano preso a ridere, la pizza aveva un buon sapore ed erano tutti affamati. A turno ogni tanto qualcuno andava a controllare la madre, che ormai non aveva più reazioni, se ne stava con gli occhi chiusi e chissà dov’era.
«Chi c’è in corridoio zia?» Le aveva chiesto Mara.
Sandra si era guardata intorno e aveva contato con lo sguardo.
«Nessuno Mara, siamo tutti qui.»
Mara si era alzata senza dire niente ed era uscita dalla stanza. Poi era rientrata perplessa.
«Sei andata a dare un’occhiata alla nonna?»
«Sì, sembra tranquilla. Strano, m’era sembrato di vedere qualcuno in corridoio»
Mara si sedette e dopo un secondo dimenticò qualsiasi cosa avesse visto un attimo prima. Continuarono a ridere, a chiacchierare, a gonfiarsi la bocca di pizza calda. Era da così tanto tempo che non stavano così, tutti insieme.
Poi Delia si alzò, andò in camera da letto e dopo qualche secondo arrivò. Un grido stridulo. Temuto. Una parola soltanto. Corsero tutti.
Lei, la grande regista, la madre, se n’era andata. Li aveva diretti in quell’ultima scena: li aveva aspettati, uno dopo l’altro, tutti, e lei in quel letto con gli occhi chiusi, senza mai una parola, i medici che ti dicono che non sente niente. Li aveva lasciati lì, insieme, a ridere. Loro ridevano e lei moriva.
Si chiama coincidenza? Noi abbiamo un nome per tutto.
Ma l’arcobaleno, il giorno seguente: altra coincidenza? Proprio nel momento in cui lei se andava per sempre, cessava la pioggia del pomeriggio e un arcobaleno si apriva in quell’angolo tra la chiesa e il cielo.
Per quanto l’intelletto indaghi e spieghi, esistono fenomeni imponderabili, come la morte, come la vita, come il modo di vivere e di morire. Come le cose che non comprendiamo.
Chi fosse quell’ombra, ad esempio. Mara ne rimase sconvolta per giorni. Lei, che aveva una laurea in scienze, era abituata a pensare che tutto ha un’evidenza e può essere spiegato. Eppure era sicura. Aveva visto un’ombra chiara poco prima che sua nonna morisse, era passata rapida nel corridoio buio. Non era stata una visione, lei non credeva alle visioni, lei stava ridendo insieme agli altri, mangiava come gli altri, era presente come gli altri, era nella realtà che li teneva insieme come gli altri. Eppure quell’ombra era comparsa. Lei l’aveva vista. Un uomo, vestito di chiaro.

La neve scende e si posa. Imbianca gli angoli e li arrotonda, addolcisce gli spigoli e il cuore. Il passato è passato, non esiste, ma ricordo dopo ricordo, scriviamo la storia della nostra vita in una sequenza di attimi che non accadono più, ma sono là, incastonati nella nostra mente in uno spazio e in un tempo che ci appartiene.
E in quella trama, tutto, perfino la morte, finisce per avere un senso.
Come il testamento di sua madre quella sera. Vi lascio così, vi voglio così.

Sandra richiude la porta. Nevica dolcemente adesso.

 

premiomimosa

Dedico questo racconto a Lino, Lilia, Virginia e Maurizio, ma anche a Carmelo, Paolo, Doretta, Edo, Emanuela, Cristina, Emilio e Giulia, insieme a Giampiero, Aldina, Consuelo e Massimo. A quelli che sanno e che c’erano

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