La morte può stare nelle favole?

faSi può sorridere alla – e –  della morte? Obiettivamente è dura. La parola evoca fine, dolore, sofferenza.
Invece in questo indefinibile libro si può eccome. E poiché della morte nulla sappiamo di certo se non che esiste, l’unica arma per affrontarla è l’immaginazione.
Frutto dell’immaginazione di Giulio Mozzi è Favole del morire, una raccolta di testi che spaziano in generi diversi (poesie, racconti, testi teatrali) che raccontano  la morte con sguardo ironico e  insieme impietoso, quasi danzasse leggiadra sopra le nostre teste burlandosi della nostra lettura.
Si legge bene Favole del morire, uno stile senza fronzoli che va dritto al punto senza mai girarci attorno, senza usare troppe parole se non quelle necessarie e colpisce l’anima, il cuore, la testa.

Com’è noto in questo spazio offro impressioni di lettura (se avete voglia di leggere recensioni se ne trovano tante, ben articolate e approfondite) e una delle cose che ho apprezzato di più in queste Favole è che si leggono come una scatola cinese, apri la prima e non sai cosa sia e cosa ci sia nella prossima;  sono narrazioni a sorpresa nelle quali può capitare che la poesia ti accalappi di soppiatto sfumando il senso di macabro del racconto che hai appena finito, ciascuno diluendosi nell’altro, prosa, poesia, generi, piani che si intersecano e si dividono. Tutti affrontati con grande maestria.

Una delle cose che mi ha poi colpito è stato un breve testo teatrale “Emilio delle tigri se n’è andato”, in cui troviamo Emilio Salgari che discute animatamente con una imprecisata VOCE (la morte) in uno spassoso scambio di battute prima di spararsi un colpo. Ho pensato che i riferimenti a Salgari fossero inventati da Mozzi, così mi sono incuriosita e sono andata a fare una breve ricerca. Ebbene no, Salgari, il fortunato autore di tanti romanzi d’avventura di successo, ebbe uno sfacelo di vita, scriveva tantissimo, gli  editori lo pagavano una miseria  e morì davvero povero e suicida (come suicida era stato anche il padre). Il fatto che conoscessi Salgari, ma niente sapevo di questa storia, ha reso la lettura intrigante.

Quando ho chiuso il libro, felice d’averlo letto, ho pensato che in luglio ho avuto una conversazione telefonica con l’autore e, stranamente, ci siamo trovati a parlare di morte. Non so se lui lo ricorderà (non credo, vista la mole di contatti che quotidianamente affronta) ma io sono rimasta colpita da quella telefonata perché di colpo, sulla scia di riferimenti a fatti accaduti,  abbiamo smesso di essere un’aspirante scrittrice e un professionista  che si occupa di scouting letterario (credo si chiami così) per essere due individui messi di fronte alla perdita e alla morte. Così, di botto e per caso. Coincidenze della vita e commistioni tra le pagine vissute e quelle create.

Solo chi prende la morte maledettamente sul serio, può sorriderne e affermare che di fronte a essa: “questa è la speranza: un’immaginazione”

Tutta questa felicità
è ormai perduta.
tutte queste favole
sono perdute.
Nella stanza degli animali, a occhi aperti,
ho fatto un sogno:

Favole del morire, Giulio Mozzi, Laurana Editore

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