Malavuci soffiate nel vento da una cantastorie

Molto tempo fa nel secolo decimonono, Honoré de Balzac diede alle stampe “La signorina Cormon”, titolo originale “La vieille fille” che letteralmente significa “La zitella”.

Storia  esilarante di  Rose-Marie-Victorie Cormon, attempata quarantenne, corpulenta e ingenua, discendente di una ricca famiglia borghese che cerca marito. Inutile dire che i pretendenti mirano al suo patrimonio, più che alla povera Rose-Marie. Il romanzo, crudele e grottesco, nel quale sono frequenti doppi sensi a sfondo erotico,  forte per quei tempi, è considerato un capolavoro del romanzo moderno, anche se non è molto conosciuto.

Con Malavuci di Antonella Perrotta, La signorina Cormon non ha molto a che fare per trama o stile, ma nel leggere l’opera di Antonella ho ripensato a questo romanzo di Balzac che lessi molto tempo fa, e questo credo dica già molto.

L’abilità narrativa, il tenere insieme la storie e le storie, il creare personaggi a tutto tondo pur nei rapidi tratteggi, il restituire l’atmosfera di un piccolo paese pettegolo, San Zefiro, dove le chiacchiere viaggiano con il vento e soffiano malamente sulle vite di uomini e donne, mi ha ridato il piacere di una lettura che non provavo da tempo, un po’ come sedersi accanto a un ruscello che scorre e trovare il piacere della frescura lontano dall’afa, sotto l’ombra di fronde mosse dal vento.

In un panormara letterario che ci offre eccellenze, ma spesso anche storie pretestuose, pseudo-intellettuali, che talvolta nascondono l’incapacità di costruire degnamente una storia, una trama, dei luoghi, Malavuci, nei suoi toni che virano sapientemente dall’ironico al drammatico, possiede quella narrazione che crea un affresco, geografico, fisico e umano, come avviene nei “grandi” romanzi.

Pagine ironiche, talvolta comiche, altre volte tristi da far velare gli occhi: le reazioni di chi legge si snodano su un solido filo narrativo che suscita empatia e antipatia, ma sempre coinvolgimento.

Ambientato a San Zefiro, un piccolo borgo calabrese immaginario, siamo nel 1919 e dopo la guerra arriva ad ammazzare pure la Spagnola , che alcuni credono si mandi via con gli scongiuri perché causata da qualche magara. La magara è una ragazza, Lela, colpevole di essere forestera: è lei  la strega della quale liberarsi (ah! i pregiudizi!)

Poi c’è Sasà, figlio di Antonio e Caterina Bellosguardo, famiglia di carriamorti (ovvero proprietari dall’agenzia di pompe funebri, Il Trapasso) che sulle labbra dei paesani diventa  la fimminella di cui sparlare, con grande rabbia della madre che farà di tutto per sfatare questa malavuce (ah! i pregiudizi!)

Un intreccio di vite che l’autrice ci racconta in veste di “cantastorie” e che in un momento di pausa dalla lettura ho preso in mano perché la sera prima di dormire devo comunque guidare la mia insonnia con qualche pagina al letargo della mente e del corpo, ma che invece mi ha catturato completamente, tenendomi sveglia, e mi ha fatto scoprire una narratrice di stoffa! (devo recuperare Giuè, il primo romanzo, che pure ho)

Non ultimo vorrei segnalare la grande cura grafica ed estetica di questo romanzo e voglio dirlo, visto che mi sta capitando di leggere romanzi di accreditate case editrici con refusi e impaginazioni penose. Ecco, l’ho detto.

Antonella Perrotta, Malavuci, Ferrari Editore

Antonella Perrotta nasce in Calabria, dove vive e lavora. Laureata in giurisprudenza, appassionata da sempre di storia, scrittura e letteratura. Suoi racconti sono presenti in volumi collettanei. Collabora, inoltre, con riviste e blog culturali. “Malavuci” è il suo secondo romanzo, dopo “Giuè.

Il tempo: qualche ora o qualche anno d’attesa è lo stesso, quando si è perduta l’illusione di essere eterno…

… scriveva Jean Paul Sartre ne Il muro: il tempo è protagonista del nuovo romanzo di Simone Innocenti, nel quale un gruppo di amici si ritrova per Capodanno nella villa sul mare di Giulio e Francesca, in Toscana, dove il naturale ritmo delle onde sembra essere lontano e a tratti irraggiungibile, pur essendo semplicemente “davanti”, e la montagna incombe “dietro” con la sua oscurità e gli antri segreti che a non conoscerli possono rivelarsi trappole fatali.

Ricchezza, eleganza, ipocrisia, traumi, segreti: ogni capitolo narra in terza persona la storia dei personaggi (tra gli altri un notaio, una modella, un commercialista disonesto, un insegnante di tennis, un’assicuratrice, un poliziotto, un rappresentante di lampadine, una donna in carriera) ognuno alle prese con il proprio demone: c’è chi ha appena saputo di avere un cancro, chi ha il vizio del gioco, chi è animato dal desiderio di rivalsa, chi ha aspirazioni omicide, chi si consuma d’invidia per la ricchezza degli altri, chi tradisce il proprio partner, chi spia, chi ricatta.

Nessuno di loro sembra essere mosso da umana comprensione: si sono trovati insieme sulle spiagge della Versilia quando erano adolescenti e insieme hanno percorso un pezzo di esistenza senza mai avvicinarsi davvero l’uno all’altro.

Il tempo domina la narrazione: una mano invisibile e fredda che decreta le azioni, il loro scorrere e il loro divenire durante un Capodanno che non sai mai se è l’inizio del nuovo o la fine del vecchio, che è realtà e finzione nello stesso tempo, quando siamo tutti a recitare sullo stesso palcoscenico, che è passato e futuro senza essere presente, che è il mare che non puoi prendere e il buio della montagna che invece può prenderti.

È la clessidra palindroma, perfettamente simmetrica nel suo andare e tornare, nei granelli che scorrono da una cavità trasparente all’altra e sono sempre gli stessi, inesorabilmente di ugual numero.

Capodanno è la “festa” della malinconia del passato, della lotta tra vecchio e nuovo, che in questo romanzo diventa una resa dei conti incastonata da una narrazione che procede per quadri intersecati con un ritmo pulito, asettico, drammatico, come il tempo che ci abbandona ad ogni secondo di attesa sprecato.

Simone Innocenti, dopo il felice esordio con l’originalità jazzistica dei sui racconti A puntazza (L’Erudita) che ho amato molto, il mare che mai penseresti possa esserci a Firenze (Firenze Mare, Giulio Perrone) e soprattutto Vani d’ombra, Voland,  ci regala un romanzo stilisticamente perfetto come un film di Luchino Visconti con la stessa ossessiva e appassionata ricerca di perfezionismo; disegna una ricca e media borghesia senza identità, alle prese con i suoi tormenti decadenti, tanto da essere, ciascuno nella propria esibizione, il riverbero dell’altro, in un affresco dipinto da un occhio esterno che a tratti svela la crudeltà di uomini e donne capaci di insospettabili azioni violente, con corpi voluttuosi che esprimono una sessualità morbosa e prepotente, rapporti lacerati da odio malcelato e invidia.

Un affresco dell’individualismo imperante in una storia impeccabile ed elegante.

Ho sempre pensato che il talento di uno scrittore si manifesta laddove costui è capace di sperimentare nuovi registri, nuovi percorsi narrativi e stili diversi: in un panorama letterario nel quale spesso accade che di un autore letto un romanzo equivale ad averli letti tutti, Simone Innocenti mantiene il suo occhio critico capace di guardare da punti di vista molto diversi ed essere nuovo e diverso ogni volta. In una parola: sorprendente.

Il romanzo di un cavallo di razza insomma: non lo dico io, da lettrice quale sono, ma il fiume di recensioni e attenzioni rivolte a questo romanzo.

La clessidra, ma come non averci pensato prima? È un oggetto palindromo perfetto, vive di vita propria, poco importa se tu la giri o meno; solo in quel momento – con quel gesto – la clessidra diventa una clessidra. E a rigirarla – cioè a farla tornare clessidra – quella fa sempre il solito percorso. È esattamente andata e ritorno al tempo stesso, la vita che non si ferma e che torna indietro.


Simone Innocenti, L’anno capovolto, Blu Atlantide

Simone Innocenti 

è nato  a Montelupo Fiorentino nel 1974, ha scritto Vani d’ombra (Voland), la guida letteraria Firenze Mare (Perrone), dopo aver esordito con Puntazza (Erudita). Suoi racconti sono apparsi in varie antologie. Si occupa di cronaca nera e giudiziaria e ha scritto per Il Corriere, La Nazione, Il Giornale della Toscana, Avvenire, L’Espresso e Sette. Attualmente lavora al Corriere Fiorentino, dorso regionale del Corriere della Sera e collabora con La Lettura.

Fadia: un romanzo d’amore e di viaggi

Com’è una storia d’amore che non ti aspetti? È quella che racconta Sandro Gioffré nel suo ultimo romanzo Fadia tra un “mulo” e una novizia.

I “muli” sono i figli di una terra, la Calabria, che per fare strada devono scalciare, masticare polvere, erba e veleno, ma in quanto muli sono testardi e mirano al riscatto, tirano dritto senza contare le volte che hanno dovuto battere la testa, piangere di dolore e di rabbia. Figli non riconosciuti dai padri e non desiderati da madri costrette. Sono coloro che si imbattono nelle regole del tu vieni dopo, per ultimo, perché non sei nessuno e devono ingoiare fiele per fare quello che desiderano, nel caso del protagonista, il “mulo di questa storia, il medico.

Con un sapiente espediente letterario il romanzo inizia da una fine, perché è quando stiamo per perdere tutto che lottiamo ostinatamente per tenerci la vita, i sogni, i desideri, le illusioni, tutto ciò che è rimasto insoluto e inappagato. E forse solo così la vita torna.

Il “mulo” è Andrea Bisi il quale anche grazie a un insegnante dall’esistenza complessa che, come un marchio, gli lascia in eredità la storia di una passione (quella tra la principessa Spinelli e il compositore Giavanbattista Pergolesi) diventa medico nonostante il baronato.

Andrea trova la sua principessa, bellissima e inafferrabile: Fadia. Se ne innamora, lei è promessa a Dio, è una novizia cattolica in terra siriana. La perde.

Nel perderla Andrea perde anche il mondo che intimamente cerca, le voci della grotta dov’è cresciuto lo raggiungono anche quando sono lontane nel tempo e nello spazio, quando avrebbe dovuto e potuto dimenticarle. Ma non si cambia la sostanza di cui siamo fatti.

Andrea cercherà Fadia, tornerà in Siria (che l’autore conosce bene per esserci stato) ricca di bellezze, di monumenti e fascino religioso, là dove ha conosciuto Boulos Yazigi, arcivescovo di Aleppo: la ritroverà martoriata e succube di una guerra feroce, le cui atrocità non risparmiano nessuno.

Riuscirà a trovare Fadia?

Ho letto il romanzo di Santo Gioffrè rapita non solo dalla storia, ma anche dalle descrizioni di luoghi e situazioni che mi sono resa conto conosco molto poco. Sono partita in viaggio con Andrea Bisi, il protagonista.

Su tutto (la storia di riscatto, di ricerca, l’amore vero, quello autentico e passionale come la vita, come le scelte che ci conducono alle nostre “voci”, alla nostra sostanza) c’è anche la mancata storia d’amore tra un Oriente dalla storia millenaria in preda agli scenari di guerra dei quali si tace, a scapito di altre guerre che ci sembrano più “nobili” perché c’è in ballo il nostro Occidente: un filo spezzato tra due mondi che corrono distanti verso l’autodistruzione e non conoscono la comprensione, la storia, ciò che lega un uomo e una donna e un mondo all’altro mondo.

“In quella grotta, la sua grotta, trascorreva le notti di tempesta: le pecore, come in un’immagine sacra, gli fornivano il tepore necessario. Fantasticava su tutti gli incomprensibili segni incisi su quelle pareti. Quando era stanco, trovava conforto nel passare il dito indice su quelli che nella sua ingenuità chiamava semplicemente disegni (..) pensò perfino che un altro bambino, prima di lui, avesse abitato in quella grotta disegnandone le pareti. (..) quando entrava in quella grotta, ed era triste, il suo umore cambiava. C’era una sorta di protezione benevola, la sensazione di una pace antica voluta da esseri di altri mondi”

Un romanzo denso, intriso di spiritualità mai retorica, scritto con una prosa altrettanto densa e appassionata, che ho letto vivendo e viaggiando:

“Ora, nel momento dell’abbandono, sento le cicale cantare tra gli alberi d’ulivo, dove mi raccontavi che sta la sacra grotta. Sento i loro friniti e le vibrazioni delle ali, il canto che esprime la rinascita tra un ciclo naturale che si rinnova sempre, mentre io mi annullo. Come me, anche loro hanno vissuto una sola stagione, nell’estate più torrida. Loro si accoppiano e danno vita, morendo. Io nemmeno quella sono riuscita a dare.”

Fuori, mentre chiudevo le pagine di questa storia così bella e intensa, c’era il silenzio della notte, ma ugualmente ho ascoltato frinire le ciccale in questa strana estate che sembra non arrivare mai, anche se se ne sta lì, fuori dalla finestra.

Oltre il fragore della guerra, della malattia, delle vite spezzate, alla ricerca di quella intersezione con l’unico punto che ci può darci la sostanza di umani che amano e si toccano.

SANTO GIOFFRE’, FADIA, CASTELVECCHI EDITORI, 2022

SANTO GIOFFRÈ

Medico e scrittore calabrese, è stato consigliere nel suo comune di origine, Seminara, e assessore alla Cultura della provincia di Reggio Calabria. Nel 2015 è commissario straordinario dell’Asp reggina. È autore, tra gli altri, di Artemisia Sanchez (Mondadori, 2008) da cui la Rai ha tratto una fiction televisiva di grande successo. Castelvecchi ha pubblicato il romanzo L’opera degli ulivi (2018) e il saggio Ho visto. La grande truffa nella sanità calabrese (2020). Nel 2020 ha vinto il Premio CRONIN, mentre nel 2021 è stato proclamato Medico Scrittore dell’Anno e ha vinto il Premio Internazionale “Tulliola-Filippelli” per la letteratura.

Scarnificare

La persona di questo romanzo è la seconda singolare: tu.

Il verbo prevalente il condizionale: potresti.

Tu potresti: l’eventualità, la possibilità, l’opportunità.

Caso mai accadessero o esistessero eventualità, possibilità, opportunità, cosa che appare improbabile per il protagonista di questo romanzo dolente che ha perso la cosa che aveva di più caro e, di conseguenza, sé stesso.

È una storia in cui si parte e si torna, si va e si viene, si riempie una valigia come se si dovesse partire per sempre salvo poi tornare a casa dopo poco.

Come nel gioco dell’oca: quando ti ritrovi nella casella dell’oca nera che ti rimanda a quella di partenza e devi ricominciare.

Andare nel luogo dove sei stato insieme a lei, poi tornare e ripartire per un altro luogo che era il “nostro” luogo preferito: provare a vedere che effetto che fa, andarci da soli, dopo, e ricordare, in un loop che assomiglia al nastro scorrevole degli aeroporti, tu stai lì a fissarlo aspettando il bagaglio mentre gira. Gira. Arriverà e sarà un caso, il tuo bagaglio tra quello degli altri.

Roberto Saporito nel consegnarci questa storia autobiografica non ha usato alcuna indulgenza, né verso sé stesso né verso i lettori : la sofferenza viene evocata da ogni singola parola che alita sulla pelle. Tu quell’alito lo senti e comprendi intimamente che le parole alla fine non servono, o servono a poco, e per questo l’autore scarnifica al massimo l‘uso di quelle parole che al contrario siamo abituati a sprecare, salvo poi perderle quando perdiamo noi stessi o l’altro fuori da noi che rendeva tangibile il nostro esistere, nei gesti, nei luoghi, nei cibi, nei calici di vino condivisi.

L’assenza è un non luogo, è non esserci, è la meccanicità dei gesti in cui cerchi di trovare il senso per stare ancora al mondo, magari è nella ripetizione che potrebbe esserci una sorta di salvezza o qualcosa che le assomigli. Potrebbe: condizionale. A condizione che.

Ma qual è la condizione? Esiste? Può esistere?

Non c’è una risposta e non trovo parole migliori da quelle usate da Kafka per “riferire” quel che io, lettrice, ho avvertito attraverso quel sussurrare continuo sulla pelle che ha accompagnato le lettura di questo romanzo doloroso e bellissimo.

“Ma è bene se la coscienza riceve larghe ferite perché in tal modo diventa più sensibile a ogni morso. Bisognerebbe leggere, credo, soltanto libri che mordono e pungono. Se il libro che stiamo leggendo non ci sveglia come un pugno che ci martella sul cranio, perché dunque lo leggiamo? Buon Dio, saremmo felici anche se non avessimo dei libri, e quei libri che ci rendono felici potremmo, a rigore, scriverli da noi. Ma ciò di cui abbiamo bisogno sono quei libri che ci piombano addosso come la sfortuna, che ci perturbano profondamente come la morte di qualcuno che amiamo più di noi stessi, come un suicidio. Un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi. (Da una lettera a Oskar Pollak (Novembre 1903)

Grazie a Roberto Saporito per queste pagine intense, per il pugno sul cranio. Ci sono romanzi che raccontano “storie” e altri impregnati di vita e di morte, di assenza e solitudine, da far vibrare quell’essere fragile che vive in ognuno di noi. Nella perdita e nel timore della perdita. Nell’esperienza di sopravvissuti e nella transitorietà di ciò che siamo o supponiamo di essere.

Niente, in questo momento è la tua parola preferita

Il tuo nuovo passo lento da viaggiatore del tempo perduto

ROBERTO SAPORITO

E’ nato ad Alba (CN) nel 1962. Ha studiato giornalismo. Ha diretto una galleria d’arte per trent’anni. Ha pubblicato raccolte di racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo Harley-Davidson (1996), Generazione di perplessi (2011), Il rumore della terra che gira (2010), Il caso editoriale dell’anno (2013), Come un film francese (2015), Respira (2017), Jazz, Rock, Venezia (2018) e Come una barca sul cemento (2019). Suoi racconti sono stati pubblicati su alcune antologie e su innumerevoli Riviste Letterarie. Ha collaborato con la Rivista Letteraria di Milano “Satisfiction” con una personale rubrica.

Qui la recensione di Nicola Vacca

https://www.gliamantideilibri.it/in-nessun-luogo-roberto-saporito/

Piove, molto, moltissimo

Oggi piove, temporale di quelli seri, tuoni, lampi, la corrente che salta in continuazione. Dunque quale momento migliore per scrivere due parole che da tempo avrei voluto dedicare a questo meraviglioso romanzo?

Parafrasando Sciascia con una famosa citazione de Il giorno della civetta, ci sono gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà e leggendo questo libro viene da pensare che la stessa cosa vale per gli scrittori e in generale per tutti coloro che scrivono.

Intanto l’autore, Nicola Pugliese, che nasce a Milano ma vive a Napoli, professione giornalista, nel 1977 Calvino lo scopre e viene pubblicato il romanzo: un successo, il romanzo si esaurì in poco tempo ma poi sparì e sparì, di fatto, anche il suo autore, un Salinger nostrano insomma. Negli anni seguenti si racconta “di ricerche di appassionati tra i librai del centro storico di Napoli, di fotocopie vendute a caro prezzo, di offerte economiche molto elevate per acquistarne una singola copia. Anni di silenzio, fino alla morte di Pugliese (2012).” (Fonte: minima&moralia)

Il romanzo per nostra fortuna è stato pubblicato nuovamente di recente da Bompiani, per me la lettura è stata fortuita perché un giorno mentre scorrevo la home di facebook, mi è comparso il contenuto sponsorizzato con la copertina del romanzo, che mi ha subito attratto, per cui l’ho preso nel giro di due giorni. Praticamente un richiamo. Nei giorni seguenti per l’appunto mi sono invece capitate a tiro una serie di recensioni su blog che seguo, che tuttavia non ho voluto leggere, non so bene perché: volevo prima leggere il libro, questo libro nero, il cui sottotitolo recita: Malacqua. Quattro giorni di pioggia nella città di Napoli in attesa che si verifichi un accadimento straordinario e la sinossi: “Dopo una notte di pioggia torrenziale, all’alba grigia e funerea del 23 ottobre, arriva una telefonata ad Annunziata Osvaldo, centralinista della Questura di Napoli. Una strada è crollata. E poi un palazzo in via Tasso. La città sembra liquefarsi mentre l’acqua scorre, penetra, danneggia. Andreoli Carlo, giornalista che si occupa dei misteriosi accadimenti, si fa testimone degli effetti di una diabolica pioggia che sembra non finire mai. E intanto voci inquietanti risuonano dal Maschio Angioino, l’enigma di tre bambole assilla le autorità, sale l’acqua del mare e le monetine da cinque lire cominciano d’un tratto a suonare canzoni. Un romanzo cupo e raffinato sulla bellezza e l’enigma che da sempre ammantano la città di Napoli, un’opera diventata con il tempo un clamoroso caso letterario del secondo Novecento. La sua scomparsa dalle librerie coincise con quella dell’autore dalla città e dal giornalismo, facendo di Nicola Pugliese un “Salinger napoletano”. Trascorse con ostinato riserbo gli ultimi anni nel paesino di Avella in Bassa Irpinia, dove si era trasferito in un isolamento volontario. Mentre la critica si ricordava di Malacqua consacrandolo come un capolavoro, i lettori più fortunati si passavano in fotocopia quel testo ormai introvabile”

Romanzo meraviglioso, con l’acqua che scende e trascina a mulinello dentro le vite e le storie concentriche come le pozze nelle quali cadono le gocce d’acqua, incastrandosi l’una all’altra, scivolando sulla narrazione bagnata, passando da una strada all’altra. Una narrazione ruvida, scontrosa, fuggevole, contralto della regolarità con cui cade la pioggia incessante.

L’uscita di Malacqua è segnata da un fiorire di recensioni (chissà cosa ne penserebbe l’autore), se avete voglia cercatele, ma il libro, leggetelo.

«L’acqua scendeva scendeva fuggiva lontano, e da qualche parte si sarebbe pure fermata, con ogni probabilità, ma la cosa non riguardava tutti, no: riguardava soltanto quelli che si sarebbero trovati nel punto dove l’acqua si sarebbe fermata: ma in definitiva: si sarebbe mai fermata per davvero quest’acqua che veniva e veniva?»

Io in questa giornata di pioggia incessante torno a parafrasare Sciascia, ironicamente ma non poi tanto: ci sono i libri, quelli che scrivono e tu li leggi, io li leggo, anche volentieri.

Poi ci sono i grandi romanzi e i grandi scrittori.

“E fermi questi occhi come occhi di bambola con l’impressione della profondità. Come qualcosa andasse in lontananza, fuggire, fuggire.”

N. PUGLIESE, MALACQUA, BOMPIANI, 2022

Alright, compa’. Tutto a posto

Non è un bel periodo, dentro di me e fuori di me: la stanchezza e l’incertezza incombono come macigni. Le parole confondono, se ne stanno appese nella testa con mollette di plastica a un filo che sembra non avere fine.

Giornate faticose, spesso insignificanti. Non le vorresti perché vorresti vivere, respirare, riflettere, amare, scrivere e camminare senza essere incalzata da ombre che ti ostacolano il passaggio e tolgono valore al tempo. Che manca, mi manca.

Freddo. Fa freddo. Giornate troppo fredde per queste latitudini, scruto i giorni del calendario per vedere quanto manca allo sbocciare del primo esemplare, uno qualsiasi che ti dica: l’inverno ha ceduto il passo.

Poi arriva la sera, finalmente tutto si ferma e la zavorra che ti inchioda se ne può anche andare a quel paese. Sotto il caldo di una coperta prendi dalla pila il libro che stai leggendo: lo apri alla pagina dove hai lasciato il segnalibro e, finalmente, te ne vai.

In quest’ultima settimana c’è stato lui ad aspettarmi ed è stato un compagno perfetto: un momento rotondo, magico, un incontro fortunato e benedetto.

Compa’, si chiama, perché l’autore a quest’io narrante non ha dato un nome, altro che un appellativo, compa’, come si chiamano qui in Calabria i compari, a volte gli amici. E sì, pensatelo, compari, Calabria, luoghi molto comuni, ma non è quello!

L’autore si fa beffa di voi che leggendo il titolo Alright compa’ vi fate un’idea: quell’idea. Quella sbagliata.

Lo fa lentamente, con malinconia e sagacia, snodando i fili di una storia “piccola”, di una trama sottile, smentendo qualsiasi idea preconcetta vi potreste esser fatti dal titolo, come spesso accade alle cose che accadono a noi, nati in questa terra, magari vissuti altrove.

Compa’ è stato con me in queste serate e mi ha consolato molto, moltissimo: come vederlo, seduto in un angolo ad attendermi, dinoccolato, pigro, incerto e così pieno di pensieri belli. Lui raccontava, io ascoltavo.

Con lui ho qualcosa in comune: la stessa città, Firenze, la stessa esperienza dell’afa e delle notti insonni, gli amici a Piazza Santo Spirito, a ridere, le stesse attese.

“Sudo. Soffoco. Cammino a fatica. Poi mi fermo, a cercare una macchia d’ombra. Chiudo gli occhi. Li riapro, uno alla volta, la mano curva sulla fronte. Quintali di cielo sopra di me.”

Il senso del vagare, il chiedersi a cosa si appartenga davvero, gli appartamenti condivisi, la precarietà. Il cielo uguale ovunque. La bellezza diversa. La vita com’è e come sarà quando cammini con le mani in tasca e non hai una destinazione precisa.

“Osservo e scruto ridendo le loro occhiate rapide; i piccoli movimenti delle labbra, delle dita. Ogni cinque minuti leviamo i calici in nostro onore, alla nostra felicità. Ma fossi da solo, lontano dallo sguardo di tutti, al posto di questo sorriso insano e sconcludente, avrei labbra serrrate a ghigno, a piangere con la faccia sul tavolo.”

Compa’ aspetta la sua chiamata di supplente annuale, calabrese insegnante precario a Firenze, ma se ne va: Londra, Manchester e poi chissà.

Chissà se torna.

Va a trovare un amico che ha un ristorante a Manchester, uno ormai sedimentato nella sua vita stagliata su cieli inglesi spesso cupi in compagnia del suo cane, Nero, che gli ripete: alright, tutto a posto, compa’. Tutto a posto.

Tutto a posto?

“Firenze sarebbe fantastica, se avessi la testa o fossi ancora all’università. Qui mi sento meglio, oppure no, forse non starei bene da nessuna parte, neppure a Cosenza, o a Manchester”.

Per un po’ di giorni sono andata a letto con questo romanzo, al caldo, via dalla pazza folla, a lasciarmi coccolare dalle parole giuste, sempre quelle giuste (come avrà fatto l’autore, Rino Garro, a trovarle con così tanta cura?) come se i mondi paralleli, quelli del giorno e della notte, fossero giunti a un punto tale di rottura da essere inconciliabili. Mi sono addormentata con Compa’ tra le braccia, tanto da centellinare le ultime pagine perché non volevo se ne andasse, come accade quando stai bene in compagnia di qualcuno che sta per partire.

Andarsene. Qui o altrove.

La cosa che mi è venuta in mente, sorridendo al pensiero, è che Compa’ è quel Massimo Troisi di Ricomincio da tre, quello al quale Mirabella dà un passaggio mentre fa l’autostop:

Venite da lontano?

Da Napoli

Emigrante?

Nnno, io c’avevo pure un lavoro a Napoli, una cosa normale, come tutti quanti… no, so’ partito così, pe’ viaggià, per conoscere un poco…

Conoscere.

Ecco, io ringrazio Rino Garro per il tempo che mi ha regalato, come grata sarò in eterno a Massimo Troisi.

Rino Garro, Alright, compa’, Rubbettino Editore

RINO GARRO
È nato a Rovito, in provincia di Cosenza. Vive a Firenze, dove insegna. Suoi racconti e contributi sono apparsi in Repubblica.it, Nazione Indiana, FlanerìL’immaginazione; e in antologie come Dei Mali (Avagliano, a cura di Idolina Landolfi), Sotto La Lente (Perrone Lab, a cura di Gabriele Ametrano), Libera Tutti (Zona, a cura di Federico Batini), La fortuna del racconto in Europa (Carocci, a cura di Milly Curcio).

Se volete leggere due bellissime recensioni (vere) qui i link

MARTINO CIANO su Gli amanti dei libri

http://www.gliamantideilibri.it/alright-compa-rino-garro/?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=facebook&utm_source=socialnetwork&fbclid=IwAR1pILtRYA0cm2lSmuRNB7apRiVj2e0s6ZwPH7AVQaG66uw2NA4tsiIJ9GU

GIANFRANCO CEFALI’ su Borderline

https://borderliber.wordpress.com/2022/01/18/rino-garro-alright-compa-rubbettino-editore/?fbclid=IwAR34PWt7wM2hW_rRzMrR1GzxizECMT8y0RYJnIacEtGUfN4Cievhr1hckHo

Collezioni di cielo

Libro-Allegri
Collezioni di cielo, Pasquale Allegro

Guardo l’orologio. L’una e trenta. Di notte.
Ho finito di leggere “Collezioni di cielo” di Pasquale Allegro, giornalista e scrittore lametino. Provo una sorta di beata pacificazione, nel silenzio di questa notte. Ogni libro reca la sua dimensione ed è questo il bello della lettura. Stanotte è così.
Quello di Pasquale Allegro è un libro che si può leggere d’un fiato o, al contrario, centellinare. Se dovessi dare un suggerimento opterei per quest’ultimo: leggi qualche pagina, ogni tanto ti fermi, appoggi il libro aperto sulle gambe e lasci che l’ultima immagine si dilati nella mente in un processo di assorbimento lento. Un pezzetto di cielo per volta.
È un romanzo che parla d’amore, di scelte, di responsabilità, di necessità di lasciare il luogo dove si è nati per trovare realizzazione altrove.
C’è l’amore per una donna: “quando penso all’amore che provo per te, amo pure queste pareti che mi separano da fuori, perché fuori sei soprattutto tu”.
L’amore per il figlio appena nato e nel contempo l’ammissione naturale della propria inadeguatezza, perché non si è mai abbastanza pronti ad affrontare la responsabilità di una nuova vita, è solo che è naturale, e questo è tutto: “Un bambino che deve nascere si prepara a far parte della storia di un amore che vince il tempo, e non ha niente a che vedere con la somma delle proprie certezze; diventa padre anche un uomo che sa così poco di se stesso.”
Ma c’è anche l’inquietudine e la fragilità, la ricerca di un altrove che forse, alla fine, altro non è che il luogo che ci riconosce: “sono io la causa di questa distanza, cerco un appuntamento con una parte nuova di questo azzurro disteso sopra le nostre teste. Vorrei fargli domande immense quanto semplici….. E’ la cosa che mi tormenta di più: essere sentinella di un cielo che non mi appartiene.”
C’è, infine, la dichiarata passione per la scrittura, che in questo romanzo è simile a un frutto da assaporare: “vuoi sapere se continuerò a scrivere fino alla fine dei miei giorni non è così? Che a un certo punto della mia vita io abbia imboccato un cielo sbagliato forse? E allora io scrivo, perché mi viene così naturale quando ci sono delle motivazioni così forti a spingermi.”
Una lingua poetica, dolce senza mai essere stucchevole. E mi piace (molto) poter dire questo della scrittura di un uomo. È pregiudizio diffuso che misura, poesia, dolcezza appartengano per definizione alla scrittura femminile come se delicatezza o brutalità siano categorie di genere. Niente di più falso.
Pasquale Allegro è un uomo ed è giovane. Con questa sua prima prova ha realizzato un’opera che non ci insegue con una trama classicamente intesa, piuttosto suggerisce, con discrezione. E anche per questo, per lo meno io, la considero una prova ancor più coraggiosa.

Frammento dopo frammento i pezzetti di cielo si saldano l’uno all’altro: “non finirò mai di ripeterti che viviamo tutti sotto lo stesso cielo. Io lo credo ancora. Per questo vorrei tornare a ridipingere le mie ore sotto il soffitto di stelle che sovrasta i silenzi del nostro piccolo paese. La luna è un sorriso stasera. E mentre contempli il suo ghigno benevolo, non fai altro che condividere con me la stessa finestra sul cielo.”

Bentornata poesia, titola un capitolo l’autore.
Bentornata poesia, ho pensato io chiudendo il libro.
E benvenuto Pasquale.

================================================

Collezioni di cielo, Pasquale Allegro, Gigliotti Editore, 10,00 euro

 

La morte può stare nelle favole?

faSi può sorridere alla – e –  della morte? Obiettivamente è dura. La parola evoca fine, dolore, sofferenza.
Invece in questo indefinibile libro si può eccome. E poiché della morte nulla sappiamo di certo se non che esiste, l’unica arma per affrontarla è l’immaginazione.
Frutto dell’immaginazione di Giulio Mozzi è Favole del morire, una raccolta di testi che spaziano in generi diversi (poesie, racconti, testi teatrali) che raccontano  la morte con sguardo ironico e  insieme impietoso, quasi danzasse leggiadra sopra le nostre teste burlandosi della nostra lettura.
Si legge bene Favole del morire, uno stile senza fronzoli che va dritto al punto senza mai girarci attorno, senza usare troppe parole se non quelle necessarie e colpisce l’anima, il cuore, la testa.

Com’è noto in questo spazio offro impressioni di lettura (se avete voglia di leggere recensioni se ne trovano tante, ben articolate e approfondite) e una delle cose che ho apprezzato di più in queste Favole è che si leggono come una scatola cinese, apri la prima e non sai cosa sia e cosa ci sia nella prossima;  sono narrazioni a sorpresa nelle quali può capitare che la poesia ti accalappi di soppiatto sfumando il senso di macabro del racconto che hai appena finito, ciascuno diluendosi nell’altro, prosa, poesia, generi, piani che si intersecano e si dividono. Tutti affrontati con grande maestria.

Una delle cose che mi ha poi colpito è stato un breve testo teatrale “Emilio delle tigri se n’è andato”, in cui troviamo Emilio Salgari che discute animatamente con una imprecisata VOCE (la morte) in uno spassoso scambio di battute prima di spararsi un colpo. Ho pensato che i riferimenti a Salgari fossero inventati da Mozzi, così mi sono incuriosita e sono andata a fare una breve ricerca. Ebbene no, Salgari, il fortunato autore di tanti romanzi d’avventura di successo, ebbe uno sfacelo di vita, scriveva tantissimo, gli  editori lo pagavano una miseria  e morì davvero povero e suicida (come suicida era stato anche il padre). Il fatto che conoscessi Salgari, ma niente sapevo di questa storia, ha reso la lettura intrigante.

Quando ho chiuso il libro, felice d’averlo letto, ho pensato che in luglio ho avuto una conversazione telefonica con l’autore e, stranamente, ci siamo trovati a parlare di morte. Non so se lui lo ricorderà (non credo, vista la mole di contatti che quotidianamente affronta) ma io sono rimasta colpita da quella telefonata perché di colpo, sulla scia di riferimenti a fatti accaduti,  abbiamo smesso di essere un’aspirante scrittrice e un professionista  che si occupa di scouting letterario (credo si chiami così) per essere due individui messi di fronte alla perdita e alla morte. Così, di botto e per caso. Coincidenze della vita e commistioni tra le pagine vissute e quelle create.

Solo chi prende la morte maledettamente sul serio, può sorriderne e affermare che di fronte a essa: “questa è la speranza: un’immaginazione”

Tutta questa felicità
è ormai perduta.
tutte queste favole
sono perdute.
Nella stanza degli animali, a occhi aperti,
ho fatto un sogno:

Favole del morire, Giulio Mozzi, Laurana Editore

E CHE THRILLER SIA! MA CHE SIA COME SI DEVE

5928561_339939

Antonio Pagliaro è l’autore di un romanzo che chiunque ami il thriller (e la buona letteratura) dovrebbe leggere. È il primo libro di Pagliaro che leggo, ma di certo leggerò anche gli altri che ha scritto perché è legge di lettori che quando scopri un autore e lo apprezzi vuoi saperne di più.

Il Bacio della bielorussa è un thriller maturo, avvincente, con una trama solida che ti inchioda alle pagine finché non finisce (che è ciò che un buon thriller deve fare)

La scrittura è asciutta, scorre, dà dimensione a personaggi ben definiti e credibili (cosa non facile vista la complessità del romanzo, ambientato in Olanda e in Sicilia)

Inizi a leggere e ti trovi sotto la pioggia incessante di Utrecht dove un commissario olandese indaga sulla morte di due uomini ritrovati in un canale. Nessun indizio che riveli la loro identità.

Un terzo cadavere e una medaglietta saranno l’avvio di indagini che porteranno in Sicilia; due mondi solo apparentemente opposti, ma legati da un filo che si dipana per tutta la durata della narrazione, in un intreccio che pagina dopo pagina diventa sempre più complesso e fa trattenere il fiato.

Poi c’è il pezzo forte: la voce narrante di Franz La Fata (personaggio a dir poco eccezionale, di quelli che rimangono), un killer della mafia, “un soldato che non si innamora”, nel cui racconto si può leggere e comprendere l’ideologia dell’appartenenza mafiosa, le radici di ciò che vuol dire essere affiliato a una“famiglia” e non avere possibilità di scampo.

L’architettura del romanzo rivela un talento che scavalca quello di molti romanzi dello stesso genere di autori ben più famosi che spesso non mantengono le promesse.

Non è il caso de Il Bacio della Bielorussa: un bacio fatale, come lo è il male, nel quale c’è respiro di umanità, di paura, di segreti terribili, celati da una rete di protezioni che li rendono irraggiungibili. Da questi segreti, nessuno – nemmeno il lettore – può avere una via di scampo.

Si capisce che mi è piaciuto?

Da leggere assolutamente. Si comincia, e non si smette.

Antonio Pagliaro, Il Bacio della Bielorussa, Guanda Ed.

IL ROMANZO LUMINOSO

mario

Il titolo è promettente: ti immagini chissà cosa ci troverai nel romanzo luminoso; poi è quadrato, una forma insolita per un libro di 700 pagine e anche questo è un punto a favore, risulta simpatico perfino alla libraia che me lo vende. L’autore è sudamericano, non lo conosco ma la cosa mi piace a prescindere. Luminosità e Sudamerica sono una gran bella accoppiata. Infine l’amico che me l’ha consigliato non sbaglia un colpo, è una sicurezza.

Così inizio questa lettura al colmo delle aspettative. Scopro che è un diario, allora penso sia una sorta di preambolo prima del romanzo luminoso, invece va avanti e non accenna a smettere. A un certo punto è lo stesso autore che avverte: il romanzo luminoso lo deve scrivere perché gli è stato pagato, una bella somma, ma di fatto lui è senza ispirazione, quindi fissa nel dettaglio tutte le sue giornate alla ricerca di quel punto di rottura che lo dirotterà verso il romanzo luminoso.

In effetti l’indice dice che il romanzo luminoso c’è. Inizia a pag. 549. Così per più di 500 pagine l’autore, che è un paranoico matto abitudinario ipocondriaco che ha il sonno sballato per cui dorme di giorno, vi fa il resoconto dettagliato della sua “inutile” esistenza nel suo appartamento (a eccezione di qualche rara passeggiata con donne che lo accompagnano di cui non conosciamo mai l’identità). Ama spasmodicamente i gialli e ne legge in quantità industriale, ama una donna con un nome strano, Chl, che gli riempie il frigo di cotolette; ama il suo computer e trascorre gran parte del tempo ad aggiornare e creare programmi, ama la pornografia e scarica video, ha mal di schiena e un’istruttrice di yoga, ha mille malanni e un medico che è la sua ex moglie, sa esattamente quali alimenti scartare e quale sostanze negli alimenti evitare per le conseguenze dannose sul suo organismo. Insomma di fatto ha mille distrazioni che gli impediscono di concentrarsi sulla scrittura del romanzo luminoso.

Quindi, romanzo noioso? No, affatto. È geniale. La scrittura è come uno scalpello che definisce ogni più insignificante particolare con una meticolosità maniacale, non vi permette mai di distrarvi, siete stupiti, attoniti, mentre anche voi con l’autore finite per aspettare il romanzo luminoso. Perché cavolo, vi dite, alla fine lo so che c’è.

E quando alla fine arriva, non è quello che ci si aspetta, la scrittura – dopo avervi fatto fare diecimila kilometri a piedi a passo di lumaca – comincia ad andare veloce, a cavalcare, non si ferma, divaga, non c’è un tema, una storia, un racconto, uno sviluppo, personaggi. Ci sono tanti temi, tante storie, tanti racconti, tanti sviluppi, tanti personaggi.

Il romanzo luminoso, mi sono detta alla fine, è un grande romanzo sulla scrittura. Le continue deviazioni dell’autore, lo portano continuamene fuori pista, in un processo costante di osservazione delle minuziosità che accadono in una giornata qualunque (avete mai provato a osservare le formiche o i piccioni? Bene, lui lo fa, c’è un mondo là dentro). Poi le scrive, tutte, alla ricerca di quella verità che non esiste in quanto luminosa o intatta ma è sprecisa, inesatta, confusa.

Esilarante e divertente, è la storia di una vita normale che nella sua quotidianità è invece piena di imprevisti, di avventure, di serenità e malinconia, di solitudine e compagnia, di intoppi continui alla trama dell’esistenza che avremmo previsto.

Grande,  grandissimo romanzo.

Incipit

Qui incomincio questo “Diario della Borsa”. Sono mesi che tento di fare qualcosa del genere, ma ne sono sistematicamente scappato. L’obiettivo è di mettere in moto la scrittura, non importa con quale pretesto, e mantenere la continuità fino a crearmi un’abitudine. Devo associare il computer con la scrittura. Il programma più usato dovrebbe essere Word. Questo per me significa disarticolare una serie di consuetudini cibernetiche nelle quali vivo immerso da cinque anni, solo che adesso non devo pensare a disarticolare niente quanto piuttosto ad articolare questa cosa. Tutti i giorni, tutti, anche una sola riga per dire oggi non ho voglia di scrivere, o non ho tempo, o per accampare qualche scusa. Però tutti i giorni.

È quasi sicuro che non lo farò. Me lo dice l’esperienza. Eppure spero ancora che stavolta sarà diverso, perché di mezzo c’è la borsa. Ho già ricevuto la prima metà del totale, e quindi ho la possibilità di mantenermi fino alla fine dell’anno in ragionevole ozio.”

Mario Levrero, Il Romanzo luminoso Ed. Calabuig

Blog su WordPress.com.

Su ↑