Collezioni di cielo

Libro-Allegri
Collezioni di cielo, Pasquale Allegro

Guardo l’orologio. L’una e trenta. Di notte.
Ho finito di leggere “Collezioni di cielo” di Pasquale Allegro, giornalista e scrittore lametino. Provo una sorta di beata pacificazione, nel silenzio di questa notte. Ogni libro reca la sua dimensione ed è questo il bello della lettura. Stanotte è così.
Quello di Pasquale Allegro è un libro che si può leggere d’un fiato o, al contrario, centellinare. Se dovessi dare un suggerimento opterei per quest’ultimo: leggi qualche pagina, ogni tanto ti fermi, appoggi il libro aperto sulle gambe e lasci che l’ultima immagine si dilati nella mente in un processo di assorbimento lento. Un pezzetto di cielo per volta.
È un romanzo che parla d’amore, di scelte, di responsabilità, di necessità di lasciare il luogo dove si è nati per trovare realizzazione altrove.
C’è l’amore per una donna: “quando penso all’amore che provo per te, amo pure queste pareti che mi separano da fuori, perché fuori sei soprattutto tu”.
L’amore per il figlio appena nato e nel contempo l’ammissione naturale della propria inadeguatezza, perché non si è mai abbastanza pronti ad affrontare la responsabilità di una nuova vita, è solo che è naturale, e questo è tutto: “Un bambino che deve nascere si prepara a far parte della storia di un amore che vince il tempo, e non ha niente a che vedere con la somma delle proprie certezze; diventa padre anche un uomo che sa così poco di se stesso.”
Ma c’è anche l’inquietudine e la fragilità, la ricerca di un altrove che forse, alla fine, altro non è che il luogo che ci riconosce: “sono io la causa di questa distanza, cerco un appuntamento con una parte nuova di questo azzurro disteso sopra le nostre teste. Vorrei fargli domande immense quanto semplici….. E’ la cosa che mi tormenta di più: essere sentinella di un cielo che non mi appartiene.”
C’è, infine, la dichiarata passione per la scrittura, che in questo romanzo è simile a un frutto da assaporare: “vuoi sapere se continuerò a scrivere fino alla fine dei miei giorni non è così? Che a un certo punto della mia vita io abbia imboccato un cielo sbagliato forse? E allora io scrivo, perché mi viene così naturale quando ci sono delle motivazioni così forti a spingermi.”
Una lingua poetica, dolce senza mai essere stucchevole. E mi piace (molto) poter dire questo della scrittura di un uomo. È pregiudizio diffuso che misura, poesia, dolcezza appartengano per definizione alla scrittura femminile come se delicatezza o brutalità siano categorie di genere. Niente di più falso.
Pasquale Allegro è un uomo ed è giovane. Con questa sua prima prova ha realizzato un’opera che non ci insegue con una trama classicamente intesa, piuttosto suggerisce, con discrezione. E anche per questo, per lo meno io, la considero una prova ancor più coraggiosa.

Frammento dopo frammento i pezzetti di cielo si saldano l’uno all’altro: “non finirò mai di ripeterti che viviamo tutti sotto lo stesso cielo. Io lo credo ancora. Per questo vorrei tornare a ridipingere le mie ore sotto il soffitto di stelle che sovrasta i silenzi del nostro piccolo paese. La luna è un sorriso stasera. E mentre contempli il suo ghigno benevolo, non fai altro che condividere con me la stessa finestra sul cielo.”

Bentornata poesia, titola un capitolo l’autore.
Bentornata poesia, ho pensato io chiudendo il libro.
E benvenuto Pasquale.

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Collezioni di cielo, Pasquale Allegro, Gigliotti Editore, 10,00 euro

 

La morte può stare nelle favole?

faSi può sorridere alla – e –  della morte? Obiettivamente è dura. La parola evoca fine, dolore, sofferenza.
Invece in questo indefinibile libro si può eccome. E poiché della morte nulla sappiamo di certo se non che esiste, l’unica arma per affrontarla è l’immaginazione.
Frutto dell’immaginazione di Giulio Mozzi è Favole del morire, una raccolta di testi che spaziano in generi diversi (poesie, racconti, testi teatrali) che raccontano  la morte con sguardo ironico e  insieme impietoso, quasi danzasse leggiadra sopra le nostre teste burlandosi della nostra lettura.
Si legge bene Favole del morire, uno stile senza fronzoli che va dritto al punto senza mai girarci attorno, senza usare troppe parole se non quelle necessarie e colpisce l’anima, il cuore, la testa.

Com’è noto in questo spazio offro impressioni di lettura (se avete voglia di leggere recensioni se ne trovano tante, ben articolate e approfondite) e una delle cose che ho apprezzato di più in queste Favole è che si leggono come una scatola cinese, apri la prima e non sai cosa sia e cosa ci sia nella prossima;  sono narrazioni a sorpresa nelle quali può capitare che la poesia ti accalappi di soppiatto sfumando il senso di macabro del racconto che hai appena finito, ciascuno diluendosi nell’altro, prosa, poesia, generi, piani che si intersecano e si dividono. Tutti affrontati con grande maestria.

Una delle cose che mi ha poi colpito è stato un breve testo teatrale “Emilio delle tigri se n’è andato”, in cui troviamo Emilio Salgari che discute animatamente con una imprecisata VOCE (la morte) in uno spassoso scambio di battute prima di spararsi un colpo. Ho pensato che i riferimenti a Salgari fossero inventati da Mozzi, così mi sono incuriosita e sono andata a fare una breve ricerca. Ebbene no, Salgari, il fortunato autore di tanti romanzi d’avventura di successo, ebbe uno sfacelo di vita, scriveva tantissimo, gli  editori lo pagavano una miseria  e morì davvero povero e suicida (come suicida era stato anche il padre). Il fatto che conoscessi Salgari, ma niente sapevo di questa storia, ha reso la lettura intrigante.

Quando ho chiuso il libro, felice d’averlo letto, ho pensato che in luglio ho avuto una conversazione telefonica con l’autore e, stranamente, ci siamo trovati a parlare di morte. Non so se lui lo ricorderà (non credo, vista la mole di contatti che quotidianamente affronta) ma io sono rimasta colpita da quella telefonata perché di colpo, sulla scia di riferimenti a fatti accaduti,  abbiamo smesso di essere un’aspirante scrittrice e un professionista  che si occupa di scouting letterario (credo si chiami così) per essere due individui messi di fronte alla perdita e alla morte. Così, di botto e per caso. Coincidenze della vita e commistioni tra le pagine vissute e quelle create.

Solo chi prende la morte maledettamente sul serio, può sorriderne e affermare che di fronte a essa: “questa è la speranza: un’immaginazione”

Tutta questa felicità
è ormai perduta.
tutte queste favole
sono perdute.
Nella stanza degli animali, a occhi aperti,
ho fatto un sogno:

Favole del morire, Giulio Mozzi, Laurana Editore

E CHE THRILLER SIA! MA CHE SIA COME SI DEVE

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Antonio Pagliaro è l’autore di un romanzo che chiunque ami il thriller (e la buona letteratura) dovrebbe leggere. È il primo libro di Pagliaro che leggo, ma di certo leggerò anche gli altri che ha scritto perché è legge di lettori che quando scopri un autore e lo apprezzi vuoi saperne di più.

Il Bacio della bielorussa è un thriller maturo, avvincente, con una trama solida che ti inchioda alle pagine finché non finisce (che è ciò che un buon thriller deve fare)

La scrittura è asciutta, scorre, dà dimensione a personaggi ben definiti e credibili (cosa non facile vista la complessità del romanzo, ambientato in Olanda e in Sicilia)

Inizi a leggere e ti trovi sotto la pioggia incessante di Utrecht dove un commissario olandese indaga sulla morte di due uomini ritrovati in un canale. Nessun indizio che riveli la loro identità.

Un terzo cadavere e una medaglietta saranno l’avvio di indagini che porteranno in Sicilia; due mondi solo apparentemente opposti, ma legati da un filo che si dipana per tutta la durata della narrazione, in un intreccio che pagina dopo pagina diventa sempre più complesso e fa trattenere il fiato.

Poi c’è il pezzo forte: la voce narrante di Franz La Fata (personaggio a dir poco eccezionale, di quelli che rimangono), un killer della mafia, “un soldato che non si innamora”, nel cui racconto si può leggere e comprendere l’ideologia dell’appartenenza mafiosa, le radici di ciò che vuol dire essere affiliato a una“famiglia” e non avere possibilità di scampo.

L’architettura del romanzo rivela un talento che scavalca quello di molti romanzi dello stesso genere di autori ben più famosi che spesso non mantengono le promesse.

Non è il caso de Il Bacio della Bielorussa: un bacio fatale, come lo è il male, nel quale c’è respiro di umanità, di paura, di segreti terribili, celati da una rete di protezioni che li rendono irraggiungibili. Da questi segreti, nessuno – nemmeno il lettore – può avere una via di scampo.

Si capisce che mi è piaciuto?

Da leggere assolutamente. Si comincia, e non si smette.

Antonio Pagliaro, Il Bacio della Bielorussa, Guanda Ed.

IL ROMANZO LUMINOSO

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Il titolo è promettente: ti immagini chissà cosa ci troverai nel romanzo luminoso; poi è quadrato, una forma insolita per un libro di 700 pagine e anche questo è un punto a favore, risulta simpatico perfino alla libraia che me lo vende. L’autore è sudamericano, non lo conosco ma la cosa mi piace a prescindere. Luminosità e Sudamerica sono una gran bella accoppiata. Infine l’amico che me l’ha consigliato non sbaglia un colpo, è una sicurezza.

Così inizio questa lettura al colmo delle aspettative. Scopro che è un diario, allora penso sia una sorta di preambolo prima del romanzo luminoso, invece va avanti e non accenna a smettere. A un certo punto è lo stesso autore che avverte: il romanzo luminoso lo deve scrivere perché gli è stato pagato, una bella somma, ma di fatto lui è senza ispirazione, quindi fissa nel dettaglio tutte le sue giornate alla ricerca di quel punto di rottura che lo dirotterà verso il romanzo luminoso.

In effetti l’indice dice che il romanzo luminoso c’è. Inizia a pag. 549. Così per più di 500 pagine l’autore, che è un paranoico matto abitudinario ipocondriaco che ha il sonno sballato per cui dorme di giorno, vi fa il resoconto dettagliato della sua “inutile” esistenza nel suo appartamento (a eccezione di qualche rara passeggiata con donne che lo accompagnano di cui non conosciamo mai l’identità). Ama spasmodicamente i gialli e ne legge in quantità industriale, ama una donna con un nome strano, Chl, che gli riempie il frigo di cotolette; ama il suo computer e trascorre gran parte del tempo ad aggiornare e creare programmi, ama la pornografia e scarica video, ha mal di schiena e un’istruttrice di yoga, ha mille malanni e un medico che è la sua ex moglie, sa esattamente quali alimenti scartare e quale sostanze negli alimenti evitare per le conseguenze dannose sul suo organismo. Insomma di fatto ha mille distrazioni che gli impediscono di concentrarsi sulla scrittura del romanzo luminoso.

Quindi, romanzo noioso? No, affatto. È geniale. La scrittura è come uno scalpello che definisce ogni più insignificante particolare con una meticolosità maniacale, non vi permette mai di distrarvi, siete stupiti, attoniti, mentre anche voi con l’autore finite per aspettare il romanzo luminoso. Perché cavolo, vi dite, alla fine lo so che c’è.

E quando alla fine arriva, non è quello che ci si aspetta, la scrittura – dopo avervi fatto fare diecimila kilometri a piedi a passo di lumaca – comincia ad andare veloce, a cavalcare, non si ferma, divaga, non c’è un tema, una storia, un racconto, uno sviluppo, personaggi. Ci sono tanti temi, tante storie, tanti racconti, tanti sviluppi, tanti personaggi.

Il romanzo luminoso, mi sono detta alla fine, è un grande romanzo sulla scrittura. Le continue deviazioni dell’autore, lo portano continuamene fuori pista, in un processo costante di osservazione delle minuziosità che accadono in una giornata qualunque (avete mai provato a osservare le formiche o i piccioni? Bene, lui lo fa, c’è un mondo là dentro). Poi le scrive, tutte, alla ricerca di quella verità che non esiste in quanto luminosa o intatta ma è sprecisa, inesatta, confusa.

Esilarante e divertente, è la storia di una vita normale che nella sua quotidianità è invece piena di imprevisti, di avventure, di serenità e malinconia, di solitudine e compagnia, di intoppi continui alla trama dell’esistenza che avremmo previsto.

Grande,  grandissimo romanzo.

Incipit

Qui incomincio questo “Diario della Borsa”. Sono mesi che tento di fare qualcosa del genere, ma ne sono sistematicamente scappato. L’obiettivo è di mettere in moto la scrittura, non importa con quale pretesto, e mantenere la continuità fino a crearmi un’abitudine. Devo associare il computer con la scrittura. Il programma più usato dovrebbe essere Word. Questo per me significa disarticolare una serie di consuetudini cibernetiche nelle quali vivo immerso da cinque anni, solo che adesso non devo pensare a disarticolare niente quanto piuttosto ad articolare questa cosa. Tutti i giorni, tutti, anche una sola riga per dire oggi non ho voglia di scrivere, o non ho tempo, o per accampare qualche scusa. Però tutti i giorni.

È quasi sicuro che non lo farò. Me lo dice l’esperienza. Eppure spero ancora che stavolta sarà diverso, perché di mezzo c’è la borsa. Ho già ricevuto la prima metà del totale, e quindi ho la possibilità di mantenermi fino alla fine dell’anno in ragionevole ozio.”

Mario Levrero, Il Romanzo luminoso Ed. Calabuig

UN’AMICIZIA “Ogni rapporto intenso tra esseri umani è pieno di tagliole e se si vuole che duri, bisogna imparare a schivarle”

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“… devo rassegnarmi a non vederla più”.
Chiudi il libro, lo appoggi sul comodino, pensi che è finita e ti senti ovattata in una malinconia silenziosa. Alle tue spalle c’è il fondale di un palcoscenico in bianco e nero che riproduce la gigantografia di un rione e due donne che parlano fitto, di profilo, e sembrano divertirsi.
Fai fatica a incamminarti, a uscire da lì. Fuori ti aspetta un cielo grigio e insidioso, che non promette niente di buono. Sono già le quattro e tu sei ancora in pigiama in una giornata che sta andando via così. A volte succede. Che non se ne ha voglia.
Vorresti trattenerle, Lila e Lenuccia, ma se ne stanno andando, cominciano già a sbiadire, mentre intorno gli oggetti acquistano la consistenza della realtà. Certi distacchi sono così. Anche quelli da certi libri.
Ci sono periodi in cui le cose spiacevoli si susseguono tanto da farti pensare che esiste un disegno degli astri a cui tu sei appeso tuo malgrado e ci si ritrova stanchi di combattere contro mulini a vento. Ogni giorno porta con sé un carico di frustrazione, incontri con la stupidità della cattiveria, della vendetta, delle ritorsioni. Quella mediocrità che hai sempre cercato di tenere lontana e che adesso ti bracca. Tu sei lì che vorresti ridere in faccia a un destino che è storto. Ma sarà l’inverno, o il freddo o lo stress, senti che non valgono neanche quella risata. In momenti come questi la lettura può essere consolatoria. Non terapeutica, perché al mattino poi ti devi alzare e risbatterti nel frullatore. Però alla sera, quando tutto si ferma, tu te ne vai. Accade magari che ci siano ad aspettarti due donne che ti invitano a entrare nella propria casa e ti mostrano la loro vita, e sono così brave di risucchiartici dentro. La tua attenzione è solo per loro, sgravata dalla giornata pesante, prendi le distanze da tutto e tutti. Così, dopo, puoi dormire tranquilla.

Inizia in un rione di Napoli negli anni ’50 la storia di Raffaella Cerullo ed Elena Greco, nel primo dei quattro volumi che compongono L’amica geniale, romanzo di Elena Ferrante.
Lo sfondo da commedia anni ’50, sembra di essere in un film di De Sica: le voci di Napoli nei vicoli, le sfogliatelle e l’aria di mare, il Vesuvio all’orizzonte, e quelli che vivono in quartieri fatiscenti che il mare non l’hanno mai visto per annusandone l’odore. I poveri ma belli. Una lettura piacevole.

Poi l’ambizione cresce e si alza la posta:  le due amiche bambine nel primo romanzo, nel seguito – Storia del nuovo cognome – diventano adolescenti, le seguiamo nel tempo di mezzo nella Storia di chi fugge e di chi resta, fino alla maturità nella Storia della bambina perduta.

Così non è più solo la storia di Lenuccia e Lila (la prima finisce per diventare una pioniera dell’informatica con la licenza elementare, la seconda un’affermata scrittrice) ma è la storia di questo paese che attraversa il boom economico, il ’68, gli anni di piombo, le speranze delle istanze rivoluzionarie e la politica del degrado del sud, la trasformazione di Napoli – città emblema –  della caduta, fino ai tradimenti, agli scandali, gli intellettuali disonesti, alla corruzione che guasta qualsiasi cosa, all’indolenza.
Lila e Lenuccia sono le mogli, le madri, le amanti e in sostanza le croniste di questa storia nella loro stessa storia.
Un’amicizia femminile dunque: un rapporto d’amore e di conflitto che dura una vita  e sopravvive alle perdite dolorose, ai rimpianti, ai litigi, ai battibecchi, alle rivalità e all’invidia, una sorta di cordone ombelicale che le lega l’una all’altra passando dalla città dove sono nate.

Elena e Raffaella, i veri nomi nel romanzo. Io e Raffaella, nella realtà. Che ci perdiamo, ci ritroviamo, ci detestiamo quando puzziamo di sconfitta per poi riacchiapparci e ridere a volte, a volte no (chissà se lei lo avrà letto, mi chiedo, nella vita vera.)

E infine due bambole, povere, di pezza, Tina e Nu, abbandonate in uno scantinato e riemerse, malconce ma incolumi dopo decenni, alla fine di una storia che non vorresti mai che finisse.
Ma oggi è finita.

PS Alla fine dei giochi di tutto quello che ho letto sull’identità sconosciuta di Elena Ferrante (romanzo a più mani, operazione di marketing, Starnone o Anita Raja che sia) con buona pace degli intellettuali che storcono il naso (perché la letteratura sembra un software che genera storie, o canovaccio di un’impeccabile serie tv) non me ne importa niente.
Scrivetelo voi un romanzo di quelli che cominci e non smetti di leggere. E che a volte vi salva.

Stoner e  l’etica della mediocrità

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I giudizi riportati sulla quarta di copertina di questo romanzo dello scrittore americano John Williams, riportano parole come capolavoro, grande, quasi perfetto, non si dimentica.
Ma si sa, ci sono perché voi date un’occhiata e comprate il libro, il libro deve pur vendere.
Io invece non lo devo vendere e posso dire che ci stanno, TUTTI.
È un romanzo sorprendentemente bello, per il quale a spendere troppe parole si rischia di essere spacciati per retorici, diciamo però che scoprire che esiste qualcosa come questa che spinge all’entusiasmo, di questo tempi fa bene al cuore e alla testa.
Nella post fazione al libro, Peter Cameron racconta la sua personale esperienza di lettura di questo libro, affermando di averlo letto tre volte. Alla prima non si capacitava come la storia di un uomo tutto sommato mediocre, che vive una vita mediocre, nella quale non succede niente che valga la pena di essere raccontato e ricordato, possa aver dato alla luce un tale capolavoro.
Merito della scrittura, indubbiamente, a testimonianza che non occorre inventarsi trame eccitanti e orditi di plastica fosforescente e personaggi che se non shockano non prendono e sesso a gogò e violenza negli atti e nelle parole e linguaggi di strada e via discorrendo. Se sei onesto con la scrittura, perchè la possiedi, puoi fare miracoli come questo.

Leggiamo la vita di quest’uomo e siamo così coinvolti, che facciamo il tifo per lui, lo sproniamo e speriamo che cambi rotta, che si ribelli, che tiri un cazzotto al suo collega che oggi diremmo lo rende vittima di mobbing o una sberla alla moglie capricciosa che non capisce niente.
Perfino di fronte alla figlia che ama, quando scopre che lei beve, tutto quello che Stoner pensa è “almeno ha qualcosa”.
Stoner non è un personaggio dinamico, non cambia, lo vediamo vivere e sentiamo in lui una capacità di vivere molto superiore a quelli che per esempio sono andati a morire per una causa apparente nella guerra che, si sa, è stupida.
Sentiamo il suo corpo che sa fare l’amore con passione senza che sia spesa una parola di più di “fare l’amore”.
Stoner ha questa sua particolare etica dolorosa: si accetta e non intralcia. Non è furbo come molti dei suoi colleghi nel College dove insegna per tutta la vita.
Stoner non è un genio, ma è un uomo per il quale nel finale, si piange. E si apprezza.

“John Willams è uno di quegli scrittori che dopo averlo letto non puoi fare a meno di consigliare perché hai la certezza di fare felice il tuo prossimo.” (N. Ammaniti)

LE VOCI DEL MONDO

978880617371MEDOgni tanto dalla libreria spuntano libri che avevi dimenticato, succede e non sai perché l’hai abbandonato lì e non l’hai letto. È il caso di questo romanzo Le voci dal mondo dell’austriaco Robert Schneider. Mi viene però in mente che me l’aveva consigliato qualche anno fa mia cognata, musicista, definendolo un libro “forte”.
E insomma l’ho letto e ho capito cosa intendeva.
È la storia di Elias Alder, il giovane protagonista del romanzo, che è un genio della musica – ma più che della musica (che non conoscerà mai per intero) di tutti i suoni e le voci del mondo. Le sue doti ne avrebbero fatto un grande musicista, ma nasce nel piccolo, povero e  triste villaggio di Eschberg agli inizi dell’Ottocento.  Per questo non imparerà mai la musica, anche se la conosce per istinto e incredibile talento. In più le sue strane doti – che lo rendono “diverso” – lo costringono alla solitudine. Inizialmente perché la sua stessa famiglia lo tiene segregato e successivamente perchè tutti i compaesani diffidano di questo ragazzo “dagli occhi gialli”.
Nessuno, fuori dal piccolo villaggio, saprà mai della sua esistenza e del suo talento e la sua vita “non è che un triste bilancio di omissioni e mancanze: commesse da tutti coloro che intuirono forse il grande talento del ragazzo, lasciandolo poi deperire per indifferenza o pura stupidità”.
Elias vivrà due passioni totalizzanti e distruttrici: la musica e l’amore per Elisabeth, della quale sente i battiti del cuore quando ancora lei è una bambina.
Storia di un talento tradito, della condanna di esseri umani dalla sensibilità diversa che hanno la sola colpa di nascere in ambienti bigotti e arretrati, delle possibilità mancate. È come se Dio ti scegliesse e ti facesse un regalo meraviglioso, ma poi ti condannasse a non aprire la scatola. E intanto gli altri intorno ne sono gelosi, e tu non puoi fare altro che andartene sulla tua pietra sul fiume ad ascoltare le voci del mondo e a condannarti a un’insonnia forzata, perché “chi dorme, non ama”.
“…. A Eschberg viveva un giovane a cui fu data in sorte una grossa croce da portare. Aveva infatti, fin dalla nascita, gli occhi di un giallo intenso e questo difetto gli provocò terribili sofferenze. Era un uomo estremamente riservato, tanto che nessuno riusciva a leggergli nell’animo. Ma un giorno quell’uomo misterioso era salito all’organo della chiesetta e aveva suonato così meravigliosamente bene da costringere la gente a metter mano ai fazzoletti per la commozione. Eppure quell’uomo non aveva mai studiato l’organo in vita sua. Alcuni anni più tardi era sparito senza lasciare traccia. E non era più ritornato. Lei però era convinta che fosse ancora vivo: forse era andato via da Eschberg perché non era riuscito a trovarvi il suo amore. Là, dove c’era la grande pietra levigata dall’acqua, era il suo luogo preferito.
Il primogenito, dandosi arie da adulto le chiese: – Che cosa vuol dire amore?
“Che cosa vuol dire?”  – rise la Lukasin, gli baciò il lucido nasino a patata e gli tirò il cappuccio sulla testa. Aveva ripreso a piovere.

Libro bello e struggente.

I PATATI CU PIPI FRIJUTI E LA FILOSOFIA

C’è odore di coincidenze-dara_h_partb patate e pipi frijuti in questo romanzo e un buon calabrese sa che questo è un odore inconfondibile, te lo porti addosso e funziona come le madeleine proustiane.

C’è però di più: l’odore si sente camminando, come succede quando vaghi per i vicoli di un vecchio paese: “contrada Vasia, nella parte vecchia del paese, era una stradina stretta e discreta. La casa dei Migliazza era piccola, e non ci si raccapizzava come facevano a starci dentro così tante persone. Fuori, sui gradini, la mamma insegnava alla figlia più piccola a usare l’uncinetto”.

E tuttavia non basta, ci sono anche gli umori: “i balconi del paese, invece, appartenevano al cielo. Per scoprirli bastava guardare in alto come a cercare un banco di nuvole, e ci si accorgeva così di Lina d’o Tata che tutto il giorno se ne stava assettata su una seggia di vimini a ricamare il corredo per la figlia, oppure di Mariettuzza Rosanò che chiudeva tutti i balconi con le tende, o anche di Marianna Chirinu che nelle latte arrugginite di sarde salate aveva chiantatu un intero orto botanico. Bastava poco per accorgersi delle comari che chiatavanu da una parte all’altra della strada, come se dall’alto le cattiverie e i pettegolezzi pesassero di meno.”

C’è un intero paese in questo romanzo: Girifalco, in provincia di Catanzaro, in Calabria. Per me che sono nata a pochi chilometri da lì (e non ci sono mai stata) quello era il paese del manicomio, nel senso che c’era proprio ubicato un manicomio vero. Ma i pazzi in questo libro restano sullo sfondo. Il paese è soprattutto il luogo dove è nato “Il Postino”, il protagonista della storia che si svolge nel 1969, l’anno dell’uomo sulla luna: “il postino pensava che se avesse avuto una vita diversa fatta di animali da curare, figli da crescere, mogli da badare, conti in banca da far lievitare o città da conquistare, non avrebbe avuti in testa quegli strani penzìari sull’uomo o sulla vita che lo assomigliavano a un filosofo mancato. A Talarico Scozzafava che cazzo gliene fotteva della filosofia?  I soldi gli crescevano nelle tasche, si fotteva le femmine più belle di Girifalco e dintorni, mangiava carne e pesce fresco e trovava sempre qualcuno disposto a fargli da servitura. (….) Il postino pensava che se fosse stato un uomo sicuro di sé e dei suoi mezzi, fiero, deciso, coraggioso, forte, non sarebbe stato un filosofo mancato. E invece non gli restava che pensare e dai suoi pensieri desumere piccoli meccanismi di vita, come quella mattina, quando si svegliò con la certezza che i sogni condizionano e indirizzano le giornate degli uomini”.

Come è mia abitudine su questo blog non scrivo recensioni (non sono una critica né ho ambizioni) e non presento libri se non quelli che mi sono piaciuti a tal punto da sentire il bisogno di dire al resto del mondo: leggeteli.

Nel caso di questo romanzo c’è anche qualcosa di più: nella lettura ho provato un sano, robusto moto perpetuo d’orgoglio, un sentimento verace, quasi avessi contribuito alla Storia. Cosa evidentemente infondata, visto che il merito va tutto all’autore, Domenico Dara, nato a Girifalco dove il romanzo è ambientato, che ha studiato però a Pisa e oggi vive in Lombardia.

Il fatto è che un certo senso di appartenenza lo molliamo per strada quasi a doverci difendere da un presunto senso di “inferiorità” che certa storia e certa cultura ci ha buttato addosso e così accade che ci sentiamo più forti quando cogliamo un segno di spinta e rinascita di una cultura e di una lingua “meridionale” in generale e calabrese in particolare, che al contrario ha radici illustri e profonde, maltrattate e oscurate dai luoghi comuni.

Questo romanzo ti fa dunque sentire così: orgogliosa di quell’appartenenza e di quella cultura, orgogliosa dei talenti che la esprimono come ha fatto Domenico Dara.

In questo libro tutto è “bello”, a partire dal titolo e dalla copertina: Breve trattato sulle coincidenze, per continuare con la storia di questo postino, uomo timido e onesto con la passione per le lettere, in particolare quelle d’amore, che comincia a registrare le coincidenze fino a tessere trame sugli altrui destini, grazie anche al suo particolare talento nell’imitare qualsiasi grafia. Una storia che ha come sfondo un intero paese, dove si aggirano donne voluttuose capaci di destare desideri inconfessabili e circuire giovani sacerdoti, donne schive e maritate con  un peso nel cuore per gli amori irrealizzati con uomini belli come Marcello Mastroianni, fino alle losche figure, sindaci imbroglioni che progettano discariche in luoghi ameni con il benestare di Roma.

Bella è anche la lingua: un impasto musicale di italiano e dialetto che dà a ogni cosa la sua giusta materialità: “… dopo aver cenato con patati e vajaniaddi il postino, pensando all’incontro del pomeriggio , prese dall’archivio il fascicolo di Maria Beddicchia consistente in due lettere. La prima gliela aveva scritta sei mesi prima una sua amica, Cuncetta Valeo: erano cresciute insieme come sorelle ma da due anni era emigrata in Svizzera,  e da Aarau le aveva scritto che aveva conosciuto uno swizzeru che le piaceva assai, che c’era uscita e l’aveva puru baciata sulla vucca, e che insomma se continuava accussì, prima dell’anno si fidanzava in casa. Le rispose qualche giorno dopo: Cuncettina, quanto sono contenta che ti stai zitijando. Come vedi, lu principe azzurru che aspettavamo da zitedde c’è, e prima o poi arriva. Il mio ancora lo aspetto, che guagliuni che mi girano intorno ce ne sono quanto vovolaci alla Marchisa, ma te lo dico solo a te, io lu principe azzurru me lo sono scelto, ed è bellu assai, ed è un poco timido, che ha sempre gli occhi bassi come se ha perso ncuna cosa che non trova cchiù, e io spero che la cosa che perse e non trova sono io.”

Da ultimo, nei libri, a volte avviene che al di là del loro valore oggettivo si compie quella particolare magia di incontro tra i propri stati d’animo e i messaggi che il libro contiene. Una straordinaria coincidenza che non capita spesso e, poiché nessuno meglio di me conosce il valore delle coincidenze, non mi resta che chiudere questa pagina con una frase del libro che tutto riassume:

“I MIRACOLI NON SONO ALTRO CHE COINCIDENZE ASSOLUTE”.

Auguro lunga vita a questo romanzo, leggetelo, è bellissimo!

Statemi bene Lulù – dice il postino al pazzo che gli aveva appena descritto la luna dove sopra certi muntagneddi ci sono i barattoli di vetro con dentro i cervelli aggiustati delle genti – e non preoccupatevi, che sulla luna prima o poi ci arriviamo tutti.”

 

BREVE TRATTATO SULLE COINCIDENZE, Domenico Dara, Nutrimenti Edizioni

IL TEMPO BAMBINO

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Qualche settimana fa ero in aeroporto a Pisa a curiosare in libreria in attesa del mio volo. A un certo punto riconosco la copertina di un libro vista su facebook: era il Tempo bambino di Simona Baldelli fresco di stampa. Inutile dire che non solo l’ho comprato, ma ho iniziato a leggerlo subito.
Di Simona conoscevo già il romanzo d’esordio, Evelina e le fate, libro che ho apprezzato molto e che ho consigliato qui e in giro, dunque ero curiosa di leggerla alla seconda prova  che, si sa, è sempre più dura, soprattutto quando si è scritto un bel primo  libro che si porta dietro un buon successo.
Ebbene, l’ho letto in due giorni, l’autrice non si è smentita: sa scrivere, e bene. Non solo: anche  in questo romanzo Simona Baldelli gioca con idee originali, trame insolite, personaggi particolari (e complessi, quasi un azzardo).
Nella storia  il protagonista è un orologiaio, Mr Giovedì,  il quale, nonostante il tempo sia il suo mestiere, ha vissuto un’esistenza il cui tempo si è fermato,  impedendogli  di diventare adulto. E poi c’è Regina che al contrario è una bambina che vorrebbe sembrare più grande.
Tanto Mr Giovedì ha un tempo lento, tanto per Regina il tempo non corre abbastanza. Due personaggi molto diversi dunque,  ma che hanno in comune la perdita del tempo bambino.
Non svelerò i motivi (farei un torto alla trama avvincente) sono comunque contenuti in un intreccio inquietante che tira dentro fino allo svelamento e dunque vanno scoperti con la lettura.
Dirò solo che i personaggi non sono esemplari: se li leggessimo nella cronaca sarebbero sconvenienti, irritanti, disturbanti, di quelli che provocano ripulsa.
Per fortuna esiste la letteratura, che è diversa dalla cronaca: non ci sono i fatti, ci sono mondi interiori che aleggiano foschi tra le ombre di un passato che non sempre si sceglie ma accade.
E l’autrice – questo credo sia il risultato più alto – ci introduce in questi mondi riuscendo a conferire  poeticità ed emozioni a ciò che nella vita consideriamo temibile e miserevole, scabroso e terribile.

“Non aveva mai pensato al tempo come ad uno spazio da attraversare. Lo incuriosiva per quel che era, un meccanismo eterno, inarrestabile, spaventoso e meraviglioso insieme. La bambina gli parlava di un tempo che stava tra le cose, mentre il suo scorreva a lato, con un movimento indipendente dalla vita.
«Quanto manca a natale?» Gli domandò
Calcolò che restavano trentasette giorni. Ottocentottantotto giri della lancetta dei minuti.
«Poco» le rispose
«Che bello – esclamò lei – non vedo l’ora!»
Anche lui avrebbe voluto aspettare qualcosa con impazienza, una sensazione che non aveva conosciuto mai.
La bambina fermò improvvisamente il dondolio dei piedi. «Il tempo finisce?»
Quella domanda non aveva niente a che fare con qualcosa di astratto, col meccanismo che fa ruotare il sole e gli astri e fa seguire la notte al giorno. Lei aveva pensato al suo tempo.
«Credo di sì» le rispose.
«Oh, allora è meglio se va piano – disse seria – voglio rimanere con il tempo bambino.»
Si strinse meglio nella giacca e si appoggiò a lui.

Il tempo bambino di Simona Baldelli, Giunti Editore

L’amore normale

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Ho letto il romanzo di Alessandra Sarchi con la rapidità con la quale si leggono i bei libri che hanno una scrittura che stilla gocce toniche nell’anima:  intensa, precisa, tagliente, efficace. Lo so, sono troppi aggettivi, ma mi occorrevano tutti.
Eppure il romanzo ha punti cardinali quasi al limite del banale: lei, lui, l’amante di lui, l’amante di lei. Un dramma borghese a tratti irritante nella sua prevedibilità.
La storia è narrata in brevi capitoli, ciascuno con la voce narrante dei protagonisti: Laura, Davide, Mia, Fabrizio,  ma anche Bettina e Violetta (figlie), e infine Giovanna (amica ed ex sessantottina).
Tutto è “normale”: l’amore, l’adulterio, la rottura degli equilibri, le cause e le conseguenze.
Nel romanzo di Alessandra Sarchi ci sono tutti gli ingredienti “classici” del romanzo amoroso ai nostri tempi: lui e lei sono una coppia benestante, professionisti realizzati con due figlie adolescenti; c’è una prova dura da superare (il cancro al seno di lei), poi il tradimento di entrambi: lei con un suo ex che l’aveva mollata in gioventù, lui una ragazza più giovane (e bella).
Dove sta dunque il “di piu’” che tiene inchiodati alle pagine?
Intanto il ritmo: è una partitura lenta, ogni parola, ogni singola frase ha una cadenza e un peso, niente è superfluo: “.. presto saranno tornati a preoccuparsi non del perché sono, o di che cosa sono in assoluto, ma cosa possono essere nelle vite limitate, nei giorni finiti che li aspettano, che ci aspettano ad ogni alba del mondo.” (Giovanna)
Ma non è solo la bella scrittura.

Mi sono chiesta se la  chiave del romanzo non fosse in una frase di Davide, di professione medico, che rende  i personaggi quasi cellule di un organismo e come tale soggette a leggi fisiche “le cellule quando invecchiano smettono di replicarsi, badano solo a conservarsi. Succede perché i telomeri del DNA si accorciano e non sono più in grado di garantire un corredo completo alla divisione successiva, a quel punto le cellule smettono di darsi da fare. Quando giungono la stabilità, la pace, in realtà di predispongono a morire. Un meccanismo interno le avverte di un limite raggiunto.”
Il limite degli esseri umani è la fragilità: la paura della malattia, la paura delle ferite che ci portiamo addosso, la paura di invecchiare, la paura di non aver più niente da dire, la paura di morire.
Questo l’amore “normale”.  Una condanna.
Nel finale ci sono madre e figlia che si parlano “fuori dai ruoli” in una grotta, là dentro c’è “il bisogno della luce del sole” “il bisogno di lasciare quei fantasmi neri là dove devono stare, al buio e in pace”.
Poi la mano della figlia si intreccia per pochi attimi a quella della madre ed è lei che la spinge verso “l’azzurro fuori”.
E quando lascia quella mano, “liberandosi”, le dice : “mi è passata tutta la paura”. E si incammina.
L’amore è la vita, e non può finire; qualora così fosse, smetteremmo di respirare. E respirare è la normale condizione per vivere.

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