Ferrante come Salinger

amica_geniale-2Finito di leggere questo libro, rimane addosso una sorta di allegria perché Lili ed Elena – le due protagoniste del romanzo – non se andranno perse nella memoria dei libri letti e archiviati. L’amica geniale infatti fa parte di una trilogia in cui si segue l’infanzia, l’adolescenza e la maturità delle due donne; ed è un pregio, perché è uno di quei libri che si vorrebbe non finissero mai.

Elena Ferrante è autrice di libri di successo come L’amore molesto e I giorni dell’abbandono, dai quali sono stati tratti omonimi film, il primo di Martone e il secondo di Faenza, ma ho scoperto leggendo in qua e là che ha fatto scelta di rimanere anonima: non esiste una foto dell’autrice, pochissime sono le interviste, e – cosa strana in un’epoca di esposizione massmediale necessaria a chi scrive – non possiede un sito, un profilo face book o twitter. Questa scelta attiene non soltanto alla sua volontà di proteggere la propria privacy, ma anche alla convinzione che i libri debbano essere organismi autosufficienti, come lei stessa ha dichiarato, ovvero una volta stampati non hanno più bisogno dell’autore che finga di dire qualsiasi cosa per compiacere i meccanismi della promozione e del mercato.

3878010421_b7c304b699-2La narrazione della Ferrante ne L’amica geniale è un imbuto oleato nel quale si scivola senza mai intoppi, presi dal carosello della vita di un rione napoletano negli anni ’50 dove le protagoniste nascono e vivono la propria adolescenza: non c’è mai un meccanismo che si inceppa o un nome che vi avanza. Non sono una critica, ma ho letto pochi libri che abbiano un ritmo narrativo così rapido, senza mai incepparsi.

«Prendeva i fatti e li rendeva con naturalezza carichi di tensione; rinforzava la realtà mentre la riduceva a parole…».

«La voce incastonata nella scrittura mi travolse… era del tutto depurata dalle scorie di quando si parla»

Sono citazioni dal libro, ed è come il suo stile: nitido e onesto, a dispetto di tanti romanzi che per far parlare di sé inseguono l’artificio e l’estremo, scrittura allo stato puro.

Ah… ora non mi resta che proseguire e incontrare di nuovo Elena Gracco e Lila Cerullo nei romanzi successivi: Storia di un nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta, ma non subito. Voglio covare quella piccola curiosità che solo certi libri sanno regalarti.

Per chi voglia saperne di più, segnalo una rara intervista dell’autrice

http://lettura.corriere.it/news/ferrante-felice-di-non-esserci/

 

Il bizzarro e l’ortodosso

172_saunders_dieci_dicembre_x_giornali

images

Ed eccoci a due libri di racconti, letti durante le vacanze: Adorata nemica mia di Marcela Serano e Dieci dicembre di George Saunders. Al primo sono arrivata per la mia passione per la letteratura femminile e già conoscevo l’autrice per Arrivederci piccole donne, libro che ho amato. Al secondo invece perché ne avevo letto molto, e sempre in maniera entusiastica, su blog e giornali.

Con mio rammarico i racconti della Serano non mi sono piaciuti, nonostante  la quarta di copertina recitasse “donne le cui voci e storie si imprimono a fuoco nella memoria dei lettori.” Una volta chiuso il libro a me non ne è rimasta neanche una. Racconti scritti benissimo, si sente il mestiere ma non il cuore, tutti costruiti attorno a idee che assomigliano più a stereotipi: gran parte sono casalinghe appartenenti alla ricca borghesia con la sindrome del nido vuoto. Non mancano le storie di violenze, non mancano i mariti violenti, non mancano le donne popolane che la rivoluzione l’hanno fatta cucendo bandiere. Insomma, tutto al proprio giusto posto, talmente giusto che è quasi irritante. Sembra un libro scritto su commissione, della serie parliamo di donne visto che se ne parla tanto. Peccato.

Il secondo invece ….. wow! Ho avuto le mie brave difficoltà nella lettura: è un libro per lettori forti, come vengono definiti quelli che leggono per salda abitudine. E Saunders è un fabbro con la scrittura: la piega a ogni esigenza sperimentando stili a seconda dell’ambientazione e del personaggio. Non c’è un racconto che somigli minimamente a un altro, si passa da laboratori dove si creano psicofarmaci, a sobborghi dove donne filippine penzolano dagli alberi per decorare il giardino, a figli che tornano dalla guerra, a famiglie normali. Il tutto scritto in uno stile bizzarro, a tratti scomposto, destrutturato, fino a essere in qualche caso complesso (ma chi l’ha detto che un libro deve essere facile? i capolavori quasi mai lo sono). Saunders  fa ridere, sorridere, commuovere, ovvero ci fa fare tutte quelle cose che un libro deve fare per viverci dentro. L’ultimo racconto Dieci dicembre, che dà il titolo al libro, vale da solo tutto lo sforzo: storia di un vecchio che salva un bambino che voleva salvare il vecchio: una delle cose più belle che abbia letto negli ultimi tempi, dopo averlo finito l’ho anche riletto!

Ago e filo per cucire e parole per ricamare

cuore_cucito_martinez

 Il Cuore cucito

Il bello dei libri è che talvolta sono incontri casuali, come camminare per strada e imbattersi in un affascinante sconosciuto proprio mentre stai pensando che niente possa sorprenderti.  Capita così che in giro per un centro commerciale mentre aspetto che mia sorella concluda il suo acquisto, vado a curiosare tra i libri e mi soffermo su un librone in offerta a 3,99. Lo prendo al volo, senza leggere la quarta di copertina o la biografia dell’autrice; lo prendo solo perché è grosso, costa poco e io leggo tanto, alle brutte se non mi piace spreco poco.

Il libro è Il Cuore cucito di Carole Martinez,  romanzo d’esordio che in Francia ha riscosso successo e ricevuto ben nove premi letterari.  Scoprirò anche che è un libro bellissimo e qui il superlativo ci sta tutto.

Libro – viaggio, per lettori subacquei, ovvero quelli che si sistemano comodi e si immergono in profondità sconosciute, attratti dai paesaggi, dai colori, dalle forme,  dimenticando beatamente tutto il resto. Storia intricata ricca di personaggi, episodi, vite;  scrittura poliedrica e raffinata,  drappeggiata come un abito prezioso, elaborata come un arabesco, dove  poesia e crudeltà si incontrano.

Ambientato in uno sperduto villaggio dell’Andalusia dove le donne di una famiglia possiedono un dono potente e terribile insieme, che assume forme diverse con il trascorrere del tempo e delle generazioni. La giovane Frasquita, ultima erede del dono, riceve una misteriosa scatola piena di rocchetti, fili, e aghi e questo le rivelerà il suo talento: cucire abiti magici che destano stupore, ma, col tempo, anche diffidenza. Costretta a sposarsi con un fabbro che sembra essere  per lei l’unico uomo possibile, trascorre una vita fatta di silenzi e solitudine fino al sopraggiungere della pazzia del marito che la gioca e la perde in un combattimento tra galli. A quel punto Frasquita capisce che è giunto per lei il momento di andare: indossa il suo meraviglioso abito da sposa e attraversa a piedi con i suoi cinque figli il sud della Spagna segnato dalla guerra civile, fino a giungere in Africa, dove si fermerà, con il desiderio di regalare un’altra vita alle sue figlie.

 

Di notte, nella corte

 “Ascoltate sorelle mie! Ascoltate il rumore che riempie la notte! Ascoltate il suono delle madri! Sentitelo scorrere dentro di voi e ristagnare nel vostro grembo, sentitelo marcire nelle tenebre dove germogliano i mondi!

Dalla prima sera e il primo mattino, dalla Genesi e il principio del libro, il maschile fa l’amore con la Storia. Tuttavia esistono altri racconti, racconti sotterranei trasmessi in segreto dalle donne, storie nascoste nell’orecchio delle figlie, succhiate insieme al latte, parole sorbite dalle labbra delle madri. Non c’è niente di più misterioso di questa magia appresa con il sangue, con il ciclo.

Ci viene insegnato tutto in una volta: l’intensità del fuoco, l’acqua del pozzo, il calore del ferro, il candore delle lenzuola, le fragranze, le proporzioni, le preghiere, le morti, l’ago e il filo…. e il filo.

I muti dolori della nostre madri hanno imbavagliato i loro cuori. I loro gemiti sono finiti nelle zuppe: lacrime di latte e di sangue, lacrime speziate, sapori salati o zuccherini. Lacrime cremose nel palazzo degli uomini.

Oltre il mondo ristretto del focolare, le donne ne hanno scoperto un altro. Le porticine dei forni, i catini di legno, i buchi dei pozzi, i vecchi limoni si sono aperti su un universo favoloso, che soltanto loro hanno esplorato.

Opponendo alla realtà una strenua resistenza, le nostri madri, dai recessi delle loro cucine, hanno finito per curvare la superficie del mondo.

Ciò che non è mai stato scritto appartiene al femminile”.

La ricchezza e gli anni settanta

la ricchezza-5

La ricchezza è il felice esordio letterario di Marco Montemarano, che ha vinto un premio prestigioso, la prima edizione del Premio Letterario Neri Pozza.

Io questo libro l’ho ricevuto in omaggio, dopo aver scritto un post sulla pagina face book di Neri Pozza e aver ricevuto il maggior numero di “mi piace” per una breve riflessione e/o ricordo dei famigerati anni 70/80 e la cosa mi ha fatto davvero piacere (anche in considerazione dell’alto numero di libri che divoro negli ultimi tempi)

Veniamo al romanzo:  è la storia di Giovanni che per una serie di vicissitudini vive gli anni del liceo a stretto contatto con la famiglia Pedrotti, stringendo rapporti d’amicizia/amore con tre strampalati fratelli, legati da rapporti conflittuali, un padre onorevole e una madre assente. Fabrizio, grande e grosso, giocatore di rugby, Mario un ragazzo fragile e gracile che si muove in casa come una sorta di fantasma e soffre di una strana patologia. Infine Maddalena con la quale Giovanni stringe una relazione clandestina.

Trama originale, tutta giocata sui rimandi passato-presente, scritta con uno stile asciutto e veloce, essenziale.

Libro che mi è piaciuto davvero molto, del quale mi sfugge un unico particolare: la bella foto in bianco e nero in copertina rimanda alla giovinezza, che è tema del libro. Ma degli anni famigerati in cui il romanzo si svolge e sui quali sembra puntare la promozione di questo romanzo, non ho trovato che una blanda presenza nei riferimenti alla musica, all’onorevole Pedrotti forse vittima di un agguato delle BR (cosa che non è), all’hashish e alle frequentazioni di Maddalena. Ma della creatività, del fervore, della febbre di quegli anni si respira ben poco.

Il libro è più una sorta di diario privato, malinconico e amaro, che narra le illusioni di un’età in cui tutto sembra possibile.

“Di quella giornata ricordo tutto.

Ogni parola.

Ogni passo.

La foto è del 1980 ed è calda come quel piatto di riso che attraversò i sette mari.

Ci siamo io, Mario e Fabrizio sul prato di Villa Ada.

Dietro di noi si intravede una palma storta che oggi non c’è più.

I due fratelli non si vedono da dieci mesi e sono contento di averli fatti incontrare.

Davanti a noi c’è una macchina fotografica.

È la mia Praktica LTL2

Un braccio di Fabrizio avvolge le spalle di Mario, che guarda con un occhio simile a una goccia di inchiostro.

Mario sembra sospeso tra due impulsi opposti, quello di slanciarsi verso suo fratello Fabrizio e quello di tenersene alla larga.

Io sono accucciato dietro di loro e la mia faccia spunta dalla cornice formata dei loro fianchi.

Sembra un fotomontaggio.

E ora so che se mi sono infilato tra di loro è perché non ho una vita mia.”

La ricchezza, Mario Montemarano, Neri Pozza Ed.

L’età del desiderio

images-2“La poca luce che filtrava dalle grandi finestre creava un cono luminoso che rese visibile ai miei occhi il soffitto affrescato. Proprio  quello che avevo visto: un grande cielo, nuvole bianche che sfumavano nell’azzurro e risfumavano nel bianco; dai quattro angoli delle pareti si muoveva una trama leggera di foglie e di petali dai colori tenui, come se da quegli angoli provenisse un soffio di vento che faceva convergere il movimento verso il centro del soffitto. Un grande acquerello Era sorprendente. Arioso.”

 

“Quando eri piccola una volta mi hai detto che se una stanza si affaccia su un giardino, ha il soffitto dipinto come un acquerello”.

“Te l’ho detto io?”

“Guarda, è vero”. Anna indica il soffitto con i margini a stucchi decorati, sul quale si rincorrono nuvole di colore man mano che il fogliame del giardino si muove e ondeggia nella brezza che lo rinfresca. Sfumature lievi di azzurro, di rosa. Che si sovrappongono, respirano. Anna si volta a stampare un bacio sulla guancia di Edith”.

La seconda descrizione è certamente migliore della prima, ma è indubbio che l’oggetto della descrizione è identico, così come lo è la situazione: due personaggi che “immaginano” che in una casa con certe caratteristiche ci sia un soffitto affrescato come un enorme acquerello che riproduce per giunta la stesso soggetto.

Una coincidenza sorprendente: la prima descrizione è la mia, la seconda è contenuta nel romanzo “L’età del desiderio,” di  Jennie Fields. Poiché escludo che la Fields, scrittrice americana, abbia letto il romanzetto di una sconosciuta di qualche anno prima, va da sé che la cosa bella è che certe suggestioni si percepiscono e si restituiscono in modi analoghi. La sensibilità ha un sapore magico.

Ah! Dimenticavo! I personaggi hanno lo stesso nome: Anna.

Comunque questa premessa per arrivare a parlare di un libro che mi è piaciuto molto. Un libro-comodino, ovvero una di quelle letture a piccoli morsi che si può prendere e lasciare: il libro se ne starà buono ad aspettare senza perdere un briciolo del suo fascino, non appartiene a quel genere che richiede impazienza o voracità.

whart4È un romanzo piacevolmente lento, descrittivo, ma mai noioso, come una passeggiata  di sera in campagna, quando l’aria è fresca, non si deve correre da nessuna parte e l’unica cosa è godersi i particolari intorno e affondarvi lo sguardo fino a perdersi.

Il libro è un romanzo biografico della scrittrice americana, trapiantata a Parigi, Edith Wharton (prima donna a vincere il premio Pulitzer nel 1921 con L’età dell’innocenza, dal quale Scorsese ha tratto il suo film) basato sulla sua corrispondenza privata. Incentrato soprattutto sulla passione amorosa tra la scrittrice e il suo amante – Morton Fullerton – un giovane spiantato che le fa scoprire l’amore fisico:

Il suo tocco, la sua presenza, le fanno girare la testa, ma non fino al punto di accettare tutto. Lui la aiuta a togliersi il cappotto e, senza parole, comincia a sbottonarle il vestito.

<<Morton..>>

<<Shsh. Non c’è bisogno di parlare. Abbiamo bisogno l’uno dell’altra, amore mio. Ne abbiamo bisogno>>

Edith vede il loro riflesso nello specchio vecchio stile appeso alla parete. Potrebbero avere qualsiasi età. Ma la loro passione, il loro desiderio di toccarsi è innegabile. Quanto amanti hanno trascorso momenti catturati da quello specchio? Quanti amanti, in fuga da esistenze opprimenti, matrimoni, tristezza, hanno trovato pace in quella camera spoglia, lasciando che la passione crescesse fino a travolgere le loro miserabili esistenze?

Edith compie il suo inevitabile percorso nel girone del desiderio per un uomo passionale e sfuggente, fino ad approdare alla sua conclusione:

Sono due cuori separati. Lo saranno sempre. Quando lui la penetra, le lacrime le scorrono sul viso e non si fermano fino a quando lui non ha raggiunto la sua soddisfazione (…..)

<<Non ci somigliamo per niente.>> Dice lui. Il suo tono non è crudele, è quasi ragionevole. <<Io sono una creatura del desiderio. E tu…>>

<<Una creatura dell’intelletto?>> propone lei.

<<Eppure hai la capacità, l’abilità di desiderare quello che io desidero. Non hai avuto paura. Hai la stessa fame di passione che ho io. È stata una rivelazione. Invece hai messo tutto a tacere. L’hai seppellito. Non ti caspico.>>

<<Sono stanca>>

<<Di me? – chiede lui, quasi speranzoso – Molti si stancano di me dopo un po’>>

<<Non sono mai riuscita a capire, fin dal primo giorno, cosa sono per te.>>

 

Eppure la vera forza – o almeno io l’ho percepita come tale – sta nel personaggio di Anna Bahmann, la segretaria di Edith, donna dalla grigia apparenza che la segue fin dall’infanzia e che trascrive a macchina tutte le pagine manoscritte di Edith:

Non la sente mai arrivare, la sua segretaria. Come sempre vestita di lana grigia. Anna è un passerotto, e si posa nelle stanze altrettanto lievemente”.

Anna vive la sua esistenza nell’ombra della sua amica/padrona, la sua vita è completamente al servizio di Edith: la comprende, la stimola, la consiglia e la biasima perfino, per il suo adulterio e per quell’uomo che Anna sente come una minaccia nella vita di Edith. È la coscienza vigile, tanto che per non dover sopportare il suo sguardo e il rimorso, a un certo punto Edith non esiterà a liberarsi di lei, affidandole il marito malato perché se ne ritorni in America.

Anna vive senza mai amare né essere amata, ma è appagata dall’amore per quella creatura capricciosa e piena di talento, quasi fosse sua figlia, sua amica, la sua ragione di vita.

Nelle ultime pagine i personaggi maschili si allontano sullo sfondo e le due donne saranno ancora insieme:

“<<Ci faremo compagnia a vicenda, che ne pensi? Due vecchie signore con i loro lavori a magia e la poesia che si prendono cura l’una dell’altra.>>

Anna alza la testa, lo sguardo triste e allo stesso tempo grato.

<<Sì – risponde – solo io e te. Ci faremo compagnia.>>”

E sarà Anna – la grigia Anna – a sorprendere Edith e il lettore nel finale:

Herz. Edith è sempre stata il cuore di Anna. Che fortuna aver goduto del suo amore per tutti quegli anni. Quando gli altri affetti le sono venuti meno, Anna c’era sempre.”

Un romanzo raffinato. Quando, letta l’ultima pagina, si richiude il libro, si rimane con lo sguardo appeso al soffitto e la sensazione di  chiudere la porta su una bella villa con un meraviglioso giardino che ci dispiace lasciare. Nel salone, là dentro, c’è un affresco dai colori tenui. Tutte le case con giardino ne hanno uno.

L’ha fatto per me. Le parole echeggiano nella mente di Edith. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per me. Edith è troppo stanca per finire, come se il cuore fosse stretto in una morsa, incapace di pompare sangue a sufficienza per sostenerla. Posa la penna e, alla cieca, riguadagna il letto.

Domattina dovrà ridettare da capo la lettera alla segretaria. Le parole scritte di suo pugno sono troppo confuse dalle sue lacrime, e l’unica persona in grado di leggere quei ghirigori intricarti e macchiati di pianto se n’è andata per sempre.”

 

l_eta_del_desiderio

 

 

 

 

L’età del desiderio, Jennie Fields (Neri Pozza)

GUARDATE QUESTA FOTO…

foto_Rossella_Casini_nata_il_29_05_1956_large

Non è una foto qualunque: se ricorderete questo volto e il suo nome avrete ridato vita a Rossella Casini e compiuto un atto di memoria e di civiltà.

La storia di questa ragazza è di quelle difficili da raccontare e da ascoltare perché arriva dritta come un pugno nello stomaco e fa male.

Rossella Casini il 22 febbraio 1981 telefona al padre e lo avvisa che sta per prendere il treno per Firenze, da Palmi, dove si trova. Ma dopo questa telefonata di lei non si saprà più nulla per 32 anni.

Nessuno è rimasto a cercarla: la madre muore di dolore, dopo qualche anno. Il padre dopo circa quindici anni apprenderà la verità dai giornali e morirà lui stesso poco dopo. Rossella era figlia unica.

Così è stata dimenticata a lungo: senza una tomba, senza una famiglia, senza nemmeno una faccia, e soprattutto senza giustizia.

Per anni è stato l’oblio. Solo la caparbietà di una giornalista, Franca Selvatici  di La Repubblica arriverà a far emergere questa foto dagli archivi della segreteria universitaria di Firenze dopo numerosi appelli.

La storia di Rossella è una storia d’amore e di ndrangheta: lei, una bella ragazza fiorentina, si innamora di Francesco, ragazzo di Calabria che studia a Siena. Va a Palmi, conosce la famiglia, è felice. Non percepisce la verità sull’appartenenza di quella famiglia alla ‘ndrangheta. Non ne conosce i codici. Solo quando il l padre di Francesco viene ucciso in un agguato, Rossella comprende il pericolo. I genitori vorrebbero rompesse quel legame, lei ci prova, ma dura poco. Ritorna a Palmi, vuole salvare Francesco. La faida tra famiglie è in atto, Rossella vede morti ammazzati. Riparte. Poi tocca allo stesso Francesco, che un giorno si becca un proiettile in testa. Ancora Rossella non molla, ritorna a Palmi, lo porta a Firenze, lo cura, comincia lei a raccontare a un magistrato cosa aveva visto e sentito, soprattutto convince Francesco a fare altrettanto.

Ma appena rimesso e tornato in Calabria, Francesco ritratta, la lascia da sola. Lei è testarda, riparte, torna a Palmi. Parlare era diventare INFAMI,  ed è soprattutto la sorella di Francesco, Concetta, che bada a convincere il fratello che quella “forestiera” aveva portato solo guai.

Il 22 febbraio la telefonata al padre “sto rientrando”, dice. Poi più niente.

Tredici anni dopo un pentito dirà che a volere quella morte era stata proprio Concetta Frisina, sorella di Francesco, e lo stesso pentito asserisce che Rossella era stata condotta con uno stratagemma in campagna, uccisa, fatta a pezzi e gettata in mare. Doveva pagare e sparire.

Eppure per Rossella non è ancora finita: la verità emersa in quel processo, dopo un lungo dibattimento e cambi di sede, non avrà colpevoli condannati. Il processo si concluderà con l’assoluzione degli indagati, perché, come dirà lo stesso pm “nel processo di Azzeccagarbugli non si può avere fiducia, è fatto apposta per non fare giustizia”. Le prove non erano sufficienti.  Rossella muore per la seconda volta.

IO PARLO_DEF_Layout 1 copia 14

Adesso finalmente Rossella ha un volto, quello che vedete in questa foto e conosciamo  la sua storia. È proprio con lei che si apre il bel libro di Francesca Chirico IO PARLO Donne ribelli in terra di ‘ndrangheta (Castelvecchi Editore) in cui l’autrice racconta la storia delle donne che hanno parlato (fidanzate, madri, sorelle, mogli) e sono diventate testimoni di giustizia con vari esiti, non sempre felici, come nel caso di Rossella.

I suoi assassini sono rimasti impuniti, almeno per quell’accusa.

Quindi,  adesso riguardate la foto: e ricordate.

Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia” (G. Falcone)

BUON ANNO AI PROF! … (ma non proprio a tutti)

93cbc936cfb662a71885424591ff1da0_w190_h_mw_mh

L’inizio di un nuovo anno scolastico è sempre un’incognita, un po’ come partire per un viaggio di incerta destinazione e forse è proprio l’aspetto positivo del mestiere più bistratto del mondo, almeno se si è pronti a indossare l’abito che le situazioni ci richiedono di indossare:  DUNQUE sarò Indiana Jones o Hannnibal Lecter,  Vivaldi/alias Silvio Orlando del film di Luchetti , la fata turchina.. o Pinocchio?

Intanto prima di cominciare mi sono dilettata a leggere EHI PROF! di Frank Mc Court e già nel prologo ci sono delle cose che mi hanno rincuorata, non ultimo il fatto che l’autore ha scritto il suo primo libro a 66 anni e il secondo a 69 (.. per cinque giorni alla settimana hai cinque classi di liceali al giorno, non sei tanto propenso a tornare  a casa, sgombrare la mente e vergare una prosa immortale..)

Eureka, io ho cominciato a scrivere a quasi 50, quindi ho speranza! Ovvio aver provato immediata simpatia per McCourt.

Libro sincero e divertente sulla lunga esperienza di insegnamento dell’autore e come sempre lascio parlare il libro, esprimendo soltanto un  desiderio : EHI PROF? DOVE VIVI ADESSO CHE TI DAREI UN BACIO DA FAR SCHIOCCARE NEW YORK???

Eccoli che arrivano

E io non sono pronto

Come potrei?

Sono un insegnante, e sto imparando il mestiere

(Cap. I, Lunga è la vita della pedagogia)

Sembrava chiaro che non ero tagliato per diventare uno di quei professori tutti d’un pezzo che liquidano qualsiasi interruzione alla lezione meticolosamente preparata. … io sognavo una scuola in cui gli insegnanti fossero ispiratori e mentori, non negrieri. Non avevo nessuna particolare teoria della didattica, ma sapevo che con i burocrati, con i dirigenti fuggiti dalla cattedra all’unico scopo di rompere le scatole a professori e alunni insieme, mi trovavo a disagio. Era sempre controvoglia che riempivo i loro moduli, seguivo le loro direttive, dispensavo i loro esami, sopportavo la loro invadenza, mi adeguavo ai loro programmi.  Se un preside mi avesse detto: professore la classe è sua ci faccia quello che vuole, io a mia volta avrei detto agli alunni: scansate le sedie, sdraiatevi per terra e dormite.

Come?

Ho detto dormite.

Perché?

Cercate di capirlo da soli, mentre state lì per terra. Loro si sarebbero sdraiati e qualcuno si sarebbe appisolato. Avremmo sentito delle risatine. Glia addormentati avrebbero ronfato. Io mi sarei steso per terra accanto a loro e avrei chiesto se qualcuno conosceva una ninna nanna. Sicuramente si sarebbe messa a cantare una ragazza e qualcuno l’avrebbe imitata. Magari un ragazzo avrebbe detto: cavoli, pensate se entra il preside. Professore quand’è che ci alziamo? Qualcuno dice: zitto bello. E il ragazzo si zittisce. Suona la campanella e loro piano piano si tirano su. Escono dall’aula rilassati e sconcertati. Per favore, non chiedetemi perché farei una lezione del genere. Sarà l’ispirazione….

.. suona la campanella e i ragazzi mi ricoprono di coriandoli. Mi fanno molti auguri e io li ricambio. Mi avvio tutto variopinto lungo il corridoio.

Ehi prof!

Grida qualcuno

Lei dovrebbe proprio scrivere un libro, sa?

 Ci proverò.

Quando chiedi alla luna

imagesAppena finito Chiedi alla luna mi sono chiesta cosa c’entrasse la luna con la storia, ma la domanda era inopportuna e mi serviva solo per distrarmi dalla sensazione che mi aveva lasciato la fine del romanzo, ovvero prendere Matt – il protagonista – sulle ginocchia e cullarlo, sorridendogli a modo mio.

Disturbante. Chiedi alla luna è un romanzo disturbante, di quelli che ti finiscono nello stomaco e poi lo stomaco ti bussa alla gola per uscire fuori. L’essere continuamente catapultati da un punto all’altro della storia, in un andirivieni di situazioni, fa l’effetto di essere schizofrenici.

Perfetto dunque, perché Matt “è” schizofrenico e perfino la grafica muta, è disarticolata,  come lo è il racconto,  come lo sono i pensieri. E a volte questo spaventa perfino, se ci entri dentro senza mantenere un distacco (cosa della quale io sono assolutamente incapace) ci finisci a mollo tutta intera, in quella schizofrenia.

Ci sono pensieri struggenti, dolcissimi e reazioni violente, esattamente come se voi, miniaturizzati, vi muoveste nella mente di un folle, uno che non è lì per caso, ma ovviamente ha una storia per essere lì, in un ospedale psichiatrico.

Libro bellissimo, intenso da fare male, di quelli da viversi così da ricordare ogni volta che guardi la luna che quella ha la faccia di Simon, il fratello di Matt, che muore dopo due pagine. Per questo se chiedi alla luna quella può risponderti solo sei pazzo. E credo sia questo il senso della luna.

Potrei andare avanti, ma sapete come sono. L’inchiostro della macchina da scrivere che si secca. Questo posto che sta chiudendo. C’è n’è abbastanza di significati nascosti per dar da pensare a chiunque. Per cui impilerò queste pagine insieme alle altre, e mi lascerò tutto alle spalle. Scrivere il passato è un modo per riviverlo, per farlo scorrere di nuovo davanti ai nostri occhi. Mettiamo i ricordi nero su bianco per farli vivere per sempre. Ma questa storia non è mai stata un tesoro da conservare, era più un modo per lasciare andare i pensieri. Non so come andrà a finire, ma so cosa succede adesso. Mi incamminerò lungo il corridoio, nelle direzione da cui proviene il brusio del party. ma non arriverò così lontano. Girerò a sinistra, poi a destra e aprirò la porta d’ingresso, spingendola con tutte e due le mani.

Non ho altro da fare oggi.

E’ un inizio.”

(N. Filer, Chiedi alla luna)

Una scrittura femminile azzurro pallido

864cd0972cdc5b3944a03725c13f7a3b_w_h_mw650_mh-2

 

 

 

 

 

Libro che non ha bisogno di troppe parole per essere suggerito: è perfetto. Piccolo romanzo prezioso (piccolo è aggettivo che si riferisce alla dimensione!) di Franz Werfel consigliato dal mega lettore amico Goffredo Plastino che ringrazierò a vita per avermi fatto scoprire questo autore e questa perla….

 

“… nei punti in cui era libero, il cielo esibiva un azzurro nudo, primaverile, che in quella stagione appariva quasi spudorato. Piccoli venti indisciplinati rimbalzavano spavaldi tra il fogliame che sembrava ancora saldamente appeso ai rami degli alberi. Niente male, pensò Leonida, andò a piedi in ufficio. E sorrise di nuovo (…) Leonida era incline, soprattutto nelle prime ore del mattino, a sentirsi straordinariamente contento e ad accettare di buon grado il corso tortuoso delle vicende di questo mondo. …. “

Una carusa tosta

goliarda

Ancora una volta della lettura di questo MERAVIGLIOSO libro devo ringraziare un amico, Roberto Lucisano. Confesso anche che sulla prima pagina del libro, per la prima volta, dopo averlo letto, mi ci sono fatta una dedica con tanto di firma, causa ENTUSIASMO allo stato puro!

 

 

La storia del libro

… di Goliarda Sapienza è già di per sé un romanzo: intanto è un libro postumo. Scritto e abbandonato per vent’anni, è stato rifiutato dai principali editori italiani. Nel 1998 viene ristampato in poche copie da Stampa Alternativa, ma è l’uscita all’estero (Francia, Germania e Spagna) che ne decreta il successo. Nella Prefazione Angelo Pellegrino (che pubblicò a sue spese L’arte della gioia in un migliaio di copie per Stampa Alternativa) lo definisce “un libro maledetto”.

Goliarda Sapienza nel 1996, a vent’anni dalla stesura del suo romanzo, ricomincia a pensare alla sua pubblicazione per intero. Lo riprendere in mano per la revisione davanti a un cartello “Sono passati 30 anni dal primo appunto su Modesta. Attenta Goliarda, non cadere nel tranello dell’autocensura”.

Temeva che le sconfitte editoriali la inducessero a rivedere l’idea originaria e a tradire la sua storia; a causa di questo libro si ridusse in povertà e andò perfino in galera.

Al centro del romanzo campeggia la figura di Modesta – una carusa tosta – che nasce il 1 gennaio del 1900 in una casa povera della Sicilia. Fin da bambina possiede la consapevolezza che la sua vita sarà oltre gli angusti ambiti che le sono spettati per nascita e così passa di esperienza in esperienza rivelando un innato talento e una non comune intelligenza che la fanno diventare ricca e colta, seducendo uomini e donne. Modesta attraversa tutta la storia del Novecento con la forza che distingue i grandi personaggi. Eppure Goliarda non ha avuto la stessa fortuna di tanti suoi colleghi. E qui mi fermo.

Una spiegazione possibile si trova nella bella Prefazione di Angelo Pellegrino:

Goliarda non potrà vedere la sua Modesta in libreria, ma so che il dolore non è più suo, è tutto mio per lei. Goliarda non è più. Però Modesta esiste. La felicità di uno scrittore, si sa, è il suo stesso lavoro, veder crescere negli esili segni delle parole scritte i propri personaggi e le loro storie. Il resto è soddisfazione, ma non ha nulla a che vedere con quella felicità. (…) Col tempo la critica più avveduta provvederà a mettere in luce gli aspetti stilistici e strutturali e magari finirà con lo stabilire che Mody è il personaggio femminile più vivo del nostro Novecento, che il nascere tra neoavanguardie e minimalismo non poteva giovarle.. (..) ma tutto ciò a Goliarda interessava poco. Scriveva come leggeva, da lettrice, scriveva per i lettori più puri e lontani, con abbandono lucido e passionale, attenta ai battiti cardiaci di un’opera, più che ai concetti e alle forme. Alle idee no, alle idee stava molto attenta, cuore e idee erano il suo nutrimento letterario. Per il resto scriveva per i lettori più puri e lontani, gli unici che riuscisse a sentire fraternamente vicini.”

(A. Pellegrino)

Una carusa tosta

“… perché poi quell’eterna glorificazione della giovinezza? Il giovane serve, produce, sgrava i figli, fa la guerra prima di avere coscienza di se stesso. Ma a quarant’anni, a cinquanta l’essere umano – se non è perito nella guerra sociale continua – diventa pericoloso, si pone dubbi, richiede libertà, riposo, GIOIA. Anche la parola vecchiaia mente, è stata rimpinzata di fantasmi paurosi, come la parola morte, per farti star calma, ossequiosa di tutte le leggi costituite.

Che cos’è la vecchiaia, quando comincia? Al tempo di Sthendal una  dona a trent’anni era vecchia. Io a trent’anni ho appena cominciato a capire e vivere. Chi ha osato varcare quella soglia senza ascoltare pregiudizi e luoghi comuni? Forse più di quanti immagini se puoi incontrare visi sereni, sguardi calmi e sapienti.

Ma nessuno ha mai osato parlare per timore – sempre l’eterno timore – di rovesciare i falsi equilibri stabiliti. Davanti alla porta chiusa di quella parola paurosa, la tentazione di entrare, osservare tutto, ti prende. Certo a ogni angolo puoi incontrare la tua morte. Ma perché aspettarla lì fuori, le spalle curve, le mani molli nel grembo? Perché non andarle incontro e sfidarla giorno per giorno, ora per ora, rubando a essa tutta la vita possibile?

…. Quando Modesta non sapeva nuotare la distanza di quello sguardo la faceva tremare di speranza e di timore. Ora solo una pace profonda invade il suo corpo maturo, e ogni emozione della pelle, delle vene, delle giunture.

Corpo padrone di se stesso, reso sapiente dall’intelligenza della carne. Intelligenza profonda della materia.. del tatto, dello sguardo, del palato. Riversa sullo scoglio Modesta osserva come i suoi sensi maturati possano contenere senza fragili paure d’infanzia tutto l’azzurro, il vento, la distanza. Stupita scopre il significato dell’arte che il suo corpo s’è conquistato in quel luogo, breve tragitto dei suoi cinquant’anni. È come una seconda giovinezza con in più la coscienza precisa d’essere giovani, la coscienza del come godere, toccare, guardare. Cinquant’anni, età d’oro di scoperte, età felice ingiustamente calunniata dall’anagrafe e dai poeti. Come ridire quel pomeriggio d’estate sdraiata sullo scoglio, sfiorata dalle ultime carezze del sole che cala? Come ridire la gioia di quella scoperta? Come raccontarla ad altri? Come comunicare la felicità di ogni atto semplice, di ogni passo, di ogni incontro nuovo, di visi, libri, tramonti, albe e pomeriggi domenicali sulle spiagge assolate?  (L’ARTE DELLA GIOIA , GOLIARDA SAPIENZA)

.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Blog su WordPress.com.

Su ↑