L’ago della bilancia di D.G.

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               L’ago della bilancia

 

Mia madre era obesa, oggigiorno si dice così. Provate a pronunciarlo: o-b-e-s-a. Ha un suono gentile, induce alla compassione.

Invece va detta la verità: era grassa. Grassa è una parola violenta e lei era proprio così: grassa. Se la pronunci avverti una specie di stizza liberatoria. Io la conosco bene. La stizza, intendo.

Io non avrei mica voluto essere grassa come lei, ma lei ha cominciato a ingozzarmi che ero ancora in fasce. Da che mi conosco, sono sempre stata grassa anch’io.

Quando cresci in mezzo al cibo e tua madre ti riempie il piatto facendoti ingurgitare succo d’uva alla fine dei pasti “per prendere le vitamine” – come amava dire – finisci per pensare che la normalità sia quella. Non frequentavo altri bambini, a parte delle cugine con le quali giocavo ogni tanto in casa e, sarà stata la parentela, non è che mi sentissi diversa da loro.

Da bambina mi piaceva da pazzi infilarmi tra le cosce di mia madre quando si sedeva sulla vecchia sedia di paglia che Dio solo sa come la reggesse. Io poggiavo la testa sulla sua pancia molle e mi lasciavo cullare. Tra le pieghe del grasso chiudevo gli occhi e mia madre diventava una grande mongolfiera che mi trasportava dolcemente. Vedevo prati e mare e case e comignoli con gli sbuffi di fumo e persone piccole piccole. Potevo volare. Leggera.

L’ago della bilancia non lo conoscevo, di sicuro il mio diceva che io ero una bambina felicissima. Vivevo in un piccolo mondo fatto di casa, radio accesa, rumore di pentole, bambole di pezza e la pancia di mia madre. I vestiti me li cuciva lei e anche i maglioni per l’inverno li lavorava lei. Ogni anno non c’era niente che mi stesse della stagione precedente.

Cresci”.  Mi diceva con il metro sulle spalle e gli spilli infilati sul petto, sempre a prendermi le misure. Non era vero: ingrassavo.

Una volta – lo ricordo per filo e per segno – per carnevale mi fece un vestito che non ho mai capito che maschera fosse:  un bustino con gonnellina a corolla verde smeraldo, calzamaglie bianche di lana  e delle vecchie scarpe nere con i lacci.

La domenica mattina ricordo mi svegliò e mi disse:

Oggi andiamo a passeggio che ti vesti”. Ero una bimba obbediente, quasi bovina direi. Mi alzai assonnata e andai in cucina, dove mi aspettava il solito vagone di latte addolcito da tre cucchiai colmi di zucchero con i biscotti fatti in casa. Quando li cuoceva – una volta a settimana – la fragranza sparsa per le stanze era un aroma caldo che proteggeva da qualsiasi male.

Dopo colazione mia madre mi trascinò in bagno e mi strofinò energicamente il muso e le orecchie con la sua manona bagnata. Mi portò in camera da letto e mi depositò davanti allo specchio.

Com’ero in quello specchio? E che ne so? Ero una bambina, ero io. Che ne sapevo di come erano gli altri?

Con il grasso che le ballonzolava addosso mia madre mi svestì e mi infilò una maglia di lana grossa. Cominciai a sudare, ma non dissi niente.

Così stai bella calda”. Mi disse.

Poi mi mise a sedere sul comò e mi infilò le calze e il gonnellino, sul quale applicò un gran fiocco, proprio ben in vista, sul sedere. Infine il bustino, con altri due bei fiocchi sulle spalle.

E qui avvenne la tragedia: nonostante i ripetuti tentativi di stringere quel maledetto bustino, che fecero diventare ricotta nello stomaco il mezzo litro di latte appena bevuto, non c’era verso che si chiudesse. La pancia rimaneva orribilmente scoperta, con la spessa striscia di lana della maglia che spumeggiava dai bordi. Prima che finissi per vomitare, mia madre rinunciò a stringere.

Mi pettinò la modesta quantità di capelli muovendo la spazzola con la grazia con cui si muove un piccone, e li strinse in un nastro giallo canarino, mentre io sentivo gli zigomi allungarsi fino a far male. Poi giù, un altro bel fiocco sulla testa, proprio nel mezzo.

Però mi ricordo pensai che con quel fiocco non mi sarei mai persa nella confusione delle strade di carnevale. E questo pensiero fu rassicurante, tanto che il sollievo sbloccò un rutto degno di un marinaio al decimo rum dopo la traversata dell’oceano.

Adesso, la parte più importante”. Seppi si riferiva al trucco: cominciò dagli occhi, disegnando una linea nera sulle palpebre sfumata verso l’esterno con il dito imbevuto di saliva. Inutile dire che la superficie del dito di mia madre era tale che tutte le volte la linea si trasformava in patacca all’angolo degli occhi. Dopo qualche inutile tentativo di correzione, decise che la patacca poteva comunque andare. Poi fu la volta della linea sulle labbra e di un rossetto rosso fuoco che ebbe cura di ripassare non so quante volte mentre mi stringeva delicatamente la mascella (non so se fu pura coincidenza la perdita dei denti di lì a poco) .

Io, immobile come una mummia che teme di disfarsi le bende, non vedevo l’ora di ritornare davanti allo specchio per vedere il risultato, ero emozionata.

E finalmente, quando mi vidi là dentro, un sorriso allargò i dieci strati di rossetto. Ero su un altro pianeta, o meglio, ero un’astronave venuta da un altro pianeta. Anzi, ora che ci penso: che fossi vestita da astronave?

Ad ogni modo voi esseri terrestri normali non potrete mai capire: quella non ero più io. L’ago della bilancia era alle stelle e mi brillavano gli occhi. Ero raggiante. E assolutamente incosciente d’essere ridicola.

Oggi andiamo a passeggio sul corso. Poi anche dal fotografo a fare le foto”. Mi guardò nello specchio: “Come sei bella Angiolina! Sei un fiore!”.  Anche questo non era vero. Ero la caricatura di un carciofo geneticamente modificato.

Dieci anni dopo, quando l’incoscienza si era ormai dissolta da un pezzo, sono andata a caccia di quelle foto e le ho distrutte facendole a pezzettini. Meno male avevo appena mangiato, perché le avrei ingoiate volentieri!

Comunque, a spezzare l’incanto della mia infanzia è stato il trauma del primo giorno di scuola: nel mio grembiulino (si fa per dire) bianco, con il nastro rosa al collo, al mio ingresso in una classe di bambine spaurite come me, sentii sguardi addosso – in totale una cinquantina di occhi –  provenire da tutte le direzioni: che avevo di così strano?

All’improvviso guardandomi intorno per la prima volta mi resi conto di essere una nave merci in un mare pieno di piccole e leggiadre barchette. La cosa mi inquietò non poco.

Mi fu assegnato il posto accanto a una gracile bambina dagli occhi da aguzzina (mai presagio fu più azzeccato) e mi accoccolai nel banco con la stessa grazia di un ippopotamo su uno sgabello.

Da quel momento l’ago della bilancia cominciò a dire la verità: ero una bambina troppo grassa destinata ad avere un’esistenza diversa. Solo i biscotti profumati di mia madre e i suoi succhi d’uva riuscivano a consolarmi dai mille quotidiani dolori di una bambina che guarda gli altri bambini saltare, giocare, correre e si sente ridicola, incapace,  vittima di tutti gli scherzi cattivi e delle battute più feroci.

Alla fine sono cresciuta anch’io, ma con la determinata convinzione che i grassi dovrebbero rimanere sempre bambini tra le cosce delle proprie madri. Che è l’unico posto dove ho voluto bene alla mia, di madre, senza mai conoscere l’ago di una bilancia.

Che poi, crescendo, quest’ago della bilancia non so quante volte avrei voluto infilarlo in quel posto ai tanti che volutamente o ingenuamente mi hanno sempre fatto sentire una mongolfiera zavorrata che mai avrebbe potuto alzarsi in volo.

Infatti non ho più volato.

Con buona pace di mia madre che anche in paradiso credo stia ingozzando Dio e tutti i santi. Spero solo che lassù siano a dieta eterna visto che lo spirito deve essere leggero.

Se è finita all’inferno chiedete?  No, non credo. Magari è lì che l’hanno mandata, ma il diavolo furbo com’è sono sicura l’ha rispedita all’altro cancello con tanto di timbro di errore di destinazione: una santa madre del suo fiorellino adorato non va all’inferno!

Io la vedo… lì, a convincere San Pietro a ingurgitare arancini e succo d’uva, perché in piedi tutto il giorno davanti a un cancello, c’è pur sempre bisogno di vitamine!

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