Mi sono messo nei tuoi panni

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Mi sono messo nei tuoi panni. Ieri sono andato al supermercato e ho comprato un secchio nuovo, quello che c’era in terrazza era ormai un rottame,  roso dal caldo e dal sole di quest’estate.
Ho anche comprato uno straccio e un detersivo disinfettante, almeno così dice l’etichetta. Non potendo disinfettare il sangue nel quale ancora circola la vita di ieri , ho pensato che era l’ora di lavare questi pavimenti che calpesto ogni giorno da quando te ne sei andata.
Ho anche messo le lenzuola pulite al letto, dopo quasi due mesi.
Non l’avevo fatto perché speravo tu tornassi e sapevo che sarebbe stata la prima cosa che tu avresti fatto. Avresti messo tutto in lavatrice e li avresti stesi al sole e nel letto la notte ci sarebbe stato profumo di fresco e di pulito.
Ma non sei tornata.
Così mi sono armato di pazienza e l’ho fatto, devo dire decentemente. Ho anche aggiunto una coperta, che qui la notte comincia a essere più freddo. L’ho trovata in garage, in una cassapanca, c’erano certe strisce sparse qua e là che odoravano vagamente di lavanda.
Sono tante le cose che devo cercare, ero convinto di avere tutto sotto controllo, ma ci sono mille piccole cose delle quali non m’importava e che adesso mi accorgo sono necessarie.
E pensare che tra i due eri tu quella distratta, la smemorata. Non trovavi mai niente, dimenticavi dove avevi lasciato le chiavi, le carte di credito, gli occhiali. Io ero l’antidoto alla tua distrazione. Perfino le medicine dimenticavi di prendere.
Mi sembrava fosse questo il senso della vita a due, quando con il tempo si diventa l’uno il supporto dell’altro. Ma la vera questione è che pensavo di essere io a guidare la baracca. La mia, la tua, la nostra vita.
Adesso mi guardo intorno e tutto è capovolto. Ogni regola, ogni abitudine, ogni sentimento è sovvertito, costretto come sono a misurarmi con una prospettiva fatta di solitudine e di vuoto.
Stamattina, ad esempio, ho fatto la doccia. Mi sto sforzando di tenere pulito, ma i bordi stanno diventando neri, ho notato lingue di calcare che si stanno allungando minacciose lungo tutto il perimetro. Le pareti sono un mosaico opaco di gocce che lasciano implacabili le tracce del loro passaggio. Tu lo dicevi sempre. Io non sopportavo che nei fine settimana tu sprecassi il tempo in quelle pulizie idiote. Rispondevi che qualcuno doveva pur farlo. Ribattevo che nessuno lo chiedeva.
Adesso risento la tua voce “Se non lo facessi più – dicevi – forse ti accorgeresti che qualcuno lo deve pur fare.”

Avevi ragione. Adesso mi accorgo della differenza. Quelle macchie odiose danno la misura dei giorni che passano. Dell’ingiuria del tempo. Sto facendo del mio meglio per non lasciare andare tutto in malora.
In cucina con le pulizie ho maggiori difficoltà, forse per via dell’uso, visto che devo mangiare almeno due volte al giorno. Al supermercato ho anche comprato un detersivo sgrassante. L’ho usato, ieri, non risplende come promette la pubblicità ma quanto meno – dopo aver sommato nelle ultime settimane incrostazioni e patacche – è pulito.
Un po’ come il cuore, il mio. Almeno è quello che ho pensato strofinando le chiazze di caffè, le gocce di sugo rosso di pomodoro, il bianco latteo dell’acqua dopo che c’hai cotto il riso. È sorprendente ci siano preparati chimici che dosati in piccola quantità su spugnette abrasive possano cancellare qualsiasi cosa. Sarebbe così difficile inventare qualcosa di simile anche per gli esseri umani con il nostro livello di progresso?
Lo so, nel mondo scoppiano bombe all’improvviso, ci sono bambini in mezzo alle guerre, ho perso amici spazzati via dal cancro. Insomma, c’è di peggio. Io sono vivo, e almeno fisicamente sto bene.
Solo che è dura svegliarsi ogni giorno e prepararsi a una quotidiana resa dei conti. Lo ammetto, non ero preparato a tutto questo. Le foto, ad esempio. Sono là dove sono sempre state, eppure basterebbe nasconderle, levarle di torno. Io invece non ho cambiato di un millimetro la disposizione degli oggetti. È tutto lì esattamente dove stava. A parte la polvere, quella sì sta cambiando l’aspetto delle cose. Però la polvere non mi dispiace, è come se pulviscolo dopo pulviscolo si depositasse ovunque, con leggerezza. Arriva a coprire ogni cosa e la protegge, la pone in uno stato di attesa.
Anche per questo tengo le finestre chiuse, perché l’aria non la sposti. Sì. Le finestre è bene siano chiuse. E’ così che proteggo la polvere, la mia vita, la tua.

Perché tu torni. Lo so che torni.

Ernesto, medico (neolaureato)

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Mi chiamo Ernesto, sono in un bosco e ho davanti un uomo morto.
Ho le gambe paralizzate, i piedi come fossero infilati in un blocco di cemento. La salivazione assente.
Sono in grado di ritenere che in questo preciso istante il mio organismo stia valutando l’entità della minaccia. Per questo motivo tremo anche se sono immobile. Non posso vedermi, ma credo di essere pallido, devo avere un colorito ceruleo.
Non voglio dire pallido come un morto perché sono in piedi, non agisco, ma posso pensare. Morto è quello lì che mi sta davanti.
Sto sperimentando i sudori freddi, perché avverto freddo nonostante stia sudando copiosamente. I brividi sono leggere scosse elettriche a fior di pelle.
In pratica sono sottoposto a una tempesta emotiva.
Lo so come funziona, cazzo! Sono un medico, neolaureato, ma pur sempre medico. Queste sono modificazioni fisiologiche del sistema nervoso autonomo. Quando i meccanismi funzionano a regime, noi siamo una macchina perfetta.
L’ipotalamo in questo momento la fa da padrone, regola le funziona del corpo. Si è azionato l’ormone delle emergenze, la corticotropina, quello che predispone alla lotta, o quanto meno alla fuga.
Siamo forniti di un sistema di neurotrasmettitori che in situazioni simili regola i livelli della paura. Tuttavia negli umani c’è la razionalità, ovvero ciò che ci suggerisce le opzioni di scelta. Questa nel mio caso deve essere andata a farsi fottere.
Dovrei essere in grado di gestire la paura, perché so perfettamente che quello che mi sta accadendo: è un cortocircuito del sistema nervoso riconducibile a ciò che gli esseri viventi provano di fronte a un evento spiacevole imprevisto.
Però diciamolo: questa non è paura. Io mi sto proprio cacando sotto.
Chi mai avrebbe potuto pensarlo: ho affittato una casa vicino al bosco, avevo bisogno di un po’ di vita sana e solitaria. Ero qui per camminare e rimettermi in forma con la necessità di disintossicarmi e guarda tu in che guaio mi sono cacciato.
E quella bella idea di non portare il cellulare, di darsi alla vita primitiva? Ma vaffanculo. Un cellulare in questo momento sarebbe la mia salvezza.
Sul fatto che quello sia morto non c’è alcun dubbio, ma non deve essere un morto qualsiasi. Voglio dire, se fosse un contadino infartuato non me ne starei immobile a cacarmi sotto. Mi sarei già avvicinato, l’avrei spostato, avrei visto la sua faccia.
Ma questo qui ha un abito grigio, i mocassini di pelle nera, i calzini grigi, al polso ha un orologio imponente (da qui non riesco a vedere bene la marca, ma si capisce che è di quelli seri).
È riverso in un fosso, ne vedo la nuca riccioluta, ha una capigliatura nera, folta. Deve essere giovane, e secondo me anche bello. Beh… doveva essere giovane perché morto è morto di sicuro.
E cosa ci fa uno vestito Armani (non so se sia un Armani, ma un vestito pregiato lo è certamente, si vede dalla stoffa, neanche si è spiegazzata) riverso in un fosso di un bosco?
Ve lo dico io, questo non è venuto qui per passeggiare, questo o l’hanno ammazzato qui o l’hanno prima ammazzato e poi hanno abbandonato il cadavere qui. Tempistica perfetta: giusto in tempo per farmi in regalo questa scarica di adrenalina.
A ben vedere però propendo per la seconda ipotesi: lo devono aver fatto fuori altrove, a guardarlo sembra pulito, non c’è sangue né tracce di buchi di fuoriuscita di proiettili.
Come mi diceva mia nonna? Quando hai paura morditi la lingua, così senti male e la paura scompare. Che teoria del cazzo. Mia nonna era una che diceva un sacco di cazzate, altroché. In barba a quella che si dice la saggezza dei vecchi.
E non c’è proprio nessuno, oltre a me e al morto. Si sentono solo versi di uccelli che fino a ieri mi sembravano i canti di un paradiso perduto mentre oggi se avessi una carabina li farei fuori tutti. Tacete che siamo all’inferno cazzo!
Porca miseria. Sono proprio un inetto, stronzo, gelido cacasotto. Mi dovrei muovere, andare a chiedere aiuto, avvertire la polizia. Questo avrà una famiglia che lo starà cercando. Non deve essere tanto che è qui però, ieri non c’era, per cui ce l’hanno portato stanotte. Toccare non lo posso toccare, che con le impronte non si sa mai.
Se vado dai carabinieri potrebbero insospettirsi, cazzo, sono pur sempre un medico, neolaureato, ma pur sempre un medico. Possibile – mi diranno – che non ha avuto l’istinto di intervenire, di voltarlo, di appurarne la morte o di soccorrerlo perfino se fosse stato in tempo? E io che rispondo? Che pur essendo un medico (neolaureato però, non scordiamocelo) sono rimasto paralizzato dalla paura? Rideranno di me, diranno che ho sbagliato professione. E il guaio è che non hanno mica torto.

Da quanto tempo sono qui? Mi sorge un dubbio atroce: ma era poi davvero morto quando sono arrivato? Magari respirava ancora. O mio Dio, che supplizio! Basta: devo fare il mio dovere di cittadino, tornare indietro andare a casa e avvertire.
“Pronto, polizia? Ho trovato un morto nel bosco.”
Già prevedo le conseguenze: generalità, deposizioni, si tenga a disposizione, il mio nome sul giornale. No, non sono disposto a questo. Non adesso.
E se l’avessero appena ammazzato? Se fosse una cosa tipo un regolamento di conti? Magari l’assassino o gli assassini potrebbero pensare che mi trovavo qui, acquattato da qualche parte. Che me ne andavo a funghi per il bosco e ho visto tutto. In tal caso sarei addirittura in pericolo.
No, no, per carità. Io non voglio problemi.
Potrei fare una telefonata anonima dal cellulare:
“C’è un morto nel bosco” Clic.
Facciano loro poi quello che devono fare. Ma forse sarebbe peggio. Oggi coi satelliti sanno tutto, ti rintracciano ovunque e comunque. Potrei destare sospetti.
Cazzo cazzo cazzo, ero in cerca di pace maledizione. Sono un medico, anche se neolaureato. Ho avuto un esaurimento nervoso. Mi sto curando, ancora non ne sono fuori.
Che, forse che un medico non può avere un esaurimento nervoso?
Mia moglie mi ha lasciato tre mesi fa, dopo sei di matrimonio e un anno di fidanzamento. No, dico, sei. Sei, amico. Sei fottuti mesi, e aggiungo che è stata lei a volersi sposare a tutti i costi. Aveva fretta, lei. Chiunque tu sia, sei bell’è e andato, ma io sto qua a tribolare, a chiedermi come ho potuto essere così coglione. È la vita una merda, non la morte, anche se la tua deve essere stata terribile.
Però potresti pure essertela andata a cercare, mica si finisce morti ammazzati con il vestito buono in un fosso, così, come niente. Pure tu qualcosa avrai combinato. Io invece ero un marito innamorato e fedele. Una persona onesta e perbene. E lei mi ha piantato in asso per un altro. Uno con cui aveva avuto una relazione. Mi ha sposato per ripicca, lui l’aveva lasciata. Ti rendi conto dove può arrivare la cattiveria? Io non la meritavo tutta questa sofferenza che mi ha mandato fuori di testa. Mi ha detto che il matrimonio era stato uno sbaglio, dopo sei mesi. Uno sbaglio, capisci? E io che non mi ero reso conto di niente. Mi sembrava che finalmente fosse cominciata la vita vera e invece ero soltanto la pedina di un piano: la laurea, la casa, il matrimonio, le prime guardie mediche. Non che mi piaccia fare il medico. Ho studiato medicina per far contento mio padre.
Ma ora non importa più. È crollato tutto, da un giorno all’altro, dopo che lei se n’è andata. La prima cosa che ho fatto quel giorno è stato scolarmi tutto l’alcool che c’era in casa. Poi dopo c’ho preso gusto a stordirmi. Uscivo di casa solo per comprare alcoolici, poi mi chiudevo in casa e staccavo i telefoni e davo il via alla festa.
Qui ci sono venuto per disintossicarmi, dicono che stia meglio. Camminare mi fa bene. Devo stancarmi per non sentire voglia di bere. Se cammino dimentico che razza di merda è la mia vita. Quindi caro amico, se tu te la passi male, anche per me non brilla di certo.
E sai qual è la differenza? Che tu avrai di sicuro una bella mogliettina che ti piangerà. La mia invece se la sta spassando con lo stronzo che se l’è ripresa.
Dovrei starci io al tuo posto, amico, lì, in quel fosso.

Sì, dovrei starci io in quel fosso. Tanto per non sentire l’istinto della bestia che vorrebbe uccidere e dimenticare il lupo mannaro che sono diventato.
Tanto vale dirtelo amico.
Tu sei il terzo che mi è capitato a tiro mentre avevo fame di sangue di uomo. E tu avevi la faccia da bastardo perfetta.
Hai sbagliato a darmi un passaggio oggi. Sono un medico, anche se neolaureato, io lo so come ammazzare i bastardi come te, basta un niente.
Quello che invece non mi piace è la paura che avverto dopo e il fatto che adesso debba scavare un’altra fossa e seppellirti. Non mi piace l’idea di te che diventerai come gli altri, vermi che mangeranno le radici, le foglie, le gemme degli alberi di questo bosco. Questo è il mio personale paradiso adesso, quando il lupo mannaro se ne va riesco a godere di tutta la sua bellezza.
Questo, amico, mi dispiace per te, è il posto dove sono venuto a cercare pace.

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Quello che vedete a petto nudo mentre fa volare la sua camicia per aria alle undici di sera, non corrisponde a ciò che pensate. Mi piacerebbe presentarvelo come una star su un palcoscenico: io sto nell’angolo di una quinta con il microfono in mano e lo annuncio a gran voce “Signori e signore, vi presento Bill Red”. E subito dopo su  quel palcoscenico compare l’artista che si esibirà per voi, tra gli applausi.
Invece, mi spiace deludervi, ma questo giovane uomo che si batte il petto dalla pelle liscia e ambrata non è una star e si chiama Vincenzo Papagna. Un cognome, dunque, piuttosto impegnativo.
La donna che vedete seduta nel piccolo soggiorno al primo piano di questa palazzina è Ernestina Gallo, coniugata Papagna, madre di Vincenzo. La poverina se ne sta seduta al buio nella stanza con i gomiti sul tavolo e i palmi della mani ben aperti sulle orecchie. Il tavolo è coperto da una tovaglia di plastica a piccoli quadri bianchi e marrone, unta, tagliuzzata qua e là. La stanza è spoglia, al limite dello squallore, oltre al tavolo di formica ci sono tre sedie di paglia e una di plastica. Nell’angolo di fronte al tavolo ci sta un mobile di truciolato rotto in più punti e sopra c’è un vecchio televisore. A completare l’arredamento c’è un mobile scuro, con i buchi che segnano il posto in cui prima stavano le maniglie delle ante che ora non ci sono più. Quei buchi, nella penombra della stanza,  sembrano occhi svuotati dalle orbite. In questa stanza due metri per tre non c’è nient’altro, eccezion fatta per un filo che pende dal soffitto a cui è attaccato un avanzo di lampadario di ceramica.
Ernestina non ha acceso la luce, sta cercando di tapparsi le orecchie per non sentire suo figlio Vincenzo che sotto la finestra sta dando il suo solito spettacolo. È tardi, i lampioni per strada sono accesi, illuminano la viuzza delle palazzine popolari al cui primo piano abita la famiglia Papagna. La strada è deserta, solo qualche macchina, di tanto in tanto, irrompe come il ronzio di un moscone vagante. È novembre e fa freddo, tutte le finestre sulla strada sono chiuse, le serrande abbassate.
“Puttana, tu non li offendi gli amici miei, hai capito?  Mi senti? Apri, maledetta!”
Ernestina sta sprofondando in quel buco nero che è la sua vergogna. I vicini come sempre staranno sentendo, qualcuno prima o poi chiamerà i carabinieri. Però lei la porta a suo figlio Vincenzo non gliela apre. Così quello se ne sta fuori a imprecare e bestemmiare, sferrando calci alla macchina parcheggiata proprio sotto la finestra. È l’astinenza, se non si fa perché non ha rubato e non ha soldi, allora beve, si ubriaca con gli amici della sua stessa specie e poi torna a casa in quello stato.
“Apri, fammi entrare, puttana la madonna! Nudo resto se non mi apri, mi piglio la polmonite per colpa tua, cretina.” Vincenzo urla e si batte il petto come una scimmia incazzata. Ha i capelli corti secondo la moda del momento,  un viso duro e butterato.
Intanto in camera da letto si sta svegliando Ottavio Papagna, marito di Ernestina e padre di Vincenzo. È stanco e non vorrebbe alzarsi. Ha la sveglia puntata alle quattro e mezza, l’ora in cui va a lavorare al mercato scaricando cassette fino alle otto di mattina in cambio di una quarantina di euro a nero, che più o meno equivale alla sopravvivenza della famiglia Papagna, salvo poi qualche lavoretto che Ottavio riesce a racimolare sporadicamente.
Ottavio Papagna quel figlio lo ammezzerebbe volentieri, se non fosse che per lui in galera non ci vuole proprio andare e questo non tanto per sé stesso – che a volte pensa che in galera almeno avrebbe pasti sicuri e un posto dove dormire in pace – quanto per Antoniuccio, la creatura che gli sta dormendo accanto nella culla, lui ha appena undici mesi e non ha colpa. Antoniuccio peraltro si è appena addormentato con le consuete difficoltà, visto che è un neonato che piange sempre.
Ottavio sente suo figlio per strada, ma tutto quello che può fare è girarsi su un fianco e sperare che Antoniuccio non si svegli.
“Se non mi fate entrare spacco tutto”.  Urla Vincenzo mentre dà calci al portone.
Farlo entrare vuol dire far entrare in casa Papagna la follia bestiale dell’uomo che non ha pensiero ma soltanto azione senza cervello, spinta da un puro istinto animale.
Vuol dire che una volta dentro Vincenzo picchierà sua madre, vorrà soldi, spaccherà quel che resta dei mobili vecchi.
Lui, Ottavio, chiuderà la porta a chiave per proteggere Antoniuccio che intanto però si sarà svegliato e piangerà quei pianti lunghi e spaventati dei bambini che l’uomo nero non lo vogliono manco sentire in lontananza. Lui dovrà prenderlo tra le sue braccia molli e grasse e cullarlo finché la furia di Vincenzo non si sarà placata.
Che andasse pure a farsi fottere quel figlio maledetto, che se lo prendesse il diavolo, la morte, la polizia, un delinquente qualsiasi suo pari. Che l’ammazzassero pure, lui non avrebbe aperto.
“Apritemi pezzi di merda. Quant’è vero Iddio spacco tutto.”

La vedete quella ragnatela nera sulla finestra della cucina? A prima vista,  sotto il riflesso della luce dei lampioni, fa effetto. Sembra un insetto gigante, una creatura mostruosa dalle lunghe zampe nere abbarbicata sul vetro. Ma non è quello che sembra. Se guardate meglio vedrete che è un vetro spaccato con un buco al centro, è stato rattoppato alla bell’è meglio con del nastro isolante nero perché non c’erano i soldi per cambiarlo, quel vetro. Ebbene, è stato un pugno di Vincenzo, che ne è uscito tra l’altro con la mano incredibilmente intatta, fatta eccezione per qualche graffio.
“Fatemi entrare o vi ammazzo!”
Vincenzo scuote il portone con entrambe le mani, i vetri spessi e smerigliati tremano contro il metallo. A questo punto qualcuno nella palazzina accende la luce nelle scale, è il segno che sta cominciando a perdere la pazienza.
Ernestina in soggiorno si tappa le orecchie, preme ancora più forte le mani sulle tempie. È piena di odio verso Ottavio, suo marito, che i pugni dal figlio li ha sempre presi come e quanto lei, ma mai li ha saputo restituire. Un uomo debole e inutile, Ottavio. Aveva sposato un poveraccio incapace per sfuggire alle botte di suo padre e guarda cosa ne aveva ricavato. Oltretutto dopo che Ottavio aveva perso il lavoro, ormai da un anno e mezzo, se n’era stato per giorni interi a letto a dormire ed era stata lei a campare la famiglia come poteva, lavando scale che puzzano di piscio di cane per due miseri soldi.
E come se non bastasse era arrivato anche Antoniuccio, figlio di Angela,  la più giovane della famiglia Papagna. Era rimasta incinta di chissà quale cane tra quelli che se la scopavano per soldi, che lei questo faceva. Angela si fa vedere di rado a casa, quando lo fa è solo per sputare tutto il veleno che ha in corpo contro la madre. Si accerta ogni volta che le finestre siano ben aperte e che tutti possano sentire perché sia chiaro che razza di vita di merda sia quella della madre, vita che lei, tende a sottolineare con orgoglio, non farà mai. Lei da quel letame ne è fuori perché, al contrario degli altri in quella casa, lei fa soldi. Di cosa pensino gli altri non le importa un fico secco.
Di solito alla fine di quelle visite Angela lascia qualcosa per suo figlio Antoniuccio, che a mala pena prende in braccio, e quando lo fa è come se avesse tra le mani un tizzone ardente. Poi se ne va, non senza prima aver finito di lapidare sua madre con miseri improperi, che la colpa di tutto secondo Angela sarebbe la sua, anche se nessuno ha mai capito perché.
Ernestina lo sa che sua figlia fa la puttana e puttana le urla puntualmente mentre Angela le volta le spalle girando sui suoi tacchi altissimi, che con la sua figura minuta la fanno sembrare un trampoliere ubriaco.
Ebbene è questa la vita di Ernestina. Chissà quale maledizione le aveva riservato quei figli, pensava ogni tanto, stanca di avere sempre peccati da scontare a causa loro.
Vincenzo è ancora là fuori, a petto nudo,  il freddo non lo sente. Lei invece in casa lo sente eccome. Intravede il figlio sotto la finestra che cerca di saltare. Lo sa che sua madre è al di là dei vetri, seduta, nel buio. Lo sa che sta sentendo.
Poi qualcuno nella palazzina decide che è ora di farla finita e apre il portone, che se lo prendessero in casa, quel pazzo drogato, e la facessero finita.
Vincenzo appena sente il rumore metallico della serratura che scatta balza dentro come una lepre. Si attacca al campanello dell’appartamento e suona senza fermarsi. Nessuno in casa si muove, anche questo fa parte del copione, e per fortuna stasera Antoniuccio sembra dormire un sonno clemente.
Vincenzo impreca, poi si lancia per le scale, fa di corsa i due piani della palazzina e subito dopo ridiscende. Quando è in questo stato i vicini lo temono. Mentre scende continua a frantumare tra le gengive sdentate parole incomprensibili. Poi di nuovo si attacca al campanello e tira calci alla porta.
Ernestina in soggiorno si alza e piange.

Ernestina ha quarantadue anni ma sembra molto più vecchia, molte volte pensa che morirà di crepacuore e per quelli come lei non è poi una gran tragedia.
Come sempre ha paura e spera di sentire la sirena della polizia, come talvolta accade, oppure la voce di un santo, perché in cuor suo lo sa che solo un miracolo potrebbe far cambiare le cose. Peccato che ai miracoli ha smesso di crederci da un pezzo.
Questa sera ha nascosto il portafoglio nella spazzatura, avvolto in una busta di plastica. Dentro ci sono venti euro e qualche spicciolo.
Mentre Ottavio la sente alzarsi dalla sedia e muovere i suoi passi strascicati verso la porta, fa scattare la serratura della camera da letto e guarda Antoniuccio che dorme. Sa che a momenti si sveglierà. Poi si siede sul letto e lo sguardo si perde nel vuoto.
Ed è a questo punto che Ernestina, tremando, apre la porta.

 

VIM BASTARDO

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«A casa mia l’odore del vim era dappertutto, mia madre lo usava anche per disincrostare le pentole e anch’io quando pulivo in bagno spargevo quella polvere verde che a contatto con l’acqua diventava blu e tirava via quella patina di giallo sul bianco delle mattonelle che così tornavano a splendere. Quell’odore mi è rimasto nel naso, lo sento sempre.»
Adriano ebbe un sussulto e si sollevò di scatto.
«Scusa, ma questo che c’entra adesso?» Guardò Vanna che ancora aveva la testa tra le sue gambe con lo sguardo strabuzzato; in quella posizione, seduto a gambe larghe e con la cerniera abbassata, all’improvviso si sentì nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Era stata lei a proporre di finire la serata insieme nel suo appartamento. Che quella fosse matta e non se n’era accorto? D’istinto si tirò su la cerniera, era a disagio. Vanna aveva ancora la camicia sbottonata, lasciava intravedere un reggiseno di pizzo chiaro. Sollevò il viso e lo guardò dritto negli occhi.
«Scusami, sono stata una stupida, non so perché proprio adesso mi sia arrivato questo ricordo nella testa, e non so perché l’abbia detto a voce alta. Scusa Adriano – poi aggiunse, ma con una punta di sarcasmo che non tranquillizzò affatto Adriano – tu non odori di vim stai tranquillo.»
Ma ormai la frittata era fatta, tutta l’eccitazione di un attimo prima era svanita. Adriano cercava di sistemarsi passandosi le mani tra i capelli con evidente nervosismo. Vanna invece era rimasta in ginocchio immobile, senza una particolare espressione.
«Aspetta un attimo.» Disse poi Vanna. Si alzò e si diresse verso la cucina.
La prima cosa che pensò Adriano fu di andarsene, quella faccenda stava prendendo una strana piega, non gli piaceva affatto. Si tirò su i pantaloni e cominciò a sistemarsi la camicia mentre cercava di recuperare le scarpe sotto il tavolino.
«Ecco, lo vedi?» Vanna era ricomparsa sulla porta della cucina, scalza e con la camicia aperta, gli stava mostrando una confezione di Vim, lo teneva in mano come un trofeo.
«Lo fanno ancora sai? Te lo ricordi? Si usava in casa tua? Forse tua moglie lo usa ancora»
«Mi… mia mo-glie??» Balbettò Adriano, cosa c’entrava ora sua moglie, non avevano parlato di faccende personali, lui non aveva neanche la fede. La levava sempre quando andava al Banana moon il giovedì. Sì certo, per imbroccare, era un sano maschio quarantenne. E allora? Lei non s’era fatta pregare poi tanto! E adesso che c’entrava sua moglie? Adriano fu certo che quella donna doveva avere una rotella fuori posto, doveva trovare il modo di andarsene al più presto.
«Sì, tua moglie, o tua madre quando stavi con lei, tu non hai l’aria di uno che fa le pulizie.»

Intanto Vanna aveva appoggiato il vim sul tavolo, mentre Adriano era rimasto scalzo e con le scarpe in mano, con l’aria di uno che era lì per caso e si era perso.
«Forse però non lo sai, ma il vim è altamente tossico…»
Adriano diventò bianco come un lenzuolo. Cosa intendeva fare quella matta. Ma guarda in che situazione si era cacciato. Calcolò che tra darle uno spintone sul divano e guadagnare la porta gli ci sarebbero voluti si e no una ventina di secondi, anche se questo avrebbe comportato andare via scalzo, perché per recuperare l’altra scarpa gli ci sarebbero voluti una ventina di secondi supplementari che avrebbero potuto essere fatali. Meglio restare scalzo, ma in salvo.
«Ma io.. io di vim non ne so niente…. Non credo di aver mai visto qualcuno usarlo…» Cercò di stare al gioco e prendere tempo, magari trovare un varco per distrarla. Gli sembrò di essere in uno di quei thriller in cui il protagonista finisce male e lui non aveva voglia di fare una brutta fine. Per giunta con una che non conosceva. Avvelenato con il vim da una serial killer. Era in pericolo, ne era sicuro, doveva andarsene.
«Ti vedo spaventato Adriano.. ma di cosa? Rilassati.. – Vanna prese in mano il vim, ruotò il cilindro nella mano – lo sai che contiene ben 146 differenti sostanze chimiche, tra cui anche alcune collegate a disturbi seri come asma, cancro e malattie del sistema riproduttivo; tra le più tossiche figurano formaldeide, benzene e cloroformio, anche se non sono indicate sull’etichetta.»
«Cosa vuoi fare Vanna?…. non capisco tutta questa storia…. È assurdo»
«Il fatto è che tu il vim lo conosci, ma forse non te lo ricordi, io sto solo cercando di aiutarti a ricordare… via, non essere ridicolo, rilassati, non ti farò sniffare questa deliziosa polverina per farti scoppiare i polmoni…. Guarda, lo metto via, non hai niente da temere. Vuoi un caffè? O magari una camomilla? Ti vedo agitato… magari se ti calmi te lo ricordi che una volta il vim nella tua vita c’è stato.
«Vanna, te lo ripeto, non so cosa stai cercando di dirmi. Finiamola qui, io me ne vado. »
«Tranquillo, te ne andrai, ma prima devi ascoltare una storia che ti rinfrescherà la memoria. Molti anni fa io ero poco più che una bambina. Un giorno tornai a casa da scuola e stranamente non era apparecchiato come al solito e neanche il pranzo era pronto. Sai, mia madre era casalinga e rispettare gli orari era una norma. Era strano anche che mio padre fosse già a casa a quell’ora e comunque mia madre non era in giro per casa. Fui colta dal panico. Mio padre mi tranquillizzò, non mi fece entrare in camera da letto dove mia madre s’era messa a letto. Mi disse soltanto che non si sentiva bene ma non era niente di grave. Sapevo non era vero, mia madre non si sarebbe mai messa a letto senza preparare da mangiare per una cosa da niente. Nessuno rispose alla mia domanda “Ma cos’ha?”, così me ne andai in camera mia, tanto quel giorno nessuno aveva fame. Non voglio fartela tanto lunga. Io ero sicura fosse successo qualcosa di brutto, così mi misi a origliare, cercavo di captare qualsiasi bisbiglio passasse tra i muri e alla fine misi insieme quello che era successo. Mia madre ai grandi magazzini quella mattina aveva messo nella sua borsa due detersivi, uno era un vim. Ma un guardiano solerte l’aveva vista. Quel guardiano non si era accontentato di risolvere la faccenda con la distinta signora. Quel guardiano – o si chiama addetto alla sorveglianza? – era un giovanotto ambizioso. Portare quella donna al direttore gli avrebbe fatto fare un figurone. Davanti agli occhi increduli dei clienti – la maggior parte dei quali sicuramente conosceva quella donna – la aggredì, prese a strattonarla e le intimò di aprire la borsa. La donna balbettava, lui con la forza le strappò la borsa e tirò fuori le due confezioni trionfante, con aria cattiva. All’epoca credo non fossero neanche 500 misere lire. Non contento la prese per un braccio e la trascinò via. Mia madre non era una ladra, avrebbe pagato quei fottuti detersivi. Ammesso che per un attimo avesse deciso di risparmiare quelle due lire, chissà. Ma è certo che non era una ladra. Quando arrivò in direzione si sentì male, chiamarono mio padre che pagò la merce lasciandogliela là e se la portò a casa. Da quel giorno mia madre non uscì di casa. La vergogna e l’umiliazione erano stati così forti che cadde in sorta di prostrazione che la rese muta, assente. Una depressione che le è costata carissima, a lei come alla sua famiglia. Un vim e un detersivo per i piatti. Capisci? Si vedeva a occhio nudo che non poteva essere una ladra, che sarebbe bastato riprenderla con cortesia. Ma l’arroganza e le prove di forza sono il pane degli stupidi, e gli ambiziosi a volte possiedono quella stupidità.
Te la ricordi adesso quella delicata signora elegante dall’aria modesta? Te la ricordi mia madre signor direttore, allora eri un sorvegliante, signor direttore…»
«Vanna scusa, è stato tanto tempo fa.. non so.. »
«Te la ricordi? »
«No so.. mi sento confuso»
«Te la ricordi? »
«Ero giovane, credo di…»
«Te la ricordi? »
«È una vecchia storia…non… »
«Te la ricordi? »
«Sì va bene, sì, sì, me la ricordo…»
«Bene. Perché quando ti ho visto ti ho riconosciuto all’istante. Adesso prenditi la tua roba e vattene. Sono contenta di sapere che sei lo stesso bastardo che dava fastidio anche alle ragazzine tanto tempo fa. »
Vanna aprì la porta. Adriano era titubante, tremava, l’aria spavalda era scomparsa, perfino i suoi capelli tinti sembravano essersi afflosciati.
«Vattene»
«Io.. io…»
«Vattene. Anzi no, aspetta un attimo»
Vanna prese il vim dal tavolo.
«Ecco prendilo. È ottimo per cancellare le macchie. Te lo regalo. »
Adriano era immobile e con le scarpe in mano.
Vanna lo spinse fuori.
Poi chiuse la porta e si riabbottonò la camicetta.

La missione (Un ragazzo e un partigiano)

images (2)

Nella penombra della stanza echeggiavano rumori di spari, lamenti di uomini morenti. Nino incuriosito entrò e vide un ragazzo con lo sguardo incollato a un monitor. Il ragazzo non si accorse della sua presenza, così Nino prese una sedia e gli si sedette accanto. Non doveva avere più di sedici anni, era intento a muovere una scatola grigia sulla superficie del tavolo. La mano non mollava la presa, sembrava incollata.
«E vai, beccati questa, t’ho preso!» Urlò il ragazzo. Nino nel monitor notò un uomo con una divisa tedesca che giaceva accanto a un cumulo di terra in una pozza di sangue.
«L’hai ammazzato tu?» Domandò timidamente al ragazzo, ma quello sembrò non sentire e continuò a picchiare sui tasti.
«Quel tedesco lì… l’hai ammazzato tu?» Riprovò con cautela.
«Shsh, zitto, sono vicino all’obiettivo, devo finire questa missione.»
«Una missione? Che missione?»
«Il cuore del Reich». Rispose il ragazzo senza staccare gli occhi dal video.
Nino a quella parola trasalì, il tedesco era una lingua che lo inquietava:
«Il cuore del reich? E cos’è?»
«È la missione 11, sono alla fine, non mi distrarre. Vai.. così, attento alle spalle!»
Il ragazzo aveva urlato di nuovo, tanto che Nino si voltò di scatto per vedere chi avesse lui alle spalle: ma nella stanza non c’era nessun altro. Allora comprese che a doversi guardare alle spalle era l’uomo nel monitor.
«Chi è quell’uomo?» Sussurrò Nino.
«Sono io, cioè lui è Miller, ma sono io…»
Nino era confuso, gli uomini nello schermo in bianco e nero erano veri, sembrava una ripresa di qualcosa che stava accadendo, la registrazione di un’azione di guerra. Inchiodò lo sguardo al monitor e la paura ricominciò a farsi sentire. Era la stessa paura che aveva dovuto combattere a lungo i primi tempi, dopo essersi arruolato. Era stupito che al contrario il ragazzo fosse così tranquillo. Quell’uomo, Miller, non aveva la stessa divisa degli altri e il nome non era tedesco, forse era americano, o forse il suo era un nome in codice.
«Qual è la tua missione, o quella di Miller, non ho capito bene.»
«Devo neutralizzare le postazioni tedesche all’interno del Reichstag».
Nino non conosceva il tedesco, ma di tedeschi però ne aveva sentiti parlare, quanto bastava per sapere che la pronuncia del ragazzo non era un granché. E comunque lui il tedesco non lo sopportava, quindi cosa diavolo fosse il reichstag proprio non lo voleva sapere. La prima volta che li aveva sentiti, i tedeschi, era acquattato nel fondo di una grotta, su nel bosco sopra Farneta. Lui e Mariano erano rimasti là dentro una notte intera senza nemmeno respirare per il terrore che i cani li scoprissero, immobili, al freddo, con le mani e i piedi che non li sentivano più e davvero quella notte aveva pensato di morire, con l’unica consolazione che era sempre meglio morire di freddo piuttosto che nelle mani dei tedeschi. Quando avevano sentito le voci allontanarsi ormai era giorno fatto, ma avevano atteso ancora prima di uscire e rimettersi in cammino. Il pomeriggio di quello stesso giorno avevano saputo che nell’imboscata i tedeschi avevano preso Ivo e Tonio. Li avevano portati giù al paese e li avevano trascinati per i vicoli a spintoni, nella neve, nudi e scalzi. Si erano fermati alla fontana, nella piazzetta, e un ufficiale aveva sparato un colpo in aria: le finestre erano rimaste tutte chiuse, nel silenzio spettrale di un paese che sembrava abbandonato. L’ufficiale urlava minacce contro quelle finestre in un italiano stentato, mentre i suoi uomini avevano le armi puntate contro Ivo e Tonio, in ginocchio davanti a loro. Poi l’ufficiale aveva riso a quelle finestre mute, una risata sguaiata che aveva fatto tremare l’aria fredda della valle, si era rivolto ai suoi uomini e aveva dato l’ordine di sparare. Ivo e Tonio erano rimasti a sanguinare sulla neve bianca, proprio lì, sotto gli occhi di tutti.
“Fai come ti dico e vendicheremo questo massacro, ho la mano ferita e non posso sparare, lo farai tu per me”. A parlare era stato l’uomo nel monitor e Nino gli fu grato perché lo aveva distolto dai brutti ricordi; ora che era riuscito ad allontanarli quando tornavano erano ancora più terribili. Non ebbe il coraggio di fare domande al ragazzo, vide che l’uomo si era alzato in piedi, aveva un fucile in una mano ferita e una bomba nell’altra. Il ragazzo sembrava essere al culmine della tensione, ma Nino non avvertiva il sudore dell’eccitazione bastarda che si prova un attimo prima di sparare. Per lui quello era uno strano modo di compiere missioni.
“Prendi il mio fucile e guarda la strada, il figlio di puttana è il generale Heinrich Amsel, responsabile dell’assassinio a sangue freddo di donne, uomini e bambini.”
Sullo schermo era comparso in primo piano un mirino puntato dritto sulla testa del generale. Nino, incredulo, stava col fiato sospeso: dunque era possibile uccidere un generale tedesco stando seduti al caldo? Come mai nessuno aveva mai parlato di quel marchingegno?
“Cecchino e cacciatore hanno lo stesso problema: spara al momento sbagliato e avrai perso per sempre la tua occasione. Ora concentrati, carica il fucile.”
Pochi secondi e il ragazzo spinse un tasto: partì uno sparo, giù un soldato, riprese la mira, un altro sparo e giù il secondo soldato e così anche il terzo.
“Ottima mira, sei un cacciatore nato.” Il soldato saltò da un muretto seguito dal mirino del fucile, Nino cominciò a capire che era il ragazzo ad avere il controllo di quell’arma.
“Fermo, la pattuglia armata. Dobbiamo trovare un altro modo per raggiungere Amsel, resta basso e seguimi. Presto, da questa parte – una breve corsa e furono all’interno di una casa in fiamme – per giorni ho strisciato come un ratto. In questo posto risuonavano le voci di amici e amanti. Quel tempo è passato. Ascoltami bene: un giorno le cose cambieranno, porteremo la guerra sulla loro terra, tra la loro gente”.
Uscirono dalla casa in fiamme e furono di nuovo all’aperto, in un’aria grigia di fumo e nuvole nere. All’improvviso si udirono voci e latrati di cani, i tedeschi dovevano essere vicinissimi. Nino cominciò a sudare e tremare. Il ragazzo invece sembrava impassibile.
“Ci hanno trovati, i tedeschi, andiamo – le fiamme intorno a loro erano sempre più alte – stanno cercando di bruciarci, stai giù, cerca di non respirare.” Avanzavano strisciando su un viottolo di pietre dure e aguzze. Nino poteva sentirle nella carne, il ragazzo invece sembrava non provare nulla. Erano circondati da spari e macerie.
“Stanno circondando l’edificio, dobbiamo fare presto, o ci ammazzeranno come cani. Corri.”

“BANG”. Un colpo, freddo, secco e il fucile sparì dal monitor.

«No cazzo, fottuto di un tedesco, mi ha preso!»
«Ti ha preso?»
«Mi ha ammazzato. Morto»
«Morto?»
«Morto morto, missione fallita!»
Il ragazzo aveva un’aria delusa, i suoi occhi azzurri sembravano un lago in una giornata di pioggia. Premeva sulla scatola grigia e le immagini apparivano e scomparivano dal video.
«Posso chiederti cos’è questa macchina?» Chiese Nino.
«Quale macchina?»
«Questa che stai usando, non l’ho mai vista.»
«È un Mac…»
«Mac? Non l’ho mai sentito. Ma tu fai parte di qualche brigata?»
«Brigata? Che brigata?»
«Io per esempio ero nella Brigata Garibaldi.»
«No, non l’ho mai sentita, è un video gioco nuovo?»
«Video gioco? Che cos’è?»
«Questo è per Mac e Playstation…»
«Non capisco ….»
«Ma da dove vieni? L’avrai visto un computer?»
«Sai, una volta, tanto tempo fa, io sono stato in questa casa, ma era tutto diverso. Sono rimasto tre settimane nascosto in un fienile, l’ho cercato, ma sembra non ci sia più. Tu sai ne sai qualcosa? »
«Un fienile? Qui? Mai visto.» Il ragazzo non si era mai voltato a guardare Nino in faccia, intento com’era a fissare il monitor.
«Peccato, ero curioso di sapere se c’era ancora la stessa famiglia, alcuni sono morti con me. Ci hanno preso per una soffiata.»
«Ma di che razza di video gioco stai parlando? Io me ne intendo, ma questo non l’ho mai sentito!» Intanto il ragazzo stava sfilando un disco argentato da una fessura.
«Gioco? Gioco dici? No, non era un gioco… ma tu… quello che hai fatto tu finora, cos’era? Non era una missione?»
«Era la missione di un gioco!»
Nino abbassò la testa confuso, un’altra volta sconfitto; era passato del tempo, avrebbe dovuto immaginare che le cose erano cambiate. Poi guardò il ragazzo, sperando che almeno una volta lui si voltasse e lo guardasse in faccia. Non si conoscevano, eppure avrebbe voluto la sua attenzione. Lo sguardo rimase appeso a un futuro a lui ignoto. La cosa lo rattristò. Poi disse mestamente:
«Però… chi ci pensava? Sai quante vite salvate se solo avessimo avuto un marchingegno come questo? Ivo, Tonio, io, Mario.. sai quanto sangue e dolore avremmo risparmiato?»
«Sono i tuoi compagni di gioco?» Chiese distrattamente il ragazzo.
«Sì…. – rispose Nino sorridendo – erano i miei compagni di gioco.»
Il monitor adesso era nero. Clic. Spento.
Finalmente il ragazzo si voltò di scatto, quasi avesse avuto un’improvvisa illuminazione:
«Ora che ci penso, ma tu chi sei, come hai fatto a entrare?»
Nella stanza regnava la penombra e il silenzio, tutto era come sempre e non c’era nessuno.

Un unico, diverso particolare, accanto a lui una sedia vuota che prima non c’era.

Nella foto:
Antonio Boschieri nato a Biadene nel 1921, partigiano sul Monte Grappa col nome di battaglia “D’Artagnan”. Combattè nella Brigata G. Matteotti come comandante del battaglione Zecchinel. Combattente amato e stimato dai compagni di lotta, partecipò a moltissime e pericolose missioni e azioni culminate nei tragici combattimenti del settembre 1944 durante il rastrellamento del Grappa da parte dei nazi-fascisti. Catturato, fu a lungo torturato ma non rinnegò le sue idee nè tradì i suoi compagni. Fu impiccato ad Arten di Feltre il 27 settembre del 1944. Aveva 23 anni…

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Una notte Armanè

Questo racconto è stato premiato al primo posto del concorso nazionale Premio Mimosa, del Comune di Narni nel 2010.
Lo pubblico nella versione video, letto dall’attore Franco Picchini, che mi ha fatto questo regalo.

La motivazione della Giuria:
La narrazione è condotta con originalità e forza espressiva, dirette a connotare con capacità affabulatrice e senza dissimulazioni il modo di sentire della protagonista, il suo muoversi in un labirinto intrapreso per conoscere di  se stessa luoghi inesplorati.
Per conseguire questo obiettivo la scrittrice  si avvale di contenuti figurati che mettono a nudo la peculiarità dell’esperienza raccontata dalla protagonista, senza tentazioni nei territori del luogo comune.
I pretesti narrativi escogitati per evocare, senza richiamo diretto, suggestioni di intensa carica emozionale, rinviano alla migliore tradizione stilistica e letteraria.
Il risultato è un racconto avvincente e compiuto che immerge il lettore in un’atmosfera di naturalezza sensuale e di passionalità.

L’AMICA A PEZZI

2amiche

Quel venerdì di luglio alle otto di sera l’afa non aveva ancora smesso di tormentare. L’appartamento di via Tripoli era nella penombra, dalle persiane abbassate filtrava appena un po’ di luce. In cucina la tavola era apparecchiata per due, c’era odore di frittata. Ada tagliava i pomodori cercando di eliminare i semi, che così si digeriscono meglio, mentre Carlo era incollato come tutte le sere alla sua poltrona che ascoltava i titoli del telegiornale. Non riusciva a smettere di sudare, la pelle era un tutt’uno con la stoffa acrilica della sua poltrona, la stessa da più di dieci anni.
Dopo la grande mostra di Firenze, da domani esposte a Roma le due statue dei bronzi di Riace. Resteranno al Quirinale per due settimane. Vinti a Como i 500 milioni del primo premio della lotteria di Monza”.
“Carlo è pronto…”  Chiamò Ada dalla cucina.
Carlo con quel caldo non aveva fame e borbottando tra sé abbandonò malvolentieri la sua poltrona.
“Non sapevo nemmeno fossero qui i bronzi di Riace, certe volte mi dimentico perfino dove vivo.” Alzò il volume della tv. L’ultima notizia che preannunciava un’ondata di mal tempo, arrivò proprio quando stava per mettersi a tavola.
“Oggi caldo torrido, domani freddo. Impossibile non ammalarsi con questa stagione. Hai chiamato Adele per sentire come sta?”
“È sempre a letto, la febbre non è scesa. Il dottore ha detto dovrà fare delle analisi se continua così.”
“Ma ci capiranno davvero questi medici oggi? Sembrano tanto più dotti, ma mi pare che vadano per tentativi. Intanto a casa non ci vengono più neanche se stai per morire e ti curano per telefono.”
“Vuoi il vino o la birra?” Chiese Ada davanti al frigo aperto.
In quell’istante squillò il telefono, Carlo si alzò di scatto ignorando la domanda, quasi temesse di perdere quella chiamata. Ada rimase con la bottiglia di vino in una mano e quella di birra nell’altra.
“Vado io sarà Amanda.”   Era Amanda infatti.
“Pronto… ciao bambolina, tutto bene?”
Dall’altra parte, a mille chilometri di distanza, Amanda si sentì sollevata nel sentire la voce paterna, dolce come fosse ancora una bambina. Suo padre riusciva ancora a chiamarla bambolina, di solito ne era infastidita, ma in quel momento le piacque.
“Sì babbo, abbastanza bene. Sto partendo. Arrivo alle sette e mezzo domani mattina.”
“Ti vengo a prendere allora. “
“No, stai tranquillo, che poi ti tocca correre per andare in ufficio. Prendo un autobus dalla stazione. Se il treno non ritarda sarò a casa prima che tu esca.”
“Come vuoi. Tanto comandi tu. Fa’ buon viaggio allora. Vedi di dormire su quei cosi, se ci riesci.”
“Quei cosi” erano le cuccette. Carlo non ne aveva mai preso una.
“Grazie, da’ la buonanotte alla mamma, ci vediamo domani.”
“Ciao piccola mia, a domani. Buonanotte.”
Quella era l’ultima volta che Carlo avrebbe sentito la voce di sua figlia.

Loredana e Amanda si erano conosciute una sera alla stazione di Santa Maria Novella. Loredana aveva notato che nel frastuono dei ragazzi che bivaccavano sul marciapiede, Amanda era l’unica in compagnia di un adulto. Di solito al binario 16 parcheggiavano le carrozze che poi venivano aggiunte al treno delle 22:30 diretto in Sicilia. A quei tempi funzionava la regola dell’assalto alla diligenza: per gli studenti era obbligo risparmiare e all’apertura di quelle carrozze dovevi farti largo nella ressa per accaparrarti un posto a sedere per la notte, altrimenti toccava farsi il viaggio seduti sui trespoli o a terra lungo i corridoi. Loredana aveva notato quella ragazza che continuava a guardarsi intorno quasi fosse alla ricerca di qualcuno per farci il viaggio assieme.
“Babbo perché non te ne torni a  casa?” Aveva chiesto la ragazza all’uomo.
“Io me ne vado quando t’avrò sistemata sul treno.” Aveva risposto lui con un’ostinazione che non ammetteva repliche.
Quella sera a star fermi faceva freddo, l’inverno quell’anno stava facendo il suo mestiere, il cielo plumbeo del pomeriggio prometteva neve. Amanda continuava a guardare l’orologio e non vedeva l’ora di salire su quel maledetto treno, qualsiasi fosse stata la sistemazione, almeno sarebbe stata al caldo.
Poi a forza di fissarla Loredana incrociò lo sguardo di Amanda e questa senza pensarci due volte piantò in asso il padre e si diresse verso di lei.
“Scusa posso chiederti una cosa?” Esordì.
“Certo.”  Loredana aveva già capito.
“Io devo andare a Villa San Giovanni. È la prima volta che viaggio da sola. Se non vi secca potrei fare il viaggio con voi?”
“Certo che puoi. Io sono Loredana, scendo a Lamezia, un po’ prima di te.”
“Grazie infinite. Io sono Amanda, prendo il bagaglio e arrivo.”
Poi Amanda si rivolse al padre:  “Ho trovato compagnia babbo, puoi andare.” Gli disse afferrando la valigia. Carlo non avrebbe voluto lasciare sua figlia in mezzo a degli sconosciuti senza vederla partire e a malincuore salutò Amanda raccomandandole di telefonare non appena fosse arrivata.
“ Sei di Lamezia?” Amanda chiese a Loredana.
“Sì, vado a casa per natale, qui ci studio. Tu invece?”
“Io qui ci sono nata, sto andando a trovare il mio fidanzato, è calabrese. È la prima volta che faccio questo viaggio, vado anche a conoscere la sua famiglia. Un sacco di novità da affrontare tutte in una volta.”
Loredana notò che si era accesa una strana luce sul viso di Amanda che l’aveva illuminata tutta. Capì subito che doveva essere innamorata di quel ragazzo e un po’ la invidiò. Lei ancora quel grande amore che tutti dicevano si dovesse incontrare alla loro età non l’aveva trovato.
“Non preoccuparti, faremo il viaggio insieme.” La rassicurò Loredana.

A quasi mille chilometri di distanza quella stessa notte Carmine non riusciva a prendere sonno. Le coperte gli sembravano troppe, si scopriva, poi ricominciava a sentire freddo, le ritirava su. Muoveva di continuo le gambe senza riuscire a trovare una posizione comoda. Guardò l’orologio sul comodino: le 12 e 40, a quell’ora Amanda era già sul treno. Siccome non c’era verso di dormire, decise di alzarsi e andare a prendere un bicchier d’acqua. Scalzo, per non fare rumore, aprì la porta della sua camera. In corridoio c’erano i bagliori giallognoli dell’albero di natale in salotto, che in quel periodo dell’anno rimaneva acceso anche di notte. Suo padre stava russando rumorosamente e la cosa non gli piacque per niente. Aprì la porta della camera che sua madre aveva preparato per Amanda, la richiuse e si stese sul letto per sentire se il ronfare di suo padre fosse percepibile anche da lì. Dovette constatare amaramente che suo padre sembrava un trombone nella casa silenziosa. Non gli restava che sperare che Amanda  avesse il sonno pesante e la cosa non la disturbasse più di tanto. Ci teneva a far bella figura, voleva che ad Amanda piacesse la sua famiglia, la sua casa, il paese dov’era nato. Lei era così fine ed elegante. Da quando avevano cominciato a stare insieme, ormai da un anno, Carmine continuava a sorprendersi che quella ragazza avesse scelto lui così scuro e introverso, con il suo accento marcato e le sue mille insicurezze. Lei così bionda e delicata, solare e determinata, con il suo accento aspirato.
Ad ogni modo guardandosi intorno gli sembrò che la stanza che avrebbe ospitato Amanda era stata resa accogliente. La madre aveva comprato una copertina di raso rosa apposta per lei, con un tappetino coordinato ai piedi del letto. Dalle pareti erano stati staccati i poster inguardabili di sua sorella, che aveva abitato quella camera prima di sposarsi. Lei non l’aveva presa bene, ma poi se n’era fatta una ragione.  Ad Amanda sarebbe piaciuto.
“Vorrei vedere dove hai vissuto, il paese dove sei nato, conoscere la tua famiglia.” Gli aveva chiesto qualche settimana prima mentre erano seduti sulla sponda dell’Arno che in quel momento brulicava in un tramonto invernale nitido.   Amanda lo guardava con gli occhi grandi e innamorati e a Carmine cominciarono a tremare le ginocchia. Era rimasto spiazzato: portare una ragazza a casa sua equivaleva a prendersi un impegno. Aveva già conosciuto i genitori di Amanda, all’inizio il padre era stato diffidente – non era entusiasta all’idea che la sua unica figlia si fosse innamorata di un ragazzo che viveva a mille chilometri di distanza e magari gliel’avrebbe portata via – ma Amanda l’aveva rassicurato: Carmine voleva fare l’avvocato a Firenze, per questo era venuto a studiare giurisprudenza in quella città. Per Carmine invece era diverso, lui ai suoi che si era innamorato di una fiorentina non l’aveva detto proprio, sapeva che avrebbero storto il muso.
“Moglie e buoi dei paesi tuoi, arricordatillo Carminù. I ditti antichi anu sempre ragiuni.” Erano state queste infatti le parole di sue madre quando aveva annunciato che per natale avrebbe ospitato un’amica.
“U nda  famiglia a natale st’amica tua?” Aveva chiesto la madre sospettosa.
“Ce l’ha ma’..”
“Sta guagliuna ti piaci…” Aveva nicchiato il padre sornione.
Carmine si era sentito il sangue salire e aveva esitato: “Sì.”
“Carminù statti attento, ca a pensanu differenti. Tu a di pinsari a studiari a Firenze. U posto tuo ca’ è, chista è la gente tua. Arricordati sti’ paroli i mammata.”
Il padre, che ascoltava masticando pane e aveva senso pratico più della moglie, bevve un sorso di vino, guardò il figlio e disse:
“Va bene Carmine, facci conoscere questa fiorentina, a patto che non perdi la testa e continui a studiare.”
A Carmine sembrò di aver scalato una montagna, forse la prima della sua vita. Era sicuro che Amanda, bella e signorile com’era, sarebbe piaciuta a tutti. Del resto lui, anche se non aveva mai detto niente, da lì se ne voleva andare.
E adesso tutto era pronto per “la fiorentina”. Soltanto sua sorella Evelina, la maggiore, aveva decretato che  una forestiera non era una cosa buona. Carmine aveva pensato che era perché Evelina era gelosa della sua camera, anche se era sposata da più di cinque anni.
Intanto s’era fatta l’una e mezzo, Carmine si decise ad abbandonare il letto dove avrebbe dormito Amanda, sistemò la copertina di raso rosa e se ne tornò nella sua camera. Suo padre ancora russava e per lui era ora di dormire, che l’indomani sarebbe stato un giorno importante.

treno-1Alla stessa ora, nella semioscurità del treno, Loredana e Amanda parlavano fitto in mezzo agli altri ragazzi addormentati uno sull’altro. In quella notte si confidarono pensieri, esperienze, speranze, ambizioni come si può fare a vent’anni. Quando per Loredana fu il momento di scendere era ormai giorno fatto. Si salutarono con la promessa di rivedersi non appena rientrate a Firenze: erano diventate amiche. Amanda continuò a salutare Loredana finché non la vide sparire. C’era il sole e si vedeva il mare, l’aria era limpida come fosse estate. Amanda fece il resto del viaggio guardando la Calabria dal finestrino, le sembrava acerba e bellissima, aspra e dolente, assolata e calda perfino a natale. Era felice di esserci. Avrebbe amato quella terra come amava Carmine.

Finite quelle vacanze Amanda e Loredana tornarono alle loro rispettive vite e dimenticarono la promessa di rivedersi. Loredana fu assorbita dallo studio, quanto ad Amanda, l’amore la condusse verso un imprevedibile destino.
E chissà come andò, ma molti anni dopo, durante una passeggiata da piazza Santa Croce verso i lungarni, una mattina Loredana all’improvviso si ricordò di quella ragazza alta, bionda, elegante, conosciuta durante un viaggio in treno. Lo sguardo luminoso dei vent’anni si fece strada negli anni alle spalle. Loredana ormai si era sposata e viveva a Bergamo, da più di quindici anni. Firenze però le era rimasta nel cuore, così ogni tanto tornava a passeggiare nei vicoli del centro storico dove aveva respirato idee ed esperienze. Ne aveva conosciuta di gente in quegli anni.
“Amanda, si chiamava Amanda”. Se la ricordava bene quella notte  in treno, quella sola unica notte in cui s’erano confessate nel buio dello scompartimento la vita che avevano davanti. Nel poco tempo insieme, avevano afferrato il senso dell’esistenza l’una dell’altra, come succede in certi incontri nei quali ti dipingi per quello che sei. Chissà se Amanda aveva sposato il suo Carmine e coronato la sua bella storia d’amore.
I pensieri portarono Loredana ad addentrarsi nel reticolo di viuzze che adesso erano pieni di negozi di souvenir e cianfrusaglie cinesi. Arrivò al 25 di via Tripoli senza neanche rendersene conto e scorse i nomi sul citofono. In quello stabile vivevano quattro famiglie ma lei non ricordava il cognome.
“Cerca qualcuno?” Una voce la costrinse a voltarsi di scatto come se fosse stata sorpresa a rubare. Un uomo anziano, ricurvo, dall’aria mite, le stava davanti.
“No… cioè sì. Conoscevo una ragazza che abitava qui tempo fa. Si chiamava Amanda, passavo da queste parti e mi stavo chiedendo se viveva ancora qui.”
L’espressione dell’uomo cambiò di colpo, come se su quel volto segnato dal tempo si addensassero tutte le nubi oscure incontrate nell’arco della sua lunga esistenza.
“La conosceva bene Amanda?”  Le chiese cupo.
“Per la verità no, ci siamo incontrate una volta soltanto, poi ci siamo perse, lei stava andando a trovare il suo fidanzato in Calabria. La conosce?”
“Sì signora, la conoscevo. L’ho vista crescere in questa strada. Non avesse mai fatto quel viaggio.”

In quella foto Amanda era esattamente come Loredana la ricordava, il bianco e nero la restituiva al passato in cui si era fermata: Amanda a venti anni. Adesso Loredana sapeva che quella foto era l’unica cosa rimasta di lei a memoria futura. Questo le aveva detto il vecchio piangendo lacrime che avevano risvegliato un dolore sopito. Chissà quante volte si erano incrociate sui treni senza più incontrarsi e chissà se l’avesse incontrata, se l’avesse cercata come le aveva promesso. Loredana fissava la foto:  pensò che non si può cambiare il corso del passato, ma gli occhi celesti di Amanda chiedevano vita. Giustizia no, perché non ne avevano avuta. Ma vita sì.

362994702-5Amanda dopo un’ultima telefonata a suo padre che annunciava il suo ritorno a casa era sparita. Sparita, come spariscono certi oggetti che metti da qualche parte e qualcosa che non sai cos’è se li porta via. Sparita. Come un coniglio dal cilindro di un mago. I suoi genitori l’avevano cercata invano per anni, poi la madre non era sopravvissuta al dolore per quell’unica figlia scomparsa. Suo padre, senza altri figli o parenti, era rimasto il solo a cercarla.
Amanda in Calabria aveva incontrato un paese che non c’è, qualcosa che aveva letto sui giornali o visto alla tv, ma era stato diverso vederli, i morti ammazzati per strada. Era toccato prima al padre di Carmine, poco dopo il suo primo viaggio in Calabria. Amanda non aveva ascoltato niente e nessuno ed era corsa da Carmine. Avrebbe dovuto capire certi silenzi, certe reticenze, le mezze frasi, i toni taglienti. Ma lei quel ragazzo lo voleva. L’amore maturo sa quello che vuole e va dritto davanti a sé senza ascoltare ragione, coraggioso fino all’incoscienza. Amanda aveva lottato con le unghie e con i denti per portare via Carmine da una faida sanguinosa che lei non poteva e non voleva comprendere. Per lei era semplice: era convinta che esiste la giustizia a questo mondo. E aveva cominciato lei ad andarci, da un giudice, a raccontare quello che aveva visto e sentito. Poi subito dopo Carmine fu ferito alla testa in un agguato. Amanda aveva preso il primo treno e l’aveva riportato a Firenze, l’aveva curato e aveva convinto anche lui che era semplice, che c’era una via d’uscita da tutto quel sangue. E così anche Carmine aveva parlato con quel giudice. Solo che poi lui in Calabria al suo paese c’era dovuto tornare e lì chi parlava era un’infame e lui non avrebbe potuto vivere da infame. Al giudice disse che Amanda l’aveva costretto e confuso, rinnegando ogni singola parola. Eppure Amanda ancora non si arrese, tornò, dura come quella terra che si ostinava ad amare. Continuava a credere che fosse semplice: l’amore come la giustizia.
Finché, dopo quella telefonata al padre, di Amanda non si ebbero più notizie: il nulla la ingoiò senza sputarne i resti.

Molti anni dopo un pentito fece il suo nome, disse che qualcuno aveva ordinato che quella forestiera doveva morire: Amanda era stata uccisa, il suo corpo fatto a pezzi e gettato in mare. I suoi assassini erano stati assolti per insufficienza di prove. Il processo l’aveva uccisa per la seconda volta: senza tomba, senza memoria, senza appartenenza, come certe meteore che si staccano e attraversano l’atmosfera per qualche secondo di luce e poi si spengono andando a morire chissà dove.

OLYMPUS DIGITAL CAMERALoredana pensava che quello era lo stesso mare che aveva solcato Ulisse, pensava a se stessa che lo aveva dimenticato andandosene da quella terra amata e maledetta. Pensava a quello che non aveva fatto, alla colpa per non averla difesa, al suo accento che aveva vissuto come una vergogna di cui liberarsi. Pensava ad Amanda fatta a pezzi per averla voluta, quella stessa terra.
Osservando la foto sperava che un dio qualsiasi, nell’azzurro doloroso di quel mare, avesse ridato vita a quello sguardo. Magari avrà rimesso insieme i suoi pezzi. Magari ne avrà fatto una sirena per il prossimo Ulisse.

Dedicato a Rossella Casini

Piccola storia magica

opera-Varvaro G

Lo faceva ogni notte da quando aveva otto anni: aspettava che in casa tutto tacesse  e quando era sicuro che tutti dormissero, lui prendeva la sua coperta, si calava dalla finestra, andava a stendersi sull’erba umida e si metteva a studiare il cielo. Disteso, con le mani incrociate sotto la testa, fissava le traiettorie e definiva i perimetri finché non aveva ricostruito la mappa delle costellazioni. Solo allora cominciava a viaggiare tra lo sfavillio di quei punti luminosi chiamati stelle.
Là fuori  – quando tutto si fermava e finalmente taceva,  mente e cuore compresi  – imparò il mistero della  vita  destinato soltanto ad alcuni, di solito nobili cavalieri invisibili; riconobbe nel suo essere qualcosa di diverso e non ne fu felice perché  comprese presto di essere  un corpo estraneo che si aggira nella giungla di una vita smargiassa.
A volte si addormentava, e solo quando il freddo della notte lo svegliava si convinceva a tornare al suo letto, chiedendosi quali sogni covassero suo padre, sua madre, suo fratello, che dormiva sonni pesanti nella sua stessa camera e del quale invidiava la giusta incoscienza del vivere la sua età che a lui non era stata concessa.
Le stelle lo ascoltavano, quando da bambino gli sembrava che nessuno lo facesse. Le stelle lo amavano, perché tutte le sere erano lì puntuali ad aspettarlo, pronte a luccicare nel buio simili a lucciole inafferrabili, nonostante lui le sfidasse una a una in una lotta impari che lo lasciava sopraffatto.
Sotto quella volta di cielo immensa era  parte di una vita che non comprendeva interamente, che sentiva nel contempo  fuori  e dentro se stesso,  una cosa indefinibile che mai imparò a tradurre in parole perché non ne possedeva abbastanza, una cosa che ti chiama, ti afferra, ti sbatte come un’onda contro lo scoglio, da una parte e poi dall’altra, ti molla con violenza e ti riacchiappa con dolcezza, ti stringe, ti leva il respiro e poi ti libera.
Tutta la vita avrebbe cercato una donna che vedesse nelle sue mani non solo le cose che quelle mani sapevano fare, ma quella luce che dentro gli faceva male. Lui sapeva che era una e una soltanto perciò sarebbe stato difficile trovare quella che lo avrebbe fatto perdere come quel cielo immenso sotto il quale aveva pianto,  riso e abbracciato il suo corpo che il tempo della gioventù aveva scolpito simile a quello di un divinità  greca.
Quando i suoi capelli e la sua barba crebbero e furono lunghi e forti, tanto da non lasciarlo mai più, tutti lo ritenevano un anticonformista fuori dal comune e non c’era una via di mezzo –  fossero coetanei , insegnanti o parenti – la gente o lo detestava o lo amava. Diventò buono e leale, forte e coraggioso, e per sempre arrabbiato con il suo essere diverso perché pensava di non essere all’altezza. Non sapeva bene da che parte cercarsi, ma non si piegava di fronte a niente,  la sua vita segnata a bordo delle macchine da corsa. Nessuno avrebbe immaginato che all’ombra della sua bellezza mascolina della quale non fu mai consapevole, il ragazzo delle stelle non aveva perso il suo vizio.
Alto, forte e sano aveva rinchiuso il bambino che era stato tra le sue ginocchia e se l’era portato addosso con tutte le sue insicurezze,  marchiato dalla velocità e dalla solitudine. Diventò padre prima di diventare un marito solo perché un giorno un bimbo che non aveva procreato gli buttò le braccia al collo chiamandolo papà, ne sposò la madre e fu un buon padre. Cambiò case e lavori tante volte seguendo una sola regola: mai compromessi.
Dalle stelle aveva imparato ad essere fedele,  perché esse lo erano state con lui, avevano continuato a essere il suo rifugio eccezionale, baluginavano anche durante il giorno quando nessuno era in grado di vederle.
Se fosse esploso in un momento qualsiasi, sarebbe stato un pulviscolo iridescente, miliardi di particelle luminescenti,  avrebbe lanciato in orbita miliardi di stelle gravide di altrettante stelle, avrebbe potuto illuminare un’intera città.
Quando tutto questo accadeva Anna non era  ancora nata. Tuttavia, poiché non possiamo sapere se prima di nascere esistiamo da qualche parte, sono quasi certa che lei fosse là sopra nella volta celeste sotto forma di  un punto un po’ più luminoso di altri.
E senza saperlo l’uomo delle stelle l’aveva vista e fu così che un giorno, quando perse tutto e tutti lo avevano abbandonato perché non possedeva più niente, lui si rese conto che aveva perso solo delle cose. E le cose, in fondo, non hanno alcun valore, perché mutano con il mutare dell’esistenza. Invece le stelle nel cielo immenso  c’erano sempre  e sempre le stesse e, guardandole, l’uomo si sentì ricco anche quando fu senza niente. Si ricordò di quel punto un po’ più luminoso di altri del quale aveva seguito l’evoluzione per tutta la sua esistenza e comprese che era lì che doveva andare, perché le cose passano, ma le stelle restano.

Quando questo accadde Anna era nata e senza che lei lo sapesse l’uomo delle stelle la trovò.

CAMERA CON SVISTA

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Dalila era rinchiusa in grande stanza senza odori, vuota, muri bianchi e puliti, non una finestra, un mobile o un segno qualsiasi. Andava su e giù per la stanza cercando nella testa un indizio, qualcosa che le rivelasse cosa fosse successo e perché fosse rinchiusa là dentro. Non sapeva quanto tempo fosse trascorso, quando fosse arrivata, come, da dove.
«Devo cercare di ricordare… Tutto questo è assurdo; qual è stata l’ultima cosa che ho fatto? con chi ero? dov’ero? » Ma come la stanza, era vuota anche la sua testa.
«Forse sono impazzita e questo è una specie di manicomio. Ma allora perché non c’è un letto? Perché non ci sono infermieri?» Si rialzò di scatto e si avventò contro la porta chiusa prendendola a calci, con tutta la forza che poteva mettere insieme. Qualcuno doveva pur sentirla.
« Mi sentite? C’è qualcuno?» Picchiò invano contro la porta finché le mani non cominciarono a farle male e si accasciò esausta come un sacco vuoto. Pianse a singhiozzi fino a che il pianto diventò un lamento flebile. Esausta e disperata, finì per addormentarsi sul pavimento.
Si svegliò senza sapere quanto avesse dormito. Potevano essere state dieci ore come dieci minuti. La testa però faceva meno male. Non sapeva quanto le sarebbe toccato rimanere là dentro, chiuse gli occhi ascoltando il suo respiro finalmente più regolare, cercando di immaginare come si potesse vivere in una stanza vuota: senza tempo, senza memoria, senza ricordi, senza identità, senza niente da fare. Solo lei e il suo dannatissimo respiro. Pensò allora di varcare la porta e vedere cosa ci fosse là fuori. Era nella condizione perfetta per costruire un desiderio, un desiderio legato al momento, non ai suoi personali bisogni dei quali, non ricordando niente di sé, non aveva alcuna cognizione.  Non poteva fare altro che concedersi l’immaginazione. Cercò di abbandonarsi e, con sua sorpresa, Dalila si accorse che il corpo rispondeva ai comandi e in breve si sentì rilassata. Così finalmente aprì la porta: cosa vorresti Dalila?
«Vorrei sentire gli odori prima di tutto, qui dentro non ci sono». Si fermò ad annusare l’aria e un profumo delicato le invase le narici, come di mele zucchero e cannella. Cercò di respirarlo a fondo fino a sentirlo intenso e a poco a poco un senso di tepore le riscaldò il corpo indolenzito. Si mosse, sempre a occhi chiusi, piccoli passi lenti tastando l’aria intorno. Poi aprì gli occhi.

Pioppi argentati dalle cime altissime mossi da un vento delicato ondeggiavano lenti sui rami flessuosi; fiori gialli e rosa, fiori carnosi e rossi tra i cespugli, erba alta, arbusti ridenti, ricami di felci. Il verde poteva trasformarsi in azzurro e l’azzurro in verde.  Di nuovo sentì il profumo di mela zucchero e cannella, cercò  il luogo dal quale provenisse quel profumo, ma non vide niente che assomigliasse a una casa o almeno niente che potesse rivelare una presenza umana. Si incamminò. Le scarpe erano comode, le gambe rispondevano bene. I suoi passi non producevano rumore. Calpestò foglie secche, spezzò arbusti con le mani, ma niente, soltanto silenzio ovattato.

«Forse sono morta. Mi trovo nel luogo dove vanno i morti, un luogo dove si possono sentire odori, ma nient’altro. Morendo dunque perdiamo la nostra identità. Non ci portiamo dietro niente».
“Attenta Dalila – le disse una voce da dentro – quello che stai vedendo è prodotto dal tuo desiderio, non sai se è davvero quello che sta dietro la porta.” Era vero, stava camminando nel suo desiderio.
Voltò lo sguardo sul lato destro e sullo sfondo, oltre la vegetazione, vide il mare. Un mare calmo e celeste. E c’era ancora lo stesso odore: di mela, zucchero e cannella.

Poi all’improvviso sentì un alito e l’odore sparì, c’era qualcuno accanto a lei, come se l’aria fosse stata spostata dal movimento di un corpo. Aprì gli occhi e si ritrovò di nuovo nella stanza vuota, stesa sulla superficie dura del pavimento. Vide il bianco delle pareti intorno e la porta. La porta.
La porta era socchiusa.
Si alzò di scatto, intontita per il risveglio brusco, c’era un uomo di fronte a lei: era piuttosto giovane, bello, vestito di nero, con una chitarra in mano. Stava in piedi contro il muro e la stava fissando, due occhi neri puntati su di lei come se volessero rassicurarla. Senza riuscire a parlare, Dalila si perse in quello sguardo eterno, cercando là dentro una risposta prima che arrivassero le parole. Temeva queste potessero essere sgradevoli, non era sicura di essere pronta ad ascoltarle. L’uomo se ne stava in silenzio, perfettamente immobile.
«Chi sei? Puoi dirmi dove mi trovo? Perché sono qui?»
Silenzio.
«Come ci sono arrivata?»
«Quante domande tutte insieme, dormivi così beata!» L’uomo le sorrise.
La voce, la voce dell’uomo, dunque poteva sentirla. Quella voce aveva finalmente spezzato quell’orribile silenzio.
«Perché non si sente niente,  ma posso ascoltare la tua voce?»
L’uomo si sedette incrociando le gambe e imbracciò la chitarra.
«Comprendo la tua curiosità, ma dovrai avere  ancora un po’ di pazienza, aspettiamo un’altra persona. Di solito è sempre in ritardo. Io invece ho il vizio della puntualità, ma purtroppo senza di lui non posso iniziare. Appena sarà qui, capirai tutto. Però nel frattempo posso suonare e questo potrai sentirlo». L’uomo cominciò a pizzicare le corde e la stanza fu invasa da una melodia soffusa. Dalila avrebbe voluto chiedere ancora, parlare, avere risposte, ma l’uomo aveva cominciato a suonare e si era spostato da un’altra parte, del tutto concentrato sullo strumento. La musica però era dolce e le dita dell’uomo si muovevano agili e rapide tra gli arpeggi.  Dalila notò che aveva belle mani,  osservava la sagoma scura contro il bianco della parete e ascoltando la musica la paura nella sua mente lasciò il posto alla disponibilità e alla pazienza. L’atmosfera di beatitudine fu però interrotta bruscamente, la porta si spalancò di botto ed entrò un secondo uomo: alto, magro,  con la barba e i capelli corvini, anche lui vestito di nero e visibilmente affaticato.
«Scusa Dalì». Disse l’uomo ansimante per il fiatone.
Il primo uomo smise di suonare e lo guardò severo, scuotendo la testa.
«Proprio non ti riesce eh Mirò?» Poi però gli  sorrise.
«Un attimo che mi riprendo, ho fatto una corsa folle. Evitami la predica».
«Io ci rinuncio alla predica, tanto non serve, ormai sono rassegnato, ma lo sai che la puntualità per noi è la regola. Potrebbe essere pericoloso ritardare. Finora c’è andata bene, ma non è detto che vada sempre così».
«Eccola, sento che sta per arrivare…»
«Cosa?»
«La predica che dici di non voler fare. È più forte di te. Forza dai, falla così la facciamo finita».
Lo sguardo di Dalila rimbalzava da uno all’altro senza riuscire a trovare lo spazio per insinuarsi in quel botta e risposta strampalato. Mirò, Dalì… che razza di nomi erano? Nomi in codice, sicuramente, pensò.
«Mirò ogni volta è la stessa storia. Proprio non ti entra in testa». Dalì adesso era visibilmente spazientito.
«Non cominciare con la tua aria da saputello. Non la sopporto. Va bene, tu sei il bravo ragazzo e io la pecora nera. Ma di che ti lamenti poi? Mentre aspetti, suoni! che poi è l’unico momento in cui lo puoi fare. Dovresti ringraziarmi invece di rompere».
«Dannazione Mirò, ma possibile che non capisci che qui non è questione di me o di te? Anche a me non piace, ma ci hanno messo insieme e si dia il caso che non sono solo io ad aspettarti. Almeno a questo dovresti pensare».
«Va bene,  come al solito stai facendo sto’ casino per un quarto d’ora, forse nemmeno»
«Ancora? Ancora non ti entra in quella testa dura che qui il tempo non c’è più? Non lo contiamo più quindi non è questione di tempo?»
«Facevo per dire, sai benissimo cosa intendevo, non fare sempre il precisino»
«Eppure lo sai che non posso cominciare senza di te! È una questione di rispetto»
«Senti Dalì, chiariamo una volta per tutte: non l’ho chiesto io di stare con te. E poi tu da quel balcone sei saltato giù perché l’hai voluto. Io invece da quella finestra sono caduto, ca-du-to! Non dovrei stare qui, e tu lo sai. Se permetti mi girano e parecchio»
«Sei tu che continui a dire che sei caduto, ma non eri alla finestra a sbattere il tappeto o dare l’acqua ai gerani. Avevi fatto una scommessa e l’hai persa, no? E poi a te chi te lo dice che io volevo buttarmi? C’hanno messo insieme apposta perché siamo imperfetti tutti e due. Quindi basta con le tue lagne che qui non servono»
Dalila era sempre più allibita, ascoltava senza capire, gli occhi rimbalzavano da una parte all’altra come una pallina su un tavolo di ping pong. Poi trovò  il modo di dire qualcosa, perché a quanto pareva quei due si stavano proprio dimenticando della sua presenza.
«Insomma, volete dirmi che cosa succede? Mirò, Dalì, ma voi chi siete?»
Mirò e Dalì simultaneamente si voltarono a guardare Dalila  come se la vedessero per la prima volta.
«Ecco hai visto? Hai rovinato tutto come sempre. L’hai fatta innervosire, e può essere dannoso maledizione!»
«Io? Bello, se tu non avessi fatto il tuo pistolino a quest’ora avevamo bell’è finito»
«Mirò, tanto io e te non ci prendiamo e non ci prenderemo mai. Tanto perché tu lo sappia ho fatto domanda di nuovo per cambiare compagno. Ma intanto che dobbiamo stare insieme cerchiamo di venirci incontro. A me piace la precisione e a te no. Io prendo sul serio le missioni che mi vengono assegnate e tu no…
«Fermo fermo fermo…. In altre parole tu saresti il bravo ed io il coglione?»
«Non ho detto questo, dicevo solo che siamo diversi. Non è questione di bravo o coglione e meglio o peggio. Siamo diversi. Punto. E ora se non ti dispiace occupiamoci di Dalila».
Dalila sgranò gli occhi per la sorpresa.
«Conosci il mio nome?» Chiese.
«Certo Dalila»
«Quindi puoi spiegarmi perché sono qui»
Mirò pensò bene di intromettersi in quello che gli sembrava si stesse trasformando in un idillio, aveva notato un tono complice tra i due e la cosa gli piaceva poco.
«Dalila perdona il ritardo e scusaci per questa discussione idiota alla quale hai dovuto assistere. In effetti noi siamo qui per te –  mise una certa  enfasi su quel noi  – vedi, ti trovi nel Guado del Limbo dei…
«Mirò non correre, prima bisogna presentarsi, dobbiamo rispettare gli step del protocollo….»
«Gli step del protocollo? Ma ti senti come parli? Io me ne frego degli step del protocollo e comunque smettila di interrompermi sempre, stavo appunto per presentarmi…»
«Ma hai cominciato dalla fine! Bisogna essere precisi perché le ritornino memoria e consapevolezza»
«Tu sei proprio appiccicato ancora alle righe della dispensa, te le ripassi ogni mattina o la sera prima di andare a nanna, invece di dire le preghierine?»
«Ricominci?»
«Io? Ma se hai ricominciato tu!»
«Insomma basta – sbottò Dalila – smettetela di litigare, mi sembra di impazzire. Voglio sapere dove mi trovo.»
«Dalila io sono Dalì, è il nome che mi hanno assegnato quando sono arrivato. Ci troviamo nel luogo dove vanno dopo la morte quelli che hanno scelto di mettere fine alla propria vita»
«Dunque sono morta, e questo è l’inferno»
«No, non sei ancora del tutto morta, diciamo così. E questo non è l’inferno. Come vedi siamo in una stanza vuota, asettica. Qui tutto è così. È un luogo intermedio, non ci sono le fiamme dell’inferno e nemmeno la luce del paradiso. Prima esisteva solo il limbo dei non battezzati, ma col tempo e soprattutto di recente i suicidi sono talmente aumentati che hanno deciso eravamo in troppi; così hanno creato un luogo apposta per noi….
«Va beh, comunque io sono Mirò e anch’io non è che in vita avessi il nome ridicolo del pittore famoso. Ci tengo a presentarmi anch’io. Poi ti spiega lui che come vedi è quello bravo.»
«Ti ringrazio Mirò. Vedi Dalila, tu hai tentato il suicidio ma non sei morta, adesso dall’altra parte sei in un letto d’ospedale che combatti tra la vita e la morte, per questo sei nel Guado del Limbo. Ti trovi a metà tra la vita e questo posto, dove potresti finire.»
«Ma perché non ricordo niente?»
«Perché fintanto che non avrai fatto un passo decisivo in una direzione o nell’altra non ti sarà concesso di ricordare. Anche se dovessi restare in vita, non ricorderai niente di tutto questo.»
«Lo senti Dalila come parla bene? Era il primo del nostro corso. Il più bravo di tutti»
«Smettila Mirò, vuoi dire qualcosa anche tu?»
«No no, fai pure, te la stai cavando benissimo. Solo non capisco perché dobbiamo essere in due visto che fai tutto da solo»
«Lo sai benissimo perché, non fare il finto tonto, dobbiamo essere in due, l’energia raddoppia, e non tendere tranelli per confondermi…»
«Tranelli? Quando mai? Qui il confuso sono io! Comunque Dalila noi dobbiamo raccontarti anche come siamo arrivati qui. Io personalmente sono ancora convinto sia uno sbaglio, perché dall’altra parte ero giovane e felice. Tra l’altro quando è successo la mia ragazza era nuda nel letto. Ti pare che uno scopa, a venticinque anni, nel pieno del vigore, poi si alza e si va a buttare dalla finestra? Voglio dire, magari lo fa se c’è qualcosa di storto, ma non era il mio caso. Eravamo innamorati, andavamo d’amore e d’accordo. Io lavoravo pure come dj in una radio, che era quello che volevo fare. Insomma io motivi per morire come un coglione non ne avevo…»
«Alt, che vorresti insinuare, che io sarei morto come un coglione?»
«Non intendevo questo, ma la mia è stata una fatalità balorda. Sono salito sulla finestra, nudo, solo per fare lo scemo, una goliardata. Poi però sono scivolato, la finestra era pure al piano terra! Ma porca vacca ho battuto la testa e pum! Morto sul colpo, ma non sono un suicida, questo ci tengo a precisarlo. Ho già fatto domanda di trasferimento. Tre volte. Prima o poi si romperanno le palle e mi dovranno mandare via.»
«Complimenti per il linguaggio. Dimentichi un particolare però: le lettere. Quelle le avevi scritte, le hanno trovate e parlavano con insistenza di morte, quasi esaltandola come scelta di un atto eroico e ribelle, più o meno questo era il tono, no?»
«Che c’entra, leggevo libri, erano tempi di contestazioni, a vent’anni tutti pensiamo a queste boiate e vogliamo sentirci eroi e qualche stupido come me le boiate le scriveva anche. Questo non dimostra affatto che sono salito su quella finestra con l’intenzione di buttarmi di sotto. Ero anche uno pauroso, figuriamoci!»
«E tu Dalì?» Chiese Dalila provocando il disappunto di Mirò per l’interesse che sembrava provare per il compagno.
«Io ero un musicista e anch’io sono saltato giù, nel vuoto, da un balcone del quinto piano. Ma vedi Dalila, chiunque scelga questo modo di morire non è mai veramente convinto, per questo sono definiti suicidi imperfetti. È un impulso, certo provocato da un malessere, ma chi dice che dieci secondi in più concessi al pensiero non ci avrebbero fermati? Spararsi, avvelenarsi, tagliarsi le vene, impiccarsi sono modi orrendi di morire, atti di coraggio se vogliamo, proprio perché si scelgono con freddezza. Saltare nel vuoto invece, non è mai un vero gesto di morte, ecco perché anche tu ti trovi in una stanza vuota…»
«Aspetta un attimo Dalì…. Forse le tue parole mi stanno facendo ricordare … si sta muovendo qualcosa»
«È un buon segno Dalila, rilassati e non forzare, è segno che potresti essere in tempo a tornare indietro e che noi siamo sulla strada giusta – Dalì posò la chitarra e si avvicinò a Dalila – la nostra energia sta funzionando.»
Mirò, un po’ spiazzato, provò ad avvicinarsi anche lui. Prese la mano di Dalila ma quella la tirò via bruscamente come se avesse preso la scossa.
«Shsh… fermi… quella che vedo sono io… sì, sono io. Sono nella cucina di casa mia, c’è una bottiglia sul tavolo, delle pillole. Sono stanca, ma calma, e le sto ingoiando, una dopo l’altra….
«Pillole? Pillole hai detto?…» sbottò Mirò scattando in piedi.
«Sì.. sono delle pillole bianche, piccole…»
«Sonniferi…. Sono sonniferi! Ma non è possibile!»
«Aspetta Mirò….
«Ma ti  rendi conto Dalì? Ha sbagliato di nuovo…»
«Cosa succede? Chi ha sbagliato?» chiese Dalila intimorita
«Ma come chi? Quella cretina del centro smistamento. Dalì lo vedi anche tu no?»
«Mirò lasciamo stare adesso, stiamo funzionando, è già dall’altra parte, non ha importanza adesso»
«Ma non si possono fare di questi errori e per giunta ripeterli. Ma come si fa a mettere a un centro smistamento una che dopo aver letto su internet la pagina di un cretino di santone sui miracoli dell’acqua ossigenata, decide di suicidarsi con quella perché voleva una morte dolce? Ma beviti l’acido muriatico come tutti no? No! Lei si è fatta fuori una bella sfilza di bottigliette di acqua ossigenata manco fosse l’acqua benedetta di Lourdes! Voleva una morte delicata lei! A quella il cervello le si è ossigenato, altro che!»
«Non capisco, cosa succede?» Dalila era spaventata.
«Succede che  in questa stanza ci sei per una svista, avrebbero dovuto affidarti a chi si è suicidato nel tuo stesso modo.  Noi ci siamo catapultati nel vuoto…. Beh, a dire il vero lui, io non proprio….»
«Smettila Mirò, non è il momento, ne parliamo dopo con la direzione…»
«Ma è la terza volta che sbaglia! L’ultima volta con quella che s’era tagliata le vene. A me già l’idea del sangue mi fa svenire, che gli dico io a una così?»
«Cazzo Mirò basta, datti una calmata…. Dalila come ti senti?»
«Strana, non riesco più a seguirvi, le parole  vanno e vengono, ho la testa confusa, come se fossi sul punto di addormentarmi…»
«Bene così Dalila, ti addormenterai da qui a poco… aspetta…. Guarda… – Dalì prese la chitarra e ricominciò a suonare – è il mio modo di salutarti Dalila. Stai tornando alla vita. Forza Dalila, vai. Ascolta la musica e torna, mi senti Dalila?  A me manca la vita, qui….»
Dalila guardò prima Mirò e gli sorrise debolmente, poi si voltò verso Dalì e con le labbra accennò un bacio, un attimo prima di chiudere gli occhi.
«È andata Dalì…. Beata lei – disse Mirò – nemmeno si ricorderà niente. Questa cosa di restituire alla vita gli imperfetti e non essere neanche ringraziati, ecchecazzo, non mi piace per niente. Che sorte ingrata.»
Dalì  smise di suonare e rise.
«Invece se ci pensi è una cosa straordinaria, far tornare le persone in vita voglio dire… – poi si fermò, pensieroso –  però sai che ti dico Mirò? In fondo mi sei simpatico…»
«Io? Ma se non mi sopporti!»
«Vero. Ma devo ammettere che non perdi mai la grinta, non ti rassegni. Questo mi piace.»
«E perché dovrei? Hai visto mai che uno di questi giorni mi sfasci la tua fottutissima chitarra in testa, mi addormento per la botta e quelli magari si accorgono finalmente che è stato un errore e mi rimandano dall’altra parte? Io qui ci sono per sbaglio, per sbaglio. Che dici, Dalì… può succedere no? Magari prima o poi succede davvero che torno anch’io di là.»

 

L’immagine è di Ramon Casas i Carbó “Nudo” (1894)

Il caffé di Alba di D.G.

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       Il caffè di Alba

 “Un macchiato, prego.”

“Per me normale.”

“Lungo, macchiato caldo, grazie.”

“Ecco il suo macchiato, a lei lo zucchero,  il suo dolcificante…. Oh buongiorno dottore! Come va? I soliti? Ha visto piove anche stamattina? Questa primavera si fa desiderare…”

Quelli che stanno arrivando sono il professor Trani e sua moglie, devono essere le sette e quaranta. Butto un occhio all’orologio sulla parete. Infatti spaccano il minuto, tutte le mattine puntuali, dal lunedì al venerdì.

“Il macchiato per il professore, normale per la signora”.  Non faccio in tempo a posare le tazzine che il professor Trani ha già trangugiato il liquido bollente in un sorso solo, poi comincia a guardare la moglie, impaziente, ostentando un tremolio nelle gambe per dirle di fare in fretta. Lei invece il caffè lo beve lentamente, a piccoli sorsi, come se nel nuovo giorno dovesse entrarci piano, si vede che non muore dalla voglia.

Non avete idea di quante cose si capiscano dal modo di prendere un caffè a osservare da questa parte del banco. Io, la vostra barista di fiducia, potrei raccontarvi tante di quelle cose sulla vostra vita che vi sorprenderebbero.

Ad esempio il professor Trani e sua moglie non sono una coppia felice, non hanno fatto sintesi della loro diversità. Il professore è uno sempre di corsa, ha l’ansia nello sguardo e si nota lontano un miglio che guarda la moglie sempre con il tacito rimprovero di non stare al suo passo. Lei invece sembra rassegnata ed è taciturna. Sono lontani, ognuno nel proprio mondo. Io metto sempre i loro caffè uno accanto all’altro, perché mi sembra che così quelle due tazzine calde vicine, magari anche solo per un attimo, è una cosa per loro insieme. Tipo due cuore e due caffè. Che ci volete fare, non è che sono romantica, è che io non faccio solo caffè, e il caffè non è solo caffè. Qui dentro in mezzo alle tazzine ci passa la vita e io ci vivo e osservo. Così a forza di fare caffè, io entro nella vita della gente che passa da qui.

La signora Caterina stamattina è in ritardo, di solito arriva un attimo dopo i coniugi Trani e io se non la vedo mi preoccupo.

“Un macchiato, Alba”.

“Arriva Gino”.

Gino appoggiato al banco sbocconcella indolente il suo cornetto alla marmellata. Porta sempre gli occhiali sul naso e – bisogna dirlo – non ha l’aria proprio intelligente. Si guarda intorno come se volesse carpire tutto: i pettegolezzi, le notizie del giorno, i fatti degli altri. Che volete farci? A volte pianta lo sguardo addosso a qualcuno e non lo distoglie neanche se l’ammazzi, ma non se ne accorge poverino.

“Ecco il tuo macchiato Gino”.

“Grazie Alba”.

Però è gentile. Ringrazia sempre. Le mani di Gino sono grossolane e annerite dalle cromatine, sono goffe sul bianco della tazzina. Beve il suo caffè tutto d’un fiato e sempre dopo aver finito il cornetto. Sulle labbra gli rimangono lo zucchero a velo e gli spruzzi del macchiato, che se potesse ci infilerebbe anche il naso in quella tazzina. Ma lui non se ne cura. Va alla cassa, paga, e se ne va lemme lemme nella sua bottega, proprio qui di fronte, dove aggiusterà tacchi e sistemerà suole fino a stasera, come tutti i giorni, che quattro figli di questi tempi sono duri a crescere e lui vuole che studino. Di ciabattino in famiglia, come dice sempre, ne basta uno solo.

“E a me chi le rifà le scarpe?” Gli ho detto una volta.

“Che vuoi che sia! Ormai le scarpe si ricomprano, le butti via, mica si aggiustano più”.

Ho pensato che aveva ragione, non ci affezioniamo più alla roba che invecchia.

Eccola. Sta arrivando la signora Caterina, in ritardo sul solito orario. Lei il caffè lo prende normale.

“Il caffè deve essere caffè. Specialmente quello del mattino. Nero e bollente, ti deve svegliare. Giuseppe Parini, cara Alba, qualche secolo diceva “ma se nojosa ipocondrìa t’opprime, de’ tuoi labbri onora la nettarea bevanda”.  Da lei imparo sempre qualcosa.

“Buongiorno Caterina, siamo in ritardo oggi”.

Le metto il caffè fumante sulla tazzina e accanto ci metto la zuccheriera. Lei allunga la sua mano elegante, con le dita lunga e affusolate, senza smalto. La fede all’anulare e il solitario che brilla. Fin dalla prima volta che l’ho vista mi sono innamorata delle mani della signora Caterina, che ha le mani da pianista e infatti il pianoforte lo suona. Ha un’età indefinibile, è sempre impeccabilmente semplice ed elegante, con un bel viso perfino adesso che è segnato dal tempo. L’unico vezzo è un velo di rossetto che le accende appena le labbra e lascia un alone delicato sul bordo della tazzina, come una lieve farfalla perlata. La signora Caterina è rimasta vedova due anni fa. Da quanto è morto il marito viene qui tutte le mattine. Dice che alla fine ci si abitua a tutto nella vita, ma alzarsi dal letto e farsi il caffè alla macchinetta piccola per sé sola, proprio non le va.

Sedersi in cucina e sorseggiare il primo caffè del giorno, ascoltando il silenzio della casa, credo le faccia sentire il vuoto. Almeno è così che la immagino io.

Ha preso l’abitudine di venirselo a prendere al bar sotto casa quel caffè. Il frastuono che c’è qui dentro a quest’ora l’aiuta a cominciare la giornata senza sentire il peso del vuoto che la schiaccia. Si vede che il marito le manca molto. Io li vedevo passare spesso, sempre insieme. Una volta mi ha confessato:

“Io non ho avuto figli, il Signore ha voluto così, ma ti auguro di trovare un uomo come il mio Giorgio e di essere felice come lo sono stata io.”

Mi sono commossa, sono rimasta come una scema senza sapere che dire. Per fortuna il suo caffè era pronto e comunque dietro di lei c’era Lucia che già vociava come al suo solito.

“Ho chiesto un caffè per piacere, ho fretta”. Lucia sa essere insopportabile.

La signora Caterina, che è una signora per davvero, ha preso la sua tazzina delicatamente e, senza nemmeno voltarsi o degnarla di uno sguardo, con gli occhi chiusi l’ha assaporato come se fosse davvero nettare. Poi ha salutato augurando buona giornata ed è uscita. Più tardi, verso la fine della mattinata, la sentiremo suonare. Prima o poi le chiedo se posso andar su in casa sua ad ascoltarla, che mi dà un senso di pace.

Intanto però ho lanciato un’occhiata torva al mio collega, perché invece Lucia proprio non la reggo. Lei il caffè lo prende con il dolcificante, lo so, ma a lei però io non glielo porgo, che se lo prenda pure da qualche parte sul banco dove l’hanno lasciato. È prepotente, ha sempre da ridire su tutto, deve stare al centro dell’attenzione. E lascia sul bordo della tazzina un tocco di rossetto rosso fuoco del chilo che si è stesa sulla labbra prima di uscire di casa.

“La mattina qui è un’impresa prendere un caffè”. Dice tintinnando una sfilza di braccialetti mentre sbatacchia il cucchiaino nella tazzina per sciogliere il dolcificante nel suo caffè. Il suv parcheggiato in seconda fila qui fuori è il suo, nonostante il suo negozio sia a poco più di cento metri da qui. Potrebbe tranquillamente parcheggiare e poi venire a piedi. No, lei invece lo lascia lì con le doppie frecce e poi va a parcheggiare dopo.

Ma volete mettere la sculettata mattutina quando esce dal bar? Apre la portiera, butta la borsa griffata sul sedile e monta in macchina. Deve darle una soddisfazione immensa. È per quella sculettata che viene al bar, mica per il caffè.

“Alba, mi metteresti da parte due sandwich al salmone e un vassoio di bignè? Oggi viene un venditore da Milano e non possiamo perdere troppo tempo per il pranzo.”

Ovviamente la spiegazione è d’effetto, donna in affari si sente Lucia.

“I bignè misti?” Domando.

“Misti vanno bene. Mi porti tutto in negozio per l’una e mezza con due caffè.”

“Normali?” le chiedo con una punta di piacere, lo so che si indispettisce se le fai perdere tempo con domande inutili.

“Normali sì, certo, mica viene da New York, viene da Milano.” Ribadisce. Indispettita.

“All’una e mezza sono in negozio.”

“Grazie angelo”.

Angelo? A me? Ma chi ti credi di essere? Gira sto’ culo e vattene, lo sappiamo tutti che il suv lo lasci lì, tanto a te i vigili ti fanno un baffo che sei l’amante dell’assessore! Va beh, questo l’ho pensato ma non l’ho detto. Però è esattamente quello che pensano tutti quando stanno con lo sguardo appeso al culo di Lucia che ondeggia mentre esce dal bar, sempre fasciata in certi jeans che solo a guardarla  a me levano il respiro, tanto sono attillati.

Splash. La verità è che a lei il caffè glielo splasherei volentieri addosso. Una bella macchia larga sul petto.

“Oh come mi dispiace Lucia, che ho rovinato? Fendi? Prada? Armani?” Ci sarebbe una certa soddisfazione all’idea di aver offerto un caffè ad Armani.

Non sono invidiosa, a me d’Armani me ne frega il giusto. E poi, cosa vuoi invidiare a una poveraccia come Lucia che alla sua età è ancora ossessionata dal fisico perché il marito l’ha mollata per una molto più giovane. Da allora il livore l’ha devastata. Tanto che lo nasconde sotto quintali di fard.

Poi, alle nove, quasi tutte le mattine, finalmente si comincia a planare in discesa, dopo quasi due ore di carica polvere-stringi-premi bottone-afferra-servi, cinque gesti in sequenza che vanno praticamente in automatico insieme alla macchina del caffè. Ma stamattina, mentre sto per riporre le tazzine nella lavastoviglie, accade il fatto insolito. Quando lavori in un bar ti abitui che non c’è niente di straordinario in un fatto insolito, ma qui siamo in una piccola città di provincia e i fatti insoliti destano la curiosità collettiva. Vedo entrare un signore che già dall’aspetto lo noti subito che è forestiero. È alto, ben piantato, con una folta barba grigia, i capelli piuttosto lunghi. Indossa un giubbotto di jeans su una maglietta gialla con una scritta vistosa.

E adesso chi ci parla con l’americano? Perché non c’è dubbio: è americano.

“Buongiorno – dice l’uomo sorridendo. Ha una bella faccia, ispira d’istinto fiducia e buoni sentimenti – posso avere un caffè?”

Pronuncia questa frase lentamente, scandendo bene tutte le sillabe.

“Sicuro – faccio io – lungo?”

Do per scontato che lo vorrà lungo, gli americani se lo portano sempre in giro il loro bel bicchierone di carta col beverone dentro, almeno così sembra nei film.

“Siii, grrrazie   – risponde rotolando la r –  può metti due caffè, prego?” Aggiunge.

Io gli rivolgo uno sguardo d’intesa, ho capito al volo, come dire ok capo, ho afferrato. Così preparo due caffè. Poi gli mostro un bicchiere grande, di vetro, che di carta grandi non ce li ho, se no volentieri lo farei sentire a casa!

“Va bene qui?”

L’uomo annuisce, ripete un siiii prolungato. Miscelo i due caffè nel bicchiere, il liquido nero scivola morbido sul fondo. Poi aggiungo un po’ d’acqua calda e cerco di schiumare leggermente la superficie, vorrei assomigliasse il più possibile a un caffè americano. Ed eccolo qui il mio primo caffè americano servito a un americano. Mi sento ispirata. Afferro il cacao e, senza neanche chiedere, ma sento che apprezzerà, spolvero la superficie  con un velo di cacao amaro. Vorrei anche aggiungere un tocco di nocciolino ben freddo, ma mi astengo, non vorrei esagerare. Metto il mio bel bicchierone sul piattino proprio davanti a lui e gli porgo un cucchiaino lungo.

“Ecco signore, il suo caffè.”

Lui aggiunge lo zucchero e comincia a bere. In quel momento è il solo cliente nel bar. E io mi sento come se avessi appena fatto un esame e sto lì ferma ad aspettare il responso. Lo osservo e aspetto. Il mio primo caffè ad un americano non è solo un caffè lungo, ma un tentativo di imitazione dell’originale.

“Mmmmmm, buono”. Dice assaporando le labbra.

Tiro un sospiro di sollievo e mi sento soddisfatta. Lui continua a sorseggiare lentamente. A tratti mi guarda, come se stesse cercando le parole da qualche parte nella testa, allora decido di aiutarlo.

“Parla italiano?”

“Just un po’…” risponde mimando un gesto con le dita. Ha un’aria simpatica.

“Anch’io inglese, just un po’… “ E mimo lo stesso gesto, così lo metto a suo agio.

“Mi fatto regalo oggi”.

Mi starà dicendo che gliel’ho fatto o che glielo devo fare?

“What?” chiedo. E mi sento già un po’ americana.

“Caffè, buono, molto buono. Sentito che tu… care. Io guardato.”

Non sono sicura di aver capito, ma non mi va di essere scortese, care significa cura, lo so. Quindi a occhio e croce mi sta dicendo che gli ho fatto il caffè con cura. È vero.

“Sì. Mi piace il mio lavoro”.

Mi sento un po’ ridicola adesso, perché mi accorgo che ho preso a scandire le sillabe anch’io. È straordinaria la comunicazione tra due esseri umani che non parlano la stessa lingua. È straordinario comprendersi nonostante.

“Prima volta in Italia?”

Azzardo mentre continua a bere lentamente il suo caffè. Sembra lo beva piano perché duri più a lungo possibile. E penso all’improvviso che è così che bisognerebbe vivere: piano, godendosi i piaceri e gli attimi. Quest’uomo sembra così. Mi risponde con un sorriso, poi abbassa lo sguardo.

“Ssiii. Italia bella, really beautiful, but i am here for a woman, an italian woman.”

Wow, direbbero loro, l’ha detto troppo di corsa. E io devo fare mente locale per riacchiappare le parole che ho capito e cercare di metterle insieme. But, woman, italian woman. Ci sono: è qui per una donna. L’ho capito subito che questo è un uomo di quelli che hanno una storia da raccontare, una storia insolita. Se no col cavolo che ci mettevo tutta quella cura a preparargli il caffè.

“Love?”  Chiedo, e mi sento che sto andando alla grande.

“Sssiiiiii….” Sibila, ridendo felice perché ho capito.

Diamine! Vorrei chiedergli se per caso ne vuole un altro di caffè lungo, così mi racconta la storia, che oltretutto adesso non c’è nessuno. Ma quattro caffè in una botta sola magari poi gli fanno male.

Voglio dire, pensateci un attimo. Un uomo entra in un bar e bevendo il suo caffè confessa a una sconosciuta di essere in un paese straniero per una donna. La vita è così, se solo provi a entrarci dentro. E a me questo piace.

Mi chiedo come si dirà fortunata in inglese. Perché è quello che vorrei dire. Sento che questa donna è fortunata. Lucky, ecco… si dice lucky!

“Lucky!” Esclamo di botto.

“Me?”

“Lei also”. Rispondo, mi scappa un occhiolino e gli sorrido.

Lui ride di nuovo, di gusto, ha una bella risata, fa venire voglia di ridere, così rido anch’io e penso che gli uomini che sanno ridere meritano di essere amati alla follia.

“Sssii, bella storia. Beautiful love story. Love really can changes life. Io lasciato tutto in America per lei… By the way, I am Rob”. E mi porge la mano. È una mano grande, salda.

“Io sono Alba, welcome to Italy mr. Rob”.  Gli stringo la mano.

È un buon inizio.

“Grazie, thank you so much for the wonderful coffee Alba. See you tomorrow – si ferma un secondo e pensa – …. ci vediamo… domane?”

“Domani, mr Ron, si dice domani. Prego, a domani”. Sorridiamo entrambi.

Alle dieci esco fuori per fumare una sigaretta. Non fumo molto, ma una ogni tanto mi rilassa. Finalmente è uscito il sole, mi siedo al tavolino e ne accendo una. Tiro la prima boccata e guardo il cielo blu. Davanti a me c’è una tazzina vuota che ha lasciato qualcuno, la guardo e penso che dovrei imparare a leggere i fondi del caffè, ma poi penso anche che non ne ho bisogno. Io li capisco senza leggerli, quei fondi. In compenso arriva ad allietarmi una farfalla. Che fenomeno della natura straordinario sono le farfalle. È bianca, appena screziata di giallo e di nero, si posa proprio sul bordo della tazzina, forse vorrebbe dirmi qualcosa, tipo che la vita è bella, o magari soltanto che anche a lei piace il caffè, visto che staziona qualche secondo proprio su una piccola goccia rimasta appesa.

Io vivo di questi particolari. Non so se per tutti è così.

Poi la farfalla si stacca e riprende il suo volo. La seguo con lo sguardo finché non scompare alla vista. La tazzina adesso è sola al centro del tavolino. Penso che un po’ mi assomiglia. Intanto ho finito la sigaretta, la spengo. È ora di rientrare. Tra un po’ arrivano a turno per la pausa caffè quelli che lavorano nella banca qui vicino. Bisogna mi ricordi di chiedere come sta la moglie di Cesare, sembra un cucciolo spaurito in mezzo ai colleghi da quando hanno scoperto quel maledetto cancro.

A volte vorrei avere il potere di preparare pozioni magiche da miscelare nei caffè, a ognuno la propria, non dico per risolvere i mali del mondo, che sarebbe troppo ambizioso, ma almeno ingegnarmi per confortare quelli che li devono sopportare.

Perché è vero che mi guadagno da vivere facendo caffè, ma dietro ogni tazzina che preparo c’è una vita e io ho il brutto vizio di guardarla negli occhi.

Comunque anch’io ho il mio caffè: al mattino presto, quando suona la sveglia, io rimango ancora un po’ nel letto, mi piace stare sotto le coperte mentre Luciano sguscia subito fuori,  posso godermi quei dieci minuti di beato torpore nell’ozio senza pensieri. Lo ascolto mentre traffica in cucina  e mi piace aspettare: so che sta preparando il caffè, il primo della giornata. Quello è il mio. E lo prendo a letto, tutte le mattine, come una regina. Poi mi alzo e mi metto in moto, pronta a vivere una nuova giornata e a  rientrare nelle vite degli altri, anzi, domani lo metto il nocciolino freddo nel caffè di Rob, sento gli piacerà. E so che mi regalerà la sua bella storia.

Un caffè corto, prego. Per me normale, grazie. Per me invece lungo.

Corto.

Lungo.

Macchiato.

Caldo.

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