Il rumore del mare di D.G.

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Il rumore del mare

Da bambino qualcuno gliel’aveva raccontato. Nella memoria aveva conservato quel racconto. Non c’era traccia del volto o della voce, ma le parole sì, quelle erano rimaste.

–  E’ grande -.

Grande l’aveva fatto sentire parte di un mistero indecifrabile.

– E’ grande –

Quindi sai dove comincia ma non sai dove finisce. Aveva sentito tutto lo stupore per questa scoperta nella sua testolina di bambino.

– E’ grande. E’ grande – .

La parola risuonava nella mente mentre nel fondo dello stomaco si rimescolava qualcosa che non sapeva bene cosa fosse. Rabbia probabilmente, perché proprio non riusciva a immaginarlo.

– E’ blu. E brilla. –

Blu é anche il cielo. Quante volte, disteso sotto la quercia del cortile con la pancia per aria e le braccia incrociate sotto la testa, aveva fissato  il cielo pesando a quanto fosse grande? Quello era un blu che conosceva.

Ma il cielo non brillava. O meglio, a volte nelle notti chiare puoi vederci brillare le stelle, ma di giorno il cielo non brilla.

Così aveva chiesto:

– Brilla anche di notte? –

La voce si era fatta solenne, come se la risposta contenesse una di quelle verità che i bambini devono conoscere loro malgrado. Un segreto svelato insomma.

– Di notte é scuro. E  fa paura. –

Fa paura? In un secondo aveva fatto due conti: “Grande. Notte. Nero.”

Sì, doveva fare molta paura. Un nero grande fa davvero paura.

Poi c’era stata quella volta di Annetta. Una mattina l’aveva incrociata che usciva di casa, indossava dei pantaloncini bianchi a pallini rossi e una maglietta rossa a pallini bianchi. Se lo ricordava perché era stata lei poi a insegnargli che quelli si chiamavano pois, non pallini.

“Ciao… sto partendo”. Gli aveva detto di fretta con la faccia illuminata da un sorriso da bambina felice “adesso sono di corsa perché mi stanno aspettando, ma prometto di raccontarti tutto quando torno.”

L’ aveva vista sparire nella grande macchina blu – una delle poche allora che circolavano in paese – e aveva puntato gli occhi sui capelli biondi raccolti nel nastro bianco.

L’aveva seguita con lo sguardo fin quando non era stata un punto lontano: più  il punto si allontanava, più qualcosa gli mordeva lo stomaco. Quel giorno se n’era tornato a casa, non aveva avuto voglia di andare a dare due calci a un pallone in un campetto assolato con due ragazzini stupidi come lui. S’era disteso sul letto e aveva chiuso gli occhi.

“Ma quanto sarà  lontano?”.

Aveva tirato fuori da sotto il cuscino la cartolina spiegazzata, fissando per la milionesima volta la statua stagliata su una massa blu indistinta. Anche suo padre gli diceva sempre di non averlo visto mai. Poi una mattina all’improvviso aveva detto:

“Parto. Quando mi sarò sistemato verrete anche voi.”

“Lo vedrai?” Aveva chiesto.

“Si’…  e presto lo vedrai anche tu”.

Qualche settimana dopo era arrivata quella cartolina. Poi più niente. Aveva sempre immaginato che si fosse perso là dentro, in quel grande,  da qualche parte.

Col tempo aveva smesso di pensarci  e suo padre era rimasto un punto lontano inghiottito da quella massa blu sulla cartolina.

Annetta quand’era tornata aveva ancora lo stesso sorriso da bambina felice e gli aveva detto che era bello e che si era divertita moltissimo.

“Ma è molto lontano?” Aveva chiesto.

“Beh.. abbastanza”. Aveva risposto seria. Dal tono aveva dedotto che non doveva essere stato facile arrivarci. Era rimasto a guardare la pelle scurita di Annetta e per la prima volta si era sentito orfano. Più la guardava, più provava qualcosa che poi seppe chiamarsi invidia: lei  possedeva qualcosa che lui non aveva e chissà se avrebbe avuto mai.

Così era cresciuto con quel desiderio intenso, ma mai – mai – aveva cercato di soddisfarlo. L’aveva sepolto nel fondo dei suoi desideri. Mai si era dato la pena di cercare anche solo una fotografia che gli raccontasse qualcosa del mare.

Voleva immaginarlo, pensare come sarebbe stato quando davvero l’avrebbe visto. Sarebbe stato avverare il sogno più bello.

Finché un giorno accadde, nel bel mezzo di un pomeriggio d’estate  mentre Lisa dormiva nel letto grande con i bambini accucciati sul seno. Aveva scritto un biglietto, preso la macchina, ed era partito senza direzione.

Aveva guidato cercando di seguire la strada, per ore, senza fretta, lo sguardo fisso e la mente pulita. Aveva perfino perso la cognizione del tempo. Uno che va a svelare il mistero non ha tempo.

Era ormai quasi buio quando su una statale qualsiasi aveva individuato il segnale che cercava.

E all’improvviso, nella testa, erano rimbombate parole antiche: “E’ nero. E fa paura.”

Si fermò, chiedendosi se non valesse la pena aspettare il giorno. Vederlo per la prima volta di giorno.

Ma di colpo poi avvenne. Qualcosa, in lontananza. Un odore salmastro, pungente, denso di profumi ignoti al suo olfatto.

Il vento soffiava nel canneto, poteva scorgere il lento sollevarsi della piante e il loro lento ripiegarsi. Fiere, maestose, le canne si alzavano e si abbassavano come un respiro che andava e tornava. Il fruscio delle canne ne conteneva un altro, in lontananza.

C’erano gli ultimi bagliori del sole, uscì dalla macchina,  verso il canneto, sotto i piedi la terra era molle e pesante. Sabbia tiepida, morbida.

Chiuse gli occhi e lo sentì. Il rumore. Questo è il rumore. Questo finalmente è il rumore del mare: scrosci lievi che avanzavano, dolcemente scemavano in un ritmo lento, come un respiro che andava e tornava. Questo finalmente é il rumore.

Il rumore del mare.

Quando riuscì a riaprire gli occhi non c’era piu’ il bambino spaventato, né quello stupito dal mistero e nemmeno il ragazzino invidioso. E suo padre se n’era andato. Del resto non aveva voluto vederlo, nemmeno quell’unica volta che era tornato.

C’era il mare. Finalmente. Spumoso. Vivo. Grande. Blu.

Si liberò delle scarpe e si incamminò. Il vento lo incoraggiava sospingendolo delicatamente. Era vento di terra.

Qui la terra si incontra con l’acqua e non sai più dove finisce l’una e comincia l’altra.

Lo guardava: grande, blu, pieno di bagliori che non avevano fine fino all’orizzonte del sole. Era denso di odori mai sentiti prima.

Aveva camminato fino a sentire la sabbia sotto i piedi farsi bagnata, poi finalmente l’acqua, trasparente, nitida, fresca. Intorno non c’era nessuno, solo degli uccelli, accanto, a volare, sulla superficie dell’acqua.

Avrebbe potuto morire. Come aveva fatto a vivere senza?

Si bagnò le mani ed il viso, ingoiò quell’acqua salata. Il petto si squarciò  e quel che ne uscì  fu un urlo. Libero.

Si immerse. Perdendo lo sguardo.

Era grande. Era blu. Era immenso. Era pieno di bagliori infiniti fino all’orizzonte del sole.

E non faceva più alcuna paura.

Daniela Grandinetti

SognoRossoPeccato di D. G.

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   SognoRossoPeccato

 

Di nuovo lo stesso sogno. Quella notte era stata in un bosco e come sempre era nuda. Gli odori  nella terra umida dell’alba erano aspri e pungenti: il biancospino fiorito, le foglie umide marcite ai piedi delle querce, le cortecce intrise di muschio. C’erano raggi di sole simili a spade infilate tra i rami di castagni. Si aggirava tra i cespugli, le foglie le sfioravano la pelle, finché fu stanca e si stese.

Respirava l’universo nel suo corpo nudo, le gambe sulla superficie ruvida della terra. Abbracciava margherite selvatiche fino a impregnarsi del loro odore amaro, con gli occhi chiusi e la luce del bosco addosso. Il cuore era come languido, lento.

Un gemito.. un grido..  poi un sorriso al sole, e le guance bollenti tuffate nel fresco dei fili d’erba bagnata. Infine si era alzata ed era miracolosamente monda, sul corpo non c’era alcuna traccia della terra dove aveva posato il suo corpo.

Questo era tutto quanto ricordasse del sogno, quando non si è abbastanza svegli per capire né si dorme per sognare ancora. Il corpo tremava ancora sotto il cotone leggero della camicia e un sorriso affondò nel cuscino.

All’improvviso i passi nel corridoio la costrinsero ad aprire gli occhi e le ricordarono che era tardi. Il sogno l’avrebbe abbandonata appena avesse messo i piedi sul pavimento freddo. Succedeva sempre, ma era giusto così. Non ricordando, non aveva obbligo di confessare, pertanto quei sogni non erano motivo di turbamento se non per quei pochi attimi che seguivano al risveglio.

Del resto mai a nessuno aveva confessato di quell’uomo che un sogno non era stato: l’uomo che durante un viaggio, nel mezzo di una conversazione asettica nel vagone di un treno qualsiasi, improvvisamente le aveva detto con vocalità calda e profonda: “ho un desiderio folle di penetrarla”, senza una piega di incertezza nella voce. Tanta sfrontatezza l’aveva lasciata incapace di reagire e le era risultata piacevole. Era successo in un baleno: l’aveva visto alzarsi, far scattare la porta senza staccarle gli occhi da dosso. L’aveva visto compiere i passi che li separavano, prenderle delicatamente le mani, sollevarla in piedi. Non era riuscita a distogliere lo sguardo e l’aveva seguito, muta. Un ignoto senso di vuoto nella testa. Poi aveva sentito il freddo delle mani di lui frugarle sotto la gonna, il fiato dell’uomo sul collo, le mani che sollevavano la stoffa pesante e  all’improvviso un colpo secco che l’aveva scossa fin nella gola. Si era aggrappata a lui, non era in grado di capire: il respiro dell’uomo sul collo si era fatto affannoso, le sembrava che i respiri fossero due, ma non riusciva a comprendere di chi fosse l’altro. Era il suo? E da dove veniva? Poi l’uomo aveva spinto così dentro che aveva provato qualcosa di simile al dolore. Un sussulto, un tremore ed era caduta a sedere attonita, mentre un liquido le stava bagnando le gambe. Eppure era felice, anche se non trovava una sola parola da dire. Aveva alzato lo sguardo e aveva visto che l’uomo, rimasto in piedi, le stava sorridendo.

“Mi scusi”. Le aveva detto richiudendosi i pantaloni. Poi, voltate le spalle, aveva fatto scattare nuovamente la porta ed era uscito senza aggiungere altro.

In quel momento fu assalita dal terrore che non sarebbe tornato, sarebbe rimasta sola in quell’angolo, incapace di muoversi ascoltava il rumore metallico del treno sfrecciare sulle rotaie. Le sembrava di non avere più il suo respiro. Rimase immobile per istanti interminabili. Invece, dopo qualche minuto, l’uomo era ricomparso, ricomposto, si era seduto di fronte e le aveva detto con tono cortese:

“Se vuole usare il bagno è abbastanza pulito”.

Fu allora che le venne da ridere, comprese che non le importava niente di quell’uomo, chiunque fosse lei non voleva neanche saperne il nome. Voleva solo ridere. E pensò che – santo cielo – sì che doveva ripulirsi. Si alzò esitante, cercando di mantenere una posizione stabile. Era uscita e aveva attraversato il corridoio stretto con le gambe che tremavano. Al suo ritorno, l’uomo la stava aspettando in piedi. L’aveva salutata con una stretta di mano calorosa:

“Spero conservi un buon ricordo del nostro incontro. La saluto. La prossima stazione è la mia.”

La sua voce.  Quella non l’aveva dimenticata. Lo aveva guardato incamminarsi verso la stazione senza mai voltarsi, finché il treno aveva ripreso il suo rumore metallico.

Era passato tanto tempo. Il viso dell’uomo aveva perso i contorni, ma la voce no, non se n’era andata. Era soprattutto quando la risentiva prima di addormentarsi che faceva quei sogni strani.

 

Guardò la sveglia. Era tardissimo. Le succedeva sempre di arrivare tardi quando sognava. Non avrebbe dovuto. Si lavò  frettolosamente con l’acqua fredda, si sfilò la camicia e si infilò gli indumenti sulla sedia con gesti repentini e precisi. Uscì della stanza. Il corridoio era vuoto e silenzioso. Sapeva di essere l’ultima. Affrettò il passo verso la cappella. L’orazione delle sei era cominciata da un pezzo. Un raggio filtrava dalla piccola finestra in fondo al corridoio… dalla vetrata vide le sue consorelle con la testa china sui breviari. In quel momento avrebbe voluto ridere e dir loro: sorelle, che miracolo è ridere. È un dono del Signore, come pregare e sperare. Provò a chiudere gli occhi e a sentire l’effetto di una, due, tante risate libere amplificate nel silenzio. Che sensazione magnifica!

Entrò che stava ancora sorridendo mentre la madre superiora la stava guardando con disappunto, non sapeva se per il sorriso o il ritardo o entrambi.

Sentì le cosce pesanti sotto la tonaca e per un attimo rivide se stessa come nel sogno: bella, nuda, quasi evanescente.

Ma, come sempre, cosa in quel sogno fosse accaduto, per quanto si sforzasse, non lo ricordava più.

 

Però, inspiegabilmente, le accadeva sempre che un sorriso, all’indomani dei sogni, la accompagnasse durante tutto il giorno.

La festa di Sant’Antonio di D.G.

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                            La festa di Sant’Antonio 

Il 13 giugno era il giorno della grande festa. Poteva sentirlo per le vie del centro già una settimana prima nell’odore dolciastro dello zucchero filato e del torrone, con le noci di cocco a fette sistemate a cascata sotto lo zampillo d’acqua. Quelle però lei poteva solo guardarle: suo padre diceva che l’acqua era sempre la stessa e non era igienico mangiarle. Lo sguardo goloso di bambina avrebbe voluto agguantarne almeno una per sentirne il bianco succoso tra i denti. La noce di cocco è stato per lungo tempo il frutto proibito e quindi desiderato.

Riviveva ogni anno la festa, l’eccitazione febbrile che portava con sé, il brulichio di persone, il fermento di voci di strada, la fiera piena di colori e odori, le bancarelle che vendevano di tutto, e la giostra, anzi, soprattutto la giostra. La ruota panoramica, in particolare, da dove potevi guardare il mondo dall’alto e provare un senso di vertigine. Quella le piaceva da matti. Quell’euforia le arrivava dritta dentro tutti gli anni alla vigilia della festa e per molto tempo l’aveva accompagnata nel crescere. L’aria fresca e le rondini di giugno, la fine della scuola, l’estate alle porte, le vacanze che cominciavano.

La cosa che le piaceva di più era guardare: rubare l’anima alle cose e alle persone. Per la festa del santo Patrono i cosiddetti tamarri si facevano il vestito nuovo per la bella stagione. Una cosa che praticamente avrebbero indossato solo quella sera. Era un tripudio di laminati, pizzi, fusciacche, balze, trine e merletti. Sottane, orecchini vistosi, collane, bracciali, indossati tutti insieme, tanto chi sa quando me li metto. Una girandola di colori accostati in maniera improbabile, a volte perfino con pessimo gusto, ma che lei trovava bellissimi. Era un’autentica sfilata di stravaganza, manichini ingenui che portavano a spasso lungo il corso principale facce soddisfatte, allegre, sorridenti, quasi quel momento fosse l’arrivo una volta all’anno della felicità e grazie a Sant’Antonio!

La sera del 13 giugno c’era anche lo spettacolo con i cantanti sul palco allestito sotto il municipio, lungo il corso era un febbricitante rimestio di persone che camminavano accalcate, una addosso all’altra, un fiume di gente che nemmeno ti ci muovevi dentro. Le piaceva quel clima vivo. Le piaceva guardare tutta quella gente, sentiva di farne parte. Gente che il giorno dopo avrebbe riposto quel vestito nell’armadio come un cimelio pronto a essere portato alla prossima occasione importante: un matrimonio, un battesimo, chissà. O forse mai più. Era il vestito nuovo per Sant’Antonio. Gente che sarebbe tornata a lavorare nei campi, nelle officine; a pulire le case dei ricchi notabili, le donne; con i letti sempre rifatti, le coperte azzurre, o verdi, o rosa tenue, tonalità d’acquarelli, le balze ben tirate, i cuscini e la bambola vestita di pizzo proprio nel mezzo. La gondola o la torre di Pisa sulla televisione, portata da qualche parente, fortunato lui che aveva visto il mondo. Gente che sarebbe uscita da quella casa per la scampagnata del ferragosto, a  scialarsi in montagna o alla marina, con la pasta al forno e le melanzane ripiene, le tovaglie grandi, il vino e tutto quanto.

Però la sera del 13 erano tutti lì, a passeggiare come tacchini sotto l’illuminazione per Sant’Antonio, una galleria bianca intagliata a rosoni verdi, gialli, rossi e blu. E le tredici lampadine su tutti i balconi tutte accese per la festa.

Camminava, respirava, e si sentiva felice, con tutta quella vita tra le mani. Quando da ragazzina alle cinque del pomeriggio guardava dalle finestre, sentiva un soffio di vento leggero, le rondini sopra la testa, e pensava: stasera posso fare tardi.

E le sembrava aperto, il mondo. E il suo corpo, sciolto e leggero.

L’ago della bilancia di D.G.

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               L’ago della bilancia

 

Mia madre era obesa, oggigiorno si dice così. Provate a pronunciarlo: o-b-e-s-a. Ha un suono gentile, induce alla compassione.

Invece va detta la verità: era grassa. Grassa è una parola violenta e lei era proprio così: grassa. Se la pronunci avverti una specie di stizza liberatoria. Io la conosco bene. La stizza, intendo.

Io non avrei mica voluto essere grassa come lei, ma lei ha cominciato a ingozzarmi che ero ancora in fasce. Da che mi conosco, sono sempre stata grassa anch’io.

Quando cresci in mezzo al cibo e tua madre ti riempie il piatto facendoti ingurgitare succo d’uva alla fine dei pasti “per prendere le vitamine” – come amava dire – finisci per pensare che la normalità sia quella. Non frequentavo altri bambini, a parte delle cugine con le quali giocavo ogni tanto in casa e, sarà stata la parentela, non è che mi sentissi diversa da loro.

Da bambina mi piaceva da pazzi infilarmi tra le cosce di mia madre quando si sedeva sulla vecchia sedia di paglia che Dio solo sa come la reggesse. Io poggiavo la testa sulla sua pancia molle e mi lasciavo cullare. Tra le pieghe del grasso chiudevo gli occhi e mia madre diventava una grande mongolfiera che mi trasportava dolcemente. Vedevo prati e mare e case e comignoli con gli sbuffi di fumo e persone piccole piccole. Potevo volare. Leggera.

L’ago della bilancia non lo conoscevo, di sicuro il mio diceva che io ero una bambina felicissima. Vivevo in un piccolo mondo fatto di casa, radio accesa, rumore di pentole, bambole di pezza e la pancia di mia madre. I vestiti me li cuciva lei e anche i maglioni per l’inverno li lavorava lei. Ogni anno non c’era niente che mi stesse della stagione precedente.

Cresci”.  Mi diceva con il metro sulle spalle e gli spilli infilati sul petto, sempre a prendermi le misure. Non era vero: ingrassavo.

Una volta – lo ricordo per filo e per segno – per carnevale mi fece un vestito che non ho mai capito che maschera fosse:  un bustino con gonnellina a corolla verde smeraldo, calzamaglie bianche di lana  e delle vecchie scarpe nere con i lacci.

La domenica mattina ricordo mi svegliò e mi disse:

Oggi andiamo a passeggio che ti vesti”. Ero una bimba obbediente, quasi bovina direi. Mi alzai assonnata e andai in cucina, dove mi aspettava il solito vagone di latte addolcito da tre cucchiai colmi di zucchero con i biscotti fatti in casa. Quando li cuoceva – una volta a settimana – la fragranza sparsa per le stanze era un aroma caldo che proteggeva da qualsiasi male.

Dopo colazione mia madre mi trascinò in bagno e mi strofinò energicamente il muso e le orecchie con la sua manona bagnata. Mi portò in camera da letto e mi depositò davanti allo specchio.

Com’ero in quello specchio? E che ne so? Ero una bambina, ero io. Che ne sapevo di come erano gli altri?

Con il grasso che le ballonzolava addosso mia madre mi svestì e mi infilò una maglia di lana grossa. Cominciai a sudare, ma non dissi niente.

Così stai bella calda”. Mi disse.

Poi mi mise a sedere sul comò e mi infilò le calze e il gonnellino, sul quale applicò un gran fiocco, proprio ben in vista, sul sedere. Infine il bustino, con altri due bei fiocchi sulle spalle.

E qui avvenne la tragedia: nonostante i ripetuti tentativi di stringere quel maledetto bustino, che fecero diventare ricotta nello stomaco il mezzo litro di latte appena bevuto, non c’era verso che si chiudesse. La pancia rimaneva orribilmente scoperta, con la spessa striscia di lana della maglia che spumeggiava dai bordi. Prima che finissi per vomitare, mia madre rinunciò a stringere.

Mi pettinò la modesta quantità di capelli muovendo la spazzola con la grazia con cui si muove un piccone, e li strinse in un nastro giallo canarino, mentre io sentivo gli zigomi allungarsi fino a far male. Poi giù, un altro bel fiocco sulla testa, proprio nel mezzo.

Però mi ricordo pensai che con quel fiocco non mi sarei mai persa nella confusione delle strade di carnevale. E questo pensiero fu rassicurante, tanto che il sollievo sbloccò un rutto degno di un marinaio al decimo rum dopo la traversata dell’oceano.

Adesso, la parte più importante”. Seppi si riferiva al trucco: cominciò dagli occhi, disegnando una linea nera sulle palpebre sfumata verso l’esterno con il dito imbevuto di saliva. Inutile dire che la superficie del dito di mia madre era tale che tutte le volte la linea si trasformava in patacca all’angolo degli occhi. Dopo qualche inutile tentativo di correzione, decise che la patacca poteva comunque andare. Poi fu la volta della linea sulle labbra e di un rossetto rosso fuoco che ebbe cura di ripassare non so quante volte mentre mi stringeva delicatamente la mascella (non so se fu pura coincidenza la perdita dei denti di lì a poco) .

Io, immobile come una mummia che teme di disfarsi le bende, non vedevo l’ora di ritornare davanti allo specchio per vedere il risultato, ero emozionata.

E finalmente, quando mi vidi là dentro, un sorriso allargò i dieci strati di rossetto. Ero su un altro pianeta, o meglio, ero un’astronave venuta da un altro pianeta. Anzi, ora che ci penso: che fossi vestita da astronave?

Ad ogni modo voi esseri terrestri normali non potrete mai capire: quella non ero più io. L’ago della bilancia era alle stelle e mi brillavano gli occhi. Ero raggiante. E assolutamente incosciente d’essere ridicola.

Oggi andiamo a passeggio sul corso. Poi anche dal fotografo a fare le foto”. Mi guardò nello specchio: “Come sei bella Angiolina! Sei un fiore!”.  Anche questo non era vero. Ero la caricatura di un carciofo geneticamente modificato.

Dieci anni dopo, quando l’incoscienza si era ormai dissolta da un pezzo, sono andata a caccia di quelle foto e le ho distrutte facendole a pezzettini. Meno male avevo appena mangiato, perché le avrei ingoiate volentieri!

Comunque, a spezzare l’incanto della mia infanzia è stato il trauma del primo giorno di scuola: nel mio grembiulino (si fa per dire) bianco, con il nastro rosa al collo, al mio ingresso in una classe di bambine spaurite come me, sentii sguardi addosso – in totale una cinquantina di occhi –  provenire da tutte le direzioni: che avevo di così strano?

All’improvviso guardandomi intorno per la prima volta mi resi conto di essere una nave merci in un mare pieno di piccole e leggiadre barchette. La cosa mi inquietò non poco.

Mi fu assegnato il posto accanto a una gracile bambina dagli occhi da aguzzina (mai presagio fu più azzeccato) e mi accoccolai nel banco con la stessa grazia di un ippopotamo su uno sgabello.

Da quel momento l’ago della bilancia cominciò a dire la verità: ero una bambina troppo grassa destinata ad avere un’esistenza diversa. Solo i biscotti profumati di mia madre e i suoi succhi d’uva riuscivano a consolarmi dai mille quotidiani dolori di una bambina che guarda gli altri bambini saltare, giocare, correre e si sente ridicola, incapace,  vittima di tutti gli scherzi cattivi e delle battute più feroci.

Alla fine sono cresciuta anch’io, ma con la determinata convinzione che i grassi dovrebbero rimanere sempre bambini tra le cosce delle proprie madri. Che è l’unico posto dove ho voluto bene alla mia, di madre, senza mai conoscere l’ago di una bilancia.

Che poi, crescendo, quest’ago della bilancia non so quante volte avrei voluto infilarlo in quel posto ai tanti che volutamente o ingenuamente mi hanno sempre fatto sentire una mongolfiera zavorrata che mai avrebbe potuto alzarsi in volo.

Infatti non ho più volato.

Con buona pace di mia madre che anche in paradiso credo stia ingozzando Dio e tutti i santi. Spero solo che lassù siano a dieta eterna visto che lo spirito deve essere leggero.

Se è finita all’inferno chiedete?  No, non credo. Magari è lì che l’hanno mandata, ma il diavolo furbo com’è sono sicura l’ha rispedita all’altro cancello con tanto di timbro di errore di destinazione: una santa madre del suo fiorellino adorato non va all’inferno!

Io la vedo… lì, a convincere San Pietro a ingurgitare arancini e succo d’uva, perché in piedi tutto il giorno davanti a un cancello, c’è pur sempre bisogno di vitamine!

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