Piccola storia magica

opera-Varvaro G

Lo faceva ogni notte da quando aveva otto anni: aspettava che in casa tutto tacesse  e quando era sicuro che tutti dormissero, lui prendeva la sua coperta, si calava dalla finestra, andava a stendersi sull’erba umida e si metteva a studiare il cielo. Disteso, con le mani incrociate sotto la testa, fissava le traiettorie e definiva i perimetri finché non aveva ricostruito la mappa delle costellazioni. Solo allora cominciava a viaggiare tra lo sfavillio di quei punti luminosi chiamati stelle.
Là fuori  – quando tutto si fermava e finalmente taceva,  mente e cuore compresi  – imparò il mistero della  vita  destinato soltanto ad alcuni, di solito nobili cavalieri invisibili; riconobbe nel suo essere qualcosa di diverso e non ne fu felice perché  comprese presto di essere  un corpo estraneo che si aggira nella giungla di una vita smargiassa.
A volte si addormentava, e solo quando il freddo della notte lo svegliava si convinceva a tornare al suo letto, chiedendosi quali sogni covassero suo padre, sua madre, suo fratello, che dormiva sonni pesanti nella sua stessa camera e del quale invidiava la giusta incoscienza del vivere la sua età che a lui non era stata concessa.
Le stelle lo ascoltavano, quando da bambino gli sembrava che nessuno lo facesse. Le stelle lo amavano, perché tutte le sere erano lì puntuali ad aspettarlo, pronte a luccicare nel buio simili a lucciole inafferrabili, nonostante lui le sfidasse una a una in una lotta impari che lo lasciava sopraffatto.
Sotto quella volta di cielo immensa era  parte di una vita che non comprendeva interamente, che sentiva nel contempo  fuori  e dentro se stesso,  una cosa indefinibile che mai imparò a tradurre in parole perché non ne possedeva abbastanza, una cosa che ti chiama, ti afferra, ti sbatte come un’onda contro lo scoglio, da una parte e poi dall’altra, ti molla con violenza e ti riacchiappa con dolcezza, ti stringe, ti leva il respiro e poi ti libera.
Tutta la vita avrebbe cercato una donna che vedesse nelle sue mani non solo le cose che quelle mani sapevano fare, ma quella luce che dentro gli faceva male. Lui sapeva che era una e una soltanto perciò sarebbe stato difficile trovare quella che lo avrebbe fatto perdere come quel cielo immenso sotto il quale aveva pianto,  riso e abbracciato il suo corpo che il tempo della gioventù aveva scolpito simile a quello di un divinità  greca.
Quando i suoi capelli e la sua barba crebbero e furono lunghi e forti, tanto da non lasciarlo mai più, tutti lo ritenevano un anticonformista fuori dal comune e non c’era una via di mezzo –  fossero coetanei , insegnanti o parenti – la gente o lo detestava o lo amava. Diventò buono e leale, forte e coraggioso, e per sempre arrabbiato con il suo essere diverso perché pensava di non essere all’altezza. Non sapeva bene da che parte cercarsi, ma non si piegava di fronte a niente,  la sua vita segnata a bordo delle macchine da corsa. Nessuno avrebbe immaginato che all’ombra della sua bellezza mascolina della quale non fu mai consapevole, il ragazzo delle stelle non aveva perso il suo vizio.
Alto, forte e sano aveva rinchiuso il bambino che era stato tra le sue ginocchia e se l’era portato addosso con tutte le sue insicurezze,  marchiato dalla velocità e dalla solitudine. Diventò padre prima di diventare un marito solo perché un giorno un bimbo che non aveva procreato gli buttò le braccia al collo chiamandolo papà, ne sposò la madre e fu un buon padre. Cambiò case e lavori tante volte seguendo una sola regola: mai compromessi.
Dalle stelle aveva imparato ad essere fedele,  perché esse lo erano state con lui, avevano continuato a essere il suo rifugio eccezionale, baluginavano anche durante il giorno quando nessuno era in grado di vederle.
Se fosse esploso in un momento qualsiasi, sarebbe stato un pulviscolo iridescente, miliardi di particelle luminescenti,  avrebbe lanciato in orbita miliardi di stelle gravide di altrettante stelle, avrebbe potuto illuminare un’intera città.
Quando tutto questo accadeva Anna non era  ancora nata. Tuttavia, poiché non possiamo sapere se prima di nascere esistiamo da qualche parte, sono quasi certa che lei fosse là sopra nella volta celeste sotto forma di  un punto un po’ più luminoso di altri.
E senza saperlo l’uomo delle stelle l’aveva vista e fu così che un giorno, quando perse tutto e tutti lo avevano abbandonato perché non possedeva più niente, lui si rese conto che aveva perso solo delle cose. E le cose, in fondo, non hanno alcun valore, perché mutano con il mutare dell’esistenza. Invece le stelle nel cielo immenso  c’erano sempre  e sempre le stesse e, guardandole, l’uomo si sentì ricco anche quando fu senza niente. Si ricordò di quel punto un po’ più luminoso di altri del quale aveva seguito l’evoluzione per tutta la sua esistenza e comprese che era lì che doveva andare, perché le cose passano, ma le stelle restano.

Quando questo accadde Anna era nata e senza che lei lo sapesse l’uomo delle stelle la trovò.

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