Il rumore del mare di D.G.

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Il rumore del mare

Da bambino qualcuno gliel’aveva raccontato. Nella memoria aveva conservato quel racconto. Non c’era traccia del volto o della voce, ma le parole sì, quelle erano rimaste.

–  E’ grande -.

Grande l’aveva fatto sentire parte di un mistero indecifrabile.

– E’ grande –

Quindi sai dove comincia ma non sai dove finisce. Aveva sentito tutto lo stupore per questa scoperta nella sua testolina di bambino.

– E’ grande. E’ grande – .

La parola risuonava nella mente mentre nel fondo dello stomaco si rimescolava qualcosa che non sapeva bene cosa fosse. Rabbia probabilmente, perché proprio non riusciva a immaginarlo.

– E’ blu. E brilla. –

Blu é anche il cielo. Quante volte, disteso sotto la quercia del cortile con la pancia per aria e le braccia incrociate sotto la testa, aveva fissato  il cielo pesando a quanto fosse grande? Quello era un blu che conosceva.

Ma il cielo non brillava. O meglio, a volte nelle notti chiare puoi vederci brillare le stelle, ma di giorno il cielo non brilla.

Così aveva chiesto:

– Brilla anche di notte? –

La voce si era fatta solenne, come se la risposta contenesse una di quelle verità che i bambini devono conoscere loro malgrado. Un segreto svelato insomma.

– Di notte é scuro. E  fa paura. –

Fa paura? In un secondo aveva fatto due conti: “Grande. Notte. Nero.”

Sì, doveva fare molta paura. Un nero grande fa davvero paura.

Poi c’era stata quella volta di Annetta. Una mattina l’aveva incrociata che usciva di casa, indossava dei pantaloncini bianchi a pallini rossi e una maglietta rossa a pallini bianchi. Se lo ricordava perché era stata lei poi a insegnargli che quelli si chiamavano pois, non pallini.

“Ciao… sto partendo”. Gli aveva detto di fretta con la faccia illuminata da un sorriso da bambina felice “adesso sono di corsa perché mi stanno aspettando, ma prometto di raccontarti tutto quando torno.”

L’ aveva vista sparire nella grande macchina blu – una delle poche allora che circolavano in paese – e aveva puntato gli occhi sui capelli biondi raccolti nel nastro bianco.

L’aveva seguita con lo sguardo fin quando non era stata un punto lontano: più  il punto si allontanava, più qualcosa gli mordeva lo stomaco. Quel giorno se n’era tornato a casa, non aveva avuto voglia di andare a dare due calci a un pallone in un campetto assolato con due ragazzini stupidi come lui. S’era disteso sul letto e aveva chiuso gli occhi.

“Ma quanto sarà  lontano?”.

Aveva tirato fuori da sotto il cuscino la cartolina spiegazzata, fissando per la milionesima volta la statua stagliata su una massa blu indistinta. Anche suo padre gli diceva sempre di non averlo visto mai. Poi una mattina all’improvviso aveva detto:

“Parto. Quando mi sarò sistemato verrete anche voi.”

“Lo vedrai?” Aveva chiesto.

“Si’…  e presto lo vedrai anche tu”.

Qualche settimana dopo era arrivata quella cartolina. Poi più niente. Aveva sempre immaginato che si fosse perso là dentro, in quel grande,  da qualche parte.

Col tempo aveva smesso di pensarci  e suo padre era rimasto un punto lontano inghiottito da quella massa blu sulla cartolina.

Annetta quand’era tornata aveva ancora lo stesso sorriso da bambina felice e gli aveva detto che era bello e che si era divertita moltissimo.

“Ma è molto lontano?” Aveva chiesto.

“Beh.. abbastanza”. Aveva risposto seria. Dal tono aveva dedotto che non doveva essere stato facile arrivarci. Era rimasto a guardare la pelle scurita di Annetta e per la prima volta si era sentito orfano. Più la guardava, più provava qualcosa che poi seppe chiamarsi invidia: lei  possedeva qualcosa che lui non aveva e chissà se avrebbe avuto mai.

Così era cresciuto con quel desiderio intenso, ma mai – mai – aveva cercato di soddisfarlo. L’aveva sepolto nel fondo dei suoi desideri. Mai si era dato la pena di cercare anche solo una fotografia che gli raccontasse qualcosa del mare.

Voleva immaginarlo, pensare come sarebbe stato quando davvero l’avrebbe visto. Sarebbe stato avverare il sogno più bello.

Finché un giorno accadde, nel bel mezzo di un pomeriggio d’estate  mentre Lisa dormiva nel letto grande con i bambini accucciati sul seno. Aveva scritto un biglietto, preso la macchina, ed era partito senza direzione.

Aveva guidato cercando di seguire la strada, per ore, senza fretta, lo sguardo fisso e la mente pulita. Aveva perfino perso la cognizione del tempo. Uno che va a svelare il mistero non ha tempo.

Era ormai quasi buio quando su una statale qualsiasi aveva individuato il segnale che cercava.

E all’improvviso, nella testa, erano rimbombate parole antiche: “E’ nero. E fa paura.”

Si fermò, chiedendosi se non valesse la pena aspettare il giorno. Vederlo per la prima volta di giorno.

Ma di colpo poi avvenne. Qualcosa, in lontananza. Un odore salmastro, pungente, denso di profumi ignoti al suo olfatto.

Il vento soffiava nel canneto, poteva scorgere il lento sollevarsi della piante e il loro lento ripiegarsi. Fiere, maestose, le canne si alzavano e si abbassavano come un respiro che andava e tornava. Il fruscio delle canne ne conteneva un altro, in lontananza.

C’erano gli ultimi bagliori del sole, uscì dalla macchina,  verso il canneto, sotto i piedi la terra era molle e pesante. Sabbia tiepida, morbida.

Chiuse gli occhi e lo sentì. Il rumore. Questo è il rumore. Questo finalmente è il rumore del mare: scrosci lievi che avanzavano, dolcemente scemavano in un ritmo lento, come un respiro che andava e tornava. Questo finalmente é il rumore.

Il rumore del mare.

Quando riuscì a riaprire gli occhi non c’era piu’ il bambino spaventato, né quello stupito dal mistero e nemmeno il ragazzino invidioso. E suo padre se n’era andato. Del resto non aveva voluto vederlo, nemmeno quell’unica volta che era tornato.

C’era il mare. Finalmente. Spumoso. Vivo. Grande. Blu.

Si liberò delle scarpe e si incamminò. Il vento lo incoraggiava sospingendolo delicatamente. Era vento di terra.

Qui la terra si incontra con l’acqua e non sai più dove finisce l’una e comincia l’altra.

Lo guardava: grande, blu, pieno di bagliori che non avevano fine fino all’orizzonte del sole. Era denso di odori mai sentiti prima.

Aveva camminato fino a sentire la sabbia sotto i piedi farsi bagnata, poi finalmente l’acqua, trasparente, nitida, fresca. Intorno non c’era nessuno, solo degli uccelli, accanto, a volare, sulla superficie dell’acqua.

Avrebbe potuto morire. Come aveva fatto a vivere senza?

Si bagnò le mani ed il viso, ingoiò quell’acqua salata. Il petto si squarciò  e quel che ne uscì  fu un urlo. Libero.

Si immerse. Perdendo lo sguardo.

Era grande. Era blu. Era immenso. Era pieno di bagliori infiniti fino all’orizzonte del sole.

E non faceva più alcuna paura.

Daniela Grandinetti

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