La scarpa sul tetto di V. Delecroix

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Ci sono libri che ti si catapultano addosso senza che tu li abbia scelti: sono loro che hanno scelto te. È il caso di La scarpa sul tetto di V. Delecroix, storia di una scarpa finita sul tetto che è il pretesto di un intreccio narrativo originalissimo per scoprire di chi sia quella scarpa abbandonata sul tetto e come sia arrivata fin lì. Ogni abitante della casa fornisce la propria versione moltiplicando le possibilità fino all’inaspettato finale a sorpresa che svela il mistero (o forse no).

Ringrazio il libraio della Libreria Florida di Firenze, una piccola preziosa libreria con un libraio che legge e sa sempre qual è il libro giusto per te.

Lui questo libro me l’ha mandato, e davvero non poteva sapere che negli ultimi periodi io vedevo scarpe abbandonate dappertutto, ma questa sarebbe una lunga storia, i libri, come le cose, sono spesso scritti nel destino. Lui non poteva sapere nemmeno quanto mi assomigliassero queste pagine in quel momento. Così sono le storie di certi libri. Assomigliano alla vita.

Epilogo: il volo dell’angelo (la verità su questa storia)

Da qui a quando colpirò il suolo, quanto ci vorrà? Un secondo? Due secondi? È quello che mi dico anch’io: nemmeno il tempo di avere paura. Per fortuna è notte. Non so come mai ma mi rassicura. Dormono tutti. Cioè, quasi tutti. C’è quella bambina alla finestra, che mi guarda, in pigiama. Non ho idea di cosa ci faccia lì, sveglia così tardi. Le sorrido. Sono contenta che sia la mia unica testimone. Crederà di aver sognato. La grazia è con te. Si vede. (….) tienilo bene a mente bambina mia, non lo farò solo per me stesso. Non sto qui sull’orlo del vuoto senza una ragione. (…) mi chiedo a che cosa assomiglierò una volta arrivato giù, come si disporranno le mie braccia, le mie gambe. E anche su cosa cadrò. (..)

Forse avrei dovuto lasciare un biglietto, mi sono chiesto. Ma no, per dire cosa? Rovinerebbe tutto. Non voglio più vivere? Ridicolo: ce n’è un sacco, di gente che non vuole più vivere. Mica per questo si buttano giù da un tetto. Ce n’è un sacco di gente infelice. Ma poi, a dirla tutta, io sono davvero infelice? Insomma, bisogna davvero farne un dramma?

Beh, sì, mi sono detto, bisogna farne un dramma, e sono qui per questo. Volendo un dramma tragicomico e sarà proprio per quello che metterò in scena io, facendo il volo dell’angelo. (…)

Sono qui per un’altra ragione. Sono qui per piangere sul mondo. Voglio bagnare il mondo della mia compassione e dare a tutti quelli che si sveglieranno stamattina, nel freddo della solitudine, un po’ della mia tenerezza. Voglio sacrificarmi per loro. Ne hanno bisogno. Stanotte piango su voi tutti, celati nelle pieghe della vostra solitudine. Il teatro del mondo è chiuso, siete tornati a casa, i palchetti sono tutti spenti, ma ci sono io che veglio e piango su di voi. Vorrei che le mie lacrime addolcissero i vostri volti che dietro l’apparente serenità del sonno, celano miseria e tristezza.

Piango anche su me stesso, naturalmente. Questo so farlo benissimo, lo faccio da un pezzo. (…)

In un certo senso il destino che mi è stato riservato è eccezionale. Per rendersene conto basterebbe osservare il mio stile di vita negli ultimi tempi: mi sono fatto carico di tutta la solitudine del mondo, raccogliendo ogni briciola degli angoli più sperduti del globo per aggiungerla al mio fardello. Non sono i peccati del mondo di cui mi faccio carico – se n’è già occupato qualcun altro, pare. Ma allora la domanda che mi pongo è quale buona novella posso portargli in cambio? E qui mi smarrisco nelle congetture. Cioè mi smarrivo nelle congetture, fino a stanotte, quando le cose mi sono apparse finalmente nella loro chiarezza. Ho capito solo in ritardo qual era la curiosa vocazione che mi era stata destinata (…) e l’ho capito poco a poco, non poteva essere davvero casuale tutto quello che stavo vivendo, visto il carattere sistematico della cosa. In effetti ho assistito quasi impotente allo spopolamento completo del mio universo personale. Si potrebbe parlare di sfortuna, di una funesta legge seriale. Ci sono leggi del genere: perdi il lavoro, tua moglie ti lascia, ti trovano un cancro, ti fai fregare la macchina col mutuo ancora da pagare… (…) ma avete idea di cosa significhi vedere la propria solitudine che cresce ogni giorno di più con un’erosione continua e irreversibile?

Avevate tanti amici, conoscevate un sacco di gente, il mondo era così familiare, accogliente perché resta ospitale finché riuscite a giustificarvi con qualche indirizzo, qualche numero di telefono… (…)

È adesso, mi sono detto salendo sul tetto, adesso che si gioca ogni cosa. È adesso che  devo trascinarmi nell’abisso tutto il peso della vostra solitudine. Ho perso tutti i miei amici e non c’è più nessuno che si curi di me. Io ho il volto di questa generazione. Ci ho messo un po’ prima di salire sul tetto. Sono stato per giorni a guardare dalla finestra. Vi hi visti tutti: bambini, vecchie signore solitarie, ragazze disperate, pazzi, amanti perduti, monomaniaci, amici traditi, artisti ridicoli. Potevate essere miei amici. Ho pianto su di voi più che su me stesso, ho detto aprendo le braccia. Ci ho messo un po’, prima di salire sul tetto, ho atteso di avere tutta la solitudine sulle mie spalle, ma ecco, ora ci sono, ho detto ad alta voce. Ora ci sono.

Ma all’ultimo momento mi è venuto un dubbio: e se il sacrificio passasse inosservato? Non tengo alla pubblicità del mio martirio, piuttosto una questione di efficacia. Se poi il dolore tornasse? Mi sono detto che ci voleva un segno. (..)

L’idea mi è venuta perché già da un po’ stavo fissando i miei piedi sull’orlo del baratro: ho cominciato a vedere le mie scarpe da una prospettiva metafisica. Mi sono chiesto: cosa desideri davvero? Che grazie a te si liberino della loro solitudine, che se ne distraggano? (…)

Basta offrire un oggetto su cui scaricare l’infelicità e il ridicolo del mondo. E per quanto riguarda il ridicolo, una scarpa può andare benissimo. Tanto vale tornare a casa.

Mi sono slacciato la scarpa e l’ho lasciata sull’orlo della grondaia, perché restasse una traccia, perché tutti sapessero, perché svegliandosi al mattino e trovandola lì potessero inventarsi tutte le storie che volevano per distrarsi dalla loro solitudine, per convincersi, grazie alle storie che avrebbero inventato, di non essere così soli, così che almeno in quelle storie, potessero parlarne. Stavo per tornare a casa, quando di colpo una finestra si è aperta e una voce ha tuonato: ma la finiamo con questo casino sul tetto? Proprio non me l’aspettavo un grido del genere. Non credevo di parlare così forte, ero convinto che tutti fossero sprofondati nel sonno. Sono sobbalzato per lo spavento, sono scivolato e come un idiota, sono caduto giù dal tetto. Ed è proprio la storia più stupida che potrei raccontare, se fossi ancora vivo. *

 

* Per quanto possa essere deludente, se davvero questa spiegazione è quella vera, vorrei solo sollevare una domanda: ma allora com’è possibile che nessuno abbia ritrovato il corpo? (N.d.A.)

(La scarpa sul tetto di V. Delecroix)

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