
Nella penombra della stanza echeggiano rumori di spari, lamenti di uomini morenti. Nino incuriosito entra, c’è un ragazzo con lo sguardo incollato a un monitor. Il ragazzo non si accorge della sua presenza, così Nino prende una sedia e gli si siede accanto. Non deve avere più di sedici anni, è intento a muovere una scatola grigia sulla superficie del tavolo. La mano non molla la presa, sembra incollata.
«E vai, beccati questa, t’ho preso!» Urla il ragazzo. Nino nel monitor nota un uomo con una divisa tedesca che giace accanto a un cumulo di terra in una pozza di sangue.
«L’hai ammazzato tu?» Domanda timidamente al ragazzo, ma quello sembra non sentire e continua a picchiare sui tasti.
«Quel tedesco lì… l’hai ammazzato tu?» Riprova con cautela.
«Shsh, zitto, sono vicino all’obiettivo, devo finire questa missione.»
«Una missione? Che missione?»
«Il cuore del Reich». Risponde il ragazzo senza staccare gli occhi dal video.
Nino a quella parola ha un sussulto, il tedesco è una lingua che lo inquieta.
«Il cuore del reich? E cos’è?»
«È la missione 11, sono alla fine, non mi distrarre. Vai.. così, attento alle spalle!»
Il ragazzo aveva urlato di nuovo, tanto che Nino si volta di scatto per vedere chi avesse lui alle spalle: ma nella stanza non c’è nessun altro. Allora comprende che a doversi guardare alle spalle è l’uomo nel monitor.
«Chi è quell’uomo?» Sussurra Nino.
«Sono io, cioè lui è Miller, ma sono io…»
Nino è confuso, gli uomini nello schermo in bianco e nero sono veri, sembra una ripresa di qualcosa che sta accadendo, la registrazione di un’azione di guerra. Inchioda lo sguardo al monitor e la paura ricomincia a farsi sentire. È la stessa paura che ha dovuto combattere a lungo i primi tempi, dopo essersi arruolato. È stupito che al contrario il ragazzo sia così tranquillo. Quell’uomo, Miller, non ha la stessa divisa degli altri e il nome non è tedesco, forse è americano, o forse il suo è un nome in codice.
«Qual è la tua missione, o quella di Miller, non ho capito bene.»
«Devo neutralizzare le postazioni tedesche all’interno del Reichstag».
Nino non conosce il tedesco, ma di tedeschi però ne ha sentiti parlare, quanto basta per sapere che la pronuncia del ragazzo non è un granché. E comunque lui il tedesco non lo sopporta, quindi cosa diavolo fosse il reichstag proprio non lo vuole sapere. La prima volta che li aveva sentiti, i tedeschi, era acquattato nel fondo di una grotta, su nel bosco sopra Farneta. Lui e Mariano erano rimasti là dentro una notte intera senza nemmeno respirare per il terrore che i cani li scoprissero, immobili, al freddo, con le mani e i piedi che non li sentivano più e davvero quella notte aveva pensato di morire, con l’unica consolazione che era sempre meglio morire di freddo piuttosto che nelle mani dei tedeschi. Quando avevano sentito le voci allontanarsi ormai era giorno fatto, ma avevano atteso ancora prima di uscire e rimettersi in cammino. Il pomeriggio di quello stesso giorno avevano saputo che nell’imboscata i tedeschi avevano preso Ivo e Tonio. Li avevano portati giù al paese e li avevano trascinati per i vicoli a spintoni, nella neve, nudi e scalzi. Si erano fermati alla fontana, nella piazzetta, e un ufficiale aveva sparato un colpo in aria: le finestre erano rimaste tutte chiuse, nel silenzio spettrale di un paese che sembrava abbandonato. L’ufficiale urlava minacce contro quelle finestre in un italiano stentato, mentre i suoi uomini avevano le armi puntate contro Ivo e Tonio, in ginocchio davanti a loro. Poi l’ufficiale aveva riso a quelle finestre mute, una risata sguaiata che aveva fatto tremare l’aria fredda della valle, si era rivolto ai suoi uomini e aveva dato l’ordine di sparare. Ivo e Tonio erano rimasti a sanguinare sulla neve bianca, proprio lì, sotto gli occhi di tutti.
“Fai come ti dico e vendicheremo questo massacro, ho la mano ferita e non posso sparare, lo farai tu per me”. A parlare è l’uomo nel monitor e Nino gli è grato perché lo ha distolto dai brutti ricordi; ora che è riuscito ad allontanarli quando tornano sono ancora più terribili. Non ha il coraggio di fare domande al ragazzo, vede che l’uomo si è alzato in piedi, ha un fucile in una mano ferita e una bomba nell’altra. Il ragazzo sembra essere al culmine della tensione, ma Nino non avverte il sudore dell’eccitazione bastarda che si prova un attimo prima di sparare. Per lui quello è uno strano modo di compiere missioni.
“Prendi il mio fucile e guarda la strada, il figlio di puttana è il generale Heinrich Amsel, responsabile dell’assassinio a sangue freddo di donne, uomini e bambini.”
Sullo schermo è comparso in primo piano un mirino puntato dritto sulla testa del generale. Nino, incredulo, sta col fiato sospeso: dunque è possibile uccidere un generale tedesco stando seduti al caldo? Come mai nessuno aveva mai parlato di quel marchingegno?
“Cecchino e cacciatore hanno lo stesso problema: spara al momento sbagliato e avrai perso per sempre la tua occasione. Ora concentrati, carica il fucile.”
Pochi secondi e il ragazzo spinge un tasto: parte uno sparo, giù un soldato, riprende la mira, un altro sparo e giù il secondo soldato e così anche il terzo.
“Ottima mira, sei un cacciatore nato.” Il soldato salta da un muretto seguito dal mirino del fucile, Nino comincia a capire che è il ragazzo ad avere il controllo di quell’arma.
“Fermo, la pattuglia armata. Dobbiamo trovare un altro modo per raggiungere Amsel, resta basso e seguimi. Presto, da questa parte – una breve corsa e sono all’interno di una casa in fiamme – per giorni ho strisciato come un ratto. In questo posto risuonavano le voci di amici e amanti. Quel tempo è passato. Ascoltami bene: un giorno le cose cambieranno, porteremo la guerra sulla loro terra, tra la loro gente”.
Escono dalla casa in fiamme e sono di nuovo all’aperto, in un’aria grigia di fumo e nuvole nere. All’improvviso si sentono voci e latrati di cani, i tedeschi devono essere vicinissimi. Nino comincia a sudare e tremare. Il ragazzo invece sembra impassibile.
“Ci hanno trovati, i tedeschi, andiamo – le fiamme intorno a loro sono sempre più alte – stanno cercando di bruciarci, stai giù, cerca di non respirare.” Avanzano strisciando su un viottolo di pietre dure e aguzze. Nino può sentirle nella carne, il ragazzo invece sembra non provare nulla. Sono circondati da spari e macerie.
“Stanno circondando l’edificio, dobbiamo fare presto, o ci ammazzeranno come cani. Corri.”
“BANG”. Un colpo, freddo, secco e il fucile sparisce dal monitor.
«No cazzo, fottuto di un tedesco, mi ha preso!»
«Ti ha preso?»
«Mi ha ammazzato. Morto»
«Morto?»
«Morto morto, missione fallita!»
Il ragazzo ha un’aria delusa, i suoi occhi azzurri sembrano un lago in una giornata di pioggia. Preme sulla scatola grigia e le immagini appaiono e scompaiono dal video.
«Posso chiederti cos’è questa macchina?» Chiede Nino.
«Quale macchina?»
«Questa che stai usando, non l’ho mai vista.»
«È un Mac…»
«Mac? Non l’ho mai sentito. Ma tu fai parte di qualche brigata?»
«Brigata? Che brigata?»
«Io per esempio ero nella Brigata Garibaldi.»
«No, non l’ho mai sentita, è un video gioco nuovo?»
«Video gioco? Che cos’è?»
«Questo è per Mac e Playstation…»
«Non capisco ….»
«Ma da dove vieni? L’avrai visto un computer?»
«Sai, una volta, tanto tempo fa, io sono stato in questa casa, ma era tutto diverso. Sono rimasto tre settimane nascosto in un fienile, l’ho cercato, ma sembra non ci sia più. Tu ne sai qualcosa? »
«Un fienile? Qui? Mai visto.» Il ragazzo non si è mai voltato a guardare Nino in faccia, intento com’è a fissare il monitor.
«Peccato, ero curioso di sapere se c’era ancora la stessa famiglia, alcuni sono morti con me. Ci hanno preso per una soffiata.»
«Ma di che razza di video gioco stai parlando? Io me ne intendo, ma questo non l’ho mai sentito!» Il ragazzo parla mentre sfila un disco argentato da una fessura.
«Gioco? Gioco dici? No, non era un gioco… ma tu… quello che hai fatto tu finora, cos’era? Non era una missione?»
«Era la missione di un gioco!»
Nino abbassa la testa confuso; è passato tempo, avrebbe dovuto immaginare che le cose erano cambiate. Poi guarda il ragazzo, spera che almeno una volta lui si volti e lo guardi in faccia. Non si conoscono, ma vorrebbe la sua attenzione. Lo sguardo rimane appeso a un futuro a lui ignoto. La cosa lo rattrista. Poi dice mestamente:
«Però… chi ci pensava? Sai quante vite salvate se solo avessimo avuto un marchingegno come questo? Ivo, Tonio, io, Mario.. sai quanto sangue e dolore avremmo risparmiato?»
«Sono i tuoi compagni di gioco?» Chiede distrattamente il ragazzo.
«Sì…. – risponde Nino sorridendo – sono i miei compagni di gioco.»
Il monitor adesso è nero. Clic. Spento.
Finalmente il ragazzo si volta, quasi per un’illuminazione improvvisa:
«Ora che ci penso, ma tu chi sei, come hai fatto a entrare?»
Nella stanza regna la penombra e il silenzio, tutto è come sempre. Non c’è nessuno.
Un unico, diverso particolare: accanto a lui, una sedia vuota che prima non c’era.
Nella foto:
Antonio Boschieri nato a Biadene nel 1921, partigiano sul Monte Grappa col nome di battaglia “D’Artagnan”. Combattè nella Brigata G. Matteotti come comandante del battaglione Zecchinel. Combattente amato e stimato dai compagni di lotta, partecipò a moltissime e pericolose missioni e azioni culminate nei tragici combattimenti del settembre 1944 durante il rastrellamento del Grappa da parte dei nazi-fascisti. Catturato, fu a lungo torturato ma non rinnegò le sue idee nè tradì i suoi compagni. Fu impiccato ad Arten di Feltre il 27 settembre del 1944. Aveva 23 anni…

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