MA A TE QUALE PICASSO PIACE? (ovvero come tornare a sud)

Ritratto di Olga in poltrona' dal Museo Picasso di Parigi

nudoingiardinoMA A TE QUALE PICASSO PIACE? (ovvero come tornare a sud)

Qualche anno fa, girovagando per le strade di Parigi, sono capitata per caso al Museo Picasso. Fino a quel momento non avevo mai apprezzato particolarmente Picasso, ma quella fu davvero un’esperienza entusiasmante perché là dentro ho davvero “compreso” Picasso senza bisogno di un esperto o di una guida, semplicemente seguendo il percorso delle opere disposte secondo l’evoluzione creativa del pittore. Lì si capisce il processo di sottrazione fino ad arrivare all’essenziale. Così quella famosa cazzata delle due linee che potrei fare anch’io tale ti appare: una colossale cazzata.
Dai ritratti capisci che grande pittore di talento fosse Picasso, la tecnica, la maestria. Ma evidentemente le belle pennellate, le belle forme, le fotografie perfette, le luci e le ombre che potevano solo imitare la realtà a un certo punto non lo hanno più soddisfatto. Non esprimevano appieno il rosicamento interiore, come lo chiamo io. Così i suoi quadri diventano sporchi, imperfetti, visionari, indecifrabili a occhio nudo, un’accozzaglia di linee, di forme, di elementi sformati e deformati che ti stanno davanti e ti sfidano, ti dicono: embè? Adesso che pensi?
Progressivamente l’arte perde armonia e apparenza di armonia ed esalta la domanda, il dubbio, l’incertezza, la contraddizione. Nella prima l’arte è bellezza e non c’è molto altro da dire, nella seconda la bellezza la devi andare a cercare, perfino quando ha le dimensioni della tragedia. Contemplazione nel primo caso, disordine e reazione nel secondo. Fosse anche quando ti incazzi perché non capisci.

Ho vissuto per trentacinque anni in una delle regioni più belle d’Italia, la Toscana. Non ho scelto di andarci o di rimanerci ma le cose sono andate così. Ed è andata benissimo, ne sono felice.
Ho vissuto per circa venticinque anni a Firenze e sebbene la amassi, avevo smesso di considerarla la città d’arte nella quale mi era stato dato il privilegio di vivere. Vivevo la periferia, il quartiere e la bellezza era sullo sfondo. Non sono mai riuscita a innamorarmi. Lo so, detta così sembra quasi una bestemmia. Il fatto è che la contemplazione per me è un momento di passaggio, un’istantanea ben riuscita, un’esperienza positiva ma fugace. Dentro rimane quella sensazione che la vita stia da un’altra parte, dietro le facciate, oltre i muri, dentro i vicoli, oltre le botteghe che ormai parlano lingue comprensibili ai turisti più che a te.
Mi sono poi trasferita in Mugello, per scelta, perché mi sono innamorata dei verdi, non il partito, proprio i colori. Una vallata meno antropizzata e meno cartolina del Chianti amato dai tedeschi. In Mugello ci sono tutte le tonalità di verde che esistono, si mescolano e si rincorrono. Nella stagione giusta è uno spettacolo che di per sé è sufficiente a dare un senso all’esistenza individuale. Però.
Però era ancora contemplazione. Come se il respiro c’è perché ci deve essere, è necessario per sopravvivere, è una funzione. Ma perché fosse vita e sollievo mi mancava qualcosa.
Così ho saltato il fosso, triplo salto con avvitamento, devo ricominciare tutto daccapo. A sud. Di nuovo.
Adesso il mio occhio è più critico, più consapevole, meno incline a digerire ciò che non va come fosse una fatalità.
Ma il respiro.
Il respiro è tornato.
Si insinua nel groviglio di linee e forme in cui cercare una bellezza nascosta ben bene, che quasi sempre qui sta accanto alla peggiore bruttura.
Sta nella contraddizione che mi rappresenta e mi fa sentire a mio agio, sta nei dubbi che pungolano assillanti tra i panni stesi ad asciugare al sole e si vedono, gonfi di vento e di presunzione di esistere impunemente. Qui niente esiste se non te lo vai a cercare. Ma c’è. Come la spazzatura sul ciglio della strada e poi le rovine dell’Abbazia. Come l’anziana che ti guarda con sguardo materno mentre ti porge una fettona di torta alta un palazzo senza neanche sapere il tuo nome. O come quell’uomo seduto al bar con lo sguardo torvo dal quale è meglio non accettare un caffè.
Qui vado a caccia. Mi arrabbio fino allo spasimo e mi riprendo. Mi faccio domande e ho le risposte. Qui non ci sono cartoline da spedire ma qualche secolo di storia andato a male. Qui l’antico è vecchio e nessuno se n’è mai preso cura abbastanza. Qui ci stanno le vittime e i colpevoli.
Eppure il mare è cristallino e la montagna è dolce e aspra, i borghi sono nascosti e l’aria è profumata. Ma tutto questo c’è solo se sei disposto a muovere il culo e andartelo a cercare. Qui niente è scontato. Niente.

Tutto è pura contraddizione.

Ed è per questo che la prossima volta che qualcuno mi chiederà: ma perché l’hai fatto? Ma cosa ti ha spinto a tornartene al sud? Ma ti sei ammattita? Io risponderò con una domanda: ma tu, quale Picasso preferisci?

2 risposte a "MA A TE QUALE PICASSO PIACE? (ovvero come tornare a sud)"

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  1. Io preferisco Van Gogh , i suoi gialli accecanti i suoi azzurri profondi e credo che la vita sia dentro di noi : milioni di persone scappano mettendo a rischio la vita da un sud ancora più profondo dove il respiro è fatto di singhiozzi e disperazione, dove le contraddizioni sono il pane quotidiano che non c’è dove la storia non esiste e dove l’unico futuro, isola che non c’è, è Il Nord; e quando raggiungono il sud dove hai trovato il respiro, si affannano ad andare oltre, ancora a Nord , non sapendo dove finisce il sud e dove inizia il nord, perchè le contraddizioni sono presenti ovunque e Picasso , o Van Gogh, dovrebbero insegnarci a godere colori, forme, pennellate dentro di noi, dipingendo quotidianamente ciò che ci circonda e non aspettando o cercando di essere dipinti da un sud o un nord che non ci daranno mai un centro, il baricentro di un’esistenza che non rimpiange se stessa e sa che “Itaca” è ovunque!

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