Addio Lawrence Ferlinghetti

Ci sono canzoni alle quali siamo legati, ci sono poesie che ci riportano a momenti vissuti: la Beat Generation é stata parte della mia formazione di adolescente. Poi, questa poesia, per motivi strettamente personali.

Strada…
Lunga strada
strada del mondo
piena fino in fondo
delle voci del mondo
e a rifletterci, in fondo
anche le voci
di tempi andati: felici
infelici, di vergini di amanti
ingegneri, commercianti
lattai, banchieri, possidenti
massaie pimpanti
pubblicitari e studenti
che parlano parlano e avanti
parlando vanno avanti
sempre avanzanti, e fra i tanti
c’è chi davanti a una finestra si blocca
e scocca sguardi sul mondo
cerca di vedere a fondo
che cosa mai, così in tondo
anzi in un gran girotondo
succede, se succede qualcosa a questo mondo.
Ecco la lunga strada
ch’è la più lunga del mondo
ma non così lunga, in fondo
come pensi… dove pensi che vada?
Va per tutti i paesi e le città
i viali e i boulevards; va
con luce verde o rossa
passa per continenti e villaggi
piogge scroscianti e tramonti
Hong Kong, langhe affamate, paesaggi
di Oakland e dei suoi ponti
Roma fatata, Berlino dei miraggi,
Dublino che non c’è mai stata:
ecco la lunga strada andare
girare intorno al mondo
un treno enorme
informe, gonfio, di fatti
passeggeri bambini
cestini per il pic nic, gatti
e cani e tutti pensano (sic)
chi guida nella prima vettura
che cosa sta succedendo
che c’è nella vettura del comando
e c’è chi addirittura
si affaccia spenzolando
cercando di vedere
ad una curva, il guidatore, che faccia potrà avere
che occhi: ma tant’è…
Nessuno, nessun viaggiatore lo può vedere
anche se si ha netta l’illusione
di una rapida visione
in qualche curva più stretta.
Ecco che la strada si inerpica, rampica
Il treno coi vetri tutti alzati,
serrati, ora, i vetri gli atri
le porte degli abitati
i viali morti del mondo
finestre, palestre, strade
ecco, strade, questa sera del mondo
lampade in tutte le contrade, fanali
luci smorzate
su folle radunate in carnevali,
guizzi, flashes dai finestrini
circhi, soglie disabitate
cantine fontane casini
sfocati lumini per figurine
allacciate danzanti
e ancora mondi, trenini
che stantuffano e sbuffano avanti.
Poi, sì, eccoci, entriamo
nel vicolo fondo, in cui, sappiamo,
svaria la strada, la parte solitaria
della strada e del mondo.
Qui non è permesso
cambiare treno, non possiamo
passare sull’Orient-Express
No, dobbiamo
andare semplicemente fino in fondo
perché questa è la parte di strada di mondo
che non consente
niente, solo che si vada.
ma bada…..da nessuna parte.
Ecco si parte
e non c’è più nessuno
in treno con te, sei uno
non hai nemmeno un vecchio specchio che
faccia due te, non la minima presenza
senza un’anima, o meglio, solo la tua
ma cos’è…….è già la stazione
sei già a destinazione
sei già in porto, spenti
i motori li senti
su andiamo, fuori
sei esanime
muori, quindi coraggio fuori.
Che hai, che ti prende
Sì, sei morto
Non te ne sei accorto?
.
Alt! Signori si scende..

LAWRENCE FERLINGHETTI      

(traduzione di Vittorio Gassman)

Signor Giudice

Eccomi qui davanti a lei, era questo che voleva no? Stia tranquillo, sono calma, ho preso le pillole. Del resto da quel maledetto giorno sono costretta, mi avete costretto. Non ne avrei avuto bisogno, ma niente, non c’è stato niente da fare, non meritavo fiducia. La fiducia non si dà ai perdenti, i perdenti nel grande copione di questo mondo capolavoro non sono contemplati.

Lei, ad esempio, signor giudice: non ha mai sbagliato? Davvero ritiene di essere al di sopra del giudizio emotivo e dell’agire errato? Eppure se ne sta là, con la sua aria da imbroglione pieno di paroloni che abbaglierebbero Gesù risorto dal sepolcro ad aspettare che io confessi.

Ma l’ho già fatto caro giudice, soltanto che lei si era distratto, come si distraggono tutti quelli impegnati a giudicare, a vivere per aspettare che l’altro cada, inciampi, prenda una storta su una buca nella strada.

Io non temo il suo giudizio, conosco già la mia sorte. Non ha idea di quante volte l’abbia vista, vissuta, come una giostra che gira e torna sempre al punto di partenza. Io lo so cosa accadrà appena socchiuderò gli occhi, nell’attimo prima del niente, so esattamente cosa vedrò. Cosa crede? Sono lì ad aspettarmi, è quella la resa dei conti. Lei può dire altrettanto?

E’ arrivato e passato il momento della bilancia: era lì, davanti a me, con i due piatti ben equilibrati, sullo stesso piano. Gli anelli di ferro ben tesi, tre per ogni piatto. L’ho vista, caro giudice, ho seguito con attenzione: un piatto saliva e l’altro scendeva. Più uno saliva più l’altro scendeva. La sentenza, a ben vedere, è stata già emessa, è lei, inutile.

No, non mi reputo felice, ma nemmeno infelice se è questo che vuol sapere, anche se non è una domanda che un giudice dovrebbe fare nello svolgimento delle sue funzioni: non le pare di essere già abbastanza presuntuoso?

Ha fatto caso come ormai il pallino di gran parte gli esseri umani sia fare a gara nel dichiarare la propria infelicità, il proprio fallimento, il proprio personalissimo piagnisteo?

A un certo punto si dimentica: non esiste più quell’attimo in cui abbiamo sentito per la prima volta il vagito di un neonato ed eravamo così colmi di gioia che l’edificio che ci ospitava avrebbe potuto spaccarsi e andare in pezzi noi non ce ne saremmo accorti. O il grido della prima volta? O la luce di un’alba accanto a un amico? O la partita vinta e le braccia alzate dopo lo strike, noi che neanche sapevamo di poter giocare? E gli abbracci? Perché dimentichiamo gli abbracci? Chi c’ha fatto piangere, o sorridere magari.

Tempi di infelicità dichiarata, signor giudice. E lei vorrebbe giudicare me? Cosa ne sa di quello che ho dato e ricevuto in cambio? Cosa ne sa dei segni che mi porto addosso e di coloro che li hanno procurati, sono da qualche parte, loro, a fare la raccolta differenziata, fanno i moralisti con i propri studenti magari. Insegnano ai loro figli, e anche loro, cosa crede, si proclamano infelici e innocenti.

Io no signor giudice, io sono colpevole, quindi che si sappia, mi permetto il lusso di sbattermene della sua sentenza. Non le riconosco l’autorità.

Si, signor giudice, le ho prese le pillole, ma quelle non spengono il cervello, il pensiero, la capacità di giudizio.

Sono consapevole e felice, pur se condannata, da me stessa, prima che da lei, ma cosa glielo dico a fare. Non lo capirà mai.

Lo scriva in quella pagina che ha davanti, lo scriva chiaro, registri bene le parole. Le metta a verbale, sono poche, in definitiva se la cava con tre: consapevole, felice e condannata.

Tanto, il verbale, lo firma lei.

La seduta è sciolta, da me, lei al massimo può sciogliere lo zucchero nel caffè. Lo beva caldo, mi raccomando.

Marchiato

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MARCHIATO

La mente è uno strano marchingegno. Vorrei sapere perché in questo momento mi ronza nella testa una vecchia canzone di Sergio Endrigo, quella che faceva c’era una casa tanto carina, in via dei matti numero zero.  Oltretutto non sto andando in una casa molto carina senza soffitto e senza cucina. Sto andando in via Benedetto Croce al numero 240, in un posto dove non sono mai stato.
Stamattina ho accompagnato Luca all’asilo, a lui è sembrato strano. Di solito sono il primo a uscire di casa e l’ultimo a tornare.
«Non vai al lavoro oggi papà?»
Ho guardato la strada, c’era un anziano che stava per attraversare. Mi sono fermato, ho aspettato che attraversasse, passo dopo passo, poi sono ripartito. Le macchine in fila dietro mi hanno rifilato i loro clacson di insulti. Al mattino tutti hanno fretta. Di solito anch’io ho fretta al mattino. Non oggi.
Avevo soltanto bisogno di tempo per rispondere a mio figlio, il cervello mentre guardavo il vecchio attraversare mi si era impantanato.
«Certo che ci vado. Però oggi posso arrivare più tardi.»
«Sono contento che a scuola mi porti tu.» Mi ha risposto Luca.
Ho guardato nello specchietto retrovisore, Luca è ben stretto nel seggiolino e avrei voluto chiedergli di non crescere, di restare così per sempre, con l’espressione soddisfatta che aveva in quel momento.
Lascio mio figlio davanti all’asilo. Gli consegno il piccolo zaino e poi lo vedo correre via, inghiottito dal portone insieme ad altri bambini come lui.
Per andare in Via Benedetto Croce mi conviene prendere l’autobus, lascio la macchina vicino alla piazza a un parcheggio a pagamento.
Mentre ritiro il biglietto e la sbarra si alza penso che tutto sta per cambiare. La differenza è che la sbarra per me si è richiusa. Parcheggio la macchina e mi dirigo alla fermata.
Non sono abituato agli autobus, li prendo di rado e soltanto se sono costretto. Mentre aspetto il 32 sulla piazzola mi sento in imbarazzo, ho la sensazione che tutti mi guardino. Non indosso la giacca e la cravatta come ogni mattina, ma una camicia celeste e un maglioncino blu. Jeans di marca. Non mi è mai dispiaciuto vestire decentemente.
Da Piazza Mazzini a Via Benedetto Croce ci sono otto fermate, l’autobus dovrebbe impiegare circa venti minuti se non ci sono intoppi. Ho studiato il percorso nei minimi particolari non perché sia preciso, ma perché spinto dal timore, lo confesso, di sbagliare. E non ho davvero voglia di sbagliare. Non oggi. Non ce la farei a rimediare.
In effetti trascorsi venti minuti l’ottava fermata è la mia. Tutto come previsto. Sono stato appeso alla maniglia tra persone che spingevano, mi urtavano fastidiosamente. Nessuno che chiedesse scusa. Un ragazzo mi è persino montato su un piede nella foga di accaparrarsi il posto a sedere che si era liberato proprio davanti a me. Non è un bel mondo, mi pare. Sull’autobus ci si può rendere conto dell’umanità meglio che altrove.
Scendo con le gambe che mi tremano, ho ancora il biglietto in mano. Mi guardo intorno per vedere se ci sia un cestino dove buttarlo, ma non vedo niente. Così lo infilo in tasca. Io non sono uno che butta la roba per terra. Sono sempre stato un cittadino coscienzioso, con il suo bravo senso civico.
Per fortuna non devo fare molta strada, l’ufficio è proprio dietro l’angolo, a due passi dalla fermata. Peccato, perché avrei camminato volentieri un po’. Giusto il tempo di liberarmi il naso da tutti quegli odori di ascelle poco lavate o spruzzate con deodoranti invadenti.
Ho ancora la sensazione di essere osservato, quasi che tutti conoscano la mia faccia e sappiano dove sto andando. Eppure questo è un quartiere che conosco appena, abito dall’altra parte della città.
Dovrò abituarmi a questa condizione. Agli sguardi puntati addosso. A questo senso di perdita, di umiliazione.
Di fronte alla vetrata del numero 240 ho un attimo di esitazione, un lieve capogiro, come se dietro quella porta ad attendermi ci fosse un girone dell’inferno e io non voglio entrarci.
Vorrei gridare, chiedere aiuto. Invece resto fermo, composto. In realtà nella mia condizione la rabbia sarebbe più forte della rassegnazione, ma la rassegnazione è l’unica carta che ti è concessa di giocare. Questo l’ho capito negli ultimi giorni.
Mi decido a entrare, spingo la porta a vetri. Dentro c’è un odore insopportabile di umidità e detersivo scadente, di polvere accumulata negli angoli e sulle scartoffie accatastate. Mi dirigo al distributore automatico di numeri, premo un bottone nero e sfilo il mio. Ho il numero 18, non ho alcuna idea dei tempi di attesa.
Vedo una sedia libera, mi siedo senza alcuna voglia di guardarmi intorno. Non voglio vedere le facce di quelli come me.
È accaduto tutto troppo in fretta, inaspettatamente, non riesco ad accettarlo, ammesso che si possa accettare l’idea di restare senza lavoro alla mia età, con due figli piccoli e un mutuo da pagare. Non è solamente una faccenda di soldi, anche se con quella devi fare comunque i conti.
È che quando ti arriva quella stramaledetta lettera scritta in un burocratichese freddo, mediocre e impersonale, vorresti andare direttamente dal tuo capo e dirgli: con questa ti ci pulisci il culo!
Proprio io, che sono sempre stato noto a tutti per la pazienza e la discrezione. La gentilezza per me è sempre stato un valore, un modo di vivere. Una scelta.
Con questa ti ci pulisci il culo! Dio solo sa invece quanto avrei voluto farlo.
Dopo lo shock mi sono sentite inutile e poi dopo, in perfetta successione, perso.
Impieghi anni per costruirti un’identità. La mia era semplice, fatta di piccole cose, ma per me soddisfacenti e sicure.
Mi impegnavo nel far bene il mio lavoro, portare a termine quello per cui ero pagato e le mie giornate erano così. Grato della stanchezza e della casa che mi aspettava. Quando la vita gira nel verso giusto, ti senti di far parte di un meccanismo oleato. Non pensi che tutto possa improvvisamente bloccarsi, non la ritieni una cosa tra le tue prospettive.
Invece basta un secondo, e TAC! Tutto fermo, annullato, il meccanismo è inceppato.
Sei niente, non hai fatto niente, hai buttato via anni, tu stesso sei stato buttato via. È una sensazione orribile.

Mentre aspetto mi accorgo che accanto a me c’è un ragazzo di colore, mi chiedo se è qui per lo stesso motivo. Forse per lui però non è così tragico: è giovane, forte, magari scampato a chissà quale guerra, e un sussidio è sempre meglio di ciò che aveva nel suo paese.
Ma che ne so io? Io appartengo alla schiera di quelli che sono sempre stati dall’altra parte, al sicuro, nella mia poltrona di fronte al monitor del mio ufficio al mattino e in quella davanti alla tv alla sera.
Ed ora invece eccomi qui, sbattuto in mare da un’ondata, mi dimeno come un naufrago in balia delle correnti, tutto quello che ho fatto e imparato non serve più a niente.
Alzo gli occhi verso il pannello elettronico, verifico che tra un po’ è il mio turno. Sto per diventare un numero, una pratica. Metteranno un timbro da qualche parte ed è fatta. Quale numero sarò nell’esercito di quelli come me? Voglio dire, quanti saremo? Migliaia credo.
Migliaia di manichini senza un volto né un nome né una storia. Fogli, carte, pratiche da sbrigare.
Le storie degli imprenditori, come quella di colui per cui lavoravo, quelle sì finiscono sui giornali, perché quando un’azienda chiude fa rumore. A lui sono andati in tanti a intervistarlo. E lui ha recitato impeccabilmente la sua parte di padre addolorato.
Ma a noi nessuno viene a fare domande. Noi non facciamo notizia. Magari accade se qualcuno si ammazza, come succede di tanto in tanto. Ecco che allora quel disperato finisce sui giornali, con nome e cognome. Ma sai che gloria! Dura il tempo in cui si brucia una notizia.
Per il resto siamo numeri, apparteniamo a statistiche.
Ecco, è arrivato il mio turno, mi avvio. Mi sento stanco. Mi siedo di fronte a un’impiegata e sono a disagio. Lei non è pagata per comprendermi, ha fretta. Mi mette sotto gli occhi un modulo, devo riempirlo. Dati anagrafici, cosa chiedo, cosa dichiaro, stato di disoccupazione, mi impegno a.
Non è così difficile. Sono dati, cifre, crocette nelle caselle. È semplice. Pensavo peggio.
Restituisco il modulo, leggo si chiama scheda anagrafica del lavoratore. Mi vengono date delle istruzioni per il futuro.
Il futuro. Mi viene da ridere. E questa obesa con la coda di cavallo dall’altra parte della scrivania mi sta dando anche le istruzioni. In caso di. Se ricevesse. Se accadesse. Annuisco senza parlare. A male pena capisco quello che dice. Ho solo voglia di andarmene.
Quando esco però non so più dove andare. Non c’è un posto dove vorrei essere. Così cammino senza meta, senza curiosità.
Da oggi dunque sono ufficialmente disoccupato. Devo abituarmi all’idea. Devo fare amicizia con questo pensiero, con questa nuova condizione. Al momento è l’unica cosa che posso fare per non impazzire.
Poi – chissà – potrò fare qualche ipotesi di progetto. O magari mi verrà la voglia di studiare come si costruisce una bomba, perché tutto questo – ne sono certo – non accade per caso. Non è il destino o la sfortuna. In tutto questo c’è chi ha la responsabilità. Io so di chi è la colpa. Anche perché ero io che tenevo i conti dell’azienda. So perfettamente com’è andata.
Credo di avere diritto alla rabbia, visto che quelli che parlano di me, di noi numeri, in definitiva sono laureati alla Bocconi e in tv fanno la loro porca figura.
Io però voglio avere un volto, un nome, una storia. Non voglio essere un numero nelle loro fottute statistiche da salotto televisivo.
Credo tornerò a casa. Su internet ci sono mille siti che ti spiegano come costruire una bomba, me l’ha detto mio figlio Andrea, che ha tredici anni. Io l’ho perfino rimproverato.
All’improvviso è tutto chiaro e devo ringraziare proprio lui, Andrea.
So anche dove posizionerò l’ordigno. Ma certo!
Io so tutto. So che c’è una barca ormeggiata al porto di Genova, appartiene al mio capo. Ho saldato io la fattura dell’architetto che ha realizzato gli interni. Tra qualche mese dovrebbe salpare per il Mediterraneo. Invece salterà in aria. Un meraviglioso spettacolo pirotecnico.
Ai miei figli spiegherò che dovranno considerarmi un eroe, non un fallito.
Rifaccio la strada fino alla fermata dell’autobus. Aspetto il 32. Mi guardino pure tutti. Non m’importa.
Io torno a casa.

 

 

Dedico questo racconto a Michele, 30 anni, che il 31 gennaio si è tolto la vita, stanco della precarietà e dei rifiuti. Michele ha lasciato una lettera nella quale parla di “furto della felicità”, di tentativo di fare “del malessere un’arte”. Dice di aver resistito fino a che ha potuto.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino”.

 

La favola del vecchio e del nuovo

“Vi prego, lo lascio a voi, abbiatene cura. È giovane e inesperto”
“Non preoccupatevi per me, io so cavarmela. Piuttosto è a lui che dovete pensare. È stanco.”
Era così che il vecchio e nuovo, secondo un antico cerimoniale, si disputavano l’attenzione.
Mentre discutevamo con toni cerimoniosi, passò di lì un giovane. Alzò gli occhi dal cellulare, si tolse le cuffie, mosso dalla curiosità . Si fermò qualche secondo, giusto il tempo per concludere che i due stavano facendo inutili chiacchiere.
“Fatela finita checcazzo! – sbottò senza troppi complimenti – giocatevela a poker e affidatevi alla sorte”. Scrollò le spalle e se ne andò.
“A poker? – disse il vecchio – io non ho mai imparato il poker, forse ha ragione, avrei dovuto. Ora per me è tardi per imparare.”
“Se è per questo non potrei neanch’io. Non so neanche cos’è il poker! Però se lei non l’ha imparato allora vuol dire che non era una cosa utile.” Disse il nuovo.
Giunse una donna, aveva lo sguardo malinconico, lunghi capelli e un vestito celeste. Guardò prima il vecchio, poi il nuovo e infine disse:
“Io vi amo entrambi. Il figlio più grande non è diverso da quello più piccolo. Io non potrei mai scegliere di chi avere maggior cura.” Così detto fece una carezza prima al vecchio poi al nuovo e passò oltre.
Il vecchio e il nuovo si guardarono in silenzio e in quell’istante si sentirono figli di una stessa madre, dunque fratelli.
“Ha ragione la donna – disse il vecchio – non c’è differenza tra noi. Dobbiamo restare uniti.”
“Eh no! C’è, c’è eccome – si intromise la voce di un uomo canuto giunto da chissà dove – tu sei vecchio e lui no. Le vostre direzioni sono inconciliabili. C’è un solo punto di incontro, ma non fatevi illusioni, dura un attimo. E in quell’attimo anche il giovane diventerà subito vecchio. Fareste meglio a salutarvi in fretta. Siete destinati a separarvi per sempre.”
Il vecchio mestamente si voltò e all’improvviso comprese che aveva sulle spalle un peso insopportabile, segno che per lui stava arrivando la fine. Il giovane lo guardò e comprese come doveva sentirsi, lui al contrario era così leggero che avrebbe potuto volare. E forse per questo aveva paura di essere lasciato solo.
Fu proprio in quel momento che arrivò un bambino.
“Perché siete così tristi? – Chiese.
“Perché stiamo per separarci per sempre.” Disse il nuovo.
“E perché dovete separarvi per sempre?” continuò il bambino.
“E’ la legge del tempo”. Rispose il vecchio.
“E cos’è la legge del tempo?”. Fece eco il bambino.
“Sei troppo giovane per capire. La conoscerai anche tu, ma a tempo e luogo dovuti.” Concluse il vecchio.
“Va bene, non posso imparare la legge del tempo, ma se siete tristi un rimedio c’è. Io quando sono triste faccio un gioco. Dunque perché non giocate per rallegrarvi? Ecco, prendete queste – tirò fuori dalle tasche due maschere – indossatele e prendetevi per mano. Poi fate un girotondo e cantate. “
Il bambino mise al vecchio la maschera del nuovo e al nuovo la maschera del vecchio.
“Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prendervi non potrà.” Canticchiò il bambino allontanandosi.
“Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prenderci non potrà.” Cominciarono a cantare il vecchio e il nuovo girando in tondo. Presero a ridere, a saltellare e a canticchiare. Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prenderci non potrà.

Forse con le maschere l’attimo traditore di cui aveva parlato poco prima l’uomo canuto, non riconoscendoli, li avrebbe lasciati in vita entrambi? O forse avrebbero potuto davvero scambiarsi le destinazioni, così che il vecchio andasse verso il nuovo e il nuovo verso il vecchio? Ma se così fosse stato, il vecchio sarebbe stato in grado di percorrere il sentiero del nuovo con lo stesso entusiasmo? E il nuovo, sarebbe stato giusto farlo soccombere e condannarlo prima ancora di esistere?
Nella danza che il bambino aveva indicato come rimedio, per il vecchio e il nuovo non c’era più posto per le domande. Ballavano, bevevano e si stordivano. Non si capiva più dove finisse la malinconia e iniziasse l’allegria, la felicità e l’infelicità, la gioia e l’amarezza. Chi fosse l’uno e chi fosse l’altro. Tutto si era mescolato.
Nessuno avrebbe potuto dire chi fosse il vecchio e chi fosse il nuovo.
E in quella baldoria che faceva bene a entrambi non si accorsero che sotto i colpi dei loro passi di danza c’era qualcosa che stava morendo.
Il vecchio e il nuovo nella frenesia di sopravvivere entrambi senza cedere l’uno il passo all’altro, indossando i panni mascherati di Ieri e del Domani, stavano uccidendo Oggi.
Senza neanche essersi accorti della sua presenza.

Buon Anno a tutti, quest’anno come mai!

Il presepe, l’albero, i canti natalizi e lo specchio deformante

John-Chillingworth

Da  bambina quando mio padre tirava fuori le assi di legno dal ripostiglio, quello era il segnale. Significava: è giunta l’ora di fare il presepe. Et voilà, iniziava il divertimento. L’architettura del presepe variava a seconda della stanza dove si decideva di posizionarlo e dallo spazio che quindi poteva prendere. Era sempre  grande, con strade, case, luci e ruscelli. Ed era sempre bellissimo, vuoi perché mia madre andava sempre a Catanzaro a comprare pastori, case, pecore e galline, oppure  palline di vetro soffiato per l’albero molto particolari (c’erano Yoghi e Bubu, la Lavanderina e Calimero, la navicella spaziale e Armstrong astronauta,  un numero imprecisato di variopinte cicogne a clip, i moschettieri e via discorrendo). L’albero era sempre incorporato al presepe. La seconda fase erano le scintille che io e mio fratello accendevamo davanti al presepe, la terza gli zampognari per le strade e nelle case. Ed era Natale.

Io sono felice di aver vissuto in una casa così, con l’odore di torrone e bucce di mandarino. I miei erano cattolici, ma in tutte le case, anche in quelle di atei o non praticanti il presepe e l’albero per lo più c’erano. E nessuno se ne faceva un problema.

Ora invece  sembra che la realtà debba sempre riflettersi in uno specchio deformante per cui diventa o si fa diventare qualcosa che non è, tipo quando una è magrissima e lì si vede grassa o viceversa.

Leggo che un preside si è dimesso per le polemiche che hanno fatto infuriare i genitori (e conseguente eco avuto sulla stampa) perché aveva deciso non ci sarebbero stati canti di natale a scuola per non urtare ragazzi di altre fedi religiose.

A parte che non si dimette un preside neanche se taglia la testa di un insegnante (ovvero esistono cose ben più gravi nelle scuole, soprusi compresi) ma questo –  perdonatemi –  cretino, non aveva niente di meglio per mettersi in mostra?

Ovviamente come non farsi mancare poi le polemiche politiche, in particolare quelle che non perdono occasione di strumentalizzare, come si dice, ogni cacatina di mosca?

Io il racconto del natale più bello l’ho ascoltato da due bambini molto piccoli, in Svizzera, durante una passeggiata in montagna. Quei bambini così piccoli conoscevano tutto della vita di Gesù, dalla sua nascita alla sua morte, parlavano della grotta in cui era nato, cosa aveva predicato e perché, avendo riscattato i poveri, fu crocefisso, compreso i “mandanti” di quella condanna. Mentre camminavano mi raccontarono un sacco di cose anche sulla Madonna e San Giuseppe,  tra storia vera e storia religiosa.

Ebbene, quei bambini erano figli di genitori atei e sfido chiunque a trovarne di così consapevoli che siano figli di genitori cattolici.

Il presepe, ad esempio, non è solo una tradizione cattolica, è un’arte. Ci sono in giro per l’Italia artigiani che per Natale nelle chiese, nelle scuole, nelle grotte naturali, nei vicoli dei paesi costruiscono vere e proprie opere d’arte. Che vogliamo fa’? Fermi tutti che è politicamente scorretto??

Ma ci faccia il piacere, diceva Totò….. mh250w

Io da adulta ripenso con serena nostalgia e gratitudine ai natali nella mia famiglia, eppure sono cresciuta lo stesso profondamente laica, nel pieno rispetto delle persone. Mia madre era una che aveva fatto la quinta elementare ma chiunque tu portassi a casa era benvenuto, l’accoglienza stava nella sua sensibilità e quindi nella sua cultura. Negli ultimi anni della sua vita era “cliente” di tutti i magrebini che vendevano per strada e spesso ne conosceva le storie.

E quei bambini di cui ho raccontato poc’anzi, sono figli di mio fratello, ateo, la cui madre è bravissima a raccontare loro le storie e la Storia.

È la conoscenza l’unico rimedio che abbiamo contro il pericolo dell’ignoranza, che produce danni ben più gravi delle dimissioni di un preside e dei mancati canti di natale dei bambini che peraltro, si sa, imparano soprattutto per emulazione.

 

 

MA A TE QUALE PICASSO PIACE? (ovvero come tornare a sud)

Ritratto di Olga in poltrona' dal Museo Picasso di Parigi

nudoingiardinoMA A TE QUALE PICASSO PIACE? (ovvero come tornare a sud)

Qualche anno fa, girovagando per le strade di Parigi, sono capitata per caso al Museo Picasso. Fino a quel momento non avevo mai apprezzato particolarmente Picasso, ma quella fu davvero un’esperienza entusiasmante perché là dentro ho davvero “compreso” Picasso senza bisogno di un esperto o di una guida, semplicemente seguendo il percorso delle opere disposte secondo l’evoluzione creativa del pittore. Lì si capisce il processo di sottrazione fino ad arrivare all’essenziale. Così quella famosa cazzata delle due linee che potrei fare anch’io tale ti appare: una colossale cazzata.
Dai ritratti capisci che grande pittore di talento fosse Picasso, la tecnica, la maestria. Ma evidentemente le belle pennellate, le belle forme, le fotografie perfette, le luci e le ombre che potevano solo imitare la realtà a un certo punto non lo hanno più soddisfatto. Non esprimevano appieno il rosicamento interiore, come lo chiamo io. Così i suoi quadri diventano sporchi, imperfetti, visionari, indecifrabili a occhio nudo, un’accozzaglia di linee, di forme, di elementi sformati e deformati che ti stanno davanti e ti sfidano, ti dicono: embè? Adesso che pensi?
Progressivamente l’arte perde armonia e apparenza di armonia ed esalta la domanda, il dubbio, l’incertezza, la contraddizione. Nella prima l’arte è bellezza e non c’è molto altro da dire, nella seconda la bellezza la devi andare a cercare, perfino quando ha le dimensioni della tragedia. Contemplazione nel primo caso, disordine e reazione nel secondo. Fosse anche quando ti incazzi perché non capisci.

Ho vissuto per trentacinque anni in una delle regioni più belle d’Italia, la Toscana. Non ho scelto di andarci o di rimanerci ma le cose sono andate così. Ed è andata benissimo, ne sono felice.
Ho vissuto per circa venticinque anni a Firenze e sebbene la amassi, avevo smesso di considerarla la città d’arte nella quale mi era stato dato il privilegio di vivere. Vivevo la periferia, il quartiere e la bellezza era sullo sfondo. Non sono mai riuscita a innamorarmi. Lo so, detta così sembra quasi una bestemmia. Il fatto è che la contemplazione per me è un momento di passaggio, un’istantanea ben riuscita, un’esperienza positiva ma fugace. Dentro rimane quella sensazione che la vita stia da un’altra parte, dietro le facciate, oltre i muri, dentro i vicoli, oltre le botteghe che ormai parlano lingue comprensibili ai turisti più che a te.
Mi sono poi trasferita in Mugello, per scelta, perché mi sono innamorata dei verdi, non il partito, proprio i colori. Una vallata meno antropizzata e meno cartolina del Chianti amato dai tedeschi. In Mugello ci sono tutte le tonalità di verde che esistono, si mescolano e si rincorrono. Nella stagione giusta è uno spettacolo che di per sé è sufficiente a dare un senso all’esistenza individuale. Però.
Però era ancora contemplazione. Come se il respiro c’è perché ci deve essere, è necessario per sopravvivere, è una funzione. Ma perché fosse vita e sollievo mi mancava qualcosa.
Così ho saltato il fosso, triplo salto con avvitamento, devo ricominciare tutto daccapo. A sud. Di nuovo.
Adesso il mio occhio è più critico, più consapevole, meno incline a digerire ciò che non va come fosse una fatalità.
Ma il respiro.
Il respiro è tornato.
Si insinua nel groviglio di linee e forme in cui cercare una bellezza nascosta ben bene, che quasi sempre qui sta accanto alla peggiore bruttura.
Sta nella contraddizione che mi rappresenta e mi fa sentire a mio agio, sta nei dubbi che pungolano assillanti tra i panni stesi ad asciugare al sole e si vedono, gonfi di vento e di presunzione di esistere impunemente. Qui niente esiste se non te lo vai a cercare. Ma c’è. Come la spazzatura sul ciglio della strada e poi le rovine dell’Abbazia. Come l’anziana che ti guarda con sguardo materno mentre ti porge una fettona di torta alta un palazzo senza neanche sapere il tuo nome. O come quell’uomo seduto al bar con lo sguardo torvo dal quale è meglio non accettare un caffè.
Qui vado a caccia. Mi arrabbio fino allo spasimo e mi riprendo. Mi faccio domande e ho le risposte. Qui non ci sono cartoline da spedire ma qualche secolo di storia andato a male. Qui l’antico è vecchio e nessuno se n’è mai preso cura abbastanza. Qui ci stanno le vittime e i colpevoli.
Eppure il mare è cristallino e la montagna è dolce e aspra, i borghi sono nascosti e l’aria è profumata. Ma tutto questo c’è solo se sei disposto a muovere il culo e andartelo a cercare. Qui niente è scontato. Niente.

Tutto è pura contraddizione.

Ed è per questo che la prossima volta che qualcuno mi chiederà: ma perché l’hai fatto? Ma cosa ti ha spinto a tornartene al sud? Ma ti sei ammattita? Io risponderò con una domanda: ma tu, quale Picasso preferisci?

Buon compleanno Virginia!

Quanto può inimagesfluenzare una scrittrice?

Virginia Woolf è un marchio a fuoco e non me ne compiaccio: molti anni fa ho subito la fascinazione del personaggio (oltre che dei suoi libri e della sua scrittura) tanto  da rifiutarla oggi.

Ho provato a rileggere alcune cose che vent’anni fa avevo divorato e mi sono andata convincendo che non andava più bene. L’ho rifiutata come le cose nocive, che sappiamo essere pericolose ed è meglio bandire. Troppe parole e troppa testa possono far male.

Le illusioni sono per l’anima ciò che l’atmosfera è per la terra. Toglietele quell’aria tenera, e la pianta morirà, i colori svaniranno. La terra su cui camminiamo è cenere estinta. È marga quella che calpestiamo, e ciottoli spietati ci feriscono i piedi. La verità ci annienta. La vita è un sogno. È il risveglio ad ucciderci. Chi ci deruba dei sogni ci deruba della vita… (da Orlando)

 Sono una grande dilettante nell’arte della vita, decisa a succhiare la mia arancia, e poi subito via come una vespa se il boccio su cui riposo appassisce (Diario)

Però, buon compleanno lo stesso Virginia!  (25 gennaio 1882 – 28 marzo 1941)

Vuoi giocare con me?

bambina_araba_2013_olio_su_tavola_50_x_50_cmijiopMi chiamo  A.M.   e ho dieci anni, e tu?

Vuoi giocare con me?

Il gioco te lo insegno io, è  bellissimo.

Ti devi mettere addosso sotto i vestiti tante piccole macchinine, mi hanno spiegato che appena premi un bottone fanno i fuochi d’artificio.

E in questo modo anche tu diventi un fuoco d’artificio a forma di fiore alto nel cielo, tutti lo possono vedere e tu diventi una piccola martire che tutti adoreranno perché ha fatto una cosa giusta.

Mentre mi mettevano quelle cose sotto i vestiti ho pensato che mi dispiaceva perché mi sarebbe piaciuto vedermi da giù che effetto facevo, avrei voluto essere con i miei fratelli  e mia madre che mi avrebbero guardato alta nel cielo. Ma poi ho pensato che me lo avrebbero raccontato e mi sono sentita meglio.

Ero tutta eccitata, non vedevo l’ora, così sono andata in mezzo alla gente, al mercato, come mi avevano spiegato, perché il gioco funziona solo se tu fai tutto quello che ti dicono e devi stare attenta al bottone, lo devi premere al momento giusto, se no i fuochi d’artificio non funzionano e tu perdi e nessuno ti vuole più bene.

Vince chi fa il fuoco d’artificio  più bello.

Che dici, allora lo vuoi fare questo gioco con me?

 

 

CAMMINARE A SUD

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Esci e hai voglia di riempirti gli occhi e il cuore, c’è un sole così pieno e discreto che camminare sarà una festa.
Il rumore dell’acqua del ruscello giunge allegro , è acqua che discende scaricando la sua forza a valle, argentata, con la sua impetuosità montanara.
Viene quasi voglia di tuffarsi in quell’acqua limpida, camminarci dentro, sui sassi lisci, puliti, levigati.
I balconi qui sono quadri dipinti, così fioriti, ricchi, colorati di tutti i colori che hanno i fiori nella loro stagione migliore.
Cammini e ti senti di visitare un mondo che sfiora la perfezione, è così come lo vorresti: tutto ti restituisce armonia, perfino il tè che prendi prima di metterti in cammino, così intenso e profumato, come la marmellata, che ha la giusta consistenza. Per fortuna che esistono posti così, posti nei quali sentirsi bene, umani, adeguati.
I sentieri poi sono segnati, puoi procedere tranquilla, le facce che incontri sorridono come la tua, ti salutano e tu rispondi, perché così si usa tra viaggiatori in cammino sui sentieri di montagna.
Molti usano le seggiovie o le funivie per andare in quota e godersi il sole, io preferisco sempre camminare, non amo le diavolerie come queste. Le apprezzo, ma non le amo. Non ho la smania di arrivare in vetta, di mettermi alla prova, le mie gambe fanno quello che sentono di fare e stop, quando non reggo mi fermo, mi siedo, mi guardo intorno, respiro, mi sento viva, avvisto, osservo i fiori e le piante spontanee. Guardo le cime maestose e mi sembra di essere appena un gradino sotto a D’io, che deve essere là, oltre quelle nuvole che squarciano un cielo cristallino, mollemente sbuffanti e così piene che pensi che lui da là osserva e sta comodo. Sì, D’io – se c’è – deve abitare qui e sorride paterno alle nostre ingenue fatiche di camminatori.
Quando la settimana in alta montagna è al termine, sei ritemprata e il tuo corpo ti ringrazia, tutto quassù è perfetto, hai speso bene i tuoi soldi, ovunque tu sia andato sei stato un turista soddisfatto.

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Invece camminare a sud è diverso, praticamente un altro mondo. Non è solo l’ambiente naturale che è differente, perché questo è assolutamente normale.
Il ruscello scorre sonnolento a valle, chiede acqua, eppure ti parla di freschezza nella sua ombrosità disordinata. Le sue parole sono prive di una qualsiasi articolazione regolare, è anarchico, dipende dal caso della pioggia, come del resto tutto qui.
Non ci sono nuvole immense, ma un cielo striato di un bianco puro che ti fa desiderare le nuvole, quelle vere, tonde e grasse. C’è una natura parsimoniosa intorno e ti arrabbi perché ne vedi l’abuso. Qualche rifiuto in giro, ad esempio, che ti dice che qui non ti vendono nessun quadro, nessun sentiero, nessuna merce di scambio.
007Qui se vuoi te la devi cavare, devi camminare e trovare la strada, magari perderti per poi ritornare.
Qui camminare richiede fatica, il respiro ha la difficoltà dell’ansia di qualcosa che sta lì in agguato pronto a colpirti: un cane randagio, un colpo di fucile, un sentiero sconnesso, perché è questo che ti raccontano del sud, tanto che ti si appiccica alla pelle e quando cammini è il tuo respiro che te lo racconta.
Qui camminare è “all’improvviso”. All’improvviso il bosco si distende e ci sono alberi le cui cime – e non tu – dialogano con D’io, tanto sono alti.
All’improvviso le felci sublimi e robuste sono un reticolato di tenero verde che riceve i raggi del sole così distintamente che tu quei raggi li puoi contare mentre si posano a baciare le piante, è un ordito di trine intessuto da mani di angelo che restituisce pace al respiro.
All’improvviso il ruscello è più prepotente e ti chiama, ti invita a ballare con lui, a levarti le scarpe e percorrerlo amico o magari tenertele e arrampicarti bagnandoti di dolcezza di acqua fresca e leggera.
All’improvviso gli alberi si fanno sculture, giganti diffidenti che valutano gli uditi attenti e perspicaci e custodiscono antichissimi segreti.
All’improvviso ti accorgi che hai camminato per ore senza incontrare un umano e neanche te ne sei accorto.
All’improvviso.
Qui devi saper conquistare, non c’è niente che ti venga offerto così, solo perché tu viandante passi da lì. Devi esplorare bestemmiare e incazzarti, perché qui D’io non c’è, non è come in quell’altro mondo a sorridere bonario e invisibile. Qui lo devi chiamare urlando e imprecando e non sei mai sicuro che ti risponda. Qui sei da solo contro il mondo, e senti che va bene così.
Qui manca l’armonia costruita dall’uomo, c’è l’anarchia di una natura selvaggia e innocente che ti chiede un passaggio e salvezza.
E tu sai che qui sarai salvo salvandola.
Qui – infine – c’è un respiro di vita ruvida e violenta che parla col diavolo. E poi con te.
parcE quando finisce, sei un passeggero ubriaco e incantato, inebriato dalla fame dei lupi mannari.

Anna verrà

dani-1Quando affrontiamo una narrazione come lettori, molto spesso siamo di fronte a uno specchio alla ricerca di qualcosa che ci assomigli o a trovarla per caso mentre ci sembra che nel momento in cui quella cosa è stata concepita noi eravamo là.

Il nome della protagonista del Mistero della casa del vento è, non a caso, Anna, un palindromo, un nome-specchio appunto, e nelle storie che nel romanzo ho inteso raccontare in tutte c’era un po’ di me, in tutte le donne-vento c’era un po’ di ogni donna.

L’intento di arrivare in fondo a una narrazione molto, troppo complessa è riuscito parzialmente, ma questo risultato c’è stato.

Quando alle ultime battute dell’impaginazione del romanzo osservavo la copertina e l’impaginato prima di andare in stampa, ho avuto un’ultima illuminazione. Solo dopo ho scoperto che la canzone, così come il libro, era dedicata ad Anna Magnani.

“Anna verrà”  di Pino Daniela era la sintesi di quanto avevo inteso raccontare. Così ho chiesto che fosse aggiunta a prologo. E sono stata accontentata.
 

Anna verrà, col suo modo di guardarci dentro.
Dimmi quando questa guerra finirà, noi che abbiamo un mondo da cambiare;
noi che ci emozioniamo ancora davanti al mare.
Anna verrà
col suo modo di rubarci dentro, di sorridere per questa libertà,
noi che abbiamo un mondo da cambiare, noi che guardiamo indietro cercando
di non sbagliare.
Anna verrà
raccoglieremo i cani per strada, ci inventeremo qualche altra cosa,
per non essere più soli.
Anna verrà
sarà un giorno pieno di sole
e allora sì, ti cercherei
forse per sognare ancora
sì, ancora..
Anna, dimmi se è così lontano il mare.

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