Signor Giudice

Eccomi qui davanti a lei, era questo che voleva no? Stia tranquillo, sono calma, ho preso le pillole. Del resto da quel maledetto giorno sono costretta, mi avete costretto. Non ne avrei avuto bisogno, ma niente, non c’è stato niente da fare, non meritavo fiducia. La fiducia non si dà ai perdenti, i perdenti nel grande copione di questo mondo capolavoro non sono contemplati.

Lei, ad esempio, signor giudice: non ha mai sbagliato? Davvero ritiene di essere al di sopra del giudizio emotivo e dell’agire errato? Eppure se ne sta là, con la sua aria da imbroglione pieno di paroloni che abbaglierebbero Gesù risorto dal sepolcro ad aspettare che io confessi.

Ma l’ho già fatto caro giudice, soltanto che lei si era distratto, come si distraggono tutti quelli impegnati a giudicare, a vivere per aspettare che l’altro cada, inciampi, prenda una storta su una buca nella strada.

Io non temo il suo giudizio, conosco già la mia sorte. Non ha idea di quante volte l’abbia vista, vissuta, come una giostra che gira e torna sempre al punto di partenza. Io lo so cosa accadrà appena socchiuderò gli occhi, nell’attimo prima del niente, so esattamente cosa vedrò. Cosa crede? Sono lì ad aspettarmi, è quella la resa dei conti. Lei può dire altrettanto?

E’ arrivato e passato il momento della bilancia: era lì, davanti a me, con i due piatti ben equilibrati, sullo stesso piano. Gli anelli di ferro ben tesi, tre per ogni piatto. L’ho vista, caro giudice, ho seguito con attenzione: un piatto saliva e l’altro scendeva. Più uno saliva più l’altro scendeva. La sentenza, a ben vedere, è stata già emessa, è lei, inutile.

No, non mi reputo felice, ma nemmeno infelice se è questo che vuol sapere, anche se non è una domanda che un giudice dovrebbe fare nello svolgimento delle sue funzioni: non le pare di essere già abbastanza presuntuoso?

Ha fatto caso come ormai il pallino di gran parte gli esseri umani sia fare a gara nel dichiarare la propria infelicità, il proprio fallimento, il proprio personalissimo piagnisteo?

A un certo punto si dimentica: non esiste più quell’attimo in cui abbiamo sentito per la prima volta il vagito di un neonato ed eravamo così colmi di gioia che l’edificio che ci ospitava avrebbe potuto spaccarsi e andare in pezzi noi non ce ne saremmo accorti. O il grido della prima volta? O la luce di un’alba accanto a un amico? O la partita vinta e le braccia alzate dopo lo strike, noi che neanche sapevamo di poter giocare? E gli abbracci? Perché dimentichiamo gli abbracci? Chi c’ha fatto piangere, o sorridere magari.

Tempi di infelicità dichiarata, signor giudice. E lei vorrebbe giudicare me? Cosa ne sa di quello che ho dato e ricevuto in cambio? Cosa ne sa dei segni che mi porto addosso e di coloro che li hanno procurati, sono da qualche parte, loro, a fare la raccolta differenziata, fanno i moralisti con i propri studenti magari. Insegnano ai loro figli, e anche loro, cosa crede, si proclamano infelici e innocenti.

Io no signor giudice, io sono colpevole, quindi che si sappia, mi permetto il lusso di sbattermene della sua sentenza. Non le riconosco l’autorità.

Si, signor giudice, le ho prese le pillole, ma quelle non spengono il cervello, il pensiero, la capacità di giudizio.

Sono consapevole e felice, pur se condannata, da me stessa, prima che da lei, ma cosa glielo dico a fare. Non lo capirà mai.

Lo scriva in quella pagina che ha davanti, lo scriva chiaro, registri bene le parole. Le metta a verbale, sono poche, in definitiva se la cava con tre: consapevole, felice e condannata.

Tanto, il verbale, lo firma lei.

La seduta è sciolta, da me, lei al massimo può sciogliere lo zucchero nel caffè. Lo beva caldo, mi raccomando.

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