Anna verrà

dani-1Quando affrontiamo una narrazione come lettori, molto spesso siamo di fronte a uno specchio alla ricerca di qualcosa che ci assomigli o a trovarla per caso mentre ci sembra che nel momento in cui quella cosa è stata concepita noi eravamo là.

Il nome della protagonista del Mistero della casa del vento è, non a caso, Anna, un palindromo, un nome-specchio appunto, e nelle storie che nel romanzo ho inteso raccontare in tutte c’era un po’ di me, in tutte le donne-vento c’era un po’ di ogni donna.

L’intento di arrivare in fondo a una narrazione molto, troppo complessa è riuscito parzialmente, ma questo risultato c’è stato.

Quando alle ultime battute dell’impaginazione del romanzo osservavo la copertina e l’impaginato prima di andare in stampa, ho avuto un’ultima illuminazione. Solo dopo ho scoperto che la canzone, così come il libro, era dedicata ad Anna Magnani.

“Anna verrà”  di Pino Daniela era la sintesi di quanto avevo inteso raccontare. Così ho chiesto che fosse aggiunta a prologo. E sono stata accontentata.
 

Anna verrà, col suo modo di guardarci dentro.
Dimmi quando questa guerra finirà, noi che abbiamo un mondo da cambiare;
noi che ci emozioniamo ancora davanti al mare.
Anna verrà
col suo modo di rubarci dentro, di sorridere per questa libertà,
noi che abbiamo un mondo da cambiare, noi che guardiamo indietro cercando
di non sbagliare.
Anna verrà
raccoglieremo i cani per strada, ci inventeremo qualche altra cosa,
per non essere più soli.
Anna verrà
sarà un giorno pieno di sole
e allora sì, ti cercherei
forse per sognare ancora
sì, ancora..
Anna, dimmi se è così lontano il mare.

BUON SALTO A TUTTI!

02-chicago-kara-lozanovski

Da ragazza (ebbene sì) ancora mi piaceva saltare sulle strisce pedonali: da una all’altra con un balzo facendo attenzione a rimanere in bilico nello spazio bianco. Era il mio modo di attraversare la strada quando il traffico lo consentiva.
Quando si passa da un limite a quello successivo ci sentiamo pieni di quella straordinaria energia che definiamo speranza, ovvero quella spinta che ci induce a migliorare le cose che non vanno o eliminare quelle che non ci piacciono.
Poi magari è come la dieta che comincia lunedì, un lunedì che non si sa mai qual è, o se volete il buon vecchio Godot beckettiano che si aspetta e non arriva mai, o l’isola di Kavafis che ci racconta quanto possa essere entusiasmante un viaggio quando smettiamo di preoccuparci della meta.
Domani sarà un nuovo anno e il mondo sarà uguale a oggi.
Con la bellezza che sta andando distrutta pezzetto dopo pezzetto, con le ingiustizie di sempre, con i poveri destinati a crescere e i ricchi che diventano sempre più ricchi, con le calamità, le malattie, le sofferenze.
“Vuole un almanacco nuovo per il nuovo anno?”, scriveva Leopardi che aveva capito già tutto troppo tempo fa.
È l’attesa il nostro tempo più felice, quell’attimo di sospensione in cui stiamo saltando da uno stadio all’altro.
Vorrei sì invitare a fare piccole cose, come salvare un albero o una goccia di mare, perché se lo facessimo vorrebbe dire aver cura del futuro, anche di quello che non ci appartiene ma sarà. Suona retorico?
Allora vorrei augurare l’onestà e la rabbia, soprattutto la capacità di indignarsi, il rifiuto alla rassegnazione costante.
Auguro a ciascuno la cura dei propri progetti, soprattutto a coloro che hanno la responsabilità di preservare e comunicare la bellezza, la sola vera forza che può salvare la terra. Qualsiasi comportamento che possa definirsi etico non potrà mai essere realizzato se non si impara e si insegna a riconoscerla e rispettarla.
Ringrazio la tecnologia che ci consente di esprimerci, di dialogare, di ritrovarci: conosco un mucchio di persone che su fb ad esempio “osservano” ma non intervengono. Sono coloro che hanno quella sorta di diffidenza che non aiuta a raggiungere l’altro, sui social come nella vita, sono coloro che non saltano.

Auguri a tutti di diventare più belli, solari e comunicativi.

Io stasera mi sono ripromessa di fare quel vecchio gioco da ragazza: saltare da una striscia all’altra cercando di restare in equilibrio, perfino in un momento personale difficile, in cui la parola equilibrio sembra essere un lusso troppo grande.
Auguro amore, non quell’energia esclusiva che include due, ma quello che circola in natura e salva.

Dunque, buon salto a tutti, ai diffidenti come ai generosi.

 

Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo?
Venditore. Si signore.
Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore. Oh illustrissimo si, certo.
Passeggere. Come quest’anno passato?
Venditore. Più più assai.
(G. Leopardi)

INDOLE MALVAGIA

DSC7631-Modifica-2L’etimologia della parola “malvagio” ci dice che la parola deriva dal latino “malifatius”, ovvero “che ha cattivo fato”, cattivo destino insomma, quasi a dire che alla malvagità si è predestinati, come fosse una componente della natura umana che si possiede fin dalla nascita. Questo era qualche secolo fa.

Noi tutti possediamo, sia che ne siamo consapevoli o no, un lato oscuro, ma oggi accanto alla “natura” c’è la “cultura”, cioè l’ambiente, il progresso, l’educazione etc. fanno sì che impariamo a dominarlo. Almeno così è per la maggior parte di noi, ma evidentemente non per tutti.

C’è anche chi cresce covando cattiveria e rabbia, ma nessuno ci fa caso, imputandolo alla “natura”, magari per incuria, ignoranza o timore. Questo avviene in modo particolare se questo “destino” tocca a una donna, perché si è portati a pensare che sia innaturale. Se è un uomo a uccidere è un mostro, ma “mostra” non esiste, esiste maledetta troia o epiteti del genere.

Una donna che uccide il proprio figlio, perfino con crudeltà, è un fatto talmente aberrante da non riuscire nemmeno a pensarlo. Stimola la nostra curiosità morbosa da un lato (per quel lato oscuro che dentro c’è) e dall’altro ci porta a prendere le distanze, è il crimine peggiore, quella madre è indegna, dobbiamo allontanarla da noi. Ci rende inquieti, noi che invece siamo “normali”.

Se fossimo a qualche secolo fa quella donna non avrebbe un processo, brucerebbe su un rogo, o linciata nella pubblica piazza, e tutti saremmo fieri  di scagliarle una pietra contro. Non avremmo in testa un solo pensiero per quella vita innocente, ma solo la rabbia per quella deviazione della natura che è una minaccia e pertanto va eliminata dalla nostra vista.

Forse anch’io scaglierei una pietra contro, perché sarebbe più forte della ragione l’dea di una vita stroncata crudelmente e proprio da colei che quella vita avrebbe dovuto proteggere, sarebbe nudo, lì, tutto il nostro istinto animale. Vorrei, come  gli altri, che crepasse.

Quand’è che si insinua quella stilla di follia che nella testa di un essere umano – sia donna o uomo – sposta l’ordine dell’universo così come l’abbiamo creato e lo conosciamo?

Alt. Questa è una domanda fuori posto, non c’è posto nella pubblica piazza per la ragione.

Come lo sarebbe parlare oggi della solitudine delle donne, ma è un fatto che non dovrebbe esistere la “natura”, ma la “cultura” (però se mi viene da usare il condizionale vuol dire che non è un fatto, quindi sarebbe più corretto dire che è un fatto che esiste la “cultura” e non la “natura”, almeno oggi. No. Non è un fatto. Il condizionale va bene.)

Alla fine è la solita, logora, vecchia storia: madonne o puttane. È così che ci rassicura l’ordine della cose. Le madri sono buone per definizione.  È la natura.

Io, che madre non sono diventata, conosco la particolare solitudine che può esserci nella maternità, potrebbe sembrare un paradosso ma non è così: è una cosa alla quale è difficilissimo accostarsi, un tabù, per semplificare.

Quando una mattina mi sono trovata in un letto d’ospedale a sei letti dove ero finita nella notte d’urgenza, io non avevo voglia di aprire gli occhi, perché intuivo che a nessuno sarebbe importato come mi sentivo, altrimenti non avrei avuto davanti tre donne alle quali erano stati portati i propri neonati perché fossero allattati. Io capivo che stavo per entrare in un mondo “altro”, un mondo diverso e lontano dai mondi intorno. Una specie di universo parallelo dal quale cominci a guardare la vita. Ti arriva il chiasso, il fervore, la speranza e il pianto dagli altri mondi ma sul tuo c’è silenzio, un silenzio che con l’andare del tempo diventa insopportabile.

E ti rendi conto che quella consapevolezza non era solo una sensazione momentanea di dolore, quando perfino quella che era la tua migliore amica (sì, proprio quella con cui hai diviso un pezzo di strada, quella che viene dai collettivi di donne) sparisce.  Poi un giorno la incontri con la carrozzina davanti a giardini e non ti chiede come stai, ti dice soltanto “non sai come ti cambia la vita, pensa che adesso il momento migliore è quando prendo il tè a quest’ora con le altre mamme”. Ti ha condannato con nonchalance a due anni di analisi, eppure solo ieri prima di diventare madre aveva vissuto anche lei quel calvario che stava toccando a te. Vi siete riempite l’esistenza con frasi tipo “solidarietà femminile”.

È lì che tu capisci che si è aperto il divario, ci sono dei paletti che da adesso in poi, ti terranno “di qua”, dove sei sempre stata, ferma, perché non hai un figlio e tu non puoi capire. Ci sono mille fottutissimi modi per fari sentire un’aliena, quando perfino nelle graduatorie scolastiche c’è quella che raggiunge il tuo punteggio ma ti scavalca perché ha figli e tu no.

Questa buona indole femminile l’ho conosciuta in decine di serate trascorse a sentir parlare di avventure e sventure di pargoli che crescono. E tu sei lì, nel tuo mondo altro, dove niente è abbastanza degno di attenzione, quelli sono problemi veri, concreti. Io ho cominciato a viaggiare “altrove”.

Eppure io, così arrabbiata con la vita e con me stessa  per il mio istinto materno tradito, comprendo in pieno cosa sia o possa essere la solitudine di una madre, non perché sia un’eroina, ma perché ne conosco la matrice:  a nessuno piace guardare  un mondo parallelo che fluttua nel silenzio. Tutto deve scorrere normalmente, perfino quando normale non è.

Noi preferiamo credere che esista l’indole malvagia, perché alla fine di ogni fiaba la strega ha sempre quel che si merita.

 

 

 

ISTANTANEA

imageN.S.  torna a casa stanca, apre le finestre per cambiare l’aria, anche se fuori è freddo. Si affaccia per vedere se si intravedono le stelle, le vede brulicare tra i tetti, non sa perché ma si sente rassicurata. Accende il computer, si sintonizza sulla pagina che è la sua finestra sul mondo. Lo sguardo scorre tra le notizie e i commenti, legge distrattamente, giusto così per levarsi di dosso la giornata, o per sentire che nel mondo accadono tragedie ben più pesanti delle sue. O solo per cercare il modo di sorridere e distrarsi. O a caccia di parole intelligenti, tanto per convincersi che non si potranno mai fare grandi cose a forza di stare a contatto con la mediocrità e le stronzate.  Forse è la nullità della riunione della mattina che le dà la misura dell’indolenza che impera intorno  a macchia e ti dà il senso fastidioso di uno sporco che non riesci a lavarti di dosso.

Forse cerca un motivo per cui valga la pena, un guizzo di entusiasmo che venga da qualcun altro che non sia lei, una causa nobile.

Ascolta una canzone, guarda un video, legge la posta.

E alla fine conclude che nessuno e niente arriverà nella sua testa a fare pulizie di primavera. Si dice che è perché è inverno.  Ognuno è rivolto dentro sé.

Blog su WordPress.com.

Su ↑