Abbiamo ancora paura di Virginia Woolf? Scrittori, scrittrici e la letteratura calabrese (ma anche non)

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Premessa: ieri su un post che segnalava un evento prossimo a Girifalco al quale parteciperanno alcuni scrittori calabresi, qualcuno ha scritto un commento sul fatto che sembra che in Calabria scrivano solo gli uomini, visto che a quasi tutti gli eventi passati e presenti sembra sono invitati soltanto gli scrittori, lamentando l’assenza delle scrittrici.
Apriti cielo: quel commento ha scatenato una seriedi polemiche e battute tra serietà e sarcasmo con un diluvio di parole appropriate e non, di buon gusto e cattivo gusto.
Questo è il mondo di facebook che non sono abituata come molti a criticare sempre e comunque: fb è un social e come tale è lo specchio di ciò che siamo. Di sicuro è uno strumento di cui molti non possono fare più a meno, che serve per comunicare, ma non certo per sviluppare discussioni. Purtroppo c’è sempre quello/a che si inserisce con il commento che scatena la diatriba di pancia con ciò che ne consegue, la tastiera è una mala consigliera. E questo è un fatto.
Poiché tuttavia l’argomento mi sta a cuore vorrei provare a fare una riflessione.
Facebook (almeno per me) è una sorta di finestra che apro per vedere chi passa in strada e ascoltare cosa dice. Se mi interessa mi fermo altrimenti vado oltre. In questo modo è diventato prevalentemente lo strumento che utilizzo – vista la mia predilezione per la letteratura- per seguire scrittori di varia provenienza e raccogliere gli stimoli che ne possono venire (oltre ovviamente il cazzeggio, che è forse la prima ragione per cui mi piace seguire alcuni profili, perché ridere fa sempre bene e l’ironia è l’unica arma che apprezzo).
Il fatto dunque che alcuni scrittori, alcuni di fama ormai nazionale, altri più legati al territorio, si mettano insieme per discutere di “letteratura calabrese” è un fatto di per sé non solo lodevole, ma necessario.
Il riscatto di una terra non passa soltanto attraverso le necessarie azioni politiche, ma laddove abbiamo l’aggravante di una criminalità organizzata che incombe sul territorio, inevitabilmente passa anche dalla cultura e dalla conoscenza, le due cose sono imprescindibili.
Faccio un esempio veloce: quest’anno a scuola ho avuto una quinta, sono tornata a vivere in Calabria da tre anni e da insegnante mi sono posta il problema che nessuno dei ragazzi (in un programma vasto come quello del quinto anno) una volta fuori avrebbe conosciuto un solo autore che della loro terra ha scritto. Poiché noi siamo per atavica abitudine sempre pronti a ricevere di buon grado ciò che viene da fuori, non sappiamo niente di ciò che ci circonda, soffriamo di complessi di subalternità, così quest’anno ho sviluppato un piccolo modulo sui Racconti Calabresi di Nicola Misasi, perché il Verismo lo abbiamo avuto anche qui, anche se sui libri non c’è. Un ragazzo ci ha fatto una tesina legata al brigantaggio e ha fatto davvero un bel lavoro.

E qui arrivo a una parola importante: consapevolezza, ovvero quella cosa che ti dà un senso di appartenenza e dunque di difesa dei valori di quella appartenenza. Questo è un aspetto essenziale in un processo di emancipazione sociale e culturale. La maggior parte dei calabresi conosce Firenze Venezia Roma Parigi Barcellona, ma non sa cosa c’è dietro l’angolo di casa sua, quindi se dietro quell’angolo ci sta una delle sette meraviglie del mondo, anche se ne fanno macelli a lui/lei non importa perché la sua ignavia lo rende immune da qualsiasi responsabilità.
Ecco perché quello che stanno facendo quel gruppo di cui sopra di scrittori calabresi è necessario e positivo, perché è un passo per riappropriarsi della propria storia, della propria lingua, della propria dignità e della propria appartenenza e nel contempo avere quell’apertura sul mondo con un occhio aperto, non con quel complesso di inferiorità di cui – diciamolo – abbiamo sempre sofferto.
Qui il discorso si farebbe lungo ma poiché vorrei arrivare al punto contestato nel post di cui sopra, sorvolo.
La parola di partenza è la stessa: consapevolezza. Vale per le donne che scrivono che sono arrivate più tardi alla scrittura (come del resto a tutto ciò che fosse fuori dalle mura di casa) e potrei dire che così come nei libri di testo – a parte un rapido accenno a Corrado Alvaro –  manca la letteratura calabrese, le grandi assenti sono certamente le donne, che nei programmi ministeriali proprio non ci stanno.

Faccio un salto. Una considerazione: dalla finestra dalla quale mi affaccio per ascoltare chi passa (sono un’inguaribile curiosa) osservo molto e devo annotare che molto spesso gli uomini che scrivono (al nord come al sud) dialogano molto, si incontrano, mangiano insieme, cazzeggiano, bevono e concepiscono idee e progetti, sostenendosi a vicenda e promuovendosi anche a vicenda.
Le donne invece sembrano spesso pianeti solitari che vagano ognuna per sé. La solidarietà è sempre stata femminile, soprattutto negli ultimi decenni, visto che c’è stato bisogno di tante battaglie per conquistare indipendenza e autonomia, ma adesso mi pare che le cose si stiano ribaltando.
Ho provato a interrogarmi su questo e ho difficoltà a dare una risposta: però devo ammettere che spesso percepisco invidia, prevenzione, pregiudizio, e non capisco.
Altro piccolo esempio: sette anni fa ho pubblicato il mio primo romanzo, storie di donne. Ne sono state stampate trecento copie, vendute tutte sul passaparola. Poi il libro è morto lì per vicende legate alla casa editrice. In quel periodo ho ricevuto valanghe di messaggi di donne che in quelle storie si erano identificate, riconosciute etc.; ne è stato tratto uno spettacolo teatrale e la sera del debutto mi sentivo morire, ero sicura sarebbe stato un fallimento. Invece abbiamo dovuto rimandare via le persone e fare una replica. Soltanto a pensarci adesso, a quel testo, mi chiedo come sia successo.
A sette anni di distanza ho pubblicato il mio secondo romanzo, ancora una volta le protagoniste sono donne, anche se è molto diverso dal primo. Ambientato in Calabria è incentrato sul tema della violenza e dell’abbandono, non soltanto sulle persone ma sui luoghi.
Ebbene, sta succedendo esattamente il contrario: i messaggi che ricevo sono di lettori, molto meno di lettrici, come se avessero il bisogno di comunicare, di liberarsi dal senso di vergogna che appartiene al loro sesso o comunque scrivere delle emozioni provate nella lettura.
Che sta succedendo dunque?
È vero, gli scrittori di cui sopra non si sono posti il problema: invitiamo le scrittrici, ma le scrittrici dove sono?
Nel 2018 può essere considerata infondata o oziosa la domanda: scrittori o scrittrici non fa differenza, ma poiché lì non si tratta di una discussione nel merito di ciò che è buono e ciò che non lo è, ma di una riappropriazione della propria sacrosanta identità, la domanda ha una sua fondatezza.
Io mi sono limitata a riportare alcune osservazioni. Di strada ne abbiamo fatta, ma ne rimane da fare, abbiamo però – come donne – perso qualcosa nel percorso. Se devo darmi una risposta, ahimè, è anche questa.

Da ultimo, una provocazione: una cosa che da sempre mi piacerebbe realizzare, le statistiche dicono che le donne leggono di più e questo è un fatto. Ma un sondaggino tra maschietti su quanti hanno letto davvero Virginia Woolf, ecco, quello sì mi piacerebbe farlo.

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