VOGLIO RACCONTARVI UNA STORIA

Così inizia….

Perché comprare un libro come questo? Alla domanda si può rispondere soltanto dopo averlo avuto  tra le mani.

Molto tempo fa, erano gli anni ’80, un amico si trasferì come tanti dalla Calabria a Firenze per studiare architettura. C’era tra di noi una fitta corrispondenza e ricordo che i primi tempi mi raccontava che quando si sentiva solo, o perso, o a disagio, si infilava nella Libreria Feltrinelli e si aggirava tra gli scaffali. La cosa lo faceva stare meglio e dunque la proporzione del malessere era misurata dalle frequenze di quelle visite.

Questo episodio, che attiene al rapporto con i libri, è riaffiorato quando ho aperto questo piccolo volume: non è tanto, o solo, quello che vi si legge, quanto la sua bellezza.

Naviga tra le tue stelle è già un meraviglioso titolo: il libro  ed  è il discorso  che Jesmyn Ward ha tenuto alla cerimonia d’inaugurazione dell’anno accademico alla Tulane University, in Mississipi, dove insegna Letteratura creativa e narra l’esperienza di una donna afroamericana del Sud che si confronta con un mondo razzista e sessista.

È davvero un piccolo gioiello di parole e immagini (e farei un torto al libro se ve ne mostrassi qualcuna) in una pregiata edizione per chi i libri li ama a prescindere come luogo di ispirazione, di fuga, di gioia: un volumetto blu con dettagli dorati, con le bellissime illustrazioni di Gina Triplett, che arricchiscono il racconto breve di una vita di sacrifici, di lavoro, di perseveranza.

Se la vita è dura per tutti, bisogna sempre ricordarsi che per alcuni è più dura che per altri: per la nonna di Jesmyn, ad esempio, intento della vita è stato garantire un’istruzione che consentisse ai suoi figli ed ai suoi nipoti una vita senza le crudeltà che era stata costretta a vivere come afroamericana dell’America del Sud negli anni Quaranta, anni di povertà.

Un inno alla perseveranza che di questi tempi fa bene al cuore e alla mente.

Non posso dire altro, le parole non servono a molto, i piccoli gioielli di carta non si possono raccontare se non con aggettivi retorici. Si devono possedere, nel senso buono.

Come il mio amico che si sentiva meno perso nella Feltrinelli di Firenze, provate a navigare tra le stelle. Io, insieme all’autrice, “vi auguro ogni bene




Jesmyn Ward, Naviga le tue stelle, Ed. NN (Traduzione di Alessio Forgione)

Libri che piacciono un sacco

Mi piacciono un sacco (ho pensato di usare “adoro” ma ho desistito perché ho anche pensato che adorare è un verbo da snob) i romanzi che fanno ridere e sorridere e nel contempo ti raccontano storie di amara umanità, per cui sono felice di aver incrociato questo libro di Benedetto Ferrara, La ballata di Sant’Orsola.

Mi ha riportato alla Firenze dei miei vent’anni, quella che ho amato: la Firenze dei vicoli, dei toscanacci, degli odori di vita vissuta per strada e nei circoli dove si beveva cuba libre a due lire.

Il “circolino” è il luogo dove Francesco, il protagonista, dopo le mattinate al Liceo corre perché gestisce bar e blatte del caffè, dove incontra la politica, come si faceva negli anni Settanta, dove conosce adulti strambi con vite ai margini, di cosa non si sa bene, ma sempre ai margini di qualcosa. È il luogo del passato e delle storie incredibili, mentre il presente è Francesco, uno “splendido cinquantenne” con il frigo vuoto, pochi soldi in tasca, la Playstation, un vicino di casa che gli suona il campanello a orari improbabili, in realtà un bambino con una storia tragica che lui chiama Karma.

La sua esistenza, come la Firenze che abita, finisce per perdere la linea retta che si fa sghemba, contempla una serie di fallimenti amorosi e mancate occasioni in nome di un’indipendenza malinconica che gli piace riempire di improbabili avventure con personaggi surreali, originali, creando situazioni di autentica  comicità alternati a momenti di tristezza da toni poetici: Il Campione (perché è stato campione di boccette), il poeta Nencini (poeta perché in gioventù così lo appellò una fidanzata) incazzato con i cinesi che con le loro botteghe invadono i quartieri, Faliero alcolizzato che per “curarsi con le erbe”, come la sua donna gli suggerisce, finisce intossicato di Amaro Montenegro, che come è noto è a base di erbe. A questi si aggiunge un misterioso somalo dall’improbabile nome Pierabdul.

Accade ad esempio che Francesco sia convocato dalla strana banda dei tre amici in via Pietrapiana a notte fonda, di fronte alle poste, dove c’era la Standa, poi diventata Billa, poi diventata Conad (io lì facevo la spesa ndr):

Questi bambini della notte ormai vivono in un mondo parallelo e il fatto che mi ci trovi a passare anch’io dalle loro strade imprevedibili e spesso inspiegabili, non mi fa stare tranquillo.

“Ragazzi, io torno a casa.”

E la cosa turba il poeta Nencini, che mi guarda storto: “Il mondo crolla e tu vai a casa? La gente si fa domande profonde e tu la guardi con disprezzo? Ma non eri nostro amico? Tu che sei un giornalista spiegaci perché la Standa ha abitato qui per una vita, poi sono arrivati i tedeschi e hanno cambiato un’altra volta l’insegna e a tutti sembra una cosa normale?”

… io non è che abbia da fare chissà cosa ma una discussione in mezzo di strada sull’evoluzione urbana della grande distribuzione alimentare e sull’invasione cinese, non mi sembra un buon motivo per far tardi con tre alterati psichici.”

Si respira vita vera in questo romanzo che mi ha fatto rivivere il mio amore per una città dove ho vissuto per lunghi anni e che mi ha restituito alla disillusione del momento in cui ho deciso di lasciarla, visto che non era più il luogo dove avevo respirato quella vita.

“Pedalo contromano verso Porta San Frediano per attraversarla. Questo punto della mia città mi tocca sempre il cuore, perché è un luogo osmotico dove la storia e un futuro mai arrivato si incrociano. La città vecchia e la città nuova che si incontravano in via Pisana: un bacio, una carezza, contatto carnale urbanistico, se vogliamo chiamarlo così. Poi, come spesso accade, la città vecchia è rimasta affascinante come sempre, mentre il nuovo è invecchiato subito e male, trasformando un’illusione di futuro in qualcosa di indefinito, di vago, di impersonale.”

E poi c’è la musica (come potrei non amare un romanzo dove c’è così tanta musica?), il cinema Universale (dove Francesco ha visto Woodstock) le Cascine (il suo Hyde Park) e i concerti di Joe Cocker, Lou Reed, Peter Gabriel, il Tenax e su tutti: Neil Young, Harvest, no, dico, Neil Young, HARVEST:

un fratello, un amico. Penso che alla fine mi basti poco. Io, Neil e la notte”

Grazie a Benedetto Ferrara per aver scritto questa storia, ricordando quel complesso di Sant’Orsola che custodisce i suoi segreti dolorosi, un edificio abbandonato sempre sul punto di diventare qualcosa, ma non si sa mai bene cosa. Un po’ come tutti. Forse.

Benedetto Ferrara, La ballata di Sant’Orsola, Edizioni Clichy, 2019

Benedetto Ferrara, giornalista, firma di «La Repubblica», ha seguito il Motomondiale, le Olimpiadi di Londra, i mondiali in Sudafrica e le avventure della Fiorentina, la squadra della sua città. Come documentarista e autore ha realizzato documentari a sfondo sociale in Burkina Faso, Perù, India, Brasile e Siria. Come autore e protagonista ha portato in teatro Violapop e Tutta mia la città. Nel 2019 pubblica con Clichy La ballata di Sant’Orsola.

PANE E FERRO

No, di questo libro non voglio parlare, non voglio scriverne. E nemmeno fare la mia intervista in tre domande all’autore su Pangea.

È un romanzo storico, uscito nel 2019: Manzoni, che quel genere l’ha inventato, diceva  il vero come oggetto, l’interessante come mezzo, l’utile come scopo…ma non è soltanto quello, ed io non voglio parlarne, no, non voglio.

È stata una lettura lenta, cosa per me insolita: quando sentivo che l’attenzione non era alta abbastanza per godermi le pagine, smettevo perché durasse, così da non poter perdere neanche una virgola o un passaggio.

Sembra sempre che il romanzo più bello sia l’ultimo che leggiamo (quando lo apprezziamo), ma qui non si tratta di questo, qui si tratta invece del limite delle parole a descrivere cosa ha smosso la lettura di Pane e Ferro, libro letto con occhiali e lapis, sottolineando righe su righe, sprofondandoci dentro. Più leggi e più vuoi leggerne.

Cosa ne sapevo io del nordest? Niente, quello che ci viene in mente quando diciamo nordest fuori da qualsiasi contesto: la parte ricca e produttiva d’Italia.

Sbagliato, non avete letto Pane e Ferro. E io non voglio parlarne.

Non voglio darvi il privilegio (o la noia) di leggervi una recensioncina buona come una garbata lezione, con auto compiacenza “come sono stata brava a parlarvi di questo libro”: sono anni che lo faccio, ma in questo caso no, non voglio. L’ho detto e lo ripeto.

Delle cose che amiamo profondamente si è un po’ gelosi, perché arriva quella cosa (in questo caso un libro) che ti dice: è cosa tua, è un regalo che è arrivato fino a te, perché mai dovresti sbandierare ai quattro venti quanto è bello? Quanto è utile? Quanto è interessante? Lo meritano davvero, di là?

Fate anche voi un po’ lo sforzo di guardare oltre le classifiche o le operazioni di marketing editoriale, arrivateci voi a un romanzo come questo. Me lo sono conquistato tutto e non lo mollo così, non lo liquido in due parole scritte per benino.

Piuttosto scaglio una pietra contro il vostro starvene seduti, quieti,  a guardare il nordest al TG o nelle riviste. Anzi, vi scaglio contro direttamente il libro.

L’autore mi disse quando ho avuto il romanzo: buona camminata a Paesenovo, che poi sta tra il Veneto e il Friuli, nel nordest appunto, una cosa che non sapevo e ora so.

Per una che cammina comunque era un invito allettante. Ecco, ho camminato per Paesenovo e il novecento lì da loro, io terrona, da qui.

E non avete idea della bellezza che ho visto.

Piuttosto: come mai a questo romanzo nessuno ha dato un riconoscimento, un premio, un Nobel, un oscar, qualsiasi cosa urli al mondo intero che qualcuno, Massimiliano Santarossa, ha scritto PANE E FERRO?

Alla fine resta soltanto una domanda. Perché?

Ogni dettaglio racconta una storia

Il mio scopo è rintracciare il drammatico nelle situazioni quotidiane, il meraviglioso della piccola cronaca anzi, della piccolissima cronaca

Vittorio De Sica

Questa cartolina viene spedita con colpevole ritardo, e non posso prendermela con le poste che pare ormai funzionino. Non potevo tuttavia non scriverla (mi ha aspettato buona buona) perché il libro di cui parlo mi sta sul cuore, sì lo so, starete pensando che si dice “a cuore” e non “sul cuore”.

Invece non è un errore, è proprio “sul cuore”, ovvero poggiato lievemente sul quell’organo vitale al quale attribuiamo la funzione dei sentimenti e delle emozioni, là dove i racconti di Ottavio Mirra fanno breccia.

Ho aspettato che l’autore si decidesse a pubblicare i suoi meravigliosi racconti e quando finalmente l’ha fatto io ne sono stata felice come una bambina che finalmente ha ottenuto il suo zucchero filato, la sua nuvola bianca. Mi ci sono adagiata e da lì li ho letti.

Non è un caso che abbia scelto una frase di una grande napoletano; Vittorio De Sica, per inviare questa cartolina a Ottavio Mirra: Ottavio ha il dono della scrittura realistica ed equilibrata, mutevole quanto basta al cambio di contesti e personaggi. Una scrittura cinematografica, che procede per descrizioni e immagini, grazie alla quale leggendo si sentono odori, sapori e colori, mai edulcorati dalla penna, ma sempre aderenti alla realtà, cruda o poetica che sia.

Quattordici racconti: il primo lo richiamo per il titolo VICOLI, che è una passione che ho in comune con l’autore, storia di Salvatore Procolo che apre la raccolta:

“Salvatore non era tipo da lasciarsi intimorire da un tuffo. Sarà stato anche lo scoglio più alto sul quale fosse mai salito, ma ormai non poteva più tornare indietro. Da lì si tuffava solo Annibale, muscoli, altezza e dieci anni di vita più avanti. Quando c’era burrasca tirava in secca il gozzo da solo. Quando c’era da vendere fichi d’india e lenticchie, ceci e fagioli, caricava la barca fino al bordo, la faceva andare un po’ a vela un po’ a remi, e arrivava a Castellammare o a Sorrento sempre prima degli altri. Annibale era forza e coraggio, era l’esempio. Chiunque si fosse arrampicato lassù sarebbe diventato un suo pari. Annibale era un traguardo.”

Tra i miei preferiti c’è ‘o cecato che “tiene il posto all’angolo dove via Toledo si affaccia su Piazza Dante“ nel racconto Un giorno sotto al porticato, il posto migliore perché se piove o c’è il sole lui sta sempre riparato. E’ uno dei racconti che mi ha commosso di più.

Storie di verità, storie raccontate con la sensibilità dell’animo che si guarda intorno e non chiude gli occhi, anzi li spalanca per raccoglierne il succo distillato, intimo.

Compito della letteratura è mostrarci le cose che non vediamo, quelle che ci passano accanto (cose, avvenimenti, persone) e ci sembrano normali, ma niente lo è mai veramente. Sta a noi raccontare e leggere, per comprendere.

Ottavio, con la sua penna limpida, le ha scritte in quattordici racconti, diversi uno dall’altro. Io sono lieta di aver letto.

Leggetelo anche voi: lo sguardo cinematografico richiamato nella quarta di copertina è un punto di osservazione che non tutti possiedono: è dono di coloro che sono dotati di sensibilità, ancor prima che di talento.

Ottavio Mirra

Dal Porticato, Il seme bianco

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