Metafore e fregature

E. Hopper, Camera di albergo (1931)

Un quadro, una storia

Fai il letto. Disfa il letto, avanti così tutti i giorni. Mi chiedo perché si debba rifare un letto al mattino (e così tutte le mattine) se poi lo dobbiamo disfare alla sera (e così tutte le sere).

Fai il letto. Disfa il letto. Ricomponiamo l’ordine delle cose, rassettiamo le bugie, accatastiamo i sentimenti di troppo , formiamo piramidi lineari di senso.

Una volta però un artista mi ha fregato.
Posso dipingere la vostra camera da letto?” Mi chiese.
Non so bene cosa avesse visto di curioso in quella stanza. Comunque era un amico e acconsentii.
Con Dennis ci trasferimmo per qualche giorno nella camera degli ospiti.
Gli artisti sono strani. Per descrivere la realtà usano gli artifici. Adesso posso dirlo: quella camera da letto odorava di gatto morto di chiuso e di scarpe sparse. I vestiti abbandonati sulla sponda del letto ti costringevano a ricerche nevrotiche, spesso vane. Il comò era quello di una donna invecchiata dove niente è più al suo posto tanto che differenza fa.
E il letto. Il letto era perennemente sfatto. Un groviglio di notti senza il respiro del sonno. Il campo di battaglie aspre e concluse per sfinimento.
Queste sono le camere da letto dei matrimoni finiti. L’immagine di un fallimento. Si diventa cattivi in barba a tutte le buone promesse.

Ma lui, l’artista, cosa ti va a dipingere?
Una camera linda, un ordine asettico, preciso, soffocante. Una perfetta geometria di linee e di luce. Niente oggetti. Un uomo riverso sul letto e una donna al suo fianco. Composti e gelidi.

Magari aveva ragione lui, non lo so. È l’interpretazione che frega. Tu pensi di aver capito e invece arriva quello che ne sa più di te, ti spiega e ti fa sentire un’idiota (che poi che ne sa lui? Tu c’eri in quella stanza, lui no.)

Invece questa è la vita adesso. Letto rifatto e valige in vista. Non c’è bisogno di riporle. Posso prenderle in qualsiasi momento e uscire o non prenderle mai e lasciarle dove stanno. E per non rifare il letto non lo disfo. Ci dormo sopra.
Via di fuga e letto rifatto.
Qualsiasi camera è la mia senza che mi appartenga.
E stavolta il quadro me lo sono fatto  da sola. Così non ci sono fregature.
E nemmeno metafore.

Il quadro è E. Hopper, Camera di albergo (1931)

Nessuno pensa a me (Un quadro, una storia)

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«Sono arrivato tardi. Lo so.»

Lei non si muove, forse è caduta in un sonno profondo o forse fa solo finta.

«E’ una giornata così bella. Tutto il giorno il sole non ha fatto altro che farmi sentire la voglia di tornare.»

Lei leggeva un libro. No. Lei ha l’abitudine di annotare i pensieri su un taccuino. Stava scrivendo quando si è addormenta. Ha la penna ancora in mano.

«In effetti non so perché ho perso tanto tempo. A ben vedere non ho combinato nulla di buono, non avevo impegni urgenti.»

Lei si era distesa guardando fuori dalla finestra. Il soffio del vento nell’erba l’aveva cullata fino a farla assopire nel tepore del sole pomeridiano.

«Ho perfino bighellonato un po’, io, che non lo faccio mai. Avevo voglia di levarmi le scarpe e camminare scalzo, così, tanto per godermi il movimento del corpo. Volevo sentirmi leggero.»

Il silenzio della casa era stato complice della sonnolenza e lei si era addormentata senza pensieri.

« Avrei voluto liberarmi anche dei vestiti, magari camminare nudo e sentire il corpo caldo di sole.»

Lei aveva ingannato il tempo leggendo, ma si era annoiata, così, senza neanche accorgersene, si era assopita.

«Ovviamente non l’ho fatto. Ma avrei voluto sai? Quei pensieri che ti colpiscono all’improvviso, senza un motivo, solo perché ne hai voglia.»

Lei aveva atteso, poi, delusa, si era messa a scrivere e i pensieri l’avevano talmente invasa da rovesciarle addosso un sonno pesante.

«C’era così tanta gente, è una giornata talmente bella che tutti sembravano essersi riversati per strada, come formiche impazzite.»

Lei aveva voglia di sognare e quindi si era rifugiata nell’unico luogo possibile che le concedesse quel sogno.

«Eppure io mi sono sentito protetto in quel cono di luce, è stata una sensazione strana, ero lontano da tutta quella baldoria euforica. Così ho perso la cognizione del tempo. Per questo ho fatto tardi. In realtà niente mi ha impedito di arrivare in tempo.»

Lei voleva sfuggire a quell’incubo. Gli incubi non abitano le giornate di sole.

«Non so come sia successo, né quando. Io non me ne sono accorto. Però oggi a un certo punto ho sentito le scarpe strette. È cominciata così. Sentivo di voler tornare ma non sono tornato.»

Lei non aveva avuto neanche voglia di rivestirsi. Quando il suo amante se n’era andato lei non l’aveva rimpianto. Aveva fatto l’amore ed era stanca. Quella stanchezza molle che prende il corpo dopo l’amore. Aveva voltato le spalle e aveva sparso i capelli sul cuscino, lo sguardo alla parete vuota e il calore del sole sui fianchi nudi. Poi, piano piano, si era addormentata.

Nessuno badava al libro o taccuino che fosse. Qualche ora dopo, mentre il sole tramontava e dalla finestra entrava il fresco di una sera che prometteva stelle e cicale, cadde con un tonfo secco sul pavimento. E lì l’oggetto rimase, senza che nessuno se ne curasse.

Entrambi pensarono “non m’importa, è suo, se ci tiene, lo rimetterà al suo posto”.

 

Il quadro è Escursione nella filosofia di E. Hooper (1959)

L’orrore di Pene

(Un quadro, una storia)

Rocco Normanno Vecchia con bambola
Vecchia con bambola, Rocco Normanno

Siete spaventati? Anch’io la prima volta che mi sono vista ritratta ho avuto un attacco di spaventite acuta accompagnata  da fastidiosi pruriti su tutta la superficie epidermica, nonché vomito con aggiunta di rimpianto per la meravigliosa cheese cake alle fragole che avevo appena mangiato, notoriamente il mio dolce preferito.  Eh sì, perché quella nel quadro – ahimè – sono io. E l’autore del quadro – ahimè – è mio padre.
E pensare che ero così orgogliosa di avere un padre pittore, famoso non so, ma bravo di certo.
Un giorno,  era una bella giornata di primavera – me lo ricordo perché stavo giocando in cortile con Mina – mio padre mi chiamò dalla finestra.
“Pene…. Vieni su!”
A parte il vizio di dimezzare il mio nome, che sarebbe Penelope,  urlarlo addirittura dalla finestra era uno strazio (a otto anni non conoscevo il significato di quel termine, ma crescendo e non perdendo lui il vizio, questa cosa mi ha creato non pochi imbarazzi)
Ad ogni modo non avevo nessuna voglia di andare in casa.
“Pa’…. Sto giocando..” Balbettai tristemente. Ben sapendo che era inutile, non l’avrei impietosito, mio padre aveva un carattere risoluto.
“Vieni su Pene, subito, è urgente.”  Infatti. Mi toccò rientrare.
In casa trovai mio padre nello studio dove era solito dipingere, stava svuotando la parete opposta alla finestra.  Rimasi sulla porta a guardarlo sperando + si dimenticasse di me. Era in preda a una specie frenesia e non  si era accorto che fossi lì. Del resto era sempre  distratto.
Dopo aver spostato una sedia più volte sotto il fascio di luce di un faretto, mi disse:
“Ecco, vieni a sederti qui.”
“Io?”
“Tu, e chi se no?”
“E perché?”
“Perché ho deciso di farti un ritratto, ecco perché.”
“A me?”
“A te, che.. non sei contenta?”
No, non ero affatto contenta. Conoscevo il delirio di mio padre quando dipingeva, non lo capivo, ma lo avevo sotto gli occhi di continuo, spesso finivo per subire il suo nervosismo (vivevo più a casa dei vicini che nella mia), di solito non mi voleva tra i piedi. Così, di malavoglia, andai a sedermi. Ero sulle spine, non riuscivo a star ferma , a trovare una posizione, la sedia era scomoda. Mio padre intanto stava sistemando una tela sul cavalletto. Era caldo, la stanza, a eccezione del faretto, era al buio, e la cosa ricordo mi parve assai strana.
“Pene, cerca di stare rilassata su quella sedia”
“Come devo stare?”
“Sforzati di pensare a qualcosa che ti piaccia. Concentrati, anzi…. Aspetta, ho un’idea. Dov’è il tuo Ciccio bello?”
“Ciccio bello? È in camera mia, sul letto”
“Bene, lo vado a prendere, tu intanto cerca di pensare  qualcosa, qualsiasi cosa”.
A parte il desiderio di tornare fuori a giocare non mi veniva in mente nient’altro. Mio padre comunque ci mise un nanosecondo a tornare.
“Ecco guarda, prendi in braccio Ciccio bello”. E mi depositò il bambolotto sul grembo. Ero confusa, non sapevo cosa volesse esattamente da me.
“Pene, ho un’idea geniale, mi devi aiutare, va bene?”
Non conoscevo quel tono tra i registri nervosi di mio padre, era un uomo brusco, dai modi sbrigativi. E stava chiedendo aiuto a me. Mi sentii importante.
“Ho un’idea e tu devi aiutarmi”. Ancora? Ma come? Mi sentivo impacciata.
Mi sistemò Cicciobello tra le braccia, posizionò le mie mani, mise un piede del bambolotto su un fianco, l’altro penzoloni tra le cosce. Poi si allontanò per verificare l’effetto. Io cercavo di stare immobile.
Si avvicinò di nuovo, spostò il faretto controllando l’ombra sul pavimento e senza guardarmi mi chiese:
“Te la ricordi nonna Erminia?”
Io, rigida sulla sedia nel timore di perdere la posizione (desideravo finisse il più presto possibile e sapevo che mio padre era un perfezionista) annuì lievemente.
“Sì, un po’ me la ricordo.” Dissi.
“Ecco, brava, allora cerca di fare la faccia di nonna Erminia quando era triste.”
La faccia di nonna Erminia quando era triste? E che ne sapevo io della faccia di nonna Erminia quando era triste? Era morta da tre anni, io neanche me la ricordavo la faccia di nonna Erminia. L’ultima volta che l’avevo vista era stecchita nella bara!
Mio padre tornò dietro la tela e finalmente cominciò a dipingere. Io pensai che era triste avere un padre matto , non poteva fare l’impiegato, l’avvocato, il fruttivendolo, insomma un mestiere normale come gli altri padri?
“Brava Pene, ferma così, ci siamo”.
Cercai di concentrarmi, mi dissi che solo così sarebbe finita presto.
Ma mi sbagliavo. Seduta su quella sedia, in posa per il mio ritratto, ci stetti cinque giorni  per qualche ora al giorno. Il secondo giorno mi fece indossare un paio di pantaloni grigi di mio fratello.
“Mi serve quel colore”.  Mi disse.
Il pomeriggio aggiunse la felpa rossa di mia madre e passò un bel po’ di tempo prima di avere il numero di pieghe che desiderava.  Poi fu la volta di un paio di orrende pantofole che dio solo sa dove le avesse trovate.
E ogni volta diceva  la stessa cosa.
“Cerca di fare la faccia di nonna Erminia quando era triste.”
A quel punto mi veniva benissimo.  Ero più che triste: ero disperata.  Per giunta non sapevo niente di cosa stesse combinando sulla tela, era severamente vietato vedere i quadri di papà prima che li finisse. Nessuno aveva accesso nel suo studio.
E comunque. Sarebbe stato meglio non sapere, non vedere. Perché quando accadde, quello che vidi mi segnò per il resto della mia vita (oltre a provocare le reazioni già descritte.)
Quella non ero io, era Nonna Erminia sputata. Cicciobello invece no, era lui spiccicato.
L’effetto e l’impressione furono difficili da dimenticare. E quella sacca piena di urina? Cos’era? Allora non lo sapevo nemmeno cosa fosse, non ne avevo mai visto una. Rimasi muta per il resto del giorno. Quando mio padre entrò in camera mia dov’ero stesa sul letto a smaltire il malessere (quello fisico, perché quello mentale ha richiesto molto più tempo) tutto quello che mi disse fu:
“Vedi Pene, sei troppo piccola, tu non puoi capire adesso, ma un giorno capirai. Questa è un’opera rivoluzionaria. Io ho visto in te, una bambina, il disfacimento del corpo, della vita. Così come tu spesso chiedi il perché delle cose, anche la donna del quadro chiede perché? Perché io? Ero una bambina solo ieri…”
Non capivo e comunque non volevo ascoltarlo, mi diceva cose strane sulla caducità della vita, parole che non conoscevo,  io volevo solo dormire.
Quella donna era una vecchia e soprattutto non ero io. Era nonna Erminia con il mio Cicciobello. E lui mi aveva preso in giro.
“Vedrai Pene, sento che questo quadro segnerà una tappa nella mia carriera”.
Avevo otto anni, e avevo un padre pazzo. Capivo solo questo. Volevo che uscisse dalla mia camera e mi lasciasse in pace. E poi il quadro era brutto e avevo una gran voglia di dirglielo.
Ma tutto quel che dissi fu:
“Papà, per favore, puoi smettere di chiamarmi Pene?”

Il quadro è Vecchia con bambola, Rocco Normanno

Flower Power: lo sguardo oltre (Un quadro, una storia)

Daniel Ridgway Knight (1839-1924)

Chi dice che la leziosità dei fiori appartiene al femminile ha ragione – ma – non sa cosa si perde. D’altronde se il mio balcone fosse aperto su un campo di battaglia di una guerra qualsiasi voi non potete saperlo.

Non saprete mai infatti cosa ho davanti agli occhi: potrei aver posato lo sguardo su corpi straziati e decapitati, su sangue fresco che spilla dagli arti come vino dalle botti quando è tempo di bere.

Io, da qui, non ho fatto la Storia. Nessuno mi ha mai interpellata, altrimenti l’avrei invitato a mettersi al mio posto, proprio qui, dove mi trovo.

Io sono regina di questo regno, nella mia mano uno scettro di rosa e nei miei occhi il domani.

Il mio sguardo è oltre gli arti disfatti e, per mia e per vostra fortuna, ho capacità di partorire il domani che voi avete ammazzato.

No, vi prego, evitate. Posso sentire i vostri commenti sapete? Se dico, ad esempio: la pace di questo mezzo metro quadro di balcone potrebbe salvare il mondo so quale sarebbe la replica.

Ma sono i fiori gli esseri viventi  più simili alla perfezione di Dio, la sintesi di ogni bellezza.

Ed io è da qui che governo il mondo, in virtù del principio che il mondo non governa me.

Non m’importa quale guerra stiate combattendo e per cosa, proprio qua sotto. Non avrete mai il mio sguardo compiacente o pietoso. Io mi beo dei vostri affanni e non li vedo.

Né m’importa se un uomo amputato dalla sua stessa dignità busserà stasera alla mia porta e mi chiederà bende e unguenti. Sappia che non avrò comunque acqua da offrirgli. La sola acqua che possiedo la serbo per queste creature, ne hanno bisogno, non chiedono altro. È la loro meraviglia che deve sopravvivere, consideratemi pure una sciocca custode di questo misero anfratto.

Se dovesse arrivare, ferito e offeso, potrò soltanto dirgli: “Vieni, guarda cosa si vede dal mio balcone”.

E se non lo salverò, avrà un modo diverso di morire, credo migliore. Almeno lo avrò fatto sentire molto stupido per non avermi eletto regina di quel mondo e aver lasciato seccare il mio scettro.

Illuso. È nella mia mano: rigoglioso.

 

Il quadro è: A pensive moment (D. Ridgway Knight)

 

Creatura di un genio (Un quadro, una storia)

10151834_681312848591655_2142691582_nEro la sua preferita, per questo la mia vita non è stata affatto semplice: avevo una grande responsabilità e subivo l’invidia delle altre. Sono scampata a mille attacchi e a mille pericoli, sono stata ferita e umiliata. Ma quando lui veniva a sedersi e a caricare la sua pipa di quel tabacco odoroso e – finalmente – fumando la pipa lo sentivo riposare, ero ripagata da tutto. Qualsiasi cosa mi fosse accaduta prima o mi sarebbe accaduta dopo non importava. Ero sempre io quella che sceglieva, ero sempre io quella che lo accoglieva. 

Lui è diventato famoso, non io, che pure tante e tante volte l’ho sostenuto e cullato come un bambino, io, relegata per anni sempre nello stesso angolo della casa, mai nessuno che venisse a prendermi, a invitarmi fuori , anche solo per conoscere il resto dello spazio che mi stava intorno. Credo fosse perché di me era geloso, non voleva mi muovessi da lì, nessuno, tranne lui, poteva toccarmi. Ed io ero costretta all’accettazione dall’umiltà di compiacere al suo genio.
Eppure ho vissuto un’esistenza completamente appagata e perfino felice. Le altre se ne sono andate prima di me,  bruciate nel fuoco dell’invidia in inverni inaspettatamente freddi, una dopo l’altra. Non io. Io non solo sono sopravvissuta agli inverni rigidi e al tempo: io, e non le altre, ho avuto il mio ritratto, così che i posteri hanno saputo e sapranno per sempre della mia esistenza.
E questo mi consente di dire che non sono morta davvero anche se, molti anni dopo la sua morte, qualcuno mi definì vecchia e inutilizzabile e mi fece a pezzi. 
Sì, fu una morte orribile, un’agonia lenta e dolorosa prima di finire bruciata io stessa dentro a un fuoco che mi ha divorata tutta rendendomi cenere prima e polvere poi. Chi ha voluto la mia morte però non sapeva che sarei vissuta per sempre dentro a quel quadro.
Io, e non le altre, sono diventata arte.

 

Il quadro è La sedia, Vincent Van Gogh, 1888

La casa dei girasoli (Una storia, un quadro)


Ero u1901755_678370762219197_749195218_nna bambina dai riccioli biondi. La mia era una casa dove crescevano girasoli alti e robusti. Vivere in mezzo a girasoli così fitti comporta una certa responsabilità. Credo di aver imparato da loro la determinazione e insieme la gioia  della vita che a tratti si manifesta all’improvviso. Ciò non accade tutti i giorni come siamo propensi a credere, accade in attimi ben definiti che spesso hanno una durata infinitesimale: se li afferriamo siamo salvi.
Io ho provato la sensazione di sentirmi piccolissima in mezzo a quei giganti che tuttavia non facevano paura. La vita degli altri bambini che frequentavo era popolata da orchi e streghe, da ombre corpulente e minacciose. La mia al contrario era semplice e pulita: mi bastava uscire nel viottolo davanti casa per sentirmi in mezzo a sentinelle buone che proteggevano la mia età da qualsiasi incursione di pirati predatori.
L’infanzia a volte può non essere quel luogo meraviglioso che tutti raccontano. Si vivono le privazioni e le assenze come la penitenza per un oscuro peccato che non comprendiamo. Io ho imparato a sgambettare prima ancora che a parlare in quel luogo abbagliato dal giallo e ho sempre pensato che tutti i bambini dovrebbero crescere circondati dal giallo, ma soprattutto dovrebbero imparare  a seguire i girasoli, alti come alberi e rigogliosi come l’amore di una madre, essi si voltano sempre verso il sole.
Io sono diventata donna in mezzo ai girasoli, il primo l’uomo è là che mi ha amata, era questa la condizione, la mia richiesta in cambio.
Ho perso l’incantesimo quando me ne sono andata – perché prima o poi bisogna andare – è legge stupida non scritta che si cresca per abbandoni e per lacerazioni. Ci facciamo abbindolare e ci caschiamo come fessi.
Così tutte le case che ho abitato nell’arco della mia lunga vita non sono mai riuscite ad accogliere la mia anima espulsa: per quanto grandi siano state, io ero espansa in  prigioni anguste che hanno mi hanno compresso i sentimenti e le idee.
Mai più ho trovato un luogo che mi facesse sentire libera e felice come il giardino di girasoli dove sono cresciuta.
E adesso che sono prossima a lasciare questa terra, riprendo la mia vita là dove l’ho lasciata: quei riccioli biondi di bambina sul selciato, in mezzo ai fiori gialli fitti, come la vita, che solo là ho provato. 
Il quadro è Claude Monet “Monet’s Garden at Vetheuil” (1880)

ASPETTA CHE VIENE (una storia, un quadro)

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Meno male che c’è questa finestra, questa casa puzza di vecchio e prima che quella megera si svegli almeno mi godo un po’ di sole. Adelina a quest’ora starà per passare, la voglio proprio vedere, beata lei. Magari oggi Amedeo le ha portato dei fiori, o di nuovo dei cioccolatini. Quelli dell’altra settimana erano una delizia, con delle ciliegie tonde e succose che pareva perfino strano potessero stare dentro un cioccolatino. Oggi non ho voglia di fare niente, va beh.. io quasi mai ho voglia di fare qualcosa. No, non è vero, è che mi vorrei divertire,  non sarebbe un diritto alla mia età? È di lavorare che ho poca voglia. Me ne starei qui a guardare la gente a passeggio con la bella giornata, i bambini sulla spiaggia. Sarebbe  bello rimanere bambini. Chissà se Amedeo le porta dei fiori, forse delle rose. Se sono rosse secondo me le chiederà presto di sposarla, a casa mia non vedono l’ora. Ma se Adelina se ne va…  no, meglio non pensarci. Devo finire di asciugare il servizio di porcellana, che se non è nella vetrina in bella posa pulito prima che quella si svegli chi la sente… sbraiterà come al solito che sono una sfaticata, che mi piace stare a ciondolare, a perdere tempo, a fantasticare. Come se fosse un male. È tutta invidia la sua, perché io sono giovane e lei è vecchia. E poi che ne sa lei di che fantastico?  “Ti pago la metà questa settimana”. Lo ripete almeno due volte al giorno quella decrepita, vecchia e avara! Che poi tanto i soldi io nemmeno li vedo, quella miseria di elemosina se la prende tutta mio padre. Lui dice che è per metterli da parte così ci fa la dote che coi grilli che ho per la testa meglio se li conserva lui. Ma io non sono tanto sicura. Quando esce a bere con cosa paga se non fa altro che dire che i soldi non bastano mai per sfamarci. Intanto ad Adelina però ha comprato un vestito nuovo, da quando ha un corteggiatore la tratta come una cristiana, ma quello è stato anche merito di mia madre, che ha continuato a dirgli che non poteva mettersi sempre gli stessi stracci riaccomodati ora che aveva un fidanzato
Com’è calmo oggi il mare, con quelle increspature di schiuma bianca. Con questo mare stasera mi sa che Pinuccio porta a casa un po’ di pesce. Va beh, sai che guadagno ci faccio? Va bene che mamma fa una zuppa che risveglia i morti, ma il pesce lo devo pulire io che ad Adelina adesso non possono certo puzzare le mani , invece a me sì. Non vedo l’ora di incontrarlo anch’io uno che come dice Adelina ti fa ballare il cuore. Mi piacerebbe un marinaio, uno di quelli con la divisa che arrivano al porto, blu coi bottoni d’oro. Mia madre dice che devo stare lontana da quelli che quella è gente che non si ferma, che magari c’ha pure la fidanzata o la moglie da un’altra parte e non te lo dice di certo e se gli dai confidenza se ne approfittano. Mio padre dice pure che con la vita che fanno li capisce, basta che non ci provino con le figlie. Però secondo me dagli occhi di una persona lo capisci se dice la verità. Io sono brava a guardare gli occhi delle persone. Quando mio padre esce per andare all’osteria io me ne accorgo che ha gli occhi diversi e si vede che sta andando a spendere un po’ dei soldi nostri.
Certo che se fossi un uccello…. come quello là…. sono fortunati gli uccelli, quando si stufano aprono le ali e se ne volano via. A noi anziché le ali c’hanno dato le braccia per lavorare… mica a tutti, alla megera per esempio no, che lei piange tanto il marito, ma intanto si gode tutto il malloppo che le ha lasciato, dà una festa a settimana. A ma dà fastidio doverli servire, soprattutto quando ballano, lei e i suoi amici, ho le gambe che si muovono da sole con la musica, ma ci devo stare attenta, che l’ultima volta che se n’è accorta ha minacciato di cacciarmi via, e poi chi lo sente mio padre? Comincia a dire che a me non mi si prenderà nessuno, che sono troppo svagata, che non si può fare affidamento….  Ah… se solo ne incontrassi uno ricco, allora sì… che vita sarebbe. Glielo farei vedere io cosa vuol dire fare la signora, anzi, mi prometto che se mai dovessi avere qualcuno a servizio lo tratterò dignitosamente. E poi comunque un morto di fame qualunque io nemmeno lo voglio. Io aspetto, che non voglio smettere di fare la sguattera solo per diventare la sguattera di qualcun altro, come mia madre.
Che riflessi ci sono nell’acqua, oggi si vede la sabbia fine, e che bell’aria…. tiepida, dolce. Me ne stare qui alla finestra tutto il pomeriggio. E al diavolo la megera se il servizio non l’ho asciugato. Qui è una bellezza, io me la godo a metà dei soldi della paga.

Il quadro è: Muchacha en la ventana di Salvator Dalì

Il custode del Prado (un quadro, una storia)

diego-velazquez-cristo-crucificado-christ-on-the-crosscrucificado2“Buongiorno Signora.”

Eccola, puntuale come ogni mattina la donna avanza  nel suo incedere discreto ed elegante, paga il suo biglietto e si avvia per il lungo corridoio senza mai voltarsi.

Alejandro continua a strappare i biglietti all’ingresso del museo, cercando di seguirla con lo sguardo finché non la vede svoltare nella penultima sala a sinistra, dove la donna rimarrà per circa un’ora. Alejandro pagherebbe oro per conoscere il motivo per cui quella donna da più di un anno, tutte le mattine, arriva puntuale al museo, paga sempre il biglietto per andare a vedere un quadro, sempre lo stesso: il Cristo crucificado di Velasquez. I primi tempi in cui quel rito aveva cominciato a verificarsi tra i suoi colleghi erano circolate le congetture più strane. All’inizio tutti avevano pensato che fosse una pittrice interessata a quell’opera; poi una scrittrice che stava ambientando il suo romanzo in quella sala. Poi con il passare del tempo si fece strada l’ipotesi che quel Cristo somigliasse a un fidanzato o a un marito morto (un figlio non avrebbe potuto essere, la donna era giovane). Poi ancora che quella visita fosse una specie di voto per una grazia ricevuta, anche se era strano, visto che quello era un museo e non una chiesa. Le versioni cambiavano con l’andare del tempo e la donna rimaneva un mistero imperscrutabile. Pur essendo una frequentatrice assidua, mai aveva rivolto una parola di troppo a chicchessia. Entrava, salutava, comprava il suo biglietto e se andava nella sala del Cristo di Velasquez. L’avevano vista centinaia di volte  immobile, in piedi, con la sguardo fisso a quel quadro. Mai nessuno aveva avuto il coraggio di fare una domanda a quella donna bella e cortese, sempre distaccata. La sua espressione, a chi avesse voluto scorgervi qualcosa, non mutava né prima né dopo, niente che lasciasse trapelare sentimenti o emozioni.

Con il tempo diventò una presenza inserita nell’ambiente, nessuno ci fece più caso e fu un fatto normale.

Per tutti tranne che per Alejandro che avrebbe voluto conoscere quella donna che dimostrava una costanza straordinaria nel compiere tutti i giorni lo stesso gesto.

E fu così che un giorno, in una bella mattina di primavera, la donna arrivò fasciata in un abito leggero stampato a fiori, i lunghi capelli sciolti sulle spalle che avevano bagliori di biondo sul fondo castano, come castani erano i suoi occhi riservati. Alejandro la vide incamminarsi come ogni giorno lungo la sala centrale. Fu un attimo, fece un cenno al collega perché prendesse il suo posto e corse via per raggiungerla. Cosa scatti talvolta nella mente delle persone quando all’improvviso compiono gesti in apparenza stravaganti nessuno può dirlo. Fatto sta che Alejandro quel giorno fu spinto da qualcosa che neanche lui avrebbe saputo spiegare.

“Mi scusi….”

La donna sussultò, poi riconobbe Alejandro e si fermò. Lo sguardo sembrava disponibile e poco sorpreso.

“Mi dica”.

“Mi perdoni, lo so che non dovrei, ma… ecco… non so come dirlo….”

La donna accennò un mezzo sorriso, cominciando  a capire.

“Vede.. il fatto è… – riprese al culmine dell’imbarazzo Alejandro – non so se posso permettermi….”

Niente, non trovava il filo, la maniera giusta, si stava sentendo uno sciocco che riusciva soltanto a balbettare.

“Lei vuol sapere perché vengo qui tutti i giorni”.

Alejandro espirò aria dai polmoni come se qualcosa l’avesse liberato da un senso di soffocamento.

“In effetti sì, so che non dovrei, è affar suo, non è delicato. Ma …. Ma perché tutti i giorni e quell’unico quadro?”

La donna sorrise un po’ meno a metà.

“So di aver destato la curiosità di voi tutti qua dentro, è certamente un fatto insolito che una madrilena venga tutti i giorni a pagare il suo biglietto solo per vedere lo stesso quadro. Vorrei poterle dare una spiegazione….

“No, per carità.. è un suo diritto, solo che ci siamo chiesti… in effetti…”

“Non si preoccupi Alejandro, non si meravigli se conosco il suo nome, ormai vi conosco tutti. A proposito il mio è Madalena, stavo dicendo che vorrei darle una spiegazione plausibile, ma per farlo, ammesso che ci riesca, dovrebbe venire con me.”

Alejandro era scombussolato, sapeva di avere gli occhi dei colleghi sparsi per il museo puntati addosso, ma non gliene importava, non disse niente e si incamminò con Madalena, lui nella sua divisa blu e lei nel suo vestito a fiori. Rimasero in silenzio finché non furono nella sala del Cristo. E non si sa se per fortuna o per caso, in quel momento oltre a loro non c’era nessuno. Regnava il silenzio.

“Lo guardi, e mi dica cosa vede”.

Alejandro si prese qualche attimo prima di rispondere, non voleva fare brutta figura, Madalena parlava così bene. Lei sembrò leggergli nel pensiero.

“Non sia teso Alejandro, mi dica soltanto cosa vede”.

“Un Cristo sulla croce….”

“Sì, ma le sembra come altri che ha visto? Provi a dire qualcosa di più”.

“Beh.. non fa impressione, voglio dire, non c’è molto sangue, il corpo non sembra provare dolore, è sereno, illuminato, dietro è tutto nero.”

Da quanto tempo Alejandro staccava biglietti al Prado? Quel quadro l’aveva visto mille volte, eppure gli sembrava di vederlo per la prima volta, come se fosse stato inghiottito da un flusso magnetico e si trovasse in una dimensione diversa.

Madalena senza distogliere lo sguardo dal quadro sorrise di nuovo.

“Adesso guardi il volto, è reclinato, come se dormisse, c’è un’aureola di luce intorno alla testa, quello è l’unico elemento che richiama alla divinità del Cristo, se la togliessero sarebbe un uomo, un bellissimo uomo. Osservi il corpo, esile, ma slanciato, ben modellato, quella luce lo rende energico, c’è la vita e c’è la morte. E il ciuffo di capelli sulla sinistra che coprono metà del suo volto? Qualcuno dice che il pittore li abbia aggiunti per coprire un errore sul viso, ma non credo, credo invece volesse conferirgli una carica umana di ribellione in un certo senso. E ha detto bene, c’è poco sangue…. Lei è innamorato Alejandro?”

“Innamorato? Io? Beh… non lo so…. Al momento no…”

“Invece io sì. Questo Cristo mi parla, e badi: non sono pazza, né fanatica. Ogni giorno lo ascolto e mi dice cose diverse, da lui imparo cose sempre nuove. Fin dal primo momento in cui ho visto questo quadro, circa due anni fa, non ho mai smesso di rimproverarmi di non averlo conosciuto prima, una simile bellezza nella mia città e io non l’avevo mai visto….”

“Ma cosa la spinge a venire tutti i giorni?”

“Gliel’ho detto… vorrei poterle dare una spiegazione plausibile, una che possa raccontare ai suoi colleghi senza farmi passare per matta. Ma la verità è che non c’è.  Questo Cristo dialoga, la sua morte è avvenuta, è una realtà, un fatto,  eppure non ha smesso di essere bello, e non parlo solo di bellezza fisica. È come se dicesse “ora tocca a te”. Ecco perché vengo qui tutti i giorni, perché tocca a me; così so cosa devo fare, comprendo il senso del mio agire, qui meglio che in qualsiasi altro luogo. Nella vita incontri adulti – genitori, insegnanti o preti – che pretendono di insegnarti il corretto modo di vivere e di stare al mondo. Ecco, io l’ho imparato qui, da lui. Il mondo fuori è caotico, violento, scorbutico, rozzo, ingiusto. Potrei elencare mille aggettivi per definire il  luogo in cui viviamo, che di per sé è inferno e paradiso insieme. Ma so anche che la bellezza è la più grande lezione che dovremmo imparare, perché  induce a essere gentili, ad apprezzare il buono e il giusto senza che ci sia bisogno di fiumi di parole. Vengo sempre presto la mattina e in questo silenzio tutti i giorni io dialogo con quest’uomo su una croce, la storia narra sia stato condannato perché difendeva quelli che erano rimasti indietro. Un rivoluzionario, a suo modo, e sebbene la critica dica cose diverse a me non importa. È questo l’uomo che ho imparato ad amare e che mi ricorda ogni giorno che adesso tocca a me…. Mi perdoni Alejandro, come vede posso parlare molto, ma lei forse dovrà tornare al suo lavoro.”

Strano, Madalena aveva gli occhi ben aperti e nella sua pupilla c’era tutta la luce del corpo nudo di quel Cristo. Aveva parlato senza mai distogliere lo sguardo neanche un istante.

Alejandro era stordito, voleva rimanere lì ad ascoltarla….

“Lei lavora?” Era una domanda stupida a farsi, ma arrivò spontanea sulle labbra di Alejandro prima che potesse pensarci.

“Sì. Un lavoro molto impegnativo il mio.” Poi si voltò a guardare Alejandro e sorrise di nuovo.

“Adesso se non le spiace rimarrei ancora un po’…”

Alejandro comprese che voleva rimanere da sola.

“Certo…. Grazie, posso solo dirle grazie.”

Avrebbe voluto spiegarle quel grazie che era come una porta spalancata nella sua mente, ma la lasciò al suo quadro e uscì dalla sala.

Inutile dire che tutti i colleghi lo assillarono con domande alle quali non seppe rispondere. Niente che appartenesse alle congetture su Madalena somigliava alla verità su quella donna.
I giorni seguenti Madalena mancò al suo appuntamento. Il primo giorno Alejandro attese con ansia e fu forte la delusione nel non vederla. Il secondo giorno si preoccupò e si disse che non avrebbe potuto cercarla anche se avesse voluto. Il terzo giorno si disse che avrebbe voluto ma non si può trovare una donna in una città come Madrid conoscendo solo il suo nome. Il quarto giorno fu attanagliato dalla paura che le fosse accaduto qualcosa. Col passare dei giorni l’assenza di Madalena divenne un fatto che solo Alejandro continuava a sentire come una ferita. Finché al decimo giorno una collega gli consegnò una busta, una piccola busta bianca sul quale c’era scritto il suo nome.

“Qualcuno l’ha lasciata per te”

Alejandro aprì la busta tremando, dentro c’era un biglietto scritto a mano: “Lei crede negli angeli caro Alejandro? Io no, non ci credo, eppure so che sono intorno a noi, può riconoscerli dalla luce che emanano.  Con amore, Madalena

Provò a informarsi chi dove e come avesse consegnato quel biglietto, ma nessuno seppe dargli risposte concrete, nessuno di fatto aveva incontrato la persona che l’aveva lasciato.

Nessuno vide più Madalena e nessuno del personale del Prado si ricorda più di lei. Solo Alejandro non ha dimenticato e ogni giorno  si reca nella sala del Cristo di Velasquez chiedendosi se Madalena sia esistita davvero. Lui è l’unico ad avere memoria di quello sguardo di luce che gli ha cambiato la vita. L’unico che da quel Cristo senta udire quelle strane parole: e adesso tocca a te.

Nella foto: Cristo crucificado, Diego Velasquez, Museon Nacional del Prado

Ritorno a Natale (un quadro, una storia)

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Ritorno a Natale

Natale è perfetto se c’è un ritorno, quando è a sorpresa lo è ancora di più. È per questo che ho deciso di tornare a casa il giorno di Natale. Ero sparito da un anno e mezzo, avevo lasciato moglie e due figli. Perché? Non ho alcuna voglia di raccontarvelo adesso. Però vi do un indizio: osservatela bene, la famiglia riunita, ci sono tutti: vi sembrano abbiano l’aria di aver patito per la mia mancanza? Guardate il cugino James con il suo farfallino di natale (lo stesso da quindici anni) vi sembra che la sua faccia  dica sono felice di rivederti? Lui non mi ha mai potuto soffrire; ed era reciproco. No, proprio non se l’aspettavano che tornassi.
Di me hanno detto di tutto: che ero andato via perché mi aveva dato di balta il cervello, che avevo perso la memoria ed ero disperso, che ero scappato con una donna di quindici anni più giovane, che avevo vinto la lotteria ed ero fuggito in qualche isola di paradiso, che ero sull’orlo della bancarotta e me l’ero data a gambe. E quella poverina di mia moglie: come avevo fatto ad abbandonarla con due bambini?
Non m’importava, dicessero pure quello che volevano, scrivesse ognuno la propria sceneggiatura. La migliore era quella che avevo in testa io. Anche se non è che proprio volessi scriverla così com’è andata nella realtà.

Io non sono mai stato un violento, ma diciamolo, l’idea che qualcuno un giorno avrebbe potuto dipingere un quadro come questo sul mio ritorno in famiglia, beh, ho pensato dovevo evitarlo, avrei salvato l’umanità da una simile bruttura, avrei preservato qualcuno dal farsi idee sbagliate.
Guardateli come ridono!! E mia moglie che mi abbraccia? Credete sia felice? Ha un sorriso talmente forzato che le sono venuti due pomelli al posto delle gote! Ipocrita. E Joy? Lo vedete? Quello con la camicia a quadri, ma dove sta guardando? Ehi Joy, sono qui, mi vedi? Li ho riconosciuti sai i pantaloni che hai addosso… cosa credevi, che non me ne sarei accorto?

Lui l’ho fatto fuori per primo, proprio per quei pantaloni, che erano i miei preferiti. Ho lasciato che mi facessero le feste d’ordinanza, che Meg e i bambini scartassero i loro regali e poi ho sfilato la mia pistola automatica dal bagaglio fatto in fretta per arrivare puntuale e pam… ho sparato, a Joy voglio dire. Come erano diverse le loro facce a quel punto!! Ridete adesso, ridete, non siete contenti che io sia tornato? Pam… Ma che bella famiglia! Pam…  ciao Louise, ti trovo bene, hai passato la giornata dal parrucchiere per avere quei ridicoli riccioli in testa? Pam….  E tu Betty? Stai ingozzando anche questo figlio come un vitello? Pam…. Nessuno ha reagito. Nessuno ha provato  a fermarmi. Effetto sorpresa.
Per ultimi ho lasciato Meg e il cugino James. Meg aveva gli occhi spiritati e il cugino James aveva il suo solito ghigno allusivo: sono un fallito. eh James? Puoi dirlo adesso che sono un fallito? PAM.

Oh no…. dannazione, avevo dimenticato zia Bertha. Si era nascosta dietro la credenza, la vecchia! Ma lei l’ho risparmiata. Tanto una di quelle notti si sarebbe strozzata con quel cammeo che esibiva per  tutte le ricorrenze. Spilorcia.

Hanno detto che sono pazzo. Ma non è vero. Provateci voi a vivere una vita come la mia, io adesso comunque non ho nessuna voglia di raccontarvela.

Sono passato alla storia come il mostro di natale, non me ne pento, anche se non ho potuto evitare il quadro, l’idiota l’ha dipinto ugualmente. Quindi in definitiva il mio unico rimpianto è aver compiuto una strage invano. Non che a quelli servisse di restare in vita, ma se l’avessi saputo almeno i bambini li avrei risparmiati. Le gemelline Windy e Daryl, però.. diciamolo, erano bruttine, forse le ho salvate da una vita infelice, con quel naso a patata improponibile.
Insomma adesso beccatevi il quadro nonostante la strage. Io mi godo l’unica soddisfazione possibile: non conoscerete mai la mia faccia. Vi auguro Buon Natale.

Ah! Un paio di consigli prima di congedarci: per prima cosa se mai vi dovesse di capitare di tornare a casa per natale fate in modo di non avere una pistola,  soprattutto evitate di scattare foto, non si sa mai. A qualcuno potrebbe venire in mente di dipingerci un quadro come questo.

Il quadro è Norman Rockwell “Christmas Homecoming” (1948)

Sunlight in the cafeteria (Un quadro, una storia)

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Ho posato l’ago e il filo nella cesta. L’avevo spostato il suo fottuto bottone.
«Eccoti i pantaloni».
Entro in camera da letto e Josè è carponi sul letto, a pancia in giù, col respiro pesante del sonno pomeridiano. Guardo dalla finestra, il sole inonda la strada deserta. Decido di uscire. Penso di lasciare un biglietto, ma poi penso che Josè non si sarebbe svegliato prima di un paio d’ore, tanto durano le sue pennichelle estive. Poi si sarebbe infilato di nuovo in cantina tra le sue cianfrusaglie fino all’ora di cena.
Apro il portone e mi investe una nube di calore afoso, mi piace il caldo d’estate. Prendo a camminare senza curarmi della direzione, non ho un posto preciso dove vorrei andare. Forse il bar su Canal Street, a quattro isolati da qui. Non ci sono mai entrata, ma da fuori mi è sempre piaciuto. Controllo se il borsellino è nella borsa, ho voglia di bere qualcosa di fresco.
Perché non me ne vado? Perché non lo lascio? Per lui sono un’ombra che attacca i bottoni dei suoi pantaloni e prepara la cena. E non è per amore che resto, l’amore è finito da un pezzo, da quando i sogni di gloria si sono infranti, da quando la vita qui è diventata un tirare a campare, senza più soldi e nemmeno sogni, infranti, tutti.
A due isolati da casa penso che oggi potrei non tornare. Potrei bere una vodka ghiacciata all’arancia e poi chiamare dalla prima cabina e dire: non torno, ti lascio.
Magari cerco un posto per la notte e da domani un lavoro. Potrei andare da Bertha per qualche giorno.
Davanti al bar mi fermo. 
A parte un uomo che sta prendendo un caffè non c’è nessun altro. Perfetto, così potrò godermi la mia vodka ghiacciata tranquilla.
La porta scampanella, segnala che sono entrata. Mi siedo al primo tavolo, a fianco dell’uomo che guarda oltre la vetrata.
Ordino la mia vodka e nell’attesa fisso il tavolo cercando di non pensare. Sento il sole addosso. Dentro il locale è come l’avevo immaginato. Mi piace questa grande vetrata sulla strada.  Mi piace la luce che c’è all’interno. Ti avvolge e ti nasconde. Il cameriere mi porta la vodka in un piccolo bicchiere ghiacciato, lo lascia sul tavolo con lo scontrino. Tiro su un sorso, sento che l’uomo accanto a me comincia a fissarmi, poso il bicchiere mentre avverto il suo sguardo addosso. Si muove come se fosse inquieto. Forse vorrebbe dirmi qualcosa. In fondo siamo un uomo e una donna seduti in un bar vuoto, soli entrambi. Forse vuol fare solo due chiacchiere. Ho voglia di lasciarmi andare. Tiro su un altro sorso di vodka. Poi, non so come e nemmeno da quale angolo remoto della mia testa parte un comando. Mi volto di scatto e gli dico:
«Vuole sedersi al mio tavolo?»
A stento riconosco la mia voce.
L’uomo mi guarda con aria interrogativa, credo non sia sicuro di aver capito.
«Mi scusi – aggiungo –  ma siamo io e lei qui, pensavo avremmo potuto fare due chiacchiere. Magari due passi. Ho notato che mi sta fissando».
Ma che stavo facendo?  Ero davvero così sola?
L’uomo accenna un sorriso. Noto che ha un bel volto dalla pelle abbronzata e gli occhi scuri.
«Mi perdoni –risponde – ma visto che lei è stata così sincera con  me,  voglio esserlo anch’io con lei. In fondo non ci conosciamo e tra sconosciuti ci si può concedere il lusso di essere sinceri. La vede quella porta nella strada di fronte, proprio dietro di lei? »
Mi volto. Noto  la porta della casa di fronte.
«In realtà io non stavo fissando lei, fissavo quella porta, lei si è seduta nel mezzo.  Sto aspettando che esca un uomo da lì, perché subito dopo una donna sarà dietro quella tenda al primo piano, e quello sarà il segnale del via libera. È lì che abita la donna che aspetto di incontrare. Siamo amanti, e l’uomo che sta per uscire è suo marito.»
Vorrei morire. Mi volto di nuovo a fissare la casa, una bella casa borghese con le tende bianche alle finestre, e mi sento un’idiota. Non riesco nemmeno a trovare qualcosa da dire.
Riprendo a fissare il mio bicchiere e non ho voglia di scusarmi. Proprio non c’è altro da dire. La vodka è diventata calda e io all’improvviso in questo cono di luce ho freddo. Con la coda dell’occhio continuo a vedere l’uomo che si agita inquieto, ha lo sguardo fisso alla casa di fronte, dalla quale non esce nessuno.

Sunlight in a Cafeteria – Edward Hopper

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