HO VISTO UN FILM? NO. HO INCONTRATO UN’EMOZIONE

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Still 4 Romeo and JulietQualche tempo fa ho letto un romanzo nel quale in una scuola superiore i docenti, presi dalla fregola di riuscire ad appassionare i discenti ai classici, decidono di intraprendere un’ambiziosa opera di riscrittura di alcuni classici famosi, tra cui i Promessi Sposi. Di fatto producono una parodia dai risvolti comici (perché i ragazzi, si sa, si devono sempre “divertire” per essere coinvolti).
Risultato: mentre i prof si affannano a ridicolizzare Renzo e Lucia i ragazzi in gran segreto e di nascosto, leggono l’originale.
Come insegnante ho sempre pensato che alle nuove generazioni manchi l’incontro con i “classici” alla giusta età, e questo perché noi per primi li temiamo, abbiamo paura si annoino, li trattiamo come mostri sacri che terrebbero lontani i ragazzi, quando invece la nostra stessa esperienza dimostra il contrario, poiché parte della nostra educazione emotiva è passata da quell’incontro.
Sono partita da questa premessa per arrivare al film di Carlo Carlei Romeo&Juliet – in questi giorni in programmazione al cinema – che secondo me ha, prima di tutto, il grandissimo merito di aver trattato la tragedia di Shakespeare con il rispetto che si deve ai classici, senza avere quella fregola di renderli “moderni”: essi lo sono proprio in quanto classici che hanno sempre qualcosa da raccontare attraverso il tempo, così come la poesia.
Quello che il film aggiunge (poiché il film si vede, quindi l’impatto prima di tutto è visivo) è un gran senso estetico che induce una sensazione di pace e di bellezza: il cromatismo dei colori soprattutto, il fatto che ogni singola immagine sia di per sé un quadro che produce l’effetto della grande pittura: ci fa fermare e ci tiene lì, sospesi e lontani da tutto, ingoiati in un’altra dimensione che per fortuna esiste e ci restituisce a qualcosa di meglio di quello che spesso abbiamo intorno.
Ovviamente io non sono una critica, non ho gli strumenti di giudizio e nemmeno mi interessa passare a setaccio il film con una lente di ingrandimento per esaltarne pregi o difetti. Sono una spettatrice e come tale dico ciò che mi piace o non mi piace (quindi non solo come insegnante).
E Romeo&Juliet mi è piaciuto molto, non solo per le ragioni che ho espresso fin qui. Nel volto giovanissimo ed espressivo di Giulietta c’è una tale carica vitale, una tale ingenuità e forza che ci ricorda ciò che l’amore fa a quell’età: non pensa, non valuta, non ragiona. Sente. Non importa dove porti quel sentimento, è come la vita dovrebbe essere se solo la vivessimo oltre ciò che ci racchiude in una gabbia (rabbia, convenzioni, maschere).
C’è una leggiadria nelle movenze di Giulietta, nelle sue corse verso la gioia, nel fluttuare dei suoi vestiti illuminati da riflessi iridescenti che raccontano la sua voglia di buttarsi nella vita a capofitto, con l’entusiasmo che si prova a quell’età. È luminosa.
Questo commuove un’adulta come me che ha provato una grande nostalgia di quel modo di essere che poi ci lasciamo alle spalle, visto che la maturità – ahimè – ha altre regole.
C’è poi il bel viso di Romeo, il suo sguardo limpido e intenso, dolce e irruento. Vorrebbe seguire le “sue” regole e invece è costretto a misurarsi con quelle del mondo degli adulti, in nome delle quali uccide. C’è una purezza in quel volto (che da quel mondo sarà uccisa perché da sempre uccidiamo l’innocenza) sia che provi amore sia che provi dolore, nessun filtro a mediare.
Infine c’è Frate Lorenzo (grandissimo Paul Giamatti) con il suo sguardo benevolo, l’unico che guardi a quei giovani per quel che sono davvero e non per quello che le regole e le convenzioni insulse vorrebbero che fossero, amanti anziché nemici. Li ama e li aiuta, anche se poi quel Puck dispettoso shakespeariano, il caso che si diverte alle spalle degli uomini, farà si che il suo piano si trasformi in tragedia.
Tra le cose che ho apprezzato molto c’è che il regista ha scelto di non compiacere il pubblico ormai educato all’eccesso di qualsiasi cosa di parli: il sangue nei combattimenti è quello che deve essere, non vengono esibite carni dilaniate, così come nella scena d’amore non c’è un lembo di pelle di troppo. Romeo e Giulietta è soprattutto una grande opera di poesia e questa nel film si ritrova (temerariamente) intatta, fatta salva dal buon gusto di cui tutto il film è pervaso.
Infine, c’è una cura meticolosa dei particolari, a cominciare dai costumi (i colori, di cui ho già detto) gli ambienti, le luci, gli spazi, la notte e il giorno.
Insomma che mi è piaciuto si sente, però vorrei in chiusura tornare a quel che ho detto all’inizio, il film parla a un pubblico giovane ma anche noi dovremmo riprendere quel linguaggio (in fondo perfino il bullismo dipende dalla mancanza di amore e poesia e dalla volgarità imperante).
Il film ha il grandissimo merito – tra le mille idiozie confezionate per gli adolescenti – di non temere di riportarli a un classico eterno, che racconta una cosa a loro familiare: l’amore giovanile che non ascolta ragioni, che è libero per definizione (e qui mi prendo la libertà io di aggiungere che non è libertà quella di dire scopami come vuoi che è il messaggio di una altro film fenomeno ai botteghini in questi giorni)
Di quella libertà del resto non sarebbe male si ricordassero anche gli adulti. Perché vale sempre la pena.
Emozionarsi ancora. Emozionarsi sempre.

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CAMMINARE A SUD

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Esci e hai voglia di riempirti gli occhi e il cuore, c’è un sole così pieno e discreto che camminare sarà una festa.
Il rumore dell’acqua del ruscello giunge allegro , è acqua che discende scaricando la sua forza a valle, argentata, con la sua impetuosità montanara.
Viene quasi voglia di tuffarsi in quell’acqua limpida, camminarci dentro, sui sassi lisci, puliti, levigati.
I balconi qui sono quadri dipinti, così fioriti, ricchi, colorati di tutti i colori che hanno i fiori nella loro stagione migliore.
Cammini e ti senti di visitare un mondo che sfiora la perfezione, è così come lo vorresti: tutto ti restituisce armonia, perfino il tè che prendi prima di metterti in cammino, così intenso e profumato, come la marmellata, che ha la giusta consistenza. Per fortuna che esistono posti così, posti nei quali sentirsi bene, umani, adeguati.
I sentieri poi sono segnati, puoi procedere tranquilla, le facce che incontri sorridono come la tua, ti salutano e tu rispondi, perché così si usa tra viaggiatori in cammino sui sentieri di montagna.
Molti usano le seggiovie o le funivie per andare in quota e godersi il sole, io preferisco sempre camminare, non amo le diavolerie come queste. Le apprezzo, ma non le amo. Non ho la smania di arrivare in vetta, di mettermi alla prova, le mie gambe fanno quello che sentono di fare e stop, quando non reggo mi fermo, mi siedo, mi guardo intorno, respiro, mi sento viva, avvisto, osservo i fiori e le piante spontanee. Guardo le cime maestose e mi sembra di essere appena un gradino sotto a D’io, che deve essere là, oltre quelle nuvole che squarciano un cielo cristallino, mollemente sbuffanti e così piene che pensi che lui da là osserva e sta comodo. Sì, D’io – se c’è – deve abitare qui e sorride paterno alle nostre ingenue fatiche di camminatori.
Quando la settimana in alta montagna è al termine, sei ritemprata e il tuo corpo ti ringrazia, tutto quassù è perfetto, hai speso bene i tuoi soldi, ovunque tu sia andato sei stato un turista soddisfatto.

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Invece camminare a sud è diverso, praticamente un altro mondo. Non è solo l’ambiente naturale che è differente, perché questo è assolutamente normale.
Il ruscello scorre sonnolento a valle, chiede acqua, eppure ti parla di freschezza nella sua ombrosità disordinata. Le sue parole sono prive di una qualsiasi articolazione regolare, è anarchico, dipende dal caso della pioggia, come del resto tutto qui.
Non ci sono nuvole immense, ma un cielo striato di un bianco puro che ti fa desiderare le nuvole, quelle vere, tonde e grasse. C’è una natura parsimoniosa intorno e ti arrabbi perché ne vedi l’abuso. Qualche rifiuto in giro, ad esempio, che ti dice che qui non ti vendono nessun quadro, nessun sentiero, nessuna merce di scambio.
007Qui se vuoi te la devi cavare, devi camminare e trovare la strada, magari perderti per poi ritornare.
Qui camminare richiede fatica, il respiro ha la difficoltà dell’ansia di qualcosa che sta lì in agguato pronto a colpirti: un cane randagio, un colpo di fucile, un sentiero sconnesso, perché è questo che ti raccontano del sud, tanto che ti si appiccica alla pelle e quando cammini è il tuo respiro che te lo racconta.
Qui camminare è “all’improvviso”. All’improvviso il bosco si distende e ci sono alberi le cui cime – e non tu – dialogano con D’io, tanto sono alti.
All’improvviso le felci sublimi e robuste sono un reticolato di tenero verde che riceve i raggi del sole così distintamente che tu quei raggi li puoi contare mentre si posano a baciare le piante, è un ordito di trine intessuto da mani di angelo che restituisce pace al respiro.
All’improvviso il ruscello è più prepotente e ti chiama, ti invita a ballare con lui, a levarti le scarpe e percorrerlo amico o magari tenertele e arrampicarti bagnandoti di dolcezza di acqua fresca e leggera.
All’improvviso gli alberi si fanno sculture, giganti diffidenti che valutano gli uditi attenti e perspicaci e custodiscono antichissimi segreti.
All’improvviso ti accorgi che hai camminato per ore senza incontrare un umano e neanche te ne sei accorto.
All’improvviso.
Qui devi saper conquistare, non c’è niente che ti venga offerto così, solo perché tu viandante passi da lì. Devi esplorare bestemmiare e incazzarti, perché qui D’io non c’è, non è come in quell’altro mondo a sorridere bonario e invisibile. Qui lo devi chiamare urlando e imprecando e non sei mai sicuro che ti risponda. Qui sei da solo contro il mondo, e senti che va bene così.
Qui manca l’armonia costruita dall’uomo, c’è l’anarchia di una natura selvaggia e innocente che ti chiede un passaggio e salvezza.
E tu sai che qui sarai salvo salvandola.
Qui – infine – c’è un respiro di vita ruvida e violenta che parla col diavolo. E poi con te.
parcE quando finisce, sei un passeggero ubriaco e incantato, inebriato dalla fame dei lupi mannari.

M’AMA – Il Signor G.

thumb_big_normal_bc7ea0ecfbdd4643d8ef02c402d862e4«A noi due adesso».
A colpi di mouse Nina aveva dato via alla ricerca. Andava a caso, un link dopo l’altro, cercando di ironizzare su stessa. Immagine dopo immagine le reazioni andavano dalla sorpresa, allo stupore, allo sgomento. C’era un mondo là dentro. Dopo qualche minuto decise che ne aveva abbastanza.
«Per oggi può bastare. Intanto mi sono fatta un’idea.»
Si sentiva sollevata per aver rotto il ghiaccio, dopo l’iniziale diffidenza, poco per volta ci sarebbe arrivata, intanto poteva ritenersi soddisfatta. Chiuse le pagine una dopo l’altra, uscì dal programma e spense il computer. Il monitor nero le restituì la sua faccia, ma in quel momento le parve che là dentro ci fosse riflessa la sua anima nera. E in quel nero, di nuovo, fece capolino la perplessità.
«No Giacomo, non ci siamo. Proprio no, è inutile. Non ce la farò mai. Davvero, non insistere. Poi come faccio scusa? Questa idea di internet, la spedizione. E se poi il pacco arriva e lo prende Caterina? Sopra c’è il mio nome, mica il tuo, quella curiosa com’è magari lo apre. Come glielo spiego a una ragazzina di 12 anni? Sì…. C’ho pensato. Anche al piano B. Ma che cambia farlo recapitare a Sandra? E poi che le dico scusa? No Giacomo. Siamo seri, meglio lasciar perdere. Meglio accettare il fatto che non sono capace. Fammi andare via, che tra un po’ torna la tribù affamata e ancora neanche so che gli darò da mangiare. È tardi. E poi sono queste le cose di cui devo preoccuparmi, caro mio! Tre figli non sono mica uno scherzo. Bruno più si avvicina la maturità più diventa insopportabile. Lo sai com’è, no? Carletto è stato mollato dalla ragazzina per la seconda volta in sei mesi e neanche vuol mangiare più. Insomma Giacomo, ho il mio da fare. Chiuso.»
Nina girò le spalle e andò in cucina a preparare la cena. Voleva fare la crema bianca per Carletto, tante volte almeno quella l‘avesse mangiata. E come tutte le sere avrebbe riunito intorno a quel tavolo la famiglia a raccontarsi i fatti della giornata. Di questo Nina era fiera: erano riusciti a rimanere affiatati e complici, perfino più di prima, grazie a lei.
Poi, sul tardi, prima di decidersi ad andare a letto, Nina fece  il giro dell’appartamento, ormai da due anni era un’abitudine della quale non riusciva a fare a meno: spegneva le luci, controllava che il gas fosse chiuso, aspettava che i ragazzi si fossero addormentati; quando era sicura di avere tutto sotto controllo, si infilava nel letto, esausta. E lì, come tutte le sere, ricominciava.
Una volta era lei sempre la prima ad andare a letto. Sprofondava sotto le coperte e finalmente poteva tirare un sospiro di sollievo. Da lì le piaceva ascoltare i rumori della sua casa, della TV accesa, dei ragazzi che a volte litigavano, della voce di Giacomo che interveniva a calmarli. Del silenzio in cui con il passare delle ore lentamente scivolavano le loro esistenze traghettate verso il sonno notturno. Quasi mai si addormentava. Leggeva, o semplicemente ascoltava a occhi chiusi finché Giacomo non le si fosse steso accanto. Prima era lui ad  avere tutto sotto controllo. Era così che funzionava la vita.
«Dormi? » A volte le chiedeva.
Quando il tono interrogativo giungeva a lambire il suo torpore, Nina sapeva era una richiesta. Così si girava sorniona nel letto e facevano l’amore. Non avevano mai smesso lei e Giacomo, perfino quando i bambini erano piccoli, erano sempre riusciti e ritagliarsi un momento per loro. Doveva essere questo il segreto della loro unione, solida dopo vent’anni tre figli e due carriere. Non avevano mai smesso di piacersi, di toccarsi, di comunicare con il corpo, di appartenersi.
«Adesso è dura Giacomo».
A dirla tutta i primi tempi non c’era stato né tempo né modo di pensarci. Da un giorno all’altro era stata sbattuta in mare aperto come un naufrago. E aveva faticato come un animale per riportare tutti in salvo a riva. Poi però, passata la tempesta, aveva dovuto dare un ordine alla vita, tre figli gliel’avevano imposto. La notte era stata la parte più dura da affrontare. Il vuoto nel letto. Chiudeva gli occhi e risentiva la voce di Giacomo.
«Dormi?»
Sera dopo sera in quei due anni aveva cominciato a sentire nel silenzio le sue mani addosso, le percepiva mentre le dita scorrevano lente sulla sua pelle. Con tutta se stessa avrebbe voluto rivivere un amplesso, uno solo, uno che le servisse  a sentire che a 46 anni non era sola e aveva ancora un corpo che poteva godere. Ma non c’era mai riuscita. Arrivava sempre un punto in cui il vuoto e il silenzio spodestavano l’immaginazione e vincevano sull’eccitazione e sul sogno.
«Non dovevi farmi questo Giacomo. Non si può morire di punto in bianco nel mezzo della vita».
Il guaio è che non riusciva nemmeno a scacciarlo. Se ci fosse riuscita, la notte avrebbe potuto dormire. Dio solo sa quanto ne aveva bisogno, un sonno vero, un’assenza dal mondo di una notte, almeno una notte tutta intera. Invece continuava a sentire l’alito di Giacomo soffiarle sul viso. Era lì, era con lei, e la guardava con il desiderio che aveva sempre negli occhi mentre stava per baciarla. Ne vedeva ogni tratto, ogni particolare. E tutte le sante volte tremava, tremava e desiderava quel bacio come mai niente aveva desiderato nella vita. Nemmeno lui.
Era riuscita a salvare i naufraghi dalla tempesta, ma quella solitudine notturna, affamata e raminga, no, non riusciva a scacciarla. Tutte le sere tornava come un esattore implacabile a riscuotere la sua imposta, una fetta di dolore che non se ne voleva andare.
«Lo sai no? Io non ci riesco, mi sentirei peggio dopo. Voglio te Giacomo. Te maledizione, riesci a capirlo questo? Io tutta la vita ho fatto l’amore solo con te. Quindi per favore vattene. Vattene.».
Com’è che a un certo punto fosse spuntato il Signor G., Nina non lo sapeva bene.
«Giacomo, ma per favore, mi ci vedi me con il Signor G.? non so neanche da dove cominciare…. »
Era stato Giacomo a suggerirglielo. Una notte che non riusciva a dormire. Aveva sentito un fruscio dietro la tenda, come un colpo di vento sopraggiunto a gonfiarle. Si era alzata di scatto nel mezzo del letto, ma la tenda era chiusa, ferma. Giacomo dalla foto sul comodino sorrideva, come sempre.
«Certo, sorridi. Sorridi tu. Ormai sorridi per l’eternità».
Era soprattutto durante la notte che Nina provava una rabbia sorda che la faceva tremare, un sentimento molto simile all’odio. Più fissava quella maledetta foto che non rispondeva, quel viso amato che le sorrideva, più avrebbe voluto fracassarla contro il muro. Non riusciva a dominare la paura. Tutto quello che alla luce del giorno sembrava poter controllare, di notte si trasformava in disperazione e terrore. Avrebbe voluto qualcosa da prendere a pugni,  altro che cercare il Signor G.! Un sacco a un gancio, un cuscino, qualsiasi contro cui sfogare la rabbia.
Ma quasi sempre Giacomo arrivava nel mezzo di quegli attacchi. Lì, a guardarla, immobile ai piedi del letto con lo sguardo che le diceva…. Tranquilla piccola, stenditi, rilassati, spogliati… lo so di cosa hai bisogno Nina…
Tranquilla piccola. Stenditi. Rilassati. Spogliati…
Nell’assenza di suoni, solo lo sguardo di Giacomo fisso nel suo. Le parole le aveva dentro, e le ripeteva, le ripeteva, le ripeteva…
Tranquilla piccola. Stenditi. Rilassati. Spogliati…
Per quanto avrebbe voluto combattere contrastando quell’onda di paura mista a furore, solitudine e voglia, erano quelle quattro parole ripetute come una nenia le sole che riuscivano a calmarla.
Notte dopo notte, alla fine aveva compreso che il corpo ha le sue leggi di natura e maledice l’assenza d’amore più di quanto la ragione possa controllare. Aveva dovuto imparare la forza: era stata una lezione che come uno scolaro diligente aveva ripassato ogni sacrosanta mattina dal momento in cui metteva i piedi a terra. Rimaneva seduta per qualche istante sul letto e sentiva il vuoto alle sue spalle, pesante come un macigno addosso. Avrebbe voluto stendersi di nuovo e rannicchiarsi. Rimanere per sempre sulla zattera del suo letto ad aspettare l’onda che l’avrebbe travolta definitivamente. Poi guardava la porta chiusa, oltre la quale c’era il fragore della vita che doveva andare avanti e aspettava lei per dare il via a un altro giorno. Sapeva di non potersi sottrarre. Quella porta la doveva aprire.
«Sveglia ragazzi, è tardi.»
E finalmente i rumori del giorno rompevano il silenzio della notte e mettevano a tacere i lamenti del corpo.
Alla fine però si era convinta e c’aveva provato. Aveva superato scogli ben più duri di quello. Aveva dato prova a se stessa e agli altri di risorse che nemmeno sospettava di possedere. Aveva dovuto cambiare pelle e testa, riorganizzare e orchestrare. In fondo quella era una specie di bazzecola che le sarebbe stata d’aiuto. Nina sapeva bene che Giacomo non se ne sarebbe andato, sarebbe tornato testardamente a trovarla tutte le notti.
Tranquilla piccola. Stenditi. Rilassati. Spogliati…
Aveva cominciato a cercarlo su internet e l’aveva trovato. Era stata la cosa più facile del mondo. E lì, dio solo sa (anzi, meglio non lo sappia se è come dicono) aveva visto di tutto. Il signor G. non era uno, ma tanti, bastava scegliere: classico, realistico, stimolatori, maxi, neutri, doppi, neri, colorati perfino di vetro plastificato.
«Ma secondo te io mi infilo quel coso tra le gambe?»
Silenzio.
Giacomo non rispondeva.
Durante il giorno non c’era mai, quando lo cercava e ne aveva più bisogno ecco che lui spariva.
«Certo è facile per te…. Arrivi quando ti pare, mi tormenti, e poi quando ti chiamo…. Niente».
«Maaaamma… dov’è la felpa rossa? » Urlò all’improvviso Caterina dalla sua stanza.
Nina presa di soprassalto, confusa davanti a un vibratore color carne striato da venature da sembrare vero,  chiuse di colpo la pagina con il cuore che le andava a mille, come se fosse stata sorpresa a uccidere qualcuno.
«Cosa??… »
«La felpa rossa mamma, dai, dov’è? Non la trovo, l’avevo lasciata sulla sedia.. »
«E sarà in lavatrice. Non ci puoi mica vivere addosso a quella felpa… »
«Ma lo sai che ci tengo… »
«Sì, ma ogni tanto ha bisogno d’essere lavata. Tutto qui. Mettitene un’altra. »
Di nuovo silenzio.
«Lo vedi Giacomo? Lo capisci anche tu che te ne devi andare».
Stavolta la foto era quella sulla scrivania. Lì erano insieme, al mare. Giacomo continuava a fissarla anche da lì. E fu in quell’attimo, all’improvviso, che Nina comprese. Per la prima volta non ebbe l’impulso rabbioso di fare a pezzi quella, come tutte le altre foto. Anzi. Sorrise.
Il signor G. stava nella promessa che si erano scambiati un giorno che sembrava per sempre: insieme nella buona e nella cattiva sorte. Era questo. Insieme comunque.
Giacomo, lo sapeva bene, non se ne sarebbe andato mai. Il loro era stato un amore testardo fin dall’inizio.
«Hai vinto Giacomo. Va bene. Scelgo quello che sembra più naturale. Vada per quello».
Riattivò la pagina e stavolta senza pensarci troppo andò fino in fondo. Pagamento. Destinatario. Conferma dati. Invia. Click.  Da lì non si torna indietro.
Per sempre, Signor G.

 

CAMERA CON SVISTA

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Dalila era rinchiusa in grande stanza senza odori, vuota, muri bianchi e puliti, non una finestra, un mobile o un segno qualsiasi. Andava su e giù per la stanza cercando nella testa un indizio, qualcosa che le rivelasse cosa fosse successo e perché fosse rinchiusa là dentro. Non sapeva quanto tempo fosse trascorso, quando fosse arrivata, come, da dove.
«Devo cercare di ricordare… Tutto questo è assurdo; qual è stata l’ultima cosa che ho fatto? con chi ero? dov’ero? » Ma come la stanza, era vuota anche la sua testa.
«Forse sono impazzita e questo è una specie di manicomio. Ma allora perché non c’è un letto? Perché non ci sono infermieri?» Si rialzò di scatto e si avventò contro la porta chiusa prendendola a calci, con tutta la forza che poteva mettere insieme. Qualcuno doveva pur sentirla.
« Mi sentite? C’è qualcuno?» Picchiò invano contro la porta finché le mani non cominciarono a farle male e si accasciò esausta come un sacco vuoto. Pianse a singhiozzi fino a che il pianto diventò un lamento flebile. Esausta e disperata, finì per addormentarsi sul pavimento.
Si svegliò senza sapere quanto avesse dormito. Potevano essere state dieci ore come dieci minuti. La testa però faceva meno male. Non sapeva quanto le sarebbe toccato rimanere là dentro, chiuse gli occhi ascoltando il suo respiro finalmente più regolare, cercando di immaginare come si potesse vivere in una stanza vuota: senza tempo, senza memoria, senza ricordi, senza identità, senza niente da fare. Solo lei e il suo dannatissimo respiro. Pensò allora di varcare la porta e vedere cosa ci fosse là fuori. Era nella condizione perfetta per costruire un desiderio, un desiderio legato al momento, non ai suoi personali bisogni dei quali, non ricordando niente di sé, non aveva alcuna cognizione.  Non poteva fare altro che concedersi l’immaginazione. Cercò di abbandonarsi e, con sua sorpresa, Dalila si accorse che il corpo rispondeva ai comandi e in breve si sentì rilassata. Così finalmente aprì la porta: cosa vorresti Dalila?
«Vorrei sentire gli odori prima di tutto, qui dentro non ci sono». Si fermò ad annusare l’aria e un profumo delicato le invase le narici, come di mele zucchero e cannella. Cercò di respirarlo a fondo fino a sentirlo intenso e a poco a poco un senso di tepore le riscaldò il corpo indolenzito. Si mosse, sempre a occhi chiusi, piccoli passi lenti tastando l’aria intorno. Poi aprì gli occhi.

Pioppi argentati dalle cime altissime mossi da un vento delicato ondeggiavano lenti sui rami flessuosi; fiori gialli e rosa, fiori carnosi e rossi tra i cespugli, erba alta, arbusti ridenti, ricami di felci. Il verde poteva trasformarsi in azzurro e l’azzurro in verde.  Di nuovo sentì il profumo di mela zucchero e cannella, cercò  il luogo dal quale provenisse quel profumo, ma non vide niente che assomigliasse a una casa o almeno niente che potesse rivelare una presenza umana. Si incamminò. Le scarpe erano comode, le gambe rispondevano bene. I suoi passi non producevano rumore. Calpestò foglie secche, spezzò arbusti con le mani, ma niente, soltanto silenzio ovattato.

«Forse sono morta. Mi trovo nel luogo dove vanno i morti, un luogo dove si possono sentire odori, ma nient’altro. Morendo dunque perdiamo la nostra identità. Non ci portiamo dietro niente».
“Attenta Dalila – le disse una voce da dentro – quello che stai vedendo è prodotto dal tuo desiderio, non sai se è davvero quello che sta dietro la porta.” Era vero, stava camminando nel suo desiderio.
Voltò lo sguardo sul lato destro e sullo sfondo, oltre la vegetazione, vide il mare. Un mare calmo e celeste. E c’era ancora lo stesso odore: di mela, zucchero e cannella.

Poi all’improvviso sentì un alito e l’odore sparì, c’era qualcuno accanto a lei, come se l’aria fosse stata spostata dal movimento di un corpo. Aprì gli occhi e si ritrovò di nuovo nella stanza vuota, stesa sulla superficie dura del pavimento. Vide il bianco delle pareti intorno e la porta. La porta.
La porta era socchiusa.
Si alzò di scatto, intontita per il risveglio brusco, c’era un uomo di fronte a lei: era piuttosto giovane, bello, vestito di nero, con una chitarra in mano. Stava in piedi contro il muro e la stava fissando, due occhi neri puntati su di lei come se volessero rassicurarla. Senza riuscire a parlare, Dalila si perse in quello sguardo eterno, cercando là dentro una risposta prima che arrivassero le parole. Temeva queste potessero essere sgradevoli, non era sicura di essere pronta ad ascoltarle. L’uomo se ne stava in silenzio, perfettamente immobile.
«Chi sei? Puoi dirmi dove mi trovo? Perché sono qui?»
Silenzio.
«Come ci sono arrivata?»
«Quante domande tutte insieme, dormivi così beata!» L’uomo le sorrise.
La voce, la voce dell’uomo, dunque poteva sentirla. Quella voce aveva finalmente spezzato quell’orribile silenzio.
«Perché non si sente niente,  ma posso ascoltare la tua voce?»
L’uomo si sedette incrociando le gambe e imbracciò la chitarra.
«Comprendo la tua curiosità, ma dovrai avere  ancora un po’ di pazienza, aspettiamo un’altra persona. Di solito è sempre in ritardo. Io invece ho il vizio della puntualità, ma purtroppo senza di lui non posso iniziare. Appena sarà qui, capirai tutto. Però nel frattempo posso suonare e questo potrai sentirlo». L’uomo cominciò a pizzicare le corde e la stanza fu invasa da una melodia soffusa. Dalila avrebbe voluto chiedere ancora, parlare, avere risposte, ma l’uomo aveva cominciato a suonare e si era spostato da un’altra parte, del tutto concentrato sullo strumento. La musica però era dolce e le dita dell’uomo si muovevano agili e rapide tra gli arpeggi.  Dalila notò che aveva belle mani,  osservava la sagoma scura contro il bianco della parete e ascoltando la musica la paura nella sua mente lasciò il posto alla disponibilità e alla pazienza. L’atmosfera di beatitudine fu però interrotta bruscamente, la porta si spalancò di botto ed entrò un secondo uomo: alto, magro,  con la barba e i capelli corvini, anche lui vestito di nero e visibilmente affaticato.
«Scusa Dalì». Disse l’uomo ansimante per il fiatone.
Il primo uomo smise di suonare e lo guardò severo, scuotendo la testa.
«Proprio non ti riesce eh Mirò?» Poi però gli  sorrise.
«Un attimo che mi riprendo, ho fatto una corsa folle. Evitami la predica».
«Io ci rinuncio alla predica, tanto non serve, ormai sono rassegnato, ma lo sai che la puntualità per noi è la regola. Potrebbe essere pericoloso ritardare. Finora c’è andata bene, ma non è detto che vada sempre così».
«Eccola, sento che sta per arrivare…»
«Cosa?»
«La predica che dici di non voler fare. È più forte di te. Forza dai, falla così la facciamo finita».
Lo sguardo di Dalila rimbalzava da uno all’altro senza riuscire a trovare lo spazio per insinuarsi in quel botta e risposta strampalato. Mirò, Dalì… che razza di nomi erano? Nomi in codice, sicuramente, pensò.
«Mirò ogni volta è la stessa storia. Proprio non ti entra in testa». Dalì adesso era visibilmente spazientito.
«Non cominciare con la tua aria da saputello. Non la sopporto. Va bene, tu sei il bravo ragazzo e io la pecora nera. Ma di che ti lamenti poi? Mentre aspetti, suoni! che poi è l’unico momento in cui lo puoi fare. Dovresti ringraziarmi invece di rompere».
«Dannazione Mirò, ma possibile che non capisci che qui non è questione di me o di te? Anche a me non piace, ma ci hanno messo insieme e si dia il caso che non sono solo io ad aspettarti. Almeno a questo dovresti pensare».
«Va bene,  come al solito stai facendo sto’ casino per un quarto d’ora, forse nemmeno»
«Ancora? Ancora non ti entra in quella testa dura che qui il tempo non c’è più? Non lo contiamo più quindi non è questione di tempo?»
«Facevo per dire, sai benissimo cosa intendevo, non fare sempre il precisino»
«Eppure lo sai che non posso cominciare senza di te! È una questione di rispetto»
«Senti Dalì, chiariamo una volta per tutte: non l’ho chiesto io di stare con te. E poi tu da quel balcone sei saltato giù perché l’hai voluto. Io invece da quella finestra sono caduto, ca-du-to! Non dovrei stare qui, e tu lo sai. Se permetti mi girano e parecchio»
«Sei tu che continui a dire che sei caduto, ma non eri alla finestra a sbattere il tappeto o dare l’acqua ai gerani. Avevi fatto una scommessa e l’hai persa, no? E poi a te chi te lo dice che io volevo buttarmi? C’hanno messo insieme apposta perché siamo imperfetti tutti e due. Quindi basta con le tue lagne che qui non servono»
Dalila era sempre più allibita, ascoltava senza capire, gli occhi rimbalzavano da una parte all’altra come una pallina su un tavolo di ping pong. Poi trovò  il modo di dire qualcosa, perché a quanto pareva quei due si stavano proprio dimenticando della sua presenza.
«Insomma, volete dirmi che cosa succede? Mirò, Dalì, ma voi chi siete?»
Mirò e Dalì simultaneamente si voltarono a guardare Dalila  come se la vedessero per la prima volta.
«Ecco hai visto? Hai rovinato tutto come sempre. L’hai fatta innervosire, e può essere dannoso maledizione!»
«Io? Bello, se tu non avessi fatto il tuo pistolino a quest’ora avevamo bell’è finito»
«Mirò, tanto io e te non ci prendiamo e non ci prenderemo mai. Tanto perché tu lo sappia ho fatto domanda di nuovo per cambiare compagno. Ma intanto che dobbiamo stare insieme cerchiamo di venirci incontro. A me piace la precisione e a te no. Io prendo sul serio le missioni che mi vengono assegnate e tu no…
«Fermo fermo fermo…. In altre parole tu saresti il bravo ed io il coglione?»
«Non ho detto questo, dicevo solo che siamo diversi. Non è questione di bravo o coglione e meglio o peggio. Siamo diversi. Punto. E ora se non ti dispiace occupiamoci di Dalila».
Dalila sgranò gli occhi per la sorpresa.
«Conosci il mio nome?» Chiese.
«Certo Dalila»
«Quindi puoi spiegarmi perché sono qui»
Mirò pensò bene di intromettersi in quello che gli sembrava si stesse trasformando in un idillio, aveva notato un tono complice tra i due e la cosa gli piaceva poco.
«Dalila perdona il ritardo e scusaci per questa discussione idiota alla quale hai dovuto assistere. In effetti noi siamo qui per te –  mise una certa  enfasi su quel noi  – vedi, ti trovi nel Guado del Limbo dei…
«Mirò non correre, prima bisogna presentarsi, dobbiamo rispettare gli step del protocollo….»
«Gli step del protocollo? Ma ti senti come parli? Io me ne frego degli step del protocollo e comunque smettila di interrompermi sempre, stavo appunto per presentarmi…»
«Ma hai cominciato dalla fine! Bisogna essere precisi perché le ritornino memoria e consapevolezza»
«Tu sei proprio appiccicato ancora alle righe della dispensa, te le ripassi ogni mattina o la sera prima di andare a nanna, invece di dire le preghierine?»
«Ricominci?»
«Io? Ma se hai ricominciato tu!»
«Insomma basta – sbottò Dalila – smettetela di litigare, mi sembra di impazzire. Voglio sapere dove mi trovo.»
«Dalila io sono Dalì, è il nome che mi hanno assegnato quando sono arrivato. Ci troviamo nel luogo dove vanno dopo la morte quelli che hanno scelto di mettere fine alla propria vita»
«Dunque sono morta, e questo è l’inferno»
«No, non sei ancora del tutto morta, diciamo così. E questo non è l’inferno. Come vedi siamo in una stanza vuota, asettica. Qui tutto è così. È un luogo intermedio, non ci sono le fiamme dell’inferno e nemmeno la luce del paradiso. Prima esisteva solo il limbo dei non battezzati, ma col tempo e soprattutto di recente i suicidi sono talmente aumentati che hanno deciso eravamo in troppi; così hanno creato un luogo apposta per noi….
«Va beh, comunque io sono Mirò e anch’io non è che in vita avessi il nome ridicolo del pittore famoso. Ci tengo a presentarmi anch’io. Poi ti spiega lui che come vedi è quello bravo.»
«Ti ringrazio Mirò. Vedi Dalila, tu hai tentato il suicidio ma non sei morta, adesso dall’altra parte sei in un letto d’ospedale che combatti tra la vita e la morte, per questo sei nel Guado del Limbo. Ti trovi a metà tra la vita e questo posto, dove potresti finire.»
«Ma perché non ricordo niente?»
«Perché fintanto che non avrai fatto un passo decisivo in una direzione o nell’altra non ti sarà concesso di ricordare. Anche se dovessi restare in vita, non ricorderai niente di tutto questo.»
«Lo senti Dalila come parla bene? Era il primo del nostro corso. Il più bravo di tutti»
«Smettila Mirò, vuoi dire qualcosa anche tu?»
«No no, fai pure, te la stai cavando benissimo. Solo non capisco perché dobbiamo essere in due visto che fai tutto da solo»
«Lo sai benissimo perché, non fare il finto tonto, dobbiamo essere in due, l’energia raddoppia, e non tendere tranelli per confondermi…»
«Tranelli? Quando mai? Qui il confuso sono io! Comunque Dalila noi dobbiamo raccontarti anche come siamo arrivati qui. Io personalmente sono ancora convinto sia uno sbaglio, perché dall’altra parte ero giovane e felice. Tra l’altro quando è successo la mia ragazza era nuda nel letto. Ti pare che uno scopa, a venticinque anni, nel pieno del vigore, poi si alza e si va a buttare dalla finestra? Voglio dire, magari lo fa se c’è qualcosa di storto, ma non era il mio caso. Eravamo innamorati, andavamo d’amore e d’accordo. Io lavoravo pure come dj in una radio, che era quello che volevo fare. Insomma io motivi per morire come un coglione non ne avevo…»
«Alt, che vorresti insinuare, che io sarei morto come un coglione?»
«Non intendevo questo, ma la mia è stata una fatalità balorda. Sono salito sulla finestra, nudo, solo per fare lo scemo, una goliardata. Poi però sono scivolato, la finestra era pure al piano terra! Ma porca vacca ho battuto la testa e pum! Morto sul colpo, ma non sono un suicida, questo ci tengo a precisarlo. Ho già fatto domanda di trasferimento. Tre volte. Prima o poi si romperanno le palle e mi dovranno mandare via.»
«Complimenti per il linguaggio. Dimentichi un particolare però: le lettere. Quelle le avevi scritte, le hanno trovate e parlavano con insistenza di morte, quasi esaltandola come scelta di un atto eroico e ribelle, più o meno questo era il tono, no?»
«Che c’entra, leggevo libri, erano tempi di contestazioni, a vent’anni tutti pensiamo a queste boiate e vogliamo sentirci eroi e qualche stupido come me le boiate le scriveva anche. Questo non dimostra affatto che sono salito su quella finestra con l’intenzione di buttarmi di sotto. Ero anche uno pauroso, figuriamoci!»
«E tu Dalì?» Chiese Dalila provocando il disappunto di Mirò per l’interesse che sembrava provare per il compagno.
«Io ero un musicista e anch’io sono saltato giù, nel vuoto, da un balcone del quinto piano. Ma vedi Dalila, chiunque scelga questo modo di morire non è mai veramente convinto, per questo sono definiti suicidi imperfetti. È un impulso, certo provocato da un malessere, ma chi dice che dieci secondi in più concessi al pensiero non ci avrebbero fermati? Spararsi, avvelenarsi, tagliarsi le vene, impiccarsi sono modi orrendi di morire, atti di coraggio se vogliamo, proprio perché si scelgono con freddezza. Saltare nel vuoto invece, non è mai un vero gesto di morte, ecco perché anche tu ti trovi in una stanza vuota…»
«Aspetta un attimo Dalì…. Forse le tue parole mi stanno facendo ricordare … si sta muovendo qualcosa»
«È un buon segno Dalila, rilassati e non forzare, è segno che potresti essere in tempo a tornare indietro e che noi siamo sulla strada giusta – Dalì posò la chitarra e si avvicinò a Dalila – la nostra energia sta funzionando.»
Mirò, un po’ spiazzato, provò ad avvicinarsi anche lui. Prese la mano di Dalila ma quella la tirò via bruscamente come se avesse preso la scossa.
«Shsh… fermi… quella che vedo sono io… sì, sono io. Sono nella cucina di casa mia, c’è una bottiglia sul tavolo, delle pillole. Sono stanca, ma calma, e le sto ingoiando, una dopo l’altra….
«Pillole? Pillole hai detto?…» sbottò Mirò scattando in piedi.
«Sì.. sono delle pillole bianche, piccole…»
«Sonniferi…. Sono sonniferi! Ma non è possibile!»
«Aspetta Mirò….
«Ma ti  rendi conto Dalì? Ha sbagliato di nuovo…»
«Cosa succede? Chi ha sbagliato?» chiese Dalila intimorita
«Ma come chi? Quella cretina del centro smistamento. Dalì lo vedi anche tu no?»
«Mirò lasciamo stare adesso, stiamo funzionando, è già dall’altra parte, non ha importanza adesso»
«Ma non si possono fare di questi errori e per giunta ripeterli. Ma come si fa a mettere a un centro smistamento una che dopo aver letto su internet la pagina di un cretino di santone sui miracoli dell’acqua ossigenata, decide di suicidarsi con quella perché voleva una morte dolce? Ma beviti l’acido muriatico come tutti no? No! Lei si è fatta fuori una bella sfilza di bottigliette di acqua ossigenata manco fosse l’acqua benedetta di Lourdes! Voleva una morte delicata lei! A quella il cervello le si è ossigenato, altro che!»
«Non capisco, cosa succede?» Dalila era spaventata.
«Succede che  in questa stanza ci sei per una svista, avrebbero dovuto affidarti a chi si è suicidato nel tuo stesso modo.  Noi ci siamo catapultati nel vuoto…. Beh, a dire il vero lui, io non proprio….»
«Smettila Mirò, non è il momento, ne parliamo dopo con la direzione…»
«Ma è la terza volta che sbaglia! L’ultima volta con quella che s’era tagliata le vene. A me già l’idea del sangue mi fa svenire, che gli dico io a una così?»
«Cazzo Mirò basta, datti una calmata…. Dalila come ti senti?»
«Strana, non riesco più a seguirvi, le parole  vanno e vengono, ho la testa confusa, come se fossi sul punto di addormentarmi…»
«Bene così Dalila, ti addormenterai da qui a poco… aspetta…. Guarda… – Dalì prese la chitarra e ricominciò a suonare – è il mio modo di salutarti Dalila. Stai tornando alla vita. Forza Dalila, vai. Ascolta la musica e torna, mi senti Dalila?  A me manca la vita, qui….»
Dalila guardò prima Mirò e gli sorrise debolmente, poi si voltò verso Dalì e con le labbra accennò un bacio, un attimo prima di chiudere gli occhi.
«È andata Dalì…. Beata lei – disse Mirò – nemmeno si ricorderà niente. Questa cosa di restituire alla vita gli imperfetti e non essere neanche ringraziati, ecchecazzo, non mi piace per niente. Che sorte ingrata.»
Dalì  smise di suonare e rise.
«Invece se ci pensi è una cosa straordinaria, far tornare le persone in vita voglio dire… – poi si fermò, pensieroso –  però sai che ti dico Mirò? In fondo mi sei simpatico…»
«Io? Ma se non mi sopporti!»
«Vero. Ma devo ammettere che non perdi mai la grinta, non ti rassegni. Questo mi piace.»
«E perché dovrei? Hai visto mai che uno di questi giorni mi sfasci la tua fottutissima chitarra in testa, mi addormento per la botta e quelli magari si accorgono finalmente che è stato un errore e mi rimandano dall’altra parte? Io qui ci sono per sbaglio, per sbaglio. Che dici, Dalì… può succedere no? Magari prima o poi succede davvero che torno anch’io di là.»

 

L’immagine è di Ramon Casas i Carbó “Nudo” (1894)

La scrittura è tiranna

imagesÈ lì che aspetta, proprio come l’ho sempre immaginata, mi intimorisce. È avvolta nel fumo di una sigaretta nella penombra di un bar dove tutto è in bianco e nero. Aspetta, sorseggiando lentamente da un bicchiere. Sono in soggezione, ormai non posso più nascondermi, non posso tornare indietro, non posso fuggire. Lei mi vede. Solleva la testa. Ha lo sguardo  duro del rimprovero

“Eccoti finalmente. Ce n’hai messo di tempo.” La sua voce è metallica, sottile.

Annuisco. Imbarazzata. Lei lo percepisce e  mi dice:

“Tranquilla, tanto t’avrei aspettata comunque.”

L’ho sempre saputo che così doveva essere.

“Non avere timore, avvicinati, siediti qui, bevi qualcosa insieme a me ti farà bene. Rilassati, lo sai che ormai non puoi più andare da nessuna parte.” Sorride languida, sicura di sé. Mi ha preso nel sacco, mi terrà in pugno da questo momento in poi.

Lei sa tutto di me. Io so tutto di lei.

“Lo so, non avresti voluto trovarmi, mi hai evitata perfino quando ero a un palmo di naso. Ma io sono sempre stata qui dove sono, dove hai sempre saputo anche tu. Ti ho aspettato paziente. “

Vorrei dire lo so, ma vorrei dire anche non lo so. Non so se voglio stare qui, se voglio seguirla, se voglio sedermi accanto a lei. C’è odore di chiuso. Quant’è che non cambiano l’aria in questo posto. Quant’è che non aprono le finestre?

“So cosa stai pensando : sei ancora incerta. Ti senti in trappola. Ma se  stavolta hai varcato quella porta è perché sapevi di trovarmi, come sapevi ti avrei braccata, come sai che non puoi più scappare. Oh sì…  certo, lo so cosa stai per dire…. pensi ancora di avere  più gambe che testa! Ma vedi,arriva un momento, prima e poi, in cui quelli come te finiscono per avere le gambe nella testa. Il mondo è stato divertente da viaggiare con i suoi mille luoghi eccitanti, gli uomini interessanti, le donne affascinanti, gli incontri e le impressioni. Ma sapevi anche tu che presto o tardi ti saresti fermata a osservare.  Il momento è arrivato. È adesso: non avere paura. Siediti. E comincia.”

Mi ha messo in mano un quaderno a righe, e un lapis, perché scrivendo a lapis le parole scivolano più agili. Sapeva anche questo.

“Adesso vai. Puoi partire”

Ha spento la sigaretta, ha bevuto l’ultimo sorso. È rimasta a osservarmi, con un malcelato sorriso beffardo. Il sorriso di chi sa di aver vinto.

Guardo dalla finestra e all’improvviso vedo il sole. Mi chiedo – e non so perchè – quando è stata l’ultima volta che ho fatto l’amore. Poso il lapis sul foglio bianco. Sento il suo sguardo severo che vigila addosso. Le gambe nella testa cominciano a muoversi, il lapis a scrivere.

Non ho più scampo.

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