Descrizioni esemplari

Imparare dai classici: descrivere

Madame Vauquer ( da Papà Goriot, H. de Balzac)

La casa in cui viene esercitata la pensione familiare è della signora Vauquer. E’ situata nel tratto basso della via Neuve- Sainte-Geneviève, nel punto in cui il piano stradale digrada verso la via dell’Arbalète con un pendio così brusco e aspro, che i cavalli la salgono o la scendono di rado. Tal circostanza è favorevole al silenzio che regna in queste strade strette fra la cupola di Val-de-Grace e quella del Panthéon, due monumenti che fanno mutare le condizioni dell’atmosfera gettandovi toni gialli, tutto oscurando con le tinte severe proiettate dalle loro cupole.

Là, il selciato è arido, i rigagnoli non hanno né melma né acqua, l’erba cresce lungo i muri. L’uomo più spensierato vi si rattrista come ogni altro passante, il rumore di una carrozza è un avvenimento, le case sono tetre, le mura fanno pensare a una prigione. Un Parigino smarrito vedrebbe là solo pensioni familiari o istituti, miseria e noia, vecchiaia che muore, allegra gioventù costretta a lavorare. Nessun quartiere di Parigi è, più di questo, orribile e, diciamolo pure, più sconosciuto. La via Neuve-Sainte- Geneviève, soprattutto, è come una cornice di bronzo, la sola che convenga a questo racconto, per preparare la comprensione del quale non saranno mai troppi i colori foschi e le idee gravi; proprio come, di gradino in gradino, la luce diminuisce e la voce della guida si fa cavernosa quando il viaggiatore discende nelle Catacombe. Paragone esatto! Chi deciderà che cosa è più orribile a vedersi: cuori inariditi, o crani vuoti ?

La facciata della pensione dà su di un giardinetto, in modo che la casa forma un angolo retto con la via Neuve-Sainte-Geneviève, donde la vedete secondo il senso della profondità. Lungo la facciata tra la casa e il giardino corre un acciottolato a cunetta, largo una tesa, dinanzi al quale c’è un viale cosparso di ghiaia, fiancheggiato da gerani, da oleandri e da melograni piantati entro grandi vasi di maiolica blu e bianca. Si entra in questo viale da una porta sormontata da una targa su cui è scritto: CASA VAUQUER e sotto: “Pensione familiare per uomini, donne e altri”. Durante il giorno, un cancello di legno, munito di un campanello dal suono stridente, lascia vedere, al termine del breve selciato, sul muro opposto alla strada, un’arcata dipinta in color marmo verde da un artigiano del quartiere. Sotto la prospettiva simulata da tale pittore si leva una statua che raffigura l’Amore. Guardando la vernice screpolata che la ricopre, gli amatori di simboli ci scoprirebbero forse un mito dell’amore parigino, che viene curato a qualche passo da lì. Sotto lo zoccolo, la seguente epigrafe mezzo cancellata ricorda il tempo a cui risale questo oggetto ornamentale, testimone dell’entusiasmo suscitato da Voltaire rientrato a Parigi nel 1777:

Chiunque tu sia, ecco il tuo maestro.

Lo è, lo fu, lo sarà.

Al cader della notte il cancello è sostituito da una porta. Il giardinetto, largo quanto è lunga la facciata, rimane incassato tra il muro della strada e il muro divisorio della casa vicina, lungo la quale pende un manto d’edera che la nasconde interamente e richiama gli occhi dei passanti per il suo effetto, in Parigi, pittoresco. Ognuna delle sue mura è tappezzata di spalliere e di viti, i cui frutti gracili e polverosi sono l’oggetto dei timori annuali della signora Vauquer e delle sue conversazioni coi pensionanti. Lungo ogni muro corre uno stretto viale che conduce a un luogo ombroso di tigli, parola che la signora Vauquer, benché nata de Conflans, pronuncia ostinatamente “tiglie” malgrado i rilievi grammaticali dei suoi ospiti. Tra i due viali laterali c’è un campo di carciofi, fiancheggiato da alberi da frutto tagliati in forma di conocchia e orlato d’acetosella, lattuga o prezzemolo.

Sotto i tigli c’è una tavola rotonda dipinta in verde, e alcune sedie intorno. Li, durante le giornate canicolari, i commensali abbastanza ricchi da permettersi di prendere il caffè, vanno a gustarlo, sotto un caldo capace di far schiudere le uova. La facciata, alta tre piani e sormontata da soffitte, è costruita in pietra e tinteggiata in quel color giallo che conferisce un carattere ignobile a quasi tutte le case di Parigi. Le cinque finestre d’ogni piano hanno piccoli vetri e sono guarnite di persiane nessuna delle quali è a filo con le altre, di modo che tutte le loro linee stonano reciprocamente. La profondità della casa comporta due finestre che, al pianterreno, sono ornate d’inferriate a grata. Dietro l’edificio c’è un cortile largo circa venti piedi, dove vivono in buon accordo maiali, galline, conigli, e in fondo al quale sorge una tettoia per il deposito della legna.

Tra questa e la finestra della cucina sta sospesa la dispensa, e sotto scolano le acque grasse dell’acquaio. Sulla via Neuve- Sainte-Geneviève, il cortile ha una porta stretta da cui la cuoca getta le immondizie di casa, pulendo la sentina a forza d’acqua, per evitare una pestilenza.

Il pianterreno, naturalmente destinato all’esercizio della pensione familiare, si compone di un primo vano che prende luce dalle due finestre che danno sulla strada e in cui si entra per una porta-finestra. Questa sala comunica con quella da pranzo, separata dalla cucina dalla tromba di una scala i gradini della quale sono di legno e di mattonelle colorate e lustrate. Nulla è più triste di questa sala, ammobiliata con poltrone e seggiole foderate di stoffa di crine a righe alternativamente opache e lucide. Al centro c’è una tavola rotonda con un piano di marmo Sant’Anna decorata da uno di quei vassoi di porcellana bianca filettata d’oro mezzo cancellato, che oggi si trovano dappertutto.

La stanza, pavimentata piuttosto male, è rivestita di legno ad altezza d’uomo. Il resto delle pareti è tappezzato con una carta da parato sulla quale sono raffigurati i principali fatti di Telemaco e i cui classici personaggi sono colorati. Il pannello tra le finestre a grate presenta ai pensionati il quadro del festino offerto al figlio d’Ulisse da Calipso. Da quarant’anni tale pittura provoca i motteggi dei giovani pensionanti, i quali si ritengono superiori alla loro posizione dileggiando il pranzo cui le ristrettezze li condannano. Il camino in pietra, con focolare sempre pulito, dimostrazione che il fuoco vi si accende solo nelle grandi occasioni, ha per ornamento due vasi pieni di fiori artificiali, stinti e pigiati, e una pendola di marmo bluastro di pessimo gusto. In questa prima sala si respira un cattivo odore indefinibile, che potrebbe esser chiamato “odor di pensione”. Odore di rinchiuso, di muffa, di rancido; mette freddo, è umido al naso, penetra negli abiti; ha il tanfo di una sala dove si è mangiato; puzza di servitù, di dispensa, di ospizio. Forse potrebbe essere descritto se si trovasse un procedimento per analizzare le quantità elementari e nauseabonde immessevi dalle atmosfere catarrali e “sui generis” di ciascun pensionante, giovane o vecchio. Eppure, malgrado tali orrende volgarità, se paragonaste questa sala a quella da pranzo, che le è attigua, trovereste la prima elegante e profumata come uno spogliatoio per signora. La sala da pranzo, dalla parete interamente rivestita di legno, fu tinta un tempo d’un colore oggi indistinto, che forma un fondo su cui l’unto ha impresso i suoi strati in modo da disegnarvi figure bizzarre. Ai muri, credenze appiccicose sulle quali sono disposte caraffe sbeccate, appannate, tondi di metallo marezzato, pile di piatti di spessa porcellana, orlati di blu, fabbricati a Tournai. In un angolo c’è una scatola a caselle numerate che serve a tenere riposte le salviette, sporche e macchiate di vino, di ciascun pensionante. Vi si trovano poi quei mobili indistruttibili, ovunque proscritti, ma messi là come i resti della civiltà agli Incurabili. Vi vedrete un barometro col cappuccino che esce fuori quando piove, incisioni esecrabili da togliere l’appetito incorniciate in legno nero verniciato a filetti d’oro, una pendola di madreperla incrostata di rame, una stufa verde, lucerne d’Argand dove la polvere si combina con l’olio, una lunga tavola coperta d’incerata unta quanto basta perché un allegro studente in medicina “esterno” ci scriva il proprio nome servendosi del dito come di uno stilo, sedie zoppe, miserevoli piccole stuoie di sparto che si disfa sempre e non finisce mai, poi scaldini dai buchi rotti, dalle cerniere sconnesse, dove il legno si carbonizza. Per spiegare quanto questa mobilia è vecchia, screpolata, tarlata, tremolante, logora, monca, orba, invalida, spirante, se ne dovrebbe fare una descrizione che ritarderebbe troppo l’interesse di questa storia e che i lettori che hanno fretta non perdonerebbero. Il pavimento, rosso, è pieno di avvallamenti prodotti dallo strofinio o dalle riverniciature.

Insomma, là regna la miseria senza poesia; una miseria economa, concentrata, consunta. Se non è ancora infangata, è per lo meno macchiata; se non ha né buchi né stracci, sta per andare in putrefazione.

Questa stanza è in tutto il suo splendore nel momento in cui, verso le sette del mattino, il gatto della signora Vauquer precede la sua padrona; salta sulle credenze, vi annusa il latte contenuto in varie tazze coperte dal piattino, e fa sentire il suo ronron mattinale. Subito dopo appare la vedova, agghindata con la sua cuffia di tulle sotto la quale pende un giro di capelli finti, in disordine; essa cammina trascinando le sue pantofole raggrinzite.

Il viso vecchiotto, grassottello, dal mezzo del quale esce un naso a becco di pappagallo, le piccole mani paffutelle, il personale grassoccio come un “topo di chiesa”, il seno troppo pieno e ondeggiante, sono in armonia con la sala che trasuda l’infelicità, dove s’è rannicchiata la speculazione e di cui la signora Vauquer respira l’aria calda e fetida senza esserne disgustata. Il viso fresco come una prima gelata d’autunno, gli occhi pieni di rughe, l’espressione dei quali passa dal sorriso prescritto alle ballerine all’amaro cipiglio dell’esattore, insomma tutta la sua persona spiega la pensione come la pensione implica la sua persona. Il bagno penale non può non avere l’aguzzino, non potreste immaginarvi l’uno senza l’altro. La pinguedine pallida di questa piccola donna è il prodotto di questa vita, come il tifo è la conseguenza delle esalazioni d’un ospedale. La sua sottana di lana a maglia, più lunga della gonna ricavata da un abito vecchio e la cui imbottitura esce dalle fenditure della stoffa scucita, compendia il salotto, la sala da pranzo, il giardinetto, annuncia la cucina e fa presentire i pensionanti. Quando lei è là, lo spettacolo è completo. Di circa cinquant’anni, la signora Vauquer somiglia a TUTTE LE DONNE CHE HANNO SUBITO DISGRAZIE. Ha l’occhio vitreo, l’aria innocente di una mezzana che fa la difficile per farsi pagare di più, ma invece disposta a tutto per addolcire la sua sorte, a dar nelle mani della giustizia Giorgio o Pichegru, se Giorgio o Pichegru dovessero ancora essere arrestati. Tuttavia, è “in fondo una buona donna”, dicono i pensionanti, che la ritengono una disgraziata, sentendola gemere e tossire come loro. Chi era stato il signor Vauquer? Lei non dava mai particolari sul defunto.

 

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