LA STORIA DEL PAESE PRESEPE

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Voglio raccontarvi una storia che ad alcuni potrà sembrare sdolcinata (e lo è) ma poiché è onesta, ve la racconto ugualmente.  È la storia del paese presepe che, per rispettare la volontà dei suoi abitanti, chiameremo il Paese Senza Nome.

Il paese Senza Nome era un manipolo di case arroccate sul costone di una montagna dove la vita scorreva tranquilla e senza pretese.
Un giorno nel paese Senza Nome capitò un manager di un’importante azienda che viaggiava per vacanza. I veri manager però non vanno mai in vacanza,  e fu proprio nel vedere il paese Senza Nome illuminato nella notte che concepì una geniale campagna pubblicitaria natalizia per una nota bevanda frizzantina. Quel paese era perfetto, sarebbe diventato il Paese Presepe, le immagini avrebbero fatto il giro del mondo.
Così, in barba ai buoni propositi di assoluto riposo durante la vacanza, chiese e ottenne un incontro con il sindaco, al quale in breve illustrò il progetto promettendo montagne di soldi che avrebbe potuto usare per costruire strade ponti ospedali giardini alberghi viali funicolari trainate da funamboli, senza contare, disse, la grande opportunità di diventare una meta turistica.
“Lo sa quanti arriveranno a vedere il paese presepe?”
Il sindaco lo ascoltò educatamente senza interromperlo, alla fine ringraziò e disse che doveva consultare i suoi cittadini. Il manager  aveva fretta, erano già i primi di novembre, sarebbe stata un’impresa preparare la campagna per le feste imminenti. Disse che sarebbe tornato per fare un sopralluogo con una troupe. I due si lasciarono con una stretta di mano.
Poiché nel Paese Senza Nome le decisioni importanti venivano prese dalla comunità, il sindaco convocò i cittadini, i quali in linea di massima non videro di buon occhio l’idea che il proprio borgo natio diventasse una specie di luna park dei divertimenti. Addirittura, su proposta di M.P. (anche le identità dei soggetti di questa storia sono rimaste segrete per loro espressa volontà) organizzarono al manager una sorta di scherzo.
Il 18 dicembre, due giorni prima del sopralluogo, il paese  fu evacuato. Gli abitanti, muniti di vettovaglie, cibo, coperte e vestiti ben caldi andarono a nascondersi in alcune grotte poco lontano dal paese.
Quello che però gli abitanti però non avevano previsto fu che la scelta audace si rivelò un’avventura inaspettata, una sorta di miracolo di Natale.
Avrebbero dovuto rimanere tre giorni nascosti nelle grotte, ma una volta montate le cucine, accatastata la legna, messo insieme il cibo, si resero conto che avevano di che andare avanti per più di una settimana. Senza contare che cominciarono a preparare pranzi, a bere per scaldarsi, a stare di notte sotto il cielo stellato con qualcuno che raccontava le costellazioni. I vecchi presero a intonare canti che nessuno ricordava più, le donne intrecciavano agrifogli e corbezzoli con cui furono decorate le grotte, i sette figli del povero Z. mangiarono carne per la prima volta, la giovane S. ebbe finalmente il coraggio di dire a suo padre che amava R., un ragazzo bello e spiantato che proprio quella sera baciò con passione incurante degli sguardi altrui, e perfino L., innamorato di A. fin da quand’era ragazzo, nel vederla così premurosa con la sua famiglia, si disse che non era davvero il caso di consumarsi la vita per un amore impossibile ed ebbe voglia di una donna, così si fidanzò con F., la bella fioraia dalla dubbia reputazione. Anche le sorelle T., nubili senza mai un uomo, si ripulirono dalla loro aria arcigna e sospettosa  e risero e bevvero come se non avessero mai conosciuto né vino né riso in vita loro.
Insomma, come fu o come non fu, gli abitanti del paese Senza Nome si divertirono così tanto da non aver voglia di tornare nelle loro case. Per giunta si dimenticarono del manager, dello scherzo e del sopralluogo.
Il quale manager, giunto puntuale con la sua troupe al paese in un gelido giovedì di dicembre, lo trovò vuoto, abbandonato, le case chiuse, i comignoli spenti e un silenzio assoluto. Insomma un paese fantasma in cui vagarono per qualche ora. Qualcuno azzardò l’ipotesi  che doveva essere uscito di senno, visto che avevano fatto tutta quella strada per un vecchio paese di quattro case diroccate abbandonato chissà da quanto.
L’inspiegabile episodio costò al manager un pezzo di carriera.

Il giorno di natale gli abitanti del paese Senza Nome erano ancora nelle grotte e per quel giorno preparano un pranzo che rimase nei racconti di tutti i presenti per molte generazioni, cantarono e ballarono fino a notte inoltrata.
Poi, come disposto, il giorno dopo si rimisero in cammino per fare ritorno alle loro case tra le proteste dei bambini che sarebbero rimasti volentieri nelle grotte con i loro musi sporchi e i giocattoli sparsi ovunque che ormai non si capiva cosa appartenesse a chi e soprattutto chi non ne aveva mai avuto aveva sentito di averne qualcuno.
La sera del 26 erano nei loro letti stanchi e felici. Per le strade calò il silenzio della stanchezza.
Solo dalla casa di L. arrivava un pianto di neonato che non voleva smettere.
Sì, perché il giorno prima, il 25 dicembre , G.L. aveva avuto le doglie e aveva partorito nella grotta una bellissima bambina di quasi tre chili alla quale – per non apparire presuntuosi – fu attribuito il nome di Nazarena.

Di Nazarena, nata nella grotta, non abbiamo al momento notizie. Ma ci piace pensare che sia sulle tracce degli ultimi e che abbia cercato e trovato il manager, ormai anziano, giusto per il gusto di fargli una bella pernacchia.

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